Uccellini

Il lunedì si svegliava alle sei, si lavava quanto bastava per non essere molesto e prendeva la bicicletta. D’inverno era così notte che dietro alle colline non c’era neanche la parvenza del sole che era precipitato dalla parte opposta, la sera prima – lui non aveva visto neanche quello, perché ancora lavorava, quando il sole era solito morire dietro alle colline, d’inverno. E d’estate sì, il cielo era inondato dalla luce chiara, ma uccellini pieni di retorica canticchiavano dietro e davanti a lui, come a dire che la vita poteva essere bella se solo si smetteva di pedalare e ci si metteva a cantare al sole che nasceva, appollaiati sopra al ramo di un albero, senza sforzarsi di capire quello che non aveva senso capire. Per quanto riguarda le altre stagioni, invece, non c’era alcun ricordo – passavano come mezze stagioni, scivolando sui pedali e sulle colline e sul giorno e sulla notte senza lasciare tracce.

Pure il martedì si svegliava alle sei. Il mercoledì anche, e il giovedì e il venerdì. Ammonticchiava giornate come legna per quando sarebbe arrivato il freddo, o come anni che si mettono da parte per la vecchiaia, o confetti dei matrimoni per l’amarezza della solitudine. Si alzava, e pedalava, e sudava, poi lavorava, poi stava zitto per tutta la giornata perché parlare disturba gli altri, ma soprattutto non lascia pensare. Poi di nuovo pedalava, e sudava, e tornava a casa con il buio e il gelo e il silenzio o con la luce del tramonto e i colori tutti rossi e gli uccelli della mattina che ancora cantavano la sera, pieni di noncuranza ed allegria. Ma lui no, non cantava. Si alzava, pedalava, sudava e lavorava, stava zitto, pedalava, sudava e stava di nuovo zitto, nella sua cameretta in affitto, a piano terra, che il proprietario gli aveva chiesto più volte se era sicuro, e lui aveva ripetuto più volte che sì, che era sicuro, che a lui l’umidità non aveva mai dato problemi, “neanche quella” gli aveva detto il proprietario in un impeto di onestà, indicando una macchia larga tre metri sul soffitto, nera e umida come il mare, “neanche quella, sono miope, non la vedo” aveva risposto lui, porgendo una mazzetta di carte da mille lire, una sopra l’altra, l’anticipo per tre mesi di affitto, e in tutto non era neanche trecentomila lire ma erano almeno quattro centimetri di carta.

Tengo duro, tengo duro, tengo duro, si ripeteva quando il freddo gli spaccava le ossa, la fame gli scavava la pancia come se avesse un badile affilato, la tosse lo scuoteva proprio come il vento quando prendeva uno spaventapasseri e lo buttava di qua e di là – ma lo spaventapasseri continuava a sorridere con gli occhi sbarrati e i capelli di paglia, mentre lui, invece, li chiudeva aspettando che passasse. I suoi capelli erano neri, ed erano veri. Poi grigi, e pochi. Poi più niente. “Sono aerodinamico” gridava mentre scendeva dalla collina, verso la fabbrica che lo aspettava con i cancelli aperti, le fauci che divoravano ogni persona che si avvicinava, rendendone solo le spoglie, tanti anni dopo.

Tanti anni dopo. Appunto. Erano passati inverni, estati e mezze stagioni, e i figli dei figli degli uccellini che avevano canticchiato pieni di mattiniera retorica erano già morti stecchiti dentro ai loro nidi – ora c’erano i figli dei figli dei figli degli uccellini, che avevano imparato le stesse canzoni. Ora, era l’ultimo giorno, un giovedì di una mezza stagione, quella che va dal freddo e il buio verso il grano e le finestre aperte. La macchia sul muro si sarebbe presto ritirata, ma a lui, al ciclista lavoratore indefesso, allo spaventapasseri di carne, poca, e ossa, non importava più. Era arrivata la vecchiaia, e lui la legna da parte ce l’aveva. Si presentò dal geometra del paese con un assegno lungo venti centimetri, e le mani grosse, mancava pure qualche dito di quelli centrali, e disse se poteva progettargli una casa, “una casa come”, disse il geometra, degnandolo di uno sguardo di riserva, qualcosa che teneva per le occasioni poco importanti, e lui gli disse “grande così” e mostrò l’importo. Il geometra tirò fuori una faccia da grandi occasioni.

Così la casa fu pronta, ed era su più piani, finestre che guardavano verso le colline da dove il sole veniva fuori, e altre finestre che si aprivano sul confine della notte, e altre ancora dalle quali si poteva seguire con gli occhi la strada piena di sudore e pedalate e campi di grano quando era estate, immersi in un buio senza stelle quando era talmente dicembre che neanche il giorno diventava giorno. E c’erano alberi nel giardino, alberi da frutto, un melo e un pero, un castagno pieno di foglie che cadevano d’autunno, e la vigna per il vino che una cantina che pareva non finisse mai aspettava quando era ottobre, ed erba, fiori, e quiete che non richiedeva più pedalate e sudore, né dita generosamente buttate dentro agli ingranaggi che portavano avanti tutte le vite fuori dalla sua. E infine un camino davanti al quale si sarebbe seduto, senza aspettare niente se non che le stagioni sfilassero, con il loro passo: andassero come andassero, un sole dopo l’altro, e una notte dopo l’altra, lui sarebbe stato nella sua casa, costruita con il sudore messo da parte per quarant’anni.

Nel piano regolatore n. 234, del 23 aprile 1997, si diceva chiaramente, con espressioni molto dettagliate e non assoggettabili ad interpretazioni, neanche da parte di avvocati ben pagati e con cravatte ologrammatiche, che su quella collina, né più né meno che là, nel prossimo anno, proprio quello, si sarebbe costruita “la più grande fabbrica di maiali da prosciutto crudo del mondo conosciuto”, dove l’aggettivo “conosciuto” serviva ad escludere certe regioni interne della Cina di cui si sapevano solo leggende. Una fabbrica a norma e regola, per la quale si imponeva il rispetto preciso delle regole e le norme che determinavano la quantità di odore che poteva uscire dalle stalle organizzate con criteri industriali e per niente carini. Ma la quantità di odore, per quanto regolamentata, sarebbe arrivata tutta intera, come un globo grigio, sopra, dentro, attraverso, la casa dell’uomo, di nuovo spaventapasseri.

“Non ha nessuna speranza”, gli dissero. “Si rassegni”, gli ripeterono. Ma rassegnarsi a cosa, diceva lui. A cosa, a cosa, che io qui ci ho costruito la mia vecchiaia, che ci ho buttato le mie dita – e agitava le sue mani secche e prive delle dita centrali, che se contava non arrivava neanche a otto, come dicendo se valeva ancora qualcosa, il sudore di un uomo che aveva lottato contro le macchie di tre metri, e la tosse dell’inverno, e che era riuscito a non ascoltare gli uccellini retorici che gli dicevano che era ora di mollare ancora prima di iniziare, perché il fine non aveva scopo, non aveva senso in un mondo visto dalla cima di un albero; come chiedendo se loro, lo conoscevano, il freddo delle sei di mattina, e il sapore di morte che ha un sole che cala dietro alle colline tutte le sere, loro che gli volevano costruire davanti a casa una fabbrica di maiali a norma e regola, che se lui la respirava, quella norma e regola, avrebbe sentito solo una gran puzza di merda.

Ma poiché le leggi sono fatte al solo scopo di privare ogni uomo della più sottile delle proprie felicità, una ad una, ad un uomo alla volta, a lui la felicità della casa sarebbe stata tolta dal piano regolatore n. 234 del 23 aprile del 1997, data prevista fine lavori 12 ottobre 1999, collaudo 20 ottobre 1999, e finalmente messa in produzione di tutto l’impianto il 10 dicembre, ancora del 1999. Quel giorno tanti, tantissimi maiali furono posizionati nei recinti, e venne dato loro da mangiare, come prevedono le procedure della fabbrica; i maiali, come prevedono le procedure della natura, mangiarono, e con l’acido cloridrico degli stomaci disintegrarono il cibo, che passò negli intestini per completare il ciclo digestivo che ci si aspetta da una bestia, da una bestia qualsiasi. Quindi, defecarono – molto, secondo gli usi e i costumi di quei quadrupedi – e l’odore a norma e regola salì verso il cielo come una massa informe e grigia, poi scese, pesante e terrificante come la notte, sul melo e sul pero, e sul castagno senza foglie, sulla vigna ordinata, e dentro alla casa, fino alla seggiola che stava davanti al camino e sopra al quale stava lui, lo sguardo smarrito per la profonda ingiustizia subita.

Una mattina di gennaio gli uccellini si svegliarono prima. Il cielo era rischiarato da una luce calda – come quella che fa un fuoco che brucia la legna messa da parte per la vecchiaia, un ceppo dopo l’altro; le sue lingue alte metri e metri rischiaravano la notte che ancora non se ne era andata, sopra la collina, proprio dove sorgeva una casa bellissima, tanto tempo fa – e se gli uccellini canterini avessero avuto una concezione del tempo un pochino più precisa, non avrebbero detto “tanto tempo fa”, ma solo “il giorno prima”.
Poi, che ci si creda o no, quella mattina, dall’alto dei loro rami, gli uccellini non cantarono affatto.

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12 thoughts on “Uccellini

  1. eh eh…riletto 🙂
    secondo me Pablo, questo signore si sarebbe dovuto dare alla vita di campagna, ne avrebbe guadagnato senz’altro di piu’…
    …almeno si sarebbe abituato…

    queste industrie queste aziende che producono masse masse masse per le masse, mannaggia alla massa, ma diamoci alla vita bucolica, un’asina per famiglia per il latte…e tutti vegetariani, ah!…
    salut.

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    1. Caro Tonio, bello trovarti anche “qui”! 😉

      Ai tempi dell’11 settembre vivevo a Milano. Mi ricordo ancora una sera di fine settembre, io e Dunja – allora non eravamo ancora sposati: che strano mi fa pensarlo! – camminavamo per Corso Vercelli, con un gelato in mano, e mi ricordo che ho pensato, che ho detto che l’unica soluzione ai problemi dell’uomo sarebbe stata quella di tornare a vivere in campagna. Mi venivamo in mente certi paesini della Slovenia dove nessun terrore sarebbe mai arrivato. Era Chatwin che diceva che tutti i mali della società nascono con l’invenzioned delle città? Malattie, aggressività intra specie, turbe…. Chissà se sarebbe davvero così semplice.
      Ma tu, di dove sei?
      Au revoir!

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    1. Dalle parti di Vicenza, a Montebello, o Occhiobello, o qualcosa del genere, ci sono delle concerie che in qualsiasi giorno dell’anno buttano fuori un tanfo irrespirabile: quando ci si passa in macchina, o in treno, si deve trattenere il respiro. Una volta l’autostrada era bloccata, e sono passato per questi paesini nei paraggi – colline molto carine, con l’erbetta e i fiorellini, e questa puzza ovunque. Ho immaginato un bambino che nasce là, poi a dodici, tredici anni se ne va in cerca di fortuna, e poi a cinquanta, sessant’anni torna, annusa l’aria e pensa, con un piccolo brivido lungo la schiena: ah, il profumo della mia infanzia!

      A presto, caro Pepper!

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  2. *ciao, clà…bentrovato!*

    nessun garrotamento agli uccellini, però!
    la fabbrica? siii! e perchè no?!
    la campagna ce l’ho giusto qui intorno ma è tutto il resto che manca…
    e ben venga pure scrivere al fiele!
    quando ti ci metti, lo fai beniZZimo, pà!

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  3. quando l’hai scritto questo? sembra uno dei pezzi di qualche anno fa. ma non lo ricordo.

    molto bello e amaro.
    lo sai che ho conosciuto un signore, nostro vicino di casa quando ero piccolina, al quale mancavano le due dita centrali? la leggenda che si narrava nel quartiere -con un po’ di cattiveria- era che se li fosse affettati apposta. in effetti lavorava poche volte l’anno, come cameriere e poi arrotondava con una piccola pensione di invalidita’. non l’ha mai nascosto di essere allergico al lavoro. avevano quattro figlie, una di loro la piu’ grande era mia amica.
    vivevano in sette, c’era anche la suocera, in una casa seminterrata e umida.. ed erano i padroni del marciapiede davanti alle loro finestre dove noi ragazzini giocavamo tutta quanta l’estate.
    Hanno vissuto li’ fino a cinque anni fa quando una delle figlie gli ha cercato un’altra casa, con un bel balcone…in un’altra zona di Roma.
    Non gli e’ mai piaciuta, ha pianto fino a quando non e’ morto.
    Ma non e’ morto di pianto, per fortuna.
    ciauz!

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    1. In effetti ha quasi 2 anni, questa favoletta… E’ rimasta fuori dalla “raccolta”, con l’effetto collaterale assolutamente positivo che ne posso fare quello che voglio! 😉
      Il mondo deve essere pieno di questi personaggi. E credo che, volendo, si potrebbe dividere la gente in due gruppi solo sulla base delle mani: chi ce le ha grosse, consumate, rosse, con le unghie consumate dalla fatica, e chi ce le ha di ceramica… Oggi mi è arrivata una mail con un link all’abecedario dei lavori pubblicato in un libro per le elementari degli anni cinquanta – cioè meno di sessanta anni fa. Lo trovi qui: http://www.bibliolab.it/mestieri_bib/abecedario.htm
      Mi sono chiesto come sarebbe possibile rappresentare il mio lavoro… Come cambiano le cose, cara Firdis!
      Un abbraccio forte, e grazie per essere passata da queste parti!

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  4. ma io passo spesso! ma a volte e’ la larghezza della colonna a sfiancarmi. non so perche’ ma i post qui mi affaticano la vista. dico davvero.
    bellissimo l’abbecedario paolo! la tentazione di stamparlo è forte. troppo forte!!!! lo stampo.

    ….

    certo che se ci fosse quello degli oggetti credo mi metterei a piangere.

    ehi ehi pablito caro. non e’ che non ci sono qui . è che non ci sono proprio.

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