Grafemi

Segni, parole, significato.

Nin Scolari

L’ho saputo per caso. Aspettavo che iniziasse la presentazione di un libro, e intanto scambiavo due parole con l’attrice che avrebbe letto un pezzo. Chiacchiere tra due padovani che, in quarant’anni, non si erano mai conosciuti. Per cui: ma tu dove andavi a scuola? Ma per caso conosci anche Leonardo? Leonardo Zoppei? Non mi dire! Lo vedo spesso, lavora in banca. Era un bravo attore, me lo ricordo. Ma dai! Giuro. Al Liceo la sua classe aveva messo in scena “La mandragola”. Con Nin Scolari. Nin Scolari? Povero Nin. Povero Nin? Sì, perché, non sai che è morto l’altr’anno?

Nin Scolari

Nin Scolari è morto. Non era giovane, no. Ma non aveva un’età per la quale ti aspetti una simile notizia: o comunque, che se lo vieni a sapere, ci rimani male. Non era passato tanto tempo, dall’ultima volta che l’avevo visto: binario 3 della Stazione di Padova, una mattina prima delle sette, il cielo era chiaro e quindi era già estate, e insieme, per caso, aspettavamo un treno per Milano. Quando l’avevo conosciuto la prima volta, nel 1986, aveva una criniera di capelli rossi ed enorme; l’ultima volta che l’ho visto, invece, alla Stazione di Padova, due o tre anni fa, la sua criniera era diventata completamente bianca, e un po’ appassita. Sembrava un leone albino.

Ho studiato al Liceo Classico Marchesi di Padova. Durante i primi due anni, l’orario settimanale era un girone dell’inferno: 18 ore tra italiano (riassunti), latino (versioni), greco (versioni), storia (greci e romani) e geografia (mezz’ora a quadrimestre), 4 ore di inglese (grammatica), 2 di matematica (espressioni e geometria, solo orale), 2 di ginnastica (pertica, clavette e corsa con i sacchi) e 1 di religione. Stop. L’arte, in qualsiasi forma la si volesse intendere, era bandita, vietata, esclusa. E forse, con il senno di poi, l’approccio non era sbagliato: inutile parlare di letteratura latina o greca se prima non si conoscono le basi. Ma gli ultimi tre anni erano, con poche, pochissime, eccezioni, la versione adulta della stessa tortura: le poesie di Catullo e Orazio, quelle di Saffo o di Pindaro, le tragedie di Sofocle o la visione di Tacito, veniva immerse in un contesto talmente grigio e noioso, e sterlie, da farci dimenticare che stavamo studiando delle opere d’arte. Unica eccezione, le ore di Italiano. La professoressa, una cattocomunista piena di entusiasmo, ci parlava come se fossimo degli adulti che vivevano per la letteratura: non era così, non allora, almeno, ma se non altro ci provava.

Niccolò Machiavelli

Con la classe prima della nostra, la stessa professoressa era riuscita a mettere in scena una commedia di Machiavelli, “La mandragola”, affidandosi alla regia di Nin Scolari – proprio lui, con la criniera ancora rossa e fiammeggiante. Per un anno, Nin, e i suoi due assistenti (credo che una fosse la moglie, l’altro il suo allievo più brillante), seguì quei ragazzi quasi quotidianamente, fino a tirarne fuori degli attori – degli attori veri, in carne ed ossa, capaci di stare sul palco per due ore, con la voce giusta, la postura, il tempo, la presenza scenica.

La “prima” fu emozionante: Leonardo, Francesco, Paolo, Marta, quei ragazzi che incrociavo ogni giorno davanti alla macchinetta dei Giambonetti, all’intervallo, o che ogni tanto vedevo alle feste, un po’ più maturi di me, con storie un pochino più serie delle nostre, ora erano sul palco, e mostravano un talento che nessuno avrebbe mai immaginato. Quella sera – ricordo ancora il suo tepore estivo – io avevo poco più di sedici anni; e anche se quei ragazzi sul palco avevano solo un anno più di me, era evidente, in modo quasi fragoroso, che possedevano, possedevano nel senso più completo del termine, una consapevolezza che andava oltre qualsiasi cosa potesse essere insegnata in una scuola: loro, avevano sperimentato sulla propria carne il significato di creare arte.

Durante le ore di lezione noi passavamo tutto il tempo a leggere libri, ad ascoltare professori, a sentire raccontata la grandezza della parola – il suo potere suggestivo, la sua importanza nella formazione della civiltà – ma era come se assistessimo ad un’autopsia: distesa su un lettino, muta e fredda, la letteratura veniva sezionata senza alcuna pietà; e l’unica cosa che ci veniva richiesta, che ci veniva richiesta con una certa ferocia, era di saper descrivere, il più fedelmente possibile, l’iride opaca di Omero, l’intestino crasso di Cicerone, la prostata infiammata di Petronio. Guarda, e ripeti. Guarda, e ripeti: guarda e ripeti. Ma i ragazzi della Mandragola no, loro non si erano limitati a guardare, e poi a ripetere: loro avevano visto, annusato, toccato la potenza incommensurabile dell’arte, quella magia che improvvisamente trasforma parole, suoni, luci, proporzioni, movimento, nella rappresentazione di un altro mondo – dell’infinito?

Eppure la scuola non apprezzò la Mandragola. Gli altri professori ritenevano che “fare teatro” non fosse un’attività adatta a studenti del Liceo Classico. Ma chi avrebbe dovuto cimentarsi in questo genere di imprese? Quelli di ragioneria? I periti industriali? Sofocle, Euripide, Plauto, Terenzio, Shakespeare.. i più grandi di tutti i tempi avevano scritto per il teatro. A vostro figlio, insegnereste a nuotare in salotto di casa vostra, mettendolo su un tavolo a a pancia in giù e dicendogli “muovi le braccia e le gambe”? Non so cosa avremmo dovuto imparare, al Classico; ma in che modo l’attività di mettere in scena un’opera di Machiavelli era in contrasto con i fini di quella scuola? L’anno dopo la professoressa ci riprovò con noi. Ricontattò Nin Scolari, che si disse disponibile. Iniziammo a programmare il corso. Per il primo incontro, ci fu chiesto di scegliere un pezzo da recitare davanti a tutti gli altri. Io scelsi una cosa terribilmente difficile – il monologo di Antonio davanti al corpo di Cesare. Mi pareva il pezzo di teatro più bello che fosse mai stato scritto: Bruto, è un uomo d’onore. Lo recitai in modo penoso, ma era la prima volta, e ci poteva stare.

Nin ci ascoltò, uno ad uno; e ogni pezzo era uno spunto per parlare di qualcosa: l’importanza del respiro, la postura, i segni. Venne anche una ragazza dell’anno prima, a provare con noi. Si chiamava Marta, Marta M. (la privacy è una cosa odiosa, quando cerca di privarci della gioia di ricordare un cognome a 23 anni di distanza), e di lei conservo qualche dettaglio piuttosto insignificante, come l’erre moscia, e un paio di clark che avrei dato non so cosa per potergliele sfilare almeno una volta… Era una comunista piena di passione – ora, credo che insegni matematica all’Università di Manchester, o un posto del genere – scrive cose su i link between the Teichmuller theory of hyperbolic Riemann surfaces and isomonodromic deformations of linear systems whose monodromy group is the Fuchsian group associated to… ecc ecc –, ma tutto questo, lo ammetto, non c’entra niente con Nin Scolari.

Acqua

Marta portò un monologo di Lady Macbeth che, sonnambula, si lava le mani dal sangue dei propri delitti. Si tolse le scarpe (dettaglio che ricordo solo in questo istante, mentre cerco di rivedere la scena!), si mise in ginocchio, accese una candela, e iniziò a recitare toccando con le dita sottili la fiamma tremolante, come se di fronte avesse una bacinella dalla quale pescava acqua fresca. Quando il monologo finì, e Nin Scolari iniziò a spiegare la bellezza di quella scelta così particolare – Marta giocava con il fuoco per parlare dell’acqua – per la prima volta nella mia vita capii cosa fosse, in concreto, l’arte. La potenza di quel contrasto non poteva essere spiegata, e neppure riprodotta, con le parole – non ci sto riuscendo neanche adesso, a distanza di tutti questi anni. Quei gesti, che non solo non accompagnavano il monologo, ma che addirittura gli si contrapponevano, erano il succo del teatro; improvvisamente capii perché tutte le recite fatte alle elementari, dove le maestre ci dicevano di rinforzare con i gesti ciò che si stava dicendo con la bocca, non avevano alcun valore artistico. E questa idea – che lo scopo di chi cerca di costruire un’opera d’arte sia quello di inventare un modo nuovo per dire una cosa che già esisteva – mi è rimasta dentro per sempre.

Professor Nerini

Ma quell’anno, il corso non si tenne. Ci fu un’altra lezione, dove iniziammo a provare il controllo del respiro, ma poi la scuola bloccò ogni tipo di finanziamento. Io, che ero rappresentante di istituto, durante una di quelle riunioni farsa, dove si faceva finta di ascoltare anche gli studenti, provai a convincere il Collegio dei Professori, che quella del teatro era una strada che valeva la pena provare; ma come accade da sempre in Italia, i conservatori si opposero, e i riformisti, quelli aperti alle novità, ostacolarono in ogni modo l’idea perché non era esattamente uguale alla loro. Firmai la condanna a morte di quell’esperimento quando, ad un professore di matematica che disse che il teatro non era una cosa che interessava alla scuola, io gli risposi che forse era a lui, che non interessava: ma che noi studenti, invece, avremmo fatto qualsiasi cosa, pur di poter imparare a mettere in scena un’opera teatrale. Lui mi guardò attraverso i suoi occhiali spessi un dito, e mi fece capire, con tutta la forza che un viso può esprimere, che non avrebbe mai dato la sua approvazione.

E ogni tanto vedevo Nin Scolari passare in bicicletta, per Padova, con la sua chioma che perdeva colore, anno dopo anno. Quando lo incrociavo, c’era, ogni volta, un piccolo tuffo al cuore – per l’occasione che avevo perduto, ma anche per la bellezza di quell’insegnamento, di quell’ora in cui capii più cose di quante ne avevo capite durante tutti quegli anni di latino e greco.

Nella mia vita, non ho mai fatto teatro, e non so neanche se ne sarei mai stato capace – ad occhio, direi di no. E come accade che per anni si continui a pensare a cosa si farà da grandi, e ad un certo punto ci si accorge di essere grandi da un pezzo, e che i nostri sogni rimarranno tali per sempre, così la scomparsa di Nin Scolari è una porta che si chiude, in silenzio, ma senza rimedio –  una piccola, inconsolabile sconfitta per quelle speranze che ti fanno sentire ancora vivo. Perché vecchi, lo si diventa un giorno alla volta…

Nin Scolari

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

14 commenti su “Nin Scolari

  1. api
    08/03/2010

    tempi, nomi, situazioni diverse, ma tutte hanno un filo comune.
    il tuo liceo, quello di mia figlia. il tuo teatro sospeso, anche il suo, quello che cercava, non brava, di seguire ed agire…
    non c’era un Nin Scolari da queste parti, purtroppo solo la negazione di quella chioma densa che, qualcuno, in questo luogo, non portava, ma ‘aveva’.

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  2. Il gentilissimo Renato
    08/03/2010

    Sento nominare per la prima volta questo Nin Scolari.

    Ho avuto la fortuna di recitare, qualche volta, a livelli meno che amatoriali, testi molto leggeri non lontanamente paragonabili ai classici che hai citato. Ma questo mi è bastato per farmi toccare, capire e ahimè rimpiangere l’enorme potenza del fare teatro.

    Ma la cosa che mi ha colpito di più, Paolo, è il tuo racconto di una classe di liceali che si batteva per ottenere la qualità dell’insegnamento: adesso tale qualità è sempre inferiore, ma ai ragazzi NON INTERESSA MINIMAMENTE.

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    • Paolo Zardi
      02/04/2010

      Ricordo le vostre recite in parrocchia. Col senno di poi, mi stupisco sia per il livelllo dei testi scelti – sbaglio, o una volta c’era anche una commedia francesce – sia per la serietà con la quale erano preparate… Le aspettavamo, noi bambini, con molta impazienza – c’era il piacere di vedere i nostri “maestri” che ci facevano ridere, là sopra, sul palco…

      Buona Pasqua, caro Renato, a te e alla tua famiglia! e per Verona, certo, facciamo in aprile, con Vitaliano!

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  3. andrea
    09/03/2010

    grazie mille, questo “spamming” è molto gradito!
    un abbraccio
    Andrea

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  4. Ivano (Kalù)
    01/04/2010

    Chapeau!

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  5. firdis
    01/04/2010

    Paolo, mi ha commosso tanto questo pezzo.

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    • Paolo Zardi
      02/04/2010

      Parla delle nostre vite, no? Di quello che abbiamo sognato, e di quello che abbiamo perduto. Sono ancora indeciso per Jurij – se la scuola che mi direbbe il cuore, o quella che mi dice la testa…

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  6. piccolo
    01/04/2010

    Grazie per questi ricordi condivisi…

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    • Paolo Zardi
      02/04/2010

      Sai cosa mi fa piacere? Nella piattaforma WordPress c’è la possibilità di sapere con quali ricerche gli utenti arrivano a questo blog… be’, ogni giorno ci sono circa venti persone che cercano “Nin Scolari”. Lo trovo bellissimo – e mi piacerebbe credere in un’altra vita solo per sapere che Nin sta vedendo che qui non ci siamo dimenticati di lui.

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  7. luciana
    17/04/2010

    Paolo, non so se ti conosco… o forse sì, ma voglio ringraziarti per tutto quello che senti per Nin, e che condividi con le persone che lo hanno amato e stimato, e, lo so, sono molte.
    Mi arivano sempre riconoscimenti per la sua persona e per la sua arte. Non dovrei dirlo io che sono stata per più di quarant’anni la sua compagna di vita e di teatro, ma Nin era un uomo speciale.
    Sto curando la stesura del suo libro che parla proprio di Teatro d’Arte e di come gli attori debbano essere artisti e non mestieranti, sarà pubblicato in autunno e faremo un convegno a lui dedicato.
    Un vecchio adagio dice: ” I migliori se ne vanno presto”
    Nin se ne è andato troppo presto…..aveva ancora molte cose da fare e poteva ancora donare….

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  8. iole chiagano
    30/03/2011

    anch’io ho saputo della sua morte e me ne sono addolorata…era un artista straordinario e temevo che il suo lavoro andasse perduto,invece quest’estate ho avuto la soerpresa di assistere nei templi di paestum che lui tanto amava,ad un lavoro portato avanti da sua moglie e gli allievi di teatro continuo insieme ad un gruppo si salerno…mi piavcerebbe saperne di più…chi mi può aiutare?

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    • Paolo Zardi
      04/04/2011

      Ciao Iole, provo a vedere se riesco a metterti in contatto con le persone che gli sono state più vicine.

      Ciao,
      Paolo

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  9. luciana
    15/06/2011

    Ciao Iole, sono luciana ed ho visto ora il tuo messaggio.
    Se vuoi sapere di più sul Nin, ho appena pubblicato il suo libro “Lessico teatrale” edizioni Esedra Padova. Lo ho presentato ad un convegno il 7 maggio scorso ed è stata una bellissima giornata con molte persone che hanno lavorato con lui. E’ venuto anche Alfonso Andria che ha ricordato tutto il rapporto di lavoro col sud, Paestum e Velia….
    Noi continuiamo, ed io voglio continuare a diffondere i suoi scritti, ho inoltre creato un’associazione il CENTRO TEATRO D’ARTE NIN SCOLARI perchè voglio che la sua figura teatrale non sia dimenticata.
    Puoi avere informazioni su di noi in http://www.teatrocontinuo.it e in Fb.
    Anche quest’anno saremo a Velia e nei paesi della Campania, non so se mi ricordo chi sei, ma spero di incontrarti
    Luciana Roma

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  10. Silvia Sc
    11/04/2014

    Paolo grazie , c’ero anche io a quella prima lezione! Ricordo la fiamma della candela e penso che i nostri professori ci rubarono una grande occasione di crescita. Di nuovo grazie per avermi fatto rivivere quel momento prezioso. W Nin…non so ancora se dire Abbasso il Marchesi….ma era tutto esattamente come l’hai descritto!

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Questa voce è stata pubblicata il 07/03/2010 da in Arte, Ricordi, Teatro con tag , , , , .

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