Il giardino di cemento

La sala in cui lavoro, un open space a pian terreno che può ospitare fino ad una trentina di persone, ha due grandi finestre sul soffitto, rettangoli aperti su un giardino all’italiana che ogni tanto solerti operai in salopette verde sistemano con cesoie e forbicine; salendo ai piani alti, dalle finestre dei corridoio è possibile intravedere il rigore formale con il quale piccole siepi cubiche si affiancano alla gialla imponenza della forsizia, o la bellezza quasi selvatica di un glicine che, dopo essersi arrampicato per una decina di metri, lungo i muri di vetro e cemento che circondano questo scrigno vivente, lascia che i suoi fiori lilla vengano mossi dal vento. Visto dall’alto, l’edificio in cui mi trovo è un parallelepipedo grigio, che racchiude, al suo interno, un cuore verde, luminoso e segreto.

Guardando la storia dell’uomo, anche semplicemente sfogliando un sussidiario delle elementari, ci si rende conto che la guerra non è un’aberrazione, un fenomeno imprevisto, un crollo improvviso ed inspiegabile della razza umana, ma il nostro modo normale di stare al mondo. Raramente, le guerre sono state combattute per un buon motivo; e ancor più raramente, le guerre hanno portato un qualsiasi miglioramento alle condizioni di vita di chi le ha combattute. Gli Achei, nel decennale assedio di Troia, hanno perso i loro uomini più valorosi – per cosa? Per vendicare un affronto? Per accedere alle ricchezze di una città dell’Anatolia, così piccola che Ettore, fuggendo da Achille, riesce a girargli tre volte attorno? Non so se esistano altri animali che si combattano tra loro in modo così sistematico, e in così larga scala – forse alcuni formicai, quando i confini dei rispettivi territori arrivano toccarsi, combattono battaglie altrettanto feroci. Però è qualche migliaio di anni che noi abbiamo la pretesa, stupida o folle, di assomigliare più a Dio che ad un insetto.

Ma se combattere una guerra è una condizione naturale per l’uomo, come mai da sessant’anni in Europa, negli Stati Uniti, in Cina, in Giappone, non se ne combatte più una? E’ possibile che gli orrori della Seconda Guerra Mondiale ci abbiano trasformati in creature pacifiche? Io credo di no: non credo che si sia riusciti ad effettuare un salto culturale così ampio in così poco tempo. Penso, invece, che le nostre guerre abbiano cambiato nome.

In questi mesi sto partecipando ad un progetto che coinvolge diverse aziende. L’argomento è poco interessante: un’applicazione bancaria finalizzata a far rientrare i conti correnti a rischio – gente che ha smesso di pagare le rate del mutuo, che non incassa più, che è sotto da troppi mesi. L’applicativo li segnala ai gestori dei conti, che mettono in atto una serie di azioni per sistemare la cosa: telefonata bonaria, estorsione di una promessa di pagamento, raccomandata, telefonata aggressiva, denuncia, esproprio, ufficiale giudiziario. Le ho viste, le liste di questi correntisti a rischio: Motofficina Peruzzi, Pelletteria La Giada di Peretti F. e F.lii, Spazzolificio Cisotto di Cisotto Ottorino, una Scamosceria, una libreria, e un sacco di nomi stranieri. Ecco la piccola industria veneta, di cui si sono cantate le lodi per un ventennio, e che ora è con le spalle al muro, schiacciata dalla concorrenza cinese, dalla mancanza di una classe dirigente capace di fornire una solida infrastruttura all’intraprendenza individuale. Questi nomi scorrono a video, uno dopo l’altro: una lista impietosa di probabili futuri fallimenti, di famiglie padane che, nel giro di qualche mese, saranno costrette ad abbandonare il benessere per scivolare nelle mani di curatori, commercialisti, avvocati, dottori, preti e, forse, secondini.

Questo, dunque, è ciò che sto facendo. Con il supporto di alcuni colleghi, implemento la mia fetta di progetto. Il cliente è grosso, è pieno di soldi, e sa di essere grosso e pieno di soldi. Attraverso i suoi dipendenti, non perde occasione di ricordarcelo: non perde l’occasione per dirci che se non facciamo ciò che ci dice di fare, nei tempi che ci impone, smette di pagare le fatture. E ci fa un culo così. Più o meno tre volte alla settimana, si tengono delle riunioni alle quali partecipo anch’io; è là, che si combatte la nostra piccola, feroce guerra occidentale.

La guerra è crudele. E quindi, ottusa. Non so cosa venga prima: se sia cioè l’ottusità, a creare la crudeltà, o se la crudeltà può contare, tra i suoi tanti odiosi figli, anche l’ottusità. Forse è un problema simile a quello dell’uovo e della gallina: di sicuro, però, c’è che si trovano sempre insieme. Per essere crudeli, bisogna chiudere gli occhi di fronte alla realtà: alla sua complessità irriducibile, e all’umanità, anch’essa irriducibile, delle persone con le quali ci si mette in relazione. Per essere crudeli, ci si deve dimenticare che la persona seduta davanti ha 40 anni, una famiglia da mantenere, una dignità, e la capacità di analizzare ciò che sta accadendo – di vedere come stanno veramente le cose.

Ma la guerra è soprattutto un gioco fine a se stesso, un gioco di società i cui scopi sono tutti interni ad un ristretto gruppo di persone. E’ il gioco preferito dai potenti. Muovere pedine su una scacchiera, e vedere che succede. Gli obiettivi che si pone un dirigente, o un generale, sono, nella maggior parte dei casi, meschini: un premio aziendale, cioè soldi, una promozione ad una carica più importante, una macchina più grande, un nome un po’ più prestigioso da portare alle cene di gala. E comandare significa, generalmente, non sapere nulla di ciò che si sta facendo, e allo stesso tempo dare ordini a chi sta lavorando. Gli ordini sono tanto più assurdi quanto maggiore è il potere che si ha tra le mani. Chi sale nella scala gerarchica, si allontana in modo sempre più pericoloso dalla realtà dei fatti; o forse, per salire è necessaria propria questa capacità di non vedere. Mentre i generali sono nel quartiere generale, a spostare cubetti sulle loro carte geografiche, la truppa marcisce nelle trincee; la conquista di un centimetro su una carta geografica significa una battaglia tra soldati che non possono decidere, e una battaglia tra soldati che non possono decidere significa corpi dilaniati, teste fracassate, ventri aperti che riversano il loro contenuto su una terra piena di fango e sangue. A fine giornata, nel quartier generale si fa la contabilità dei morti; sul campo di battaglia, moncherini umani gridano “mamma” mentre stanno morendo, con la bocca che vomita il succo scuro della bile. Ho letto un libro su Stalingrado: i soldati tedeschi accerchiati mangiavano cavalli putrefatti, o si cucinavano le scarpe,, mentre il loro comandanti centellinavano il Cointreau: quanto possiamo resistere ancora? Quante bottiglie abbiamo da parte? Perché tanto, alla fine della guerra, i generali si stringono sempre le mani tra di loro, si fanno i complimenti l’un l’altro: bella partita, davvero. E alle elementari, ci insegnavano ad apprezzare il genio diplomatico di Cavour, che aveva partecipato alla guerra di Crimea per ottenere un riconoscimento della causa italiana: gettò un migliaio di morti sul tavolo delle trattative. Un migliaio di uomini. Un migliaio di famiglie. Un migliaio di vite.

Ma la mia guerra, quella che combatto nel mio piccolo, a Padova fortunatamente non è così tragica: contiene al suo interno tutti gli elementi che caratterizzano i grandi combattimenti, ma le manca il sangue, il dramma, la morte. La truppa sta davanti ai computer dalle sei di mattina alle dieci di sera, ma non muore – non ora, non qui. E anche se i comandanti possiedono una certa marziale ferocia, a differenza dei generali veri sono del tutto privi dell’onore: inseguono i loro piccoli sogni borghesi – la penna Montblanc, un Audi più lunga e soprattutto più costosa, un gradino in più sull’organigramma piramidale della loro azienda – e cercano di arrivarci in tutti i modi, ma anche loro hanno paura, perché sopra c’è sempre qualcuno di più potente, e di più feroce, pronto a pretendere la loro testa su un piatto d’argento.

A una delle ultime riunioni, qualcuno ha detto: “c’è una cosa che mi preoccupa, la dobbiamo assolutamente risolvere: perciò sabato, venite a lavorare”. Armiamoci e partite. E sabato siamo qui, a lavorare. Mio figlio questa mattina, vedendomi uscire con la borsa, mi ha chiesto: ma oggi, devo andare a scuola? I miei colleghi, che vedo sempre in giacca e cravatta, oggi hanno scarpe da ginnastica mai usate e jeans sgualciti a pagamento: gli abiti dei giorni di festa. Il caffè alle macchinette fa schifo come tutti gli altri giorni, ma in giro per i corridoi c’è un silenzio quasi inquietante. I comandanti preoccupati, non si vedono: hanno nervi d’acciaio e possono resistere alla tensione immane che li dilania anche standosene comodamente a casa. Ma questa mattina, un albero ha iniziato a perdere i petali dei suoi fiori; bianchi, si sono appoggiati al vetro di una delle due finestre che si aprono sul soffitto dell’open space, e io da sotto li guardavo, come fossero un silenzioso monito: esiste un mondo, Paolo, fuori da queste stanze esiste un mondo che ha colori, stagioni, e che continua ad esistere, e che tu, per questa folle inutile guerra, ti stai perdendo.

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6 thoughts on “Il giardino di cemento

  1. Sì, questo mondo fuori non solo esiste, ma si è anche, giustamente, rotto i coglioni di noi e dei nostri Generali Gran Maiali. La sua recente risposta alla nostra pochezza intellettiva e sentimentale potrebbe essere proprio l’eruzione del vulcano Ejmavaffancull: per lungo tempo ha tenuto tutto dentro, ma quando è troppo è troppo…

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  2. Rfilessione amara che ti spacca in due.

    (sulla crudeltà e il sistema:

    Io, per ora (di certo cambierò nuovamente idea, riflettendoci all’infinito) penso che chi è crudele in realtà sia solo non-compassionevole.
    L’atteggiamento di base è l’incapacità di “empatia”, l’istinto natuurale che porta a essere “chi se ne frega di chi non è me”.
    Se serve, questo atteggiamento sfocia nella crudeltà, se non serve rimane dentro canoni cosiddetti civili.
    Non c’è cattiveria o stupidità di base… come non c’è bontà (ma istinto naturale all’empatia).
    Il problema base è che generalmente i potenti, coloro che armeggiano col sistema, fottono entrambi i tipi di uomini)

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  3. È un pezzo che io, su questa cosa, cerco di ragionarci. Nel mio piccolo, naturalmente. Forse perché ho visto e sentito quello che è successo in Grecia. Forse perché l’ho anche vissuto sulla mia pelle. La guerra ha cambiato pelle solo perché in certi posti del mondo si fanno più soldi con la finanza che con il piombo; chi perde, spesso, finisce che le pallottole le compra da sé e i mandanti non si sporcano neppure le mani.

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