Grafemi

Segni, parole, significato.

Il falò della verità

Platone disprezzava le rappresentazioni teatrali: riteneva che le tragedie, come le commedie, umiliassero l’uomo con l’inganno. Gli attori, gli attori che ridono, che piangono, che muoiono in scena, non sono ciò che dicono di essere: Edipo si è già cavato gli occhi dalle orbite, Aiace impazzito ha già ucciso gli armenti credendoli i suoi odiati amici, e tutto ciò che si vede, tutto ciò che ci fa ridere, piangere, morire, è una grande, perfetta bugia. Un famoso attore greco dei tempi di Sofocle aveva chiesto che sulla sua lapide fosse scritto: “Era già morto, ma mai così tanto”. Non credo che Platone avrebbe apprezzato questo simpatico modo di dire addio al mondo.

Bibliocausto

Si discute da migliaia di anni su che cosa sia lo scopo dell’arte. Insegnare? Divertire? Purificare? Rovinare le coscienze del popolo? Il dibattito sul romanzo, avvenuto tra il 1600 e la fine del 1800 (con alcuni interessanti strascichi per tutto il ventesimo secolo, nei paesi dominati da dittature), è incentrato, ancora, sui rischi che possono derivare da un inganno raccontato: rischi soprattutto morali ogni volta che le storie non rappresentano la vittoria del bene contro il male. Chi è Madame Bovary? Cosa sta facendo Flaubert, mentre ne racconta la vita? Vuole forse insegnarci che le regole borghesi non vanno prese alla lettera? Io non credo che Flaubert avesse questa intenzione; ma per secoli, agli autori è stata chiesta una precisa presa di posizione sulle questioni morali, teologiche, esistenziali – una posizione allineata con i valori di volta in volta posti alla base della società. Vietato mettere in scena l’ambiguità, la sconfitta, la follia. Ogni aspetto del romanzo, del teatro, o di qualsiasi altra forma d’arte, deve mostrare, in modo chiaro, e quindi didascalico, ciò che è bene e ciò che è male. Deve celebrare il giusto, e condannare l’empio. Nell’Unione Sovietica si possono scrivere solo libri inequivocabilmente comunisti, nei quali l’eroe è sempre un lavoratore che oppone i propri valori ai vizi borghesi – gli stessi che si chiedeva a Flaubert di rispettare. Al popolo, a questa massa anonima di lettori, deve essere presentato un modello univoco.

Per Nabokov, che era contraria ad ogni dittatura, avendone sperimentate almeno due sulla propria pelle, l’arte deve emozionare. Le grandi idee non servono a nulla, nella costruzione di un romanzo. Contano lo stile, e la struttura. Il resto, è solo un pretesto per raccontare qualcosa. Scherzando, diceva che in Unione Sovietica, il suo libro Lolita veniva inteso come un atto di accusa contro il Sistema dei Motel Americani.

Per Harold Bloom, appassionato critico letterario, la letteratura è, sostanzialmente, uno strumento di conoscenza di se stessi: il lettore, posto di fronte ad una rappresentazione di eventi umani, vede una parte di sé riflessa in una sorta di specchio deformante – la vede con un occhio che è, contemporaneamente, razionale e sentimentale, soggettivo ed oggettivo, interno ed esterno. Il romanzo, la poesia, il teatro, i racconti, pongono alcune domande, senza dare risposte. In Giulio Cesare, Shakespeare racconta il confronto tra Bruto e Antonio, con Cesare sullo sfondo, ma si guarda bene dall’indicare chi, tra i tre, è quello che ha ragione; davanti al corpo straziato dell’aspirante dittatore, Antonio chiede, ed ottiene, la nostra compassione per Cesare, e il nostro disprezzo per Bruto; ma Bruto, nonostante la retorica del discorso di Antonio insinui il contrario, è davvero un uomo d’onore, tanto che alla fine, di fronte al suo corpo privo di vita, Antonio deve riconoscere che “Questi è stato un uomo”. In questa dialettica, in questa tensione non risolta, nella bellezza che ne scaturisce, sta la grandezza della letteratura. E non è un caso che “Pastorale americana”, il capolavoro di Philip Roth, finisca con uno dei più celebri punti di domanda della letteratura.

Berlino 10 maggio 1933

Una storia, dunque, dovrebbe emozionare, e porre delle domande. C’è l’inganno, certo: ma è un contratto condiviso tra l’autore e il lettore, il quale è disposto a fingere di credere che ciò che sta leggendo sia vero per ricevere, in cambio, bellezza e conoscenza. Ma l’inganno, la finzione, potrebbero avere anche un altro scopo fondamentale: garantire che il mondo immaginato possa essere vissuto fino in fondo, senza rischiare che il piacere, il dolore, l’ambiguità, la morte, entrino realmente nella nostra vita. Seduti nel nostro divano, possiamo permetterci di assistere all’ultimo respiro del piccolo personaggio del film Incompreso – piangendo tutte le nostre lacrime – con la consapevolezza che, una volta finito il film, potremo tornare alla nostra vita come se non fosse successo nulla. Mondi in miniatura che iniziano alla prima pagina, e finiscono all’ultima.

Non ci sono limiti alle storie che è possibile inventare. Un esempio. Una donna conosce un uomo e lo sposa. Nasce un bambino che, a partire dal secondo anno di vita, mostra gli inequivocabili sintomi di un autismo senza speranze. Sei anni dopo, nasce una bambina, e l’uomo lascia la donna per un’altra. La donna perde il lavoro. Subito dopo, la bambina, al secondo anno di vita, mostra pure lei gli inequivocabili sintomi di un autismo senza speranze. La situazione dunque è la seguente: un essere umano, con una vita sentimentale devastata, in condizioni economiche precarie, ha due figli il cui futuro si presenta come una confusa minaccia fatta di dolore, incertezza ed esclusione. Da lettori, scegliendo il punto di vista della donna potremmo arrivare immaginare la profondità della sua disperazione – ma servirebbe una storia molto lunga per cogliere fino in fondo la portata di una situazione così tragica, e così immutabile. Ma se noi, invece, fossimo gli autori, come vorremmo concludere questo dramma? Si potrebbe scegliere di far guarire improvvisamente i due bambini, con un miracolo, o una magia; potremmo sistemare la donna con un nuovo marito, un uomo capace di prendere sulle sue spalle il carico di questa famiglia tormentata, e di salvarla; oppure potremmo permettere che questa donna continui a vivere la sua tragedia quotidiana, lasciando che i giorni le devastino la vita – un finale con la telecamera che si allontana da una cameretta dentro alla quale due bambini muti vedono la mamma piangere in silenzio. Ma la donna (i personaggi sono dotati di una vita propria), sceglie un’altra strada: dopo aver confessato agli amici di Facebook l’intenzione di prendere in mano il proprio destino, veste i figli ammalati e insieme a loro va in riva al mare; scende dalla macchina con le due creature abbracciate al corpo, ed entra in acqua, e cammina, si allontana dalla costa, metro dopo metro, verso un liquido inferno. Dopo un quarto d’ora, dall’alto si vede una donna sola che continua ad uscire dall’acqua, e a rientrarci dentro, come un’Ofelia un po’ indecisa. Poi, la donna chiama i carabinieri. Ho appena ucciso i miei figli, venite a prendermi.


Cosa racconta, questa storia? Di cosa parla? Pietà e debolezza. Disperazione e morte. Il personaggio principale uccide i suoi due figli per amore. Per amore dei figli? Per amore di se stessa? Esiste un limite al dolore che si può sopportare? Facebook: che significato dobbiamo dare al messaggio lasciato in bacheca con la quale la donna esprime le proprie intenzioni? Ci impressiona la lucidità del gesto, la sua premeditazione: questo duplice omicidio non è il frutto di un raptus di follia. Ma ci colpisce anche il modo con il quale la madre pone fine alla vita dei suoi bambini: quest’acqua che accoglie i corpicini nel suo grembo, come due pesciolini muti, queste onde che gonfiano i vestiti della donna mentre cammina verso il nulla, questa trasparenza che spegne il fuoco, che lava, che purifica, questo mare in grado di contenere tutte le lacrime della donna. E ci colpisce anche la vita della donna, che continua dopo la morte dei piccoli: forse, avremmo voluto che, sotto acqua, ci finisse anche lei, affinché scontasse fino in fondo la sua disperazione. Invece la madre assassina si salva, sopravvive all’omicidio, sopravvive alle grida dei bambini, al loro silenzio. Su Facebook aveva scritto che era arrivata l’ora di smettere di lasciare che le cose accadessero fuori dal proprio controllo. Ma cosa avremmo fatto noi, al posto di questa madre? Davvero saremmo stati in grado di essere meglio di così? Davvero avremmo sopportato di vedere i nostri figli crescere senza un futuro? Perché il nostro sguardo continua ad oscillare tra la bocca dei bimbi che si riempie d’acqua, e gli occhi della madre che piangono? Perché ci è così difficile stabilire con assoluta certezza che la donna è colpevole fino in fondo? Nessuna dittatura avrebbe mai permesso che si raccontasse una storia simile: troppa poca morale, troppi pochi valori. E Platone, avrebbe avuto molto da ridire su questo inganno che ci commuove, che ci indigna, che ci fa stare, anche solo per un attimo, dalla parte della disperazione della donna.

Ma questa storia, caro Platone, è vera. Sono cose che succedono, in questo mondo dove le madri sono state abbandonate: gli infanticidi che riempiono le cronache quotidiane sono il frutto di uno stile di vita che ha piallato la famiglia, riducendola ad un triangolo ai cui vertici stanno un uomo che lavora, una donna sola (e che spesso lavora), un bambino che urla. Ma in che momento, a causa di cosa, questa storia diventa pericolosa per Platone? Platone teme l’inganno. Lo teme perché ha visto, ha individuato la potenza devastante nascosta dietro a questo meccanismo: chi ascolta, chi guarda, chi legge, protetto dalla distanza che la finzione getta tra sé e il mondo, può pensare. Come nel gioco degli scacchi, pensa alla propria mossa successiva, e cerca di immaginare quella dell’avversario, fino ad arrivare ad una qualche soluzione personale del problema. La dialettica, la tensione tra un bene e un male che continuano a scambiarsi le parti, costringono a valutare la situazione non come un dato di fatto immutabile, ma come uno spazio morale in evoluzione dove c’è posto anche per il nostro contributo. Ecco perché tutte le dittature, appena si instaurano, organizzano grandi falò di libri: perché l’inganno dell’arte è un’inarrestabile sorgente di verità.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

3 commenti su “Il falò della verità

  1. Peppermind
    06/05/2010

    Acuto… ho letto poco tempo fa una frase di Schiele, il pittore… diceva pressapoco così: è proprio in tempo di guerra che ci si accorge che l’arte non è un lusso ma una necessità.

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  2. Nicola Pezzoli
    06/05/2010

    “L’arte deve emozionare”.
    Voto a Nabokov: 9

    “Strumento di conoscenza di sè stessi”.
    Voto ad Harold Bloom: 9

    Voto ai nostri editors escrementizi che preferiscono la docu-fiction semianalfabeta: 0

    Voto alla conclusione di Paolo Zardi su dittature e falò di libri: 10

    (la preoccupazione platonica potremmo forse applicarla all’arte fasulla, tipo action movies ecc.)

    L’immagine della donna che entra nell’acqua mi ha ricordato il finale del film L’ospite d’inverno, in cui ad evventurarsi nel liquido nulla sono un ragazzetto ribelle e il gattino che tiene fra le mani… qualcuno l’ha giudicato un finale nichilista, per me è così tenero e disperatamente intelligente che mi commuovo ogni volta che ci penso.

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  3. perdamasco
    06/05/2010

    l’orario non offre bastante spazio alle riflessioni su questo post, così, giusto per cogliere l’attimo (o quell’attimo, o questo) non posso non sintetizzare.

    L’arte è falsità? Vero, come lo è anche una medicina. Non vero, tanto quanto si fatica a distinguere le differenze fra la vita originale e la vita che si cura avendo cura della vita.

    L’Arte: l’io che recita il Dio. Si, io credo che Adamo sia disceso dall’albero della vita dove stava come scimmia, quando si è reso conto che poteva tracciare sé stesso solo intingendo un dito nella polvere; evidentemente, faccenda non possibile intingendolo nel cilelo. Non ci arrivava, evidentemente!

    E pensa all’assurdo: solo dopo averlo intinto nella terra l’ha potuto intingere nel cielo.

    Si, l’arte è medicina, ma, non per ultimo, scala.

    Ciao.

    p.s. Rimango in attesa di sapere quando potete accogliermi a Padova, tu, Renato, ed il mondo, ovviamente. 🙂

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Questa voce è stata pubblicata il 05/05/2010 da in Arte, Letteratura, Politica, Satura Lanx, Scrittura, Storia, Teatro con tag , , , , , , .

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