Grafemi

Segni, parole, significato.

Tra Nabokov e Roth, con i Beatles sullo sfondo

Amo i Beatles. Da quando ho otto anni. A loro, ci sono arrivato tramite mio fratello, che, per arrivarci a sua volta, aveva compiuto un cammino singolare: passione smisurata per i Bee Gees de “La febbre del sabato sera”, quindi visione del giustamente sconosciuto “Sgt. Pepper Lonely Heart’s club band”, musical interpretato dai Bee Gees e da Peter Frampton, quindi amore per i Beatles. Siccome eravamo piccoli – mio fratello aveva dieci anni – e non disponevamo di un grande budget da destinare alla musica, ci accontentavamo di comprare, all’Interspar di Sarmeola, dei dischi suonati da un gruppo sconosciuto chiamato “The moods”, che imitavano qualsiasi cosa esistesse sul mercato – da Rino Gaetano ai Rolling Stones (che fine avranno fatto? Google mi fa arrivare ad un gruppo indie di Chigaco che fa musica rock, o ad un altro composto da sette cinquantenni, specializzati in musica del centro Texas anni cinquanta e sessanta).

E’ stato quindi attraverso queste imitazioni, la cui fedeltà non saprei giudicare a distanza di tanto tempo – a me sembravano buone, ma avevo otto anni – ho conosciuto “Hey Jude”, “Yesterday”, “Help”, “Michelle”, pietre miliari della musica pop o rock. Ma dopo averle sentite, non mi sono limitato ad ascoltarle, e a riascoltarle, e ancora a riascoltarle, ma ho anche iniziato a subire il fascino dei quattro coleotteri, e della loro storia. A dieci anni ho letto “Shout”, il voluminoso racconto della loro vita; a undici, la lunga intervista a John Lennon nel libro che conteneva i testi delle sue canzoni; e piano piano ho iniziato ad intuire, prima in modo istintivo, ingenuo, poi sempre più consapevole, che la grandezza dei Beatles, la loro forza, la loro capacità di piacere a così tanta gente, risiede nel conflitto tra le due spinte contrapposte che erano alla base della loro produzione artistica: con un pizzico di ironia, potremmo identificarle nella “forza apollinea” di Paul McCartney e nella “forza dionisiaca” di John Lennon.

Non leggo per passare il tempo, non leggo per imparare, non leggo per arrivare ad avere abbastanza sonno da poter chiudere gli occhi con la certezza di addormentarmi in meno di cinque minuti: io leggo perché cerco la bellezza. Per anni, ho letto senza capire cosa stavo cercando; e infatti non riuscivo a finire tre libri su quattro, senza sapere perché. Poi, mi sono reso conto che raramente mi interesso all’intreccio in senso stretto; che non cerco un personaggio nel quale immedesimarmi; che non mi interessano le storie esemplari, emblematiche, educative, no. Cerco la bellezza di una frase, la perfezione nella costruzione di un personaggio, il particolare capace di far cambiare prospettiva a tutto un libro: mi avvicino alla lettura con lo stesso atteggiamento di chi si mette di fronte ad un quadro e cerca l’emozione nelle proporzioni, nella potenza dell’espressione, nello sguardo di un personaggio sullo sfondo che rivela lo sguardo dell’autore. Non mi interessano libri che si fanno leggere, che ti spingono a girare una pagina dopo l’altra solo perché vuoi sapere come andrà a finire: cerco l’opera d’arte, il capolavoro. Se fosse pittura, direi Caravaggio, non Segantini; Raffaello, e non Luigi Russolo. Così come nella musica, scelgo, ogni volta che posso, i Beatles.

La sepoltura di Cristo

Se da un lato questo filtro mi costringe a scartare decine e decine di buoni libri, che sarebbero sicuramente meritevoli di interesse, dall’altro ho la fortuna che il genio della bellezza conosce mille strade diverse per concretizzarsi nella scrittura: cosa c’è, infatti, in comune tra Emily Dickinson e David Foster Wallace, due geni opposti, se non il fatto che entrambi usano le 26 lettere dell’alfabeto inglese? Scrivere è combinare alcuni simboli per creare le parole, e combinare le parole per creare le frasi, e con le frasi creare un paragrafo, un racconto, un libro. A che livello avviene il miracolo? Come, quando, il suono diventa poesia, e il significato arte? Sarebbe curioso fare un esperimento: mettere in due stanze parallele un genio della scrittura e un uomo qualunque, e chiedere loro di raccontare una storia. Dopo quante parole i loro lavori divergeranno? In quale momento l’arte inizierà a mostrare il suo scintillio? Ma soprattutto: perché? Torniamo ai Beatles. A Paul McCartney e a John Lennon. E alle loro carriere da solisti. E’ ormai tristemente noto che McCartney, da solo, ha realizzato grossi successi commerciali con un’unica caratteristica comune: nel giro di sei mesi, nessuno se li ricorda più; e nei dieci anni in cui Lennon ha avuto la possibilità di proporre la sua musica, senza dover rispondere alle pressioni del suo ex-socio, ha tirato fuori dal suo cilindro solo due o tre le canzoni che potrebbero essere definite memorabili: Imagine, Jealous Guy, Woman, tutte accomunate dal fatto che sembrano scritte da McCartney. Cosa è mancato ai due più grandi autori di musica pop, dopo la fine dei Beatles, avvenuta esattamente quaranta anni fa? All’apollineo McCartney è mancata la spinta dionisiaca di Lennon; al dionisiaco Lennon, la compostezza apollinea di McCartney. Tutto qui.

Era il 1872 quando Nietzche introdusse, nel celebre saggio La nascita della tragedia, il concetto di pensiero apollineo e pensiero dionisiaco:

Finora abbiamo considerato il pensiero apollineo e il suo opposto, il dionisiaco, come forze artistiche che erompono dalla natura stessa, senza mediazione dell’artista umano, e in cui gli impulsi artistici della natura trovano anzitutto e in via diretta soddisfazione: da una parte come mondo di immagini del sogno, la cui perfezione è senza alcuna connessione con l’altezza intellettuale o la cultura artistica del singolo; dall’altra parte come realtà piena di ebbrezza, che a sua volta non tiene conto dell’individuo, e cerca di annientare l’individuo e di liberarlo con un sentimento mistico di unità”.

Nietzche vola alto: il suo saggio mira a smontare l’idea neoclassica introdotta da Winckelmann secondo la quale la civiltà greca si basava su una calma grandezza e una nobile semplicità; e lo fa cercando nella tragedia greca un elemento antico, primitivo, selvaggio, che lui chiama componente dionisiaco: una forza metafisica originaria della Natura, una sorta di impulso primaverile, pieno di ebbrezza, e forza istintiva. L’elemento apollineo incarna, invece, la componente razionale: Apollo è il dio del sogno, e l’arte apollinea consiste proprio nel giocare con il sogno, cioè con i simboli che rappresentano, e allo stesso tempo si contrappongono, alla realtà: è senso della misura, perfezione formale, è calma e saggezza.

Nonostante quasi tutte le canzoni dei Beatles portino la firma congiunta di Lennon e McCartney, la maggior parte del catalogo dei fab four è in realtà opera o dell’uno o dell’altro, separatamente: solo motivi commerciali imponevano la doppia firma. Ma proprio perché ogni canzone portava il nome di tutti e due, tutti e due volevano esercitare una qualche forma di controllo sul risultato finale. Lennon era cinico, ironico, sarcastico, fondamentalmente insicuro, aggressivo, istintivo; McCartney, invece, sprizzava ottimismo, e talento puro, da tutti i pori. Così Lennon spingeva McCartney a metterci il cuore – ecco cosa è mancato a McCartney, dal 1970 in poi! – mentre McCartney pretendeva dal suo partner la massima cura nella composizione e nell’arrangiamento delle canzoni. Facendo un esempio, Hey Jude, uno dei capolavori di McCartney, è apollinea, perché esempio di perfezione formale, ed equilibrio; I am the warlus, invece, tipico esempio Lennoniano, è forza, giovinezza, istinto. Ma Hey Jude è anche toccante, piena di vibrante emozione; e I am the warlus procede secondo uno schema incredibilmente equilibrato – ripreso, in seguito, da centinaia di canzoni.

Sposalizio della Vergine

Non credo che nello studio di un’opera d’arte sia sensato utilizzare un approccio scientifico – non solo sarebbe ridicolo, ma probabilmente anche inutile. Per gioco, però, possiamo disegnare un segmento i cui estremi rappresentano, rispettivamente, l’apollineo assoluto a sinistra, e il dionisiaco assoluto a destra; poi potremmo provare a posizionare gli autori che conosciamo lungo questo segmento. Ad esempio, Bukowski sarebbe tutto a destra; Metastasio, poeta del settecento, tutto a sinistra. Lennon a destra, McCartney a sinistra. Dove mettere Salinger? Direi più a destra, che a sinistra: semplificando, il contenuto prevale sulla forma. Ma se passiamo ai grandi – a quelli che hanno creato i capolavori, l’arte – iniziamo a fare fatica. Dove sta Marquez? Dove Kafka? Nelle loro opere, come nella tragedia greca, i due elementi si fondono senza mai annullarsi – e proprio la tensione tra questi due poli opposti può forse spiegare la loro grandezza. Ma anche tra i grandissimi è possibile trovare alcuni autori che non si piazzano esattamente al centro; e tra gli autori che più amo – i corrispondenti dei Beatles nel campo della letteratura – ci sono in Nabokov, ad esempio, per il quale prevale l’aspetto formale, e Philip Roth, che invece racconta storie profondamente dionisiache.

Nabokov

Entrambi gli autori sono ai vertici della letteratura mondiale – lo dimostra il fatto che nessuno dei due abbia ricevuto il premio Nobel (anche se Philip Roth è ancora a rischio di vincerlo). Ma lo sono per motivi completamente diversi. Nabokov, nel corso della sua vita, ha via via perfezionato la sua scrittura, fino a renderla formalmente perfetta. Nei suoi libri la lingua non è solo il mezzo per raccontare una storia, ma diventa essa stessa oggetto della scrittura: l’esempio più celebre dell’arte di Nabokov è il clamoroso incipit di Lolita, da leggere ad alta voce:

Lolita, light of my life, fire of my loins. My sin, my soul. Lo-lee-ta: the tip of the tongue taking a trip of three steps down the palate to tap, at three, on the teeth. Lo. Lee. Ta. She was Lo, plain Lo, in the morning, standing four feet ten in one sock. She was Lola in slacks. She was Dolly at school. She was Dolores on the dotted line. But in my arms she was always Lolita

Roth, invece, usa la lingua per quello che è: la usa fino in fondo, le strappa tutta la potenza possibile, ma continua ad utilizzarla come uno strumento per far arrivare, nel modo più chiaro e forte possibile, la potenza delle sue intenzioni – il dolore, l’intelligenza, il conflitto interiore tra desiderio e ragione dei suoi personaggi. Uno degli incipit più belli che ha scritto è quello di “La lezione di anatomia”:

Ogni uomo, quando è ammalato, ha bisogno della mamma; se la mamma non è disponibile, altre donne dovranno sostituirla. Zuckerman l’aveva sostituita con altre quattro.

Philip Roth

Volendo confrontare questi due autori, è possibile scegliere un argomento che entrambi hanno affrontato in un loro testo, in qualche modo, cioè il dolore di un padre per una figlia sfortunata.

Fuoco pallido di Nabokov, tra i suoi capolavori forse il più maturo, ha una struttura piuttosto particolare: al centro del romanzo c’è un poema di 999 versi, scritto da un certo John Shade, e tutto intorno una dettagliatissima analisi del poema stesso, scritta da un pazzo. I versi, scritti ovviamente da Nabokov, sono un capolavoro dentro al capolavoro del libro: e sebbene in Fuoco pallido siano presentati come una sorta di pretesto per raccontare la vita del folle commentatore, andrebbero considerati anche in modo indipendente, come opera a sé, per la loro bellezza assoluta. Nel poema si intrecciano diversi temi – il senso del divino e il problema dell’aldilà, l’uomo e la sua ombra, gli obiettivi e i mezzi della poesia – ma tra questi spicca, per ampiezza e profondità, la storia drammatica della figlia del poeta – una ragazzina sgraziata che non può aspirare alle gioie della vita.

Molti considerano Pastorale americana come il capolavoro di Philip Roth. Scritto in prima persona da uno dei personaggi più famosi di Roth, cioè da Nathan Zuckerman, racconta la storia di una famiglia intrecciata a quella dell’America, tra il 1950 e il 1975: le speranze del dopoguerra, l’avvicinarsi della contestazione, la fine del sogno americano. Il personaggio principale è un ebreo ragionevole e paziente, chiamato lo Svedese per il suo aspetto scandinavo, che ha sposato una bellissima irlandese, dalla quale ha avuto una figlia, Merry, che fin dalla prima età è affetta da un grosso problema di balbuzie. Una volta diventata adolescente, Merry, diventata una feroce contestatrice dei valori borghesi della sua famiglia, piazza una bomba nell’ufficio postale del piccolo paese in cui vive, e si dà alla latitanza.

Come è possibile notare, i due libri sono profondamente diversi, sotto moltissimi aspetti. L’unica cosa che li accomuna è il fatto che contengono, in modo più o meno importante, la storia della disperazione di un genitore per una figlia sfortunata. E il modo con il quale i due autori rappresentano questo dramma è diametralmente opposto. Nabokov sceglie un poema “alla Pope”, scritto con un metro piano, di ampio respiro, alternando atmosfere elegiache a più vivaci digressioni sull’arte o sulla religione. La voce narrante è quella di un poeta americano, ovviamente inventato, di nome John Shade, che parla a sua moglie; qui racconta di quando lui e lei si rendono conto che la loro bambina non sarà mai bella:

“Inutile, inutile purtroppo. Vincere premi

in storia e francese, certo, era divertente;

e alle festicciole il gioco, certo, era pesante,

una fanciulla timida poteva essere esclusa;

ma siamo giusti: nella recita a scuola, per Natale,

mentre gli altri bambini calcavano la scena

(che anche lei aveva contribuito a pitturare)

nei panni di elfi e fate, la mia dolce bambina faceva

Madre Tempo, curva donnina con secchio e scopa,

io intanto, alla toilette, da idiota singhiozzavo.

Un altro inverno venne raschiato via – spalato.

L’estate fu falciata, e bruciato l’autunno.

Ahimè, il giovane cigno dallo squallido aspetto

non si mutò nell’anatra dei boschi. E tu:

“Ma questo è un pregiudizio! Se è innocente,

dovresti rallegrarti. Perché mai insistere

sul fisico? E’ lei che vuole essere così.

Quante vergini hanno scritto libri eccellenti.

Fare all’amore non è tutto. Un bell’aspetto

non è poi tanto necessario!”

Dall’altra parte, invece, Roth racconta di quando Seymour, lo Svedese, si trova di fronte ad una figlia nuova: non più la timida bimba balbuziente, che aveva accudito con amore per anni, ma una ragazza incredibilmente polemica, e del tutto irriconoscibile:

“Tutta la sua energia era venuta a galla, senza impedimenti, la resistenza prima impiegata diversamente; e non curandosi più dell’antica ostruzione [la balbuzie], Merry sperimentava per la prima volta in vita sua, non soltanto l’assoluta libertà, ma anche la forza esilarante della totale sicurezza. Era nata una Merry nuova di zecca, una Merry che aveva scoperto, opponendosi a quella guerra “abbobbobbominievole”, una difficoltà da affrontare che era degna, finalmente, della sua forza veramente prodigiosa. Il Vietnam del Nord, che lei chiamava “Repubblica Democratica del Vietnam”, era un paese di cui parlava con così patriottico fervore che, secondo Dawn [moglie dello Svedese e madre di Merry], si sarebbe creduto che avesse visto la luce no, non al Beth Israel di Newark, ma al Beth Israel di Hanoi. – La “Repubblica democratica del Vietnam”: se glielo sento dire un’altra volta, Seymour, giuro che divento pazza! – Lui cercava di convincerla che forse la situazione non era così brutta come sembrava. – Merry ha un credo, Dawn, Merry ha una posizione politica. Forse la esprime senza troppa finezza, forse non è il portavoce migliore, ma sotto ci sono delle riflessioni, c’è, di sicuro, molto sentimento, c’è molta compassione…

Ed ecco che ci si trova di fronte allo scontro apollineo vs. dionisiaco. Nabokov ha scelto una forma misurata, per raccontare questo dolore, e una lingua poetica – poetica in senso lato: immaginifica, metaforica, con l’attenzione ad ogni singola parola che la poesia richiede. Roth, invece, cerca la sostanza umana nella sua forma più grezza: in Patrimonio, l’unico suo libro veramente autobiografico, nell’ultima pagina scrive: “…questo è un ritratto di mio padre, alla fine della sua vita, che la mia mente lucida, con la sua resistenza alle metafore lagnose e alle analogie poetizzanti, non avrebbe mai accettato di licenziare.” Che, lagnosa a parte, è esattamente ciò che invece fa Nabokov: metafore, analogie poetizzanti, uso delle parole come tessere di un mosaico luminoso.

Nabokov continua con la storia della figlia sfortunata:

“Era il mio amore: difficile, scontrosa…

ma pur sempre il mio amore. Ricordi quelle sere

quasi quiete – si giocava a mah-jong,

o lei provava le tue pellicce che un poco

la rendevano attraente; e sorridevano gli specchi,

clementi si facevano le luci, lievi le ombre.

L’aiutavo talvolta con un testo latino,

o lei leggeva in camera da letto,

vicino alla mia tana fluorescente, mentre tu, dentro

il tuo studio, mi eri non una, ma due volte lontana,

e io di tanto in tanto vi udivo da lì:

“Mamma, cos’è grimpen?”. “Cos’è cosa?”. “Grim Pen, sì”.

Pausa, poi, guardingo, il tuo commento: “Di’,

mamma, cos’è ctonio?”. Questo pure si chiarì,

e soggiungevi: “Ti andrebbe un mandarino?”.

“No. Sì. E che vuol dire sempiterno?”.

Esitavi. E allora con vigore urlavo la risposta

dalla mia scrivania, dietro la porta chiusa.

[..] il fatto è che quelle tre

stanze, allora collegate con te, lei e me,

formano ora un trittico o un dramma in tre atti

in cui per sempre vivono gli eventi lì ritratti.”

Lo Svedese, pochi anni dopo, cerca di capire come si sta trasformando la vita di Merry, sua figlia.

“Conversazione n. 12 su New York. – Dove mangi, Merry, a New York? – Non da Vincent, grazie a Dio. – Dove, allora? – Dove mangiano tutti gli altri. Ristoranti. P-pizzerie. A casa della gente. – Chi è questa gente che abita in queste case? – Amici miei. – Dove li hai conosciuti? – Ne ho conosciuto qualcuno qui, ne ho conosciuto qualcuno in città…. – Qui? Dove? – A scuola. Sh-sh-sh-sherry, per esempio. – Non ricordo di averla mai incontrata. – Sh-sh-sh-sherry è quella che suonava il violino nelle recite scolastiche. E va a New York p-pepperché prende lezioni di musica. – Si occupa di politica anche lei? – Papà, tutto è p-politica. Come può non occuparsi di p-politica se ha un p-popopò di cervello? – Merry, non voglio che tu ti metta nei pasticci. Tu sei contro la guerra. Un mucchio di gente è contro la guerra. Ma ci sono delle persone che sono contro la guerra e non hanno limiti. Sai cosa vuol dire limite? – Limite. Non p-pensi ad altro. Non arrivare agli estremi. Beh, a volte ci devi arrivare agli estremi, cazzo. Cosa credi che sia, la guerra? La guerra è un estremo. Non è come la vita che facciamo qui nella p-piccola Rimrock. Qui non c’è niente di estremo. – Non ti piace stare qui? Preferiresti vivere a New York? Ti piacerebbe? – Ce-ce-certo.”

Non so se si possa parlare di spirito dionisiaco in senso stretto: si può dire, però, che qui, in Roth, sembra pulsare una vita più profonda, più dolorosa, meno mediata. E’ lo scontro quotidiano, è la lingua che parliamo noi con i nostri figli e i nostri padri. Nabokov, invece, cerca (e ci riesce) di arrivare alla costruzione di un’opera d’arte usando ogni mezzo che gli viene messo a disposizione. Roth assomiglia a Caravaggio: chiaro-scuri, volti dilaniati, potenza della luce e della tenebra; Nabokov, invece, scrive come dipingeva Veronese: enormi affreschi dove ogni dettaglio rimanda ad un altro dettaglio, in un caleidoscopico gioco di riflessi. Roth mette in scena una fangosa partita di rugby, Nabokov propone un sottile problema di scacchi. Ma come accade con le canzoni dei Beatles, la grandezza scaturisce quando l’apollineo incontra la forza del dionisiaco, e il dionisiaco sposa l’armonia dell’apollineo. Così Nabokov raggiunge i vertici della bellezza quando applica la sua incredibile capacità di scrittura (forse la più alta mai esistita nella storia della letteratura) ai drammi di ogni giorno; e viceversa Roth diventa genio quando la sua lingua si stacca dal parlato, e trova la forza di costruire un mondo di parole.

Il poema di Nabokov arriva, infine, alla morte della ragazza: raggiunta l’adolescenza, dopo una sera in cui si rende conto di non avere nessuna possibilità nel gioco dell’amore, attraverserà un lago ghiacciato, nel quale sprofonderà morendo. Le sue ultime ore sono ricostruite tramite un brillantissimo, e straziante, gioco di specchi e ombre (il tema dominante di tutto Fuoco pallido): John Shade e la moglie sono a casa, e guardano la televisione; la figlia è uscita per il suo primo, e ultimo, appuntamento. La disposizione sincronica, alla Flaubert, o alla Joyce, è perfetta: ogni singolo evento che accade in casa, riflette un movimento parallelo della ragazza fuori. Cento versi che mescolano un dolore profondissimo – la perdita di una figlia, che si lascia morire per disperazione – ad una forma perfetta. Ed è da questa perfezione, da questo scontro/incontro tra l’apollineo e il dionisiaco, che scaturisce il capolavoro che io cerco in ogni libro.

L'Arte

Annunci

Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

4 commenti su “Tra Nabokov e Roth, con i Beatles sullo sfondo

  1. Nicola Pezzoli
    12/04/2010

    Pure io sono partito dai Beatles: le prime due cassette della mia vita (sono ancora qui nel mio studio) furono le raccolte 1967-1970, vol. 1 e 2, comprate a una bancarella del mercato di Laveno (Lago Maggiore). Ci sono i titoli scritti sbagliati, per esempio Sgt. Pepper e The fool on the hill risultano invertiti, a quei tempi la pirateria era pirateria davvero, ma noi che ne sapevamo che le cassette potevano essere taroccate, se non ne avevamo mai posseduta una… La prima canzone a colpirmi ed emozionarmi non fu esattamente una delle più famose e gettonate, bensì la poco conosciuta Back in the U.S.S.R. Le si ascoltava col magnetofono, che serviva anche e soprattutto per fare quella cosa per noi MAGICA che era registrare le voci, e così un brutto giorno un cuginetto pestifero pensò bene di rovinarmi Penny Lane sovrapponendoci il suo barbarico “Uhu! Uhuuu!” Lo avrei strozzato.
    Fatte le debite proporzioni, mi sento più Lennon che McCartney, più Bukowski che Metastasio, anche se nel tuo ipotetico grafico (che mi ha ricordato l’Attimo fuggente, ma lì la cosa era odiosamente “misuratoria”, qui è assai intelligente e stimolante) mi porrei abbastanza nel mezzo.
    Nella lettura cerco esattamente quello che cerchi tu (e per questo non c’è un solo italiano contemporaneo che mi piaccia davvero). Speriamo di essere in grado di METTERCELO noi come scrittori. (E che, in quel caso, “lorsignori” ce ne diano il permesso, dal momento che proprio il grande Nietzsche da te evocato diceva: “Non basta avere talento, se ne deve avere anche il permesso da parte vostra!”)
    Grazie per l’interessante raffronto fra gli immensi Nabokov e Roth alla luce delle categorie dell’apollineo e del dionisiaco (e dell’ottima tesi secondo cui essi divengano Grandi nella mescolanza dei due aspetti). Vanamente cercherei una perla simile sulle pagine culturali di quotidiani che tocca pure pagare… Evviva i bloggers!
    Un abbraccio.

    Mi piace

    • Paolo Zardi
      13/04/2010

      Le cassettine della fiera… Ne compravo sempre anch’io, una o due, a Lorenzago, in montagna: una di De Andrè (i primi successi), una con le migliori canzoni Heavy Metal (Led Zeppelin, Deep Purple: preistoria). Avevano la copertina con una foto sbiadita davanti, e bianca dietro. Le cassette, poi, pesavano sempre pochissimo; e il nastro finiva inevitabilmente dentro al registratore. Ricordo ancora i metri e metri di De Andrè che cercavamo di ricacciare dentro. Aggiustammo il nastro con un po’ di scotch. A metà de “Il gorilla” dovevamo tirare fuori la cassetta, e con una matita portare avanti il nastro.
      Back in the USSR: ricordo me e i miei fratelli in montagna, d’inverno, con le calzamaglie addosso – eravamo tornati da una specie di sciata dietro casa – con il registratore a manetta, che ballavamo saltando sotto il letto proprio Back in the USSR. Prima canzone del White Album. Uno degli ultimi rock’n’roll dei Beatles. Un classico di Paul McCartney. Che io preferivo a Lennon: quindi, per me, direi più Metastasio che Bukowski, anche se sento che mi piacerebbe fosse il contrario. Ma non credo sia possibile scegliere la propria natura.
      Bellissima la frase di Nietzche: ci sta. E sul riuscire o no a mettere in quello che scriviamo ciò che cerchiamo nelle cose che leggiamo, be’, penso che ci sia molto più onore nel provarci, e magari non sempre riuscirci, che nel cercare la strada più facile. La mia aspirazione è quella di sentire qualcuno dirmi: non sembri neanche italiano. Perché il problema non sono gli scrittori – ma una generazione di editor(i) lobotomizzati.
      Per L’attimo fuggente: ci avevo pensato anch’io, ma ho corso il rischio. Tutto questo post è un pochino ironico, e, giustamente, non va preso troppo sul serio.
      E per finire: sì, evviva i bloggers che osano, che ci provano, che cercano nuove strade da percorrere!
      Un abbraccio e buona giornata,
      Paolo

      Mi piace

  2. ottanta/cento
    12/04/2010

    Ti devo due grazie. Il primo per aver lasciato un commento da me, e in questo modo ho scoperto il tuo blog. Il secondo per questo sontuoso post, dove insieme ai Beatles ci sono i miei due scrittori preferiti in assoluto.
    Ci rivediamo presto

    Mi piace

    • Paolo Zardi
      13/04/2010

      Ho scoperto il tuo blog per caso, e mi sono commosso vedendo che il tuo ultimo post nella versione italiana era sui Beatles, e l’ultimo della versione in inglese un pezzo di intervista a Roth. A volte, è come se si brancolasse nel buio in cerca di piccole assonanze; e quando si trovano, è un po’ come sentirsi a casa.
      A presto!

      Mi piace

Se vuoi dire la tua...

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Inserisci qui il tuo indirizzo email, e riceverai una notifica ogni volta che viene pubblicato un nuovo post

Segui assieme ad altri 2.973 follower

XXI Secolo

In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

Post consigliati

Vicini di banco

Un’occhata a Twitter

Archivi

Cadillac

La famosa rivista letteraria

'mypersonalspoonriverblog®

Amore è uno sguardo dentro un altro sguardo che non riesce più a mentire

La voce di Calibano

sembra che le nuvole si spalanchino e scoprano tesori pronti a piovermi addosso

Cherie Colette

Più libri, più liberi

Blog di Pina Bertoli

Letture, riflessioni sull'arte, sulla musica.

l'eta' della innocenza

blog sulla comunicazione

Voglio scrivere di te

La cartografia delle emozioni

Il Dark che vive in te

OGNI LUCE, HA I SUOI LATI OSCURI

donutopenthisblog.wordpress.com/

di Giulia Sole Curatola

il kalù

Life is too short to drink bad wine

Chez Giulia

Vorrei un uomo che mi guardi con la stessa passione con cui io guardo un libro.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: