Software mentale

Capita di leggere qualcosa, pensarci su per un po’, dimenticare, poi ritrovare, in chissà quale angolo della testa, il ricordo di quello che si è letto. In quale libro ho trovato quell’osservazione sui vedovi che continuano a parlare, per mesi, per anni, con il loro consorte defunto? I contorni sono vaghi: non era  un romanzo, non era un giornale, e io ero sul divano in salotto, e fuori c’era freddo, e i bambini stavano guardando un cartone animato, e i caratteri della pagina che leggevo erano stampati in un modo che non mi piaceva… ma non importa la fonte: ripenso a quello che diceva quel libro. I vedovi continuano a parlare per mesi, per anni, con il loro consorte defunto.

Nel campo delle scienze cognitive (quelle, per intendersi, che si occupano di studiare la cognizione di un sistema pensante, da tutti i punti di vista) si discute da una cinquantina d’anni se la mente e il cervello possano essere equiparati al software e all’hardware di un computer; da tempo, si è riconosciuto, in modo quasi unanime (un’unanimità da filosofi: quindi piena di distinguo), che questa metafora è sbagliata, o quanto meno assai riduttiva. Tuttavia, se ci spostiamo dal campo della filosofia a quello un po’ più basso del sentire comune, questa immagine del “pensiero uguale software” contiene un’idea in qualche modo feconda. Il pensiero è un programma. Il pensiero è un programma che è in esecuzione su un determinato supporto. Il pensiero è un programma che può essere comunicato, spostato, replicato su un altro supporto: il browser che stai usando adesso (spero sia Firefox: se è Internet Explorer, ti invito caldamente ad andare su http://www.getfirefox.com a scaricareti un browser più bello e più sicuro), che stai adoperando per leggere queste parole (che io sto scrivendo con un browser simile al tuo) è lo stesso che usano milioni di persone. E’ sufficiente prendere un pacchetto di installazione, farci un doppio click sopra, ed ecco che inizia la copia di quelle istruzioni che ti consentiranno di navigare in Internet. Il punto è che il tuo computer  fa, più o meno, le stesse cose che fa il mio – indipendemente dall’hardware che abbiamo. Ma se un computer avesse la capacità di definire cosa è se stesso, la propria identità, il proprio essere, a cosa farebbe riferimento: ai propri transistor, al video, al lettore di CD, o ai programmi e ai file che contiene? Tutti abbiamo sperimentato la distanza tra noi e un PC appena comprato: è poco più di una macchina da scrivere. Poi, modifichiamo lo sfondo del desktop, ci installiamo Winamp, Irfanview, configuriamo la posta, aggiungiamo i preferiti al nostro browser (insisto: meglio se è Firefox – sapevi che scaricando l’add-on “Personas” puoi personalizzare la grafica della barra con i comandi?), fino a sentirlo nostro. E quando il disco rigido si rompe (da quanto non fai un bel backup?), ecco che cerchiamo qualcuno che possa recuperare i nostri dati – le mail, le foto del matrimonio, del primo compleanno dei bimbi – e se ci riusciamo, se troviamo il modo di scaricare tutto quello che c’era nel vecchio PC – programmi, ricordi – e lo ricopiamo su un nuovo PC, ci pare che non sia cambiato nulla – se non, forse, la velocità con il quale si apre il browser.

Ho iniziato ad andare a scuola a sei anni, ho finito quasi vent’anni dopo. Ogni giorno – esclusi i mesi estivi – c’era qualcuno che mi insegnava qualcosa. Che mi passava un’informazione, che mi chiedeva di memorizzarla, che verificava che l’informazione fosse stata compresa, ed appresa. Dillo con parole tue. Interiorizzalo. E’ un processo molto delicato, quello con il quale si definisce il contenuto del nostro cervello. L’albero a cui tendevi la pargoletta mano… Sempre caro mi fu quest’ermo colle… 3 x 3? Io amavo, tu amavi, egli amava… Rosa rosae rosae… I nostri ricordi. Nostri nel senso che sono condivisi: abbiamo imparato le stesse poesie, la stessa matematica, la stessa geografia. Se andiamo in Mongolia, e ci mettiamo a chiacchierare con un uomo della nostra età, la prima cosa che notiamo è che risulta piuttosto difficile comunicare se non si condivide il significato delle parole che si pronunciano; ma anche se ci fosse un interprete in mezzo, troveremmo talmente poche cose in comune, da non riuscire a portare avanti una conversazione per più di cinque minuti: è il problema che sperimentano quelle coppie nelle quali i partner hanno un’importante differenza d’età, che, sull’onda di una passione travolgente – e spesso comprensibile – si trovano a vivere insieme: scoprendo, poi, con amarezza sempre crescente, che non avevano visto gli stessi cartoni animati, che non avevano letto gli stessi libri, che gli eroi della loro infanzia non avevano in comune i nomi, i valori, le aspirazioni, il modo di vestire. Uno dice che Remì era uno sfigato, l’altro che Pokemon non sa cosa sia. Non finiscono sempre bene, queste storie.

E i vedovi continuano a parlare con il loro consorte defunto per mesi, per anni: questo c’era scritto in un libro che non ricordo. Il libro diceva anche che non si tratta di follia, ma di un vero e proprio colloquio. Il pensiero è software, giusto? Il software si può copiare, comunicare, spostare. E se noi, a distanza di anni, quando facciamo una somma ci ritroviamo ad applicare le regole che la nostra maestra ci aveva insegnato – 9 + 5 scrivo 4 con il riporto di 1 – come se lei fosse ancora davanti a noi (e invece è dentro: il suo pensiero gira ancora dentro alla nostra testa), è naturale, logico, quasi necessario credere che i dialoghi, le discussioni, i discorsi portati avanti per decine di anni con una persona che si ha amato, con la quale si sono condivise le mattine grige dell’inverno, il freddo del letto appena ci si infila sotto le coperte, una miriade di tramonti, è naturale credere che una parte del pensiero di quella persona sia entrata dentro all’altra. Sia entrata come un essere altro, con una sua esistenza definita – esattamente come un programma installato dentro al nostro computer non è il nostro computer: lui, il nostro computer, si limita a mandarlo in esecuzione con il proprio sistema operativo.

E quindi, ecco che nel buio della morte, si scorge un piccolo chiarore. Esiste qualcosa che va oltre il momento in cui un essere umano chiude gli occhi, e smette di respirare. Il pensiero può essere trasmesso. Può entrare fisicamente nel corpo di qualcuno – i pensieri non esistono nonostante la materia: sono materia essi stessi, così come i programmi sono sequenze magnetiche. Io penso con il mio cervello la parola MAMMA – cosa sarà successo, dentro alla mia testa? quale sequenza di scariche elettriche è necessaria per comporre queste lettere? – scrivo la parola MAMMA su questo schermo (tasti pigiati, pixel neri), tu la leggi (retine, corteccia, amigdala, ecc), e la parola, il pensiero, la sequenza elettrica ha fatto un bel salto: da questa mia testa, a Padova, fino alla tua, chissà dove. Ora la parola MAMMA è dentro la tua testa. MAMMA BELLA. Ora le parole sono due. Aumentiamo. MAMMA BELLA STA DORMENDO: ecco tua madre distesa sul letto. E’ software o hardware? E’ software che va in esecuzione su hardware diversi. Il mio cervello è diverso dal tuo – non solo nella struttura, ma anche sulla sua ubicazione – uno qua, l’altro là. Eppure entrambi stiamo pensando ad una madre distesa sul letto. Nello stesso momento? No. Io ora; tu, quando lo leggerai. Questa piccola aureola luminosa intorno al tempo, che si confonde con lo spazio. Credo sia questa, la vita dopo la morte di cui si è sempre parlato: un pensiero che continua a girare ancora per un po’, nella testa di qualcuno, dopo che il nostro PC si è spento.

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3 risposte a "Software mentale"

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  1. c’era quel cartone animato che mi affascinava da piccolo…

    una capitano di un ‘astronave che col suo equipaggio (se non sbagio) vagava nello spazio in cerca di un pianeta come la terra…vivibile in quanto la terra non lo era più da un pezzo.

    il carismatico capitano aveva un’amico fedele decisivo nei momenti cruciali -un umano- che gli era stato o si era fatto come dire, digitalizzatre il cervello nel computer dell’astronave di cui conosceva ogni aspetto…tanto che la vita o la morte dell’intero equipagio dipendeva da esso.
    Romantico come cartone…

    p.s.: probabilmente le nano tecnologie permetteranno in futuro questa…clonazione cibernetica, chissà.

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