Grafemi

Segni, parole, significato.

Lo sfondo del desktop

Qualche giorno fa mi è capitato di fare dei colloqui di lavoro nei quali io facevo la parte di quello che doveva assumere. Era stata fatta una preselezione, a cura di un’agenzia che si occupa di queste cose, e le persone che mi sono sfilate davanti, una dopo l’altra – sei in un giorno – presentavano, da un punto di vista formale, tutte il medesimo curriculum: eppure, non sarebbe stato possibile trovare individui più diversi l’uno dall’altro. L’elenco delle cose che avevano fatto nella loro vita, insomma, non lambiva neppure lontanamente il nucleo della loro personalità.

Non è stato facile resistere alla pena di quei colloqui. Per fare le cose fatte bene, come ciascuno dei candidati meritava, abbiamo dedicato almeno un’ora allo scambio reciproco di informazioni; ma in certi casi era chiaro fin dal momento in cui attraversavano la porta di ingresso che non ci sarebbe stata nessuna possibilità. La verità è che avrebbero meritato tutti; e anzi, avrebbero meritato soprattutto quelli inadatti al lavoro che veniva proposto – quelle creature fragili, complesse e ingenue allo stesso tempo. Quanto tempo servirà loro per capire che il mondo degli adulti richiede unghie e artigli, e faccia tosta e determinazione, e la capacità di nuotare in apnea, che la lotteria della vita non ha loro assegnato? So che in certe aziende esistono sacche di serenità, di comprensione, dove trovano spazio gli arresi, i vinti, o semplicemente gli inadatti alla competizione; nella nostra ditta, però, una piccola realtà che resiste in una giungla di aggressori, non c’è spazio per loro. E, forse, non ci sarebbe spazio nemmeno per me, se non avessi deciso di condurre una doppia vita: per cui è stata dura resistere alla tentazione di abbracciarli, alla fine di quelle chiacchierate fuori dal mondo, di dire loro che gli volevo bene per quello che erano, e soprattutto per quello che non saranno mai.

Ci aiutava, in questi colloqui, un’esperta di questa particolare tipologia di interrogatori. Una che sapeva il fatto suo: conduzione consapevole della chiacchierata, piccoli stratagemmi per valutare la tempra e il carattere di quei candidati – tutti maschi, ovviamente, perché stiamo parlando di informatica. Ascoltandola, ho scoperto aspetti del mio lavoro che neppure conoscevo, o che non avevo mai considerato. Un esempio? La distinzione tra un lavoro all’interno di un’azienda, e quello di chi fa il consulente. Io sono un consulente. Sapevo di esserlo, ma non avevo mai pensato a quante profonde siano le implicazioni che ne derivano. Conoscevo alcuni degli aspetti negativi – la sensazione di non avere un posto dove tornare, la mancanza di riferimenti umani, di abitudini, di una foto dei tuoi figli sul tavolo – ma avevo spesso trascurato quelli positivi, che sono, in rapporto uno a uno, i rovesci delle diverse medaglie: ogni giorno un posto nuovo, assenza di routine, e incontri con persone sempre diverse. E in effetti, da questo mio vagare, che solo da poco conosce un po’ di tranquillità, ho avuto la possibilità di osservare individui sempre diversi, in situazioni sempre diverse, fino a che sono arrivato ad avere una vaga idea delle cose che distinguono le persone, e quelle che le rendono, invece, tutte uguali: perché, alla fine ho dovuto ammetterlo, gli esseri umani sono tra loro più simili, e meno diversi, di quanto ciascuno è portato ingenuamente a credere.

In poche parole, mi sono reso conto che esiste uno scarto enorme tra i due pronomi personali più usati, cioè “io” e “loro”. Io sono il centro dell’universo, sempre presente a me stesso, in ogni momento, ovunque. Di me so tutto: sono il protagonista principale della mia vita, che mi pare, da ogni punto di vista, come qualcosa di eccezionale – nel senso di eccezione rispetto a tutto il resto. Loro, invece, quella folla che si muove nei centri commerciali, che parcheggia il sabato mattina in centro, che entra ed esce dai negozi, che va a ballare nell’unica discoteca che la moda del momento consente, di volta in volta, di frequentare, che compra i jeans Diesel quando è necessario comprare i Diesel e i Levi’s quando è necessario comprare i Levi’s, loro sono comparse intercambiabili. Certo, ad alcune di queste ci affezioniamo; altre, arriviamo ad amarle. Ma loro non sono mai io. I loro dolori, e le loro felicità, mi toccano da distante, per poco tempo, e con una forza che è la fotocopia sbiadita di quella che percepisco nei momenti in cui sono io, ad essere felice o disperato. Se io e il collega che mi sta accanto mettiamo i nostri pollici sul tavolo, e reciprocamente ce li martelliamo, nessuno può dubitare che esista un abisso tra questi due dolori.

Esistono così delle regolarità statistiche, che accomunano questa massa multiforme di io individuali, fino a trasformarli in una massa di loro senza identità. Gli sfondi del desktop, ad esempio. Credo che lo studio degli sfondi usati per il desktop porterebbe a risultati importantissimi in diversi campi del sapere: la psicologia troverebbe pane per i suoi denti, così come la sociologia, e addirittura il marketing con i suoi studi di settore. Quando passo attraverso i lunghi corridoi aziendali, e i tavoli a fianco mi offrono, tipicamente, due PC accesi per lato, vedo il riassunto di una moltitudine di vite esposto sotto forma di una galleria di foto. L’individualità di ogni dipendente si confonde in un messaggio molto più ampio, e spesso fin troppo regolare, fino a diventare prevedibile. Per anni, lo sfondo più comune per gli uomini era la moto di Valentino Rossi – il 46 sul cruscotto, e il casco del dottore, raccontavano di quale fosse il mito dei maschi italiani: un misto di velocità e guasconeria. Con il tempo, Valentino Rossi ha perso una parte del suo fascino (informazione che potrebbe essere venduta a qualche azienda che si occupa di creare campagne pubblicitarie), ed è arrivata, o è tornata, prepotentemente, la famiglia. Anzi, no: i figli. E’ rarissimo che qualcuno metta il proprio compagno o la propria compagna sul desktop; quando succede, i motivi sono sempre gli stessi: un nuovo, inaspettato amore, o un’inconsolabile vedovanza. I figli, invece, ci sono sempre; e se non ci sono, allora c’è il più diffuso dei surrogati filiali, cioè il cane; e se non c’è il cane, allora c’è il gatto, e se non c’è nemmeno quello, allora è un qualche nipotino moccoloso di fronte ad una torta con quattro candeline tremolanti. Come i soldati che andavano al fronte, ciascuno tiene, nel posto più vicino al cuore – nel caso aziendale, sul desktop del proprio PC – il caro ricordo dei propri amati; ma mentre la truppa infognata nelle trincee era troppo giovane per avere una prole in attesa del loro ritorno, qui, nella guerra quotidiana che si combatte in Occidente – una guerra dove non si spargono sangue e lacrime, ma soldi e tempo – i soldati sono sufficientemente vecchi perché, da qualche parte, ci siano dei bambini davanti ad un televisore che aspettano mamma o papà.

Ma forse non è solo una questione anagrafica.. forse, c’entrano anche considerazioni sul tipo, o sulla qualità, dell’ardore che è necessario per andare a combattere una battaglia: una donna lasciata a casa invita al gesto eroico, al vaffanculo gridato ad un capo incompetente, o ad un folle generale, al desiderio di virile riscatto: i figli, invece, chiedono sempre e solo prudenza, come quei minuscoli quadretti che una volta si attaccavano, scaramanticamente, in macchina. Omero non avrebbe mai chiamato “eroe” un uomo costretto a rimanere otto ore al giorno davanti ad un computer, ma Telemaco avrebbe rinunciato volentieri alla fama di Ulisse per avere, in cambio, un padre presente. E’ per i figli, che si lavora: per il loro futuro, che sarà uguale al nostro. Le loro facce ripetono incessantemente: sii paziente, papà, resisti, cavalca il tuo senso di responsabilità, e torna a casa ogni sera, sano e salvo, perché abbiamo bisogno di te; ricordati di noi. Quale uomo potrebbe arrivare a sopportare di lavorare quarant’anni consecutivi, di non conoscere la faccia della sua città il lunedì mattina, di dover chiedere il permesso a qualcuno per poter gestire il tempo secondo le proprie necessità, se non un padre? Quale donna, se non una madre? Ed ogni dipendente, questo lo sa bene. Io compreso, che però non sono per niente loro perché me, visto dalla mia particolare visuale, è qualcosa di completamente diverso da tutti gli altri: io sono qui dentro, nella sala dei bottoni, e conosco ogni singolo aspetto dei miei ricordi, dei miei bisogni, dei miei pensieri. I figli che metto sul desktop sono la mia vita – non una vita qualsiasi. Le loro facce sono uniche – certo, solo per me; ma quel me sono proprio io.

Un cervello?

E oggi, che cosa ho messo come sfondo del desktop? Figli? Mogli? Cani? No, questa mattina ho piazzato una vecchia foto scattata da mia madre a Venezia, tanto tempo fa. I miei ricordi. Il mio tempo. C’è un cielo viola al tramonto, sul quale si stagliano i profili scuri ed inconfondibili dei palazzi veneziani. In primo piano, alcuni lampioni luccicano in un buio quasi totale; e dentro a quel buio, si riconosce il profilo di un attracco dei vaporetti, l’acqua ferma, un pezzo di Riva degli Schiavoni, una barchetta in lontananza; nessuno in giro. Che giorno era? Questa foto appartiene ad una serie di diapositive dove, ogni tanto, compaio anch’io: la riga in mezzo, l’aspetto distinto, la magrezza dei miei quattordici anni. E siccome c’erano anche i miei nonni, e le mie cugine, tutti intorno ad un tavolo pieno di panettoni, di sicuro era Natale. Di venticinque anni fa. Venticinque anni fa, di sera, c’era un tramonto viola sulla laguna, c’erano i lampioni accesi, l’acqua ferma, e una barchetta in lontananza; e da questa parte della macchina fotografica, quella dietro alla quale ci siamo messi per guardare il passato, c’è la pupilla di mia madre, di mia madre venticinque anni fa – aveva, in quei giorni, l’età che oggi mi porto dietro con un po’ di pesantezza. C’erano dunque quel mondo, quella fetta di spazio e quella fetta di tempo, in cui le cose furono fissate nella loro attimo in fuga – l’aria fredda, il silenzio struggente che cala su Venezia quando i turisti se ne vanno, il sole che, come ogni sera, finisce oltre l’orizzonte, la luce bianca dei lampioni accesa per nessuno; e tutto questo non c’è più. Oppure c’è ancora, purché si sia disposti a concedere alla fissità di una foto messa come sfondo del desktop lo status di esistenza, un’esistenza minore, sui generis, fatta di un materiale impalpabile; ma pur sempre reale. Un pezzettino della mia vita che ritorna ad esistere qui, al lavoro, nel luogo in cui si nega, con ostinazione, l’esistenza dell’individuo, della sua storia personale, del suo carico di inutili ricordi – un pezzettino tra tanti pezzetti tutti uguali, prezioso solo per l’occhio di chi li osserva.

Ma si parlava di colloqui, giusto? Alla fine, abbiamo fatto la nostra scelta: umanamente sofferta, per i no che siamo stati costretti a dire, ma convinta. Lunedì avrò un nuovo collega, al quale dovrò insegnare un po’ di cose; una persona con la quale passerò intere giornate, fianco a fianco. Mancano cinque giorni. Ma sono già curioso di sapere cosa metterà sul suo desktop.

Tramonto a Venezia, 1984

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

8 commenti su “Lo sfondo del desktop

  1. api
    03/02/2010

    ogni volta che finisco di leggerti, che arrivo all’ultima riga scritta e, bada bene! ti leggo con calma, cercando di capire cosa tenti di dire, oltre le righe…mi accorgo che hai già detto tutto.
    che sei riuscito a sviscerare, senza colpo ferire, se non lo stuzzicare maggiormente la curiosità del lettore…tutto il tuo moto perpetuo di pensiero!
    e mi ‘spiazzi’, si! nel senso che mi stupisci ogni volta.
    hai una padronanza del tuo ‘doppio’ che t’invidio, quasi! 🙂
    ciao! api

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    • Paolo Zardi
      06/02/2010

      Bella l’immagine del moto perpetuo del pensiero! 😉

      Mercì, Api, sei sempre molto gentile!
      Buona domenica,
      Paolo

      ps sto leggendo un libro di un autore sardo…

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  2. Nicola Pezzoli
    05/02/2010

    Sì, è vero: a volte sentirsi tanto Diversi, troppo Diversi, è una pia illusione consolatoria, un pericoloso autoinganno in cui si annidano ingenuità e presunzione (e che ci fa perdere l’occasione di abbracciare gli altri e di venirne abbracciati, che è poi l’unica vera e concreta consolazione di cui abbiamo bisogno), ma è anche al tempo stesso disperata speranza di riscatto, di salvezza dall’appiattimento delle menti piallate, di poter almeno gridare, in mancanza d’altro, “Io no”. No cosa? Boh!
    Eppure, per modi e percorsi che non saprei spiegare, è per me infinitamente bello scoprire che qualcuno nel mondo ha sul desktop, invece di banali e deprimenti icone dello spettacolo o dello sport (io che la moto del signor Rossi non sapevo neanche che numero avesse, prima di leggere il tuo post) un così meraviglioso paesaggio veneziano a cullargli lo sguardo e il cuore, perché non solo è di una bellezza stordente per gli occhi, ma è anche un ricordo di sua madre.
    Sarà una sterile e solipsistica romanticheria, la mia, ma penso che avere uno sfondo solo tuo sia un po’ come sapersi inventare per password una nuova parola portentosa, magica, dal suono affascinante e dalla paurosa, inquietante bellezza, a dispetto di milioni di individui (individui?) che usano tutti (l’ho scoperto leggendo un articolo di giornale, è la password più usata nel mondo) 12345678!
    In questo momento sul mio desktop (il delirio digitale mi spinge a fare così tante foto che poi lo cambio spesso) c’è un incantevole paesaggio invernale del lago di Varese, con al centro una nera folaga solitaria che sguazza fra i canneti. La chiamo “la mia paperella”, e ogni tanto ci clicco sopra per salutarla.
    Buon lavoro a Te e al tuo nuovo collega!

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  3. api
    07/02/2010

    non si tratta di essere gentili, paolo…mi dici chi leggi, per pura curiosità?

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    • Paolo Zardi
      07/02/2010

      E’ un autore giovane, si chiama Gianni Tetti; il titolo del libro è “I cani là fuori”, una raccolta di racconti molto duri, ambientati tutti in Sardegna… A breve, spero di riuscire a postare una piccola intervista all’autore, accompagnata da due righe di recensione.
      Buona domenica – oggi sono a La Spezia, sole sfavillante!
      Paolo

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  4. api
    08/02/2010

    non conosco il giovine ma, grazie a te, mi si aprono nuovi scenari…spulciando dentro il suo nome e quello della casa editrice acquisto visuali diverse e lontane, perciò interessanti! 🙂
    poi, cosa ci sarà mai di sfavillante a La Spezia, è tutto da verificare… 🙄
    ciao!

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    • Paolo Zardi
      08/02/2010

      A La Spezia sfavillava il sole, ma per il resto era solo lavoro.. Ogni due mesi, faccio un weekend lavorativo da quelle parti – ore e ore dentro ad un ufficio, pranzo al Mac, poi ancora ore di lavoro, pizzetta, lavoro, albergo, nanna, sveglia, lavoro… un piccolo fioretto. Ma se non altro La Spezia ha il mare…
      Per la Neo: sono davvero in gamba. La presentazione che abbiamo fatto qua a Padova, una decina di giorni fa, era di un loro libro. Quello di Gianni Tetti è un pugno in faccia – scritto benissimo, con uno stile originale.. se ti capita, giovedì 11 febbraio, in Piazza Repubblica a Cagliari, lo presentano!
      Giovedì 11 Febbraio ore 18:00
      Libreria PIAZZA REPUBBLICA
      p.zza della Repubblica, 23
      CAGLIARI

      Ciao!

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  5. Elle
    09/02/2010

    Lo sfondo del mio desktop non l’ho mai personalizzato, è e continua ad essere uno sfondo blu tappezzato di icone.
    E chissà… l’avanguardia della psicologia avrà senz’altro una spiegazione anche per questa assenza.

    Lo sfondo del mio desktop è neutro, ma sono tutt’altro che neutre le emozioni che ho provato leggendo di quei candidati al colloquio di lavoro, immedesimandomi in quei curriculum troppo perfetti per ambire alla perfezione di un unico posto di lavoro.
    E non perché io ne abbia uno altrettanto perfetto no, è solo che quando sono arrivata a leggere dell’abbraccio che avresti voluto poter dare, quando sono arrivata a quel ti voglio bene trattenuto, che non trova posto in un contesto come quello, ti confesso che mi si è rotta la voce (ti leggo a voce alta).

    Ed ho continuato, ma il nodo anziché sciogliersi saliva a leggere di una distanza comune tra un io e un loro, di jeans Levi’s e di felicità o disperazioni solo apparentemente condivise, talvolta sfiorate ma mai veramente afferrate.

    E allora forse ho capito perché io non ho foto dei miei affetti da riversare sul desktop. Non c’è un desktop abbastanza grande per poter accogliere tutte le immagini che mi riportano ad un affetto. Qualcuno non ha neppure connotati fisici, è solo un pensiero, la vicinanza, la presenza effimera ma reale di un battito all’unisono, che si propaga nell’aria.

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Questa voce è stata pubblicata il 03/02/2010 da in Lavoro, Ricordi, Scrittura con tag , , .

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In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

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