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Segni, parole, significato.

Storia della morte in Occidente – Philippe Ariès

A subitanea et improvisa morte, libera nos, Domine. Era questa la preghiera che i Cristiani innalzavano al Creatore durante il Medioevo: evitaci, nostro Signore, di morire di colpo, senza avere nemmeno il tempo di accorgerci che la vita ci sta lasciando.

Una delle idee più interessanti, più innovative, dello storico francese Philippe Ariès è stata l’intuizione che il rapporto con certi aspetti fondamentali della nostra vita – la nascita, la famiglia, la morte – ha subito, nel corso dei secoli, profondissimi cambiamenti. Il suo studio era partito dall’analisi di testamenti medioevali dai quali emergeva che la famiglia non era affatto il centro degli affetti di una persona: le ultime volontà imponevano ai parenti alcuni obblighi che noi ora riteniamo del tutto scontati, come la presenza di uno di loro durante la sepoltura.

E grazie allo studio dei testamenti, e alle modalità di sepoltura nel corso dei secoli, e alla rappresentazione della morte nei quadri, nelle sculture, nella poesia,  Ariès è arrivato a delineare una storia dellla morte in Occidente; o, meglio, una storia di come l’Occidente ha modificato il proprio rapporto con essa.

Ai nostri giorni, la nascita e la morte di un individuo avvengono tipicamente in ospedale, in un luogo , cioè, completamente estraneo alla vita quotidiana. Le uniche persone presenti, oltre ai diretti interessati – la madre, il figlio, il morto -, sono i medici e gli infermieri. Io, che ho 40 anni, ho visto nascere due bambini (i miei due figli) e non sono mai stato presente alla morte di qualcuno – a dire il vero, non ho mai visto, usando un’espressione un po’ improbabile, un morto dal vivo. Mio padre, invece, ricorda, con vivida precisione, il corpo di suo padre disteso sul tavolo in cucina, e sua madre che lo invita, tra le lacrime, a dargli un ultimo bacio: e aveva quattro annni. E nella famiglia dalla quale proveniva mia nonna, su quindici fratelli ne arrivarono sei, all’età adulta; gli altri, morirono tutti in  cucina, o nella loro cameretta umida, nello stesso luogo in cui erano nati, assistiti, accompagnati, accuditi, da decine e decine di persone – non solo parenti, ma anche vicini di casa, preti, lontani conoscenti. Sullo stato di famiglia di mia nonna, che mi è capitato tra le mani qualche mese fa, ho letto che in due settimane morirono tre sorelline tra i cinque e i quindici anni: per difterite, mi ha detto mio padre. Il tavolo della cucina non faceva tempo a raffreddarsi, in quel periodo. E le persone che assistevano imparavano una cosa fondamentale, che noi abbiamo completamente dimenticato: imparavano come si muore.

Nelle incisioni medioevali dei trapassi, c’è sempre un uomo disteso a letto, circondato da un sacco di persone. Chi stava morendo, lo sapeva, e anzi, era lui stesso ad avvertire le persone che gli stavano accanto: sapeva che era arrivata la sua ora, e ne era pienamente consapevole, come quei gatti che ad un certo punto non vogliono più vedere nessuno, e dopo qualche giorno li troviamo stecchiti, nascosti dietro ad un armadio. La morte era qualcosa di famigliare, nel senso letterale del termine. Allora, il moribondo, che aveva pregato per tutta la vita di non essere colto da morte subitanea e improvvisa, sapeva di dover sistemare ciò che aveva lasciato in sospeso. Parlava con il prete per assicurarsi la salvezza dell’anima; scriveva il proprio testamento, se non l’aveva già fatto; chiamava le persone che aveva amato per un ultimo, straziante, saluto, faceva la Comunione, quindi appoggiava le mani sul petto e aspettava di morire. Nessuno negava l’evidenza dei fatti: né il moribondo, né le persone che lo assistevano. Se qualcuno – anche uno sconosciuto – passava in prossimità della casa, bussava, entrava, diceva una preghiera, stava un po’ accanto al letto, e se ne andava.

Poi, il corpo veniva seppellito in una fossa comune – era la norma. I cimiteri erano un ammasso di ossa, crani, e corpi in putrefazione; e nei cimiteri si faceva il mercato, si giocava a carte, e la notte le donne si prostituivano, in un luogo che era considato parte integrante dello spazio in cui si viveva. E’ per questo che nei quadri del primo medioevo è raro che la morte venga rappresentata: non ce n’era bisogno, perché la conoscevano tutti.

Le cose, poi, sono cambiate. La famiglia inizia a diventare il principale centro di affetti ed interessi delle persone; i bambini nascono in ospedale; e non muore più nessuno. La morte esce dalle nostre vite; ci diventa così poco famigliare, che non siamo più in grado di comprenderla. La fine di una persona ci colpisce come se fossimo convinti che gli uomini siano tutti eterni. E la persona che sta morendo non sa che fare – anzi, non sa nemmeno di stare per morire. Tutti – parenti, amici, lui stesso – si prodigano  in una gara di bugie, che hanno lo scopo di negare l’esistenza della morte; ad un certo punto, una malattia  che tutti danno per curabile costringe il malato ad affidarsi all’ospedale, dove improvvisamente perde tutta la sua dignità. Chi sta per morire, viene trattato alla stregua di un bambino, di un minorato, che non deve sapere, non deve capire, non deve decidere; perché se sapesse, allora tutti dovrebbero sapere, e quindi tutti dovrebbero comportarsi di conseguenza; ma nessuno sa più come si fa.

Storia della morte in Occidente” è molto di più di un libro di storia: diventa, pagina dopo pagina, una riflessione appassionata, sentita e al tempo stesso ragionata, sulla morte, sul rapporto con questa scomodissima compagna, e con chi sta morendo. La prospettiva storica consente di vedere noi stessi da lontani, e di comprendere che il nostro rapporto con la morte è l’espressione specifica di uno specifico periodo storico, di una specifica società. E partendo da questa consapevolezza, è possibile cercare nuove risposte al più antico dei problemi dell’uomo.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

8 commenti su “Storia della morte in Occidente – Philippe Ariès

  1. Nicola Pezzoli
    22/02/2010

    Segnalazione preziosa, argomento di VITALE rilevanza. Io arrivai a 36 anni pensando che la morte riguardasse novantenni consumati dalla vecchiaia e ricomposti col vestito della festa su letti di legno massiccio, le ossute mani congiunte sul petto o sul ventre, per l’estremo silenzioso saluto. (Mi riferisco all’esperienza diretta, non è che ignorassi che nel mondo morivano migliaia di bambini ogni giorno).
    Poi, i mesi di agonia di mia madre, il mio starle vicino 24 ore su 24 fino all’ultimo respiro.
    Da allora non temo né odio la morte. Ma temo e odio l’iniqua sofferenza, che può essere considerata “salvifica” solo da menti MOLTO contorte. Per questo muoio di vergogna ogni volta che leggo l’italiA all’ultimissimo posto nella classifica di consumo di antidolorifici derivati dall’Oppio. Per questo muoio di rabbia ogni volta che i Paladini del Dolore (ALTRUI) tipo Herr ratzingeR & company tuonano ingiurie contro l’Eutanasia, come fosse il più orrendo assassinio.
    (Scusami per l’uso delle maiuscole finali spregiative, sta diventando un vezzo che mi fa sentire molto intelligente, e magari un giorno scoprirò che non le ho neppure inventate io…)

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    • Paolo Zardi
      25/02/2010

      Qualche giorno fa ho sentito un aforisma di un francese – non ricordo l’autore, e ricordo poco l’aforisma – ma il senso era più o meno questo: “E’ incredibile la capacità che ha un essere umano di resistere al dolore. Degli altri.”
      L’eroina ha potere antidolorifico dieci volte superiore alla morfina: e, quindi, viene vietata. Ma il dolore non ha mai salvato nessuno – basta avere male ad un dente del giudizio, come è successo a me qualche giorno fa, per capirlo.
      Io non so se si può imparare a morire… di sicuro, manca ancora la capacità di gestire, e di comprendere, questo nuovo tipo di morte – quella china lungo la quale scivolano i malati terminali, e di cui tu parli. Per secoli le medicine hanno fatto poco; ora, in certi casi fanno troppo, e si continua a somministrarle anche quando servono solo per costringere qualcuno ad essere abbastanza vivo da poter subire un livello di dolore inimmaginabile. Spero che tra qualche anno rendano obbligatoria a tutti la visione de “Le invasioni barbariche”.

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  2. Peppermind
    24/02/2010

    Questo riifiuto dell’eutanasia in effetti è gravemente costituito dall’incapacità di accettare la morte, roba che è già presente in Freud, quindi da un bel po’ in giro.
    E non vederla, non viverla, come dici tu Paolo, e come immagino suggerisca il libro, è elemento fondamentale per riuscire a NON elaborarla.

    Io vidi mia nonna, sul eltto di morte.

    Ma effettivamente siamo già fuori da questa cultura.

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    • Paolo Zardi
      07/03/2010

      Ma in realtà non è sempre stato così. Così come anche il rapporto con la sessualità è si è evoluto (o involuto) nel corso dei secoli. Il primo argomento che tratta il libro riguarda proprio l’idea comune che in tutte le epoche il rapporto con aspetti fondamentali nella vita delle persone – cioè la famiglia, la nascita, la morte – sia rimasto pressochè invariato. La realtà, è che ci vorrebbe un Freud per ogni epoca!

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  3. api
    25/02/2010

    inizierò a leggere il libro stasera.
    hai la capacità di incuriosirmi al punto da farmi schiodare dal solito tran tran ed andare in libreria.
    e poi…è un argomento che mi coinvolge, in qualche modo.
    non cercherò d’imparare, leggendolo, il modo migliore per capire la morte, ma credo che la tua segnalazione, come dice Nicola più sù, sia preziosa.
    ti ringrazio, caro Paolo.

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  4. api
    06/03/2010

    pessima traduzione, se mi è permesso, ma il testo è importante 🙂

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    • Paolo Zardi
      07/03/2010

      Non ho considerato la qualità della traduzione, e me ne dispiaccio… dici che è davvero pessima? Il sospetto è che sia soprattutto “vecchiotta” – ma hai trovato degli errori evidenti?

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  5. api
    08/03/2010

    si. non prorpio nelle parole, ché non sono certo io ad accamparmi capacità che non ho…però ci sono dei passaggi incomprensibili. a volte bisogna tornare indietro solo per leggere col buon senso che ancora si possiede. e non con la solità curiosità di capere bene. tutto sommato, però, sono contenta di averlo. 🙂

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Questa voce è stata pubblicata il 19/02/2010 da in Letteratura, Recensioni, Satura Lanx, Storia con tag , , , .

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