Grafemi

Segni, parole, significato.

Effetto e causa

Un uomo passeggia sotto una leggera pioggia, alle sei e un quarto del pomeriggio, trascinando alcuni sacchi – è appena uscito dal lavoro che, dice, gli dà soddisfazione e lo riempie di orgoglio. A casa sua, proprio in quel momento, il primogenito di sei anni e tre mesi, che frequenta la prima classe elementare da poco più di quattro settimane, sta scrivendo, sul proprio quaderno a righe larghe, la parola M E R D A, sia per verificare il potere evocativo della scrittura sia per osservare la corrispondenza tra l’oggetto e il simbolo sulla pagina, con una curiosità morbosa che gli insegnanti, i genitori e i pedagoghi rispettivamente ignorano, negano e nascondono. La leggera pioggia di ottobre bagna appena la schiena dell’uomo, che non fa nulla per evitare le gocce, perché – dice – gli fanno venire in mente, per qualche associazione mentale della quale non ha alcuna consapevolezza, la propria infanzia. Il secondogenito, invece, quattro anni, capelli come fili neri, sbarra i propri occhi verso la luminescenza dei fosfori della televisione, la quale luminescenza sta attualmente riproducendo le immagini di un matrimonio tra un uomo ed una donna piuttosto sorridenti. L’uomo, intanto, proprio per questa sua ricerca della corrispondenza tra “pioggia leggera di ottobre” e “infanzia felice”, evita di aprire l’ombrello – che comunque tiene a portata di mano, nel caso (remoto, dice) in cui dovesse iniziare un acquazzone. A sovraintendere queste attività casalinghe – scrivere e guardare la televisione – dei due bambini, c’è la madre degli stessi, cioè la moglie dell’uomo che cammina sotto la pioggia, con addosso (lei) un vestitino piuttosto sottile per la stagione, e ai piedi un paio di ciabatte dalla punta consumata, e gli stessi capelli neri e sottili del secondogenito. Mentre l’uomo si sta avvicinando a casa sbattendo i piedi sulle pozzanghere, lei si sta organizzando per preparare una cena, che si augura essere “decente” e, in seconda battuta, “calda”. In ogni caso, non “originale” né, tanto meno, “spiritosa”.

Alle sei di mattina sconosciuti bussano alla porta della casa dell’uomo. L’uomo si alza in piedi senza mettersi una vestaglia addosso (dorme con un pigiamino azzurrino molto ordinato) e apre a tre carabinieri che gli comunicano (1) che si trova in stato di arresto, (2) che deve preparare una valigia con un po’ di ricambi, (3) che uno dei tre carabinieri starà con lui anche in bagno per evitare che decida (l’uomo, specifica) di (3 bis) fuggire o (3 ter) tagliarsi la gola o (3 ter bis) le vene con una lametta da barba vecchio stile. Lui rimane fermo quasi inebetito, nel pallore triste della luce dell’ingresso di casa, sotto lo sguardo muto di una foto in cui la moglie e i bambini sono abbracciati attorno ad un tavolo con una torta di compleanno in vista (cinque candeline). Chiede, con voce tremula, se per caso non abbiano sbagliato persona, perché lui, dice, non crede di aver commesso alcuna leggerezza tale da giustificare una simile irruzione a casa sua, mentre i bambini ancora dormono. I tre carabinieri gli dicono (1) che non sono loro che decidono chi e quando, e (2) che eseguono solo degli ordini. Quindi lo prendono bruscamente per un braccio e lo invitano a (1) lavarsi – nel bagno con il carabiniere – a (2) fare la valigia e a (3) vestirsi. L’uomo nota che i carabinieri hanno le scarpe bagnate: forse, fuori piove ancora.

La condanna viene ottenuta in tempi rapidi – uxoricidio volontario premeditato, con l’aggravante dell’inutile crudeltà. L’uomo è rimasto per tutto il processo a bocca aperta, incapace di comprendere il motivo per il quale gli è rivolta un’accusa completamente infondata. La moglie è sparita – lui stesso ha sporto la denuncia – ma, ripete con flebile insistenza, “non l’ho uccisa”. Il pubblico ministero, che è un uomo piuttosto grosso, la carnagione olivastra, i capelli corvini, mani gonfie e pelose, ha sostenuto che l’uomo ha massacrato la moglie (dell’uomo), l’ha (probabilmente) fatta a pezzi, e (presumibilmente) inscatolata e gettata nell’immondizia. Il sostantivo che usa più frequentemente, per descrivere l’inclinazione dell’accusato, è “crudeltà”. L’uomo non riesce a trovare la forza e la concentrazione per sostenere l’alibi che lo potrebbe scagionare: si limita a sostenere con un filo di voce di essere assolutamente innocente, ma non trova una maggiore determinazione, proprio a causa dell’ingiustizia – clamorosa, dice lui – che egli sta subendo. Viene quindi condannato a venti anni di reclusione.

I primi anni di carcere sono strazianti. L’uomo permane, anche dopo la condanna, in uno stato di paralisi emotiva, che ne condiziona il dialogo. Ripete che (1) lui è completamente innocente, che (2) il pubblico ministero l’ha rovinato, che (3) lui vorrebbe tornare subito al suo lavoro e ai suoi figli abbandonati. Dice di rimpiangere molto la possibilità che aveva, quando era un uomo libero, di poter camminare sotto la pioggia. Aggiunge di non riuscire a sopportare (1) l’idea che sua moglie sia morta, (2) il pensiero del momento in cui la moglie è stata uccisa, (3) la certezza che chi l’ha ammazzata sia fuori da quella prigione, libero.

Il penitenziario in cui si trova è uno degli ultimi carceri panoptici ancora in funzione. La struttura delle celle è simile ad un alveare: esse, le celle, sono disposte su più piani, lungo un quarto di cerchio, chiuse da porte a sbarre attraverso le quali la guardia, posta al centro di codesto quarto di cerchio, può osservare ogni singolo detenuto (mentre nessun detenuto può osservare gli altri carcerati). La vita dell’uomo, dunque, che lui, l’uomo, ha presto iniziato a considerare “inutile”, “terribile”, “allucinante”, è controllata a vista da secondini che si alternano nel centro del quarto di cerchio di cui sopra, uno ogni sei ore. Alcuni di questi raccontano di vedere l’uomo perennemente seduto sul letto (quindi di profilo, rispetto al loro punto di osservazione), con lo sguardo rivolto verso il muro che gli sta davanti, le mani appoggiate ai femori, la schiena di anno in anno più curva, i capelli di anno in anno più radi, e più bianchi. Riferiscono anche che questa visione, dell’uomo che trova solo la forza di professarsi innocente, li rende “tristi”, “abbattuti”, “sconfortati”. Lui, l’uomo, nonostante abbia la possibilità di osservare la vita di queste guardie, poste costantemente sotto lo sguardo di centinaia di detenuti, non rivolge alcuna occhiata, neppure furtiva, verso il centro del quarto di cerchio dell’ultimo dei carceri panoptici ancora in funzione, come a voler nascondere qualcosa.

I colloqui con i figli fanno dire all’uomo che “se la mia vita è la storia che sta inventando qualcuno, quel qualcuno si sta divertendo a portare il mio dolore oltre la soglia del sopportabile”. I figli, infatti, disconoscono presto l’autorità del padre, che invece avevano imparato ad apprezzare sinceramente durante i rispettivamente sei e quattro anni di vita assieme, e si rifiutano di prestare ascolto anche a quei pochi consigli che loro padre, l’uomo rinchiuso nel carcere con l’accusa di aver ucciso la propria moglie e la loro madre, porge con voce malferma. Gli fanno capire di aver iniziato a ritenerlo colpevole. L’uomo, sostiene che il pubblico ministero, con la sua accusa infondata abbia disintegrato i legami che tenevano insieme la famiglia, e azzerato la credibilità di educatore che poteva avere; aggiunge, in un momento di ira disperata, che se avesse il pubblico ministero davanti lo ucciderebbe.

L’uomo pensa spesso al suicidio, e noi, che leggiamo smarriti la storia della sua vita, riteniamo che esistano tutti i presupposti perché l’uomo desideri la propria morte, e che la veda come l’unica possibilità di salvezza. Tuttavia iniziamo anche a chiederci se veramente lui sia innocente, come sostiene. Che fine ha fatto la moglie? In che rapporti erano i due coniugi prima che lei venisse uccisa? C’entra qualcosa, la passeggiata sotto la pioggia? Cosa contenevano i sacchi che trascinava? D’altra parte, le ipotesi che sono state fatte circa le modalità dell’assassinio, evidenziano “crudeltà”, “lucidità” e “premeditazione”: facciamo fatica a credere che un uomo così retto e così semplice, così sensibile alle esigenze della propria famiglia e così attento a svolgere bene il proprio lavoro, possa davvero nascondere l’inclinazione necessaria per compiere simili atti. A meno che non si tratti di una lunghissima recita con la quale l’uomo sta cercando di ingannare sia se stesso sia noi.

L’uomo osserva il cielo grigio fuori dalla finestra della propria cella e sebbene noti, almeno ad un livello inconscio, la particolare somiglianza che questo ha con quello che aveva intravisto uscendo, per l’ultima volta da casa sua, non prova alcuna particolare emozione. L’uomo sa che tra poche ore sarà di nuovo libero, dopo venti anni di prigione e che la sua vita tornerà ad essere normale, ma (1) non ha più una moglie, (2) i suoi figli non lo considerano il loro padre, (3) non ha più un lavoro e (4) ha una reputazione pessima. Per questi motivi, si domanda quale senso possa avere la sua liberazione, che trova tanto insensata quanto la detenzione ingiusta (insiste su questo particolare, nonostante i dubbi che ora non nascondiamo di nutrire sulla sua innocenza) al quale è stato sottoposto. Ritiene, quindi, che il poter uscire dall’alveare nel quale è stato rinchiuso negli ultimi 7150 giorni (non sappiamo chi ci sta fornendo questo numero (l’uomo o qualcun’altro?), e, anzi, ci accorgiamo che ignoriamo perfino chi sta raccontando questa storia: l’uomo stesso? Il pubblico ministero? La moglie morta? Il figlio più grande? Chi può avere accesso a tante informazioni non solo su aspetti prettamente tecnici (la formulazione dell’accusa, la struttura del carcere, le visite dei figli) ma anche su pensieri e riflessioni di alcune delle persone coinvolte?), che il dover uscire, diceva l’uomo, rappresenti in realtà la seconda parte della punizione che gli è stata inflitta. Perciò non accoglie con “gioia” o “soddisfazione” il momento preciso nel quale varca la porta del carcere, ma con “terrore”, “rassegnazione piena di disperazione”, “desiderio di morire”. Una volta uscito, vaga per settimane sotto la pioggia di ottobre e poi di novembre, ricordando quando aveva due bambini piccoli che lo aspettavano a casa, un lavoro con il quale poteva dimostrare il proprio valore, una moglie che aveva a cuore la sua (di lui) felicità. Un giorno trova il coraggio per contare chi è stato dalla sua parte e chi, invece, lo ha abbandonato, e scopre che nessuno crede più a lui. Ritiene che questo conteggio a suo sfavore derivi, in gran parte, dal modo con il quale è stata raccontata la sua storia: per certe ambiguità che, sostiene, sono state inserite “volutamente” durante la narrazione, con l’unico obiettivo di far perdere la fiducia nella sua innocenza.

Quest’uomo, verso i primi giorni di dicembre, mentre cammina – ancora – sotto una pioggia fredda ed insistente, con le mani in tasca e le spalle curve (per l’età, il freddo, la stanchezza, il dolore), nota, per caso, le luci intermittenti di alcune giostre che illuminano di rosso e giallo il buio della sera – il riflesso sulle pozzanghere, pensa l’uomo, ha una bellezza che lo riporta all’infanzia (producendo effetti devastanti sul suo tentativo di trovare un equilibrio interiore); ripensa, senza riuscire a smettere di farlo, a quando il padre, il suo, tanti anni prima, lo portava sui cavalli di legno che giravano in un rassicurante cerchio. Si avvicina alle giostre. Vorrebbe dello zucchero filato. Vede bambini con sacchettini di nylon trasparente pieni d’acqua con un pesce rosso che galleggia, bambini seduti sulle spalle dei nonni che guardano più lontano, bambini che ridono. L’uomo dice, tra sé e sé, “cosa ci faccio io qui”, dove l’avverbio di luogo “qui” – noi pensiamo – significa “qui al mondo” piuttosto che “qui tra le giostre”. Il dolore è la gioia vista dietro un vetro.

La spalla sbatte contro un’altra spalla. “Scusi” borbotta l’uomo. “No, scusi lei” risponde gentile la donna che appoggia la mano sulla sua schiena ossuta. E si incrociano gli sguardi. Una scintilla nel buio luccicante di rosso e giallo. Il calore improvviso di un gesto gentile – il primo dopo venti anni di prigione panoptica, dove la sua disperazione, vista di profilo, non ha mai conosciuto alcuna interruzione. Qualcosa che si scioglie, dentro al monolite ghiacciato che è il cuore dell’uomo. Poi guarda meglio. Anche la donna guarda meglio.

L’epinefrina è l’ormone della fuga: (1) dilatazione delle pupille, (2) aumento del battito cardiaco, (3) il sangue abbandona il cervello e raggiunge i muscoli delle gambe e delle braccia.

Il dolore è l’ormone della rabbia.

La donna fa per allontanarsi, l’uomo l’afferra per la spalla e la gira verso di sé; osserva il viso con attenzione. La donna ha, in effetti, le pupille dilatate, perché ha intuito, in sequenza, che (1) quello è il marito che ha abbandonato ventidue anni prima, senza dare nessuna spiegazione, stanca della vita piena di terrore che conducevano insieme, convinta che solo in quel modo si sarebbe liberata delle violenze che quotidianamente era costretta a subire , che (2) quello è un uomo che ha appena finito di scontare una pena di vent’anni (lei non sa del carcere panoptico ma può immaginare – perché l’ha già fatto – cosa può significare sia l’essere rinchiusi in una prigione sia l’essere rinchiusi in una prigione per un delitto che non si ha commesso (che non si ha ancora commesso)) e che infine (3) la pena che l’uomo ha appena di finito di scontare è “uxoricidio premeditato con l’aggravante della crudeltà”.

L’uomo afferra un mattone che trova per terra, in mezzo al fango (chi l’ha messo lì?) e lo sbatte sul viso della donna, cancellandone sia i lineamenti gentili sia la vita. Non oppone alcuna resistenza alle forze dell’ordine che lo portano via. Dopo 12 ore viene rilasciato. L’uomo, infatti, ha già scontato la pena per l’omicidio che ha appena commesso.

In fondo, abbiamo sempre saputo che prima o poi sarebbe stato colpevole.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

14 commenti su “Effetto e causa

  1. Giacomo
    26/03/2010

    Davvero interessante. Sono rimasto solo perplesso di fronte alla rivelazione (forse troppo inaspettata e non so quanto coerente con i fatti raccontati all’inizio) delle violenze subite dalla moglie.

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    • Paolo Zardi
      28/03/2010

      Caro Giacomo, avevo scritto questo racconto un po’ di tempo fa, avevo provato ad inserirlo in una raccolta, ma senza grande convinzione – e infatti alla fine è stato escluso. Quando l’ho riletto, qualche giorno fa, sono rimasto anch’io “sorpreso” dal dettaglio sulla violenza sulla moglie… Ma credo che il mio intento di allora fosse proprio quello di presentare una storia falsata in partenza, perché raccontata da qualcuno che non si riesce bene ad identificare. La storia è, in altre parole, una bugia che qualcuno sta raccontando per coprire qualcosa; forse, anche il dettaglio della violenza è una bugia introdotta dalla donna…
      Nel complesso, comunque, trovo che questo mio racconto nutra un’ambizione che non ha trovato compimento – a tratti è meccanico, forse anche didascalico. E’ un esperimento, ecco: interessante per quello.

      A presto!

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  2. Nicola Pezzoli
    26/03/2010

    In effetti, per assurdo, la cosa più spiazzante di un racconto che è TUTTO spiazzante, è questa rivelazione della “vita piena di terrore che conducevano insieme”. Così, sui due piedi, non saprei se considerarlo una debolezza del racconto o il suo vero colpo di genio. Conoscendo l’autore, propendo però leggermente per la seconda ipotesi… 😀

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    • Paolo Zardi
      28/03/2010

      Troppo buono, Nicola! In realtà, credo che il racconto non sia riuscito in pieno – n po’ meccanico, didascalico, troppo esplicito nel suo voler presentare il dubbio su chi sta raccontando la storia. E’ rimasto fuori dalla raccolta che uscirà a maggio – in effetti, è un esperimento che ho fatto qualche anno fa, quando avevo iniziato a scrivere: e mi ha fatto piacere riproporlo qui.

      A presto!

      Mi piace

  3. api
    26/03/2010

    ti ho seguito passo per passo.
    come donna intuivo, forse non volevo credere.
    è quasi perfetto, ciò che dici e racconti,
    t’invito a fare un saltino da me. devo salutare tutti, e tu ne fai parte.
    come femminino occultato ti lascio questa. per concludere il tuo racconto. ed è inedita.

    Stupro

    cristallizzata
    come
    goccia d’ambra
    rinchiudo insetto,
    paradosso temporale.
    attorciglio
    foglie di salice
    suo polline
    scivola addosso
    su abito strappato
    di cotonina estiva.
    dove,
    protetta dall’umano?
    gocce di salice
    gocce d’ambra
    stagno fetido
    di sperma
    che N O N APPARTIENE
    a corpo violato.
    chi ascolta?
    U R L O!!!

    Mi piace

    • Paolo Zardi
      28/03/2010

      Da pelle d’oca…

      grazie per questo tuo regalo…

      ps ho sempre meno tempo – il lavoro mi sta massacrando – ma sono passato con molto piacere per il tuo blog – ora ci ritorno per lasciarti qualcosa…

      un abbraccio e grazie, come sempre, per la tua presenza!
      Paolo

      ps2 hai un bel libro da consigliarmi?

      Mi piace

  4. vitaliano
    26/03/2010

    Quando leggo di queste tue cose non posso non chiedermi, ma, il Paolo, quando lo trova il tempo di far l’ingegnere?! 🙂

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    • Paolo Zardi
      28/03/2010

      eh eh… e infatti questo racconto l’ho scritto due anni e mezzo fa – ora, non trovo neanche il tempo di grattarmi il naso! 😉

      Mi piace

  5. Nicola Pezzoli
    29/03/2010

    “La raccolta che uscirà a maggio”? Guarda che PRETENDO di esserne informato. Dal momento in cui sarà disponibile, avrai circa sette secondi di tempo per farmelo sapere…

    Mi piace

    • Paolo Zardi
      02/04/2010

      Eccomi! E’ una raccolta di racconti, che “esordirà” al Salone del Libro a Torino. Siamo ormai alle fasi finali – copertina, ecc. Piccola casa editrice, ma “vera”: il tuo libro “Tutta colpa di Tondelli” è una piccola bussola indispensabile per orientarsi.
      Se sei a Torino, mi piacerebbe davvero tanto prendere almeno un caffè insieme! Se non passi, invece, troverò di sicuro il modo di passare dalle parti di Varese.

      Se non ci sentiamo prima – io stacco il pc questa sera, lo riaccendo martedì – buona Pasqua!

      Mi piace

  6. api
    30/03/2010

    raccolta? fai sapere qualcosa anche da questa parte di mare, io caro! va bene?
    che suggerirti, da leggere?
    ho ripreso Calvino, leggo poesia slava e araba ma mi diletto pure col Dylan Dog di mio figlio…dipende 🙄

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    • Paolo Zardi
      02/04/2010

      Poesia slava? Mi interessa! Mi basta un titolo, poi cerco in giro..
      Per la raccolta, ti farò sapere.. intanto, però, mi permetterò di segnalarti le presentazioni che Gianni Tetti, autore sardo, sta facendo in giro per la Sardegna – se dovesse capitare dalle tue parti, penso che potrebbe essere interessante…

      Intanto buona Pasqua, cara Api!!

      Mi piace

  7. Peppermind
    07/04/2010

    Be’, comunque funziona, nonostante le osservazioni che tu stesso fai.
    Se facessi raccontare la storia da lui stesso, forse sarebbe più semplice nascondere le violenze come “gesti usuali”. Chi le compie le vede così, no?

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  8. Davide Grillo
    19/06/2015

    Commento con giusto quei 5 anni di ritardo, ma visto che l’hai lincato oggi sulla tua pagina FB 😉
    Quello che più mi è piaciuto e più mi ha spiazzato del racconto, è che forse ne è lìaspetto più originale, è lo stile. Mi ha ricordato quei giochi di logica in cui in modo un po’ mascherato ti vengono dati tutti gli indizzi necessari per svelare il mistero, tanto che mi sarei aspettato un quesito nel finale.
    Molto bella l’immagine dell’uomo che cammina curvo sotto la piogga.

    a presto

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 25/03/2010 da in Racconti, Scrittura con tag , .

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In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

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