Onore?

Qualche giorno fa, ho visto un adesivo nero, con delle scritte gialle – era attaccato ad un finestrino di un treno che ho preso per lavoro. Ho stretto un po’ gli occhi – sì, sto diventando non so se miope, presbite, o semplicemente vecchio – e ho letto la prima parola, in grande: ONORE. Sotto, c’erano due nomi che non mi sono preso la briga di memorizzare: sulle mie facoltà intelettuali,  credo che valga lo stesso discorso della vista che sta calando.

Non serve molta fantasia per arrivare a qualche semplice conclusione relativa a quell’adesivo: i nomi sono quelli di due ragazzi che si definivano fascisti e che sono morti perché ammazzati da qualcuno che si definiva comunista. La parola “onore” è come un marchio di fabbrica. Alcuni antropologi americani pensano che onore sia sinonimo di prevaricazione. E di onore sono piene le genti nomadi, e quelle dedite alla pastorizia, che non avendo qualcuno in grado di far rispettare le leggi,  preferiscono affidarsi al timore ispirato dall’onore, che pretende una rapida vendetta, piuttosto che puntare sul sentimento dell’amicizia: le faide, o la disamistade sarda ne sono due esempi eclatanti. I mafiosi, ecco altre persone chi danno molto peso all’onore. E i militari. Di fatto, è un sistema per costringere esseri umani a fare cose inumane.

In ogni caso, non so in che modo questi due ragazzi si siano meritati l’onore di qualcuno. Se sono davvero stati uccisi, come penso, meritano in qualche modo rispetto – non per quello che potrebbero aver fatto durante la vita, ma perché hanno pagato a caro prezzo la scelta di schierarsi da qualche parte. Meglio essere schierati dalla parte sbagliata che non essersi schierati affatto? E’ un dubbio che ogni tanto mi pongo. Non mi piacciono le società in cui nessuno prende posizione; ancora meno, quelle società in cui sono i ragazzi a non farlo. Ma se il prezzo da pagare sono queste vite umane, allora sono indeciso. Non dovrebbe mai morire nessuno – tanto meno per una causa che poi si dimostra sempre sbagliata.

Ma in ogni caso, ciò che conta è sono morti. E dopo tanti anni – dico “dopo tanti anni” perché non mi pare che sia morto qualcuno, di recente, per motivi politici – ci sono ancora persone che ritengono giusto, e necessario, tributare, con un adesivo appiccicato in un finestrino del treno, un po’ di onore per questi due ragazzi. Dopo aver visto questa scritta, ho smesso quasi subito di pensare alla politica. Ho provato, invece, ad immaginarli, questi due ragazzi. Un pomeriggio in un posto qualsiasi, loro due che stanno preparando qualcosa – volantini? i tavolini per una festicciola tra fascisti? – e l’irruzione di altri ragazzi, non troppo diversi da loro, e l’omicidio. Magari le cose non sono andate proprio in questo modo – magari c’era un’enorme rissa, o c’è stato un agguato davanti ad un cinema, o  eranoquesti due ragazzi che cercavano di fare del male a qualcun altro, e per un errore di calcolo si sono trovati ad essere in inferiorità numerica… Non è importante. Ciò che conta è che sono morti. Che sono morti insieme. E che erano giovani.

Erano giovani. Forse, in quel periodo della loro vita stavano solo provando a seguire una strada, una strada a caso – la giovinezza è piena di furore e follia. Forse, l’anno dopo uno dei due avrebbe conosciuto una ragazza carina, e avrebbe lasciato perdere le sue idee pericolose. Forse, l’altro sarebbe finito sotto una macchina il giorno dopo. Il destino non è scritto da nessuna parte. Il punto è che erano giovani, e che c’era la possibilità concreta che prima o poi, almeno uno dei due, avrebbe cambiato idea. Invece, nessuno dei due la potrà mai cambiare. Potevano immaginare che sarebbero diventati i personaggi di una serie di adesivi neri da attaccare sui muri?

E sono morti insieme. Magari, si conoscevano appena. Ci sono amicizie che nascono per caso, e che per qualche settimana, qualche mese, ci infiammano. Poi, finiscono. Avevo un amico, ai tempi dell’Università, che mi pareva insostiuibile. Non lo vedo dal 1996, o giù di lì. Ma se fossimo morti insieme, io e lui… be’, ci ritroveremmo ancora uniti, a dividere dieci centimetri di carta. Non mi piace molto, l’idea. Ognuno muore abbastanza, per poter essere ricordato anche da solo. Non è stata una scelta, quella di morire insieme. Si erano sentiti per vedersi, si erano incontrati,  avevano fatto una passeggiata, che ne so, qualcosa del genere, ma non avevano progettato di andarsene via tenendosi la mano per l’eternità. Morire insieme assomiglia molto ad un matrimonio, con la differenza che, per i vivi, esiste il divorzio. Ora, mi sembrano una vecchia coppia  di persone che, dopo aver commesso una leggerezza sessuale, si trovano a condividere tutta la vita, tipicamente per amore dei figli  – e non si sono amati mai, non si sono sopportati mai.

Così, dopo un po’ che ci pensavo, e Trieste si avvicinava, mi sono trovato a scorgere, in questo adesivo, una qualche forma di violenza che, seppure non possa essere paragonata a quella che queste persone hanno dovuto subire, in un momento della loro vita che avrebbe meritato qualcosa di diverso, è comunque qualcosa di cattivo. Costringere due persone in uno spazio così piccolo, e per così tanto tempo… trasformarle nei paladini di idee che hanno bisogno di morti, per sembrare un pochino più dignitose… non mi piace. Non mi piace, e mi pare che ci sarebbe molto più onore nel lasciare in pace questi due ragazzi.

Che ci fanno queste anime
davanti alla chiesa questa gente divisa
questa storia sospesa
a misura di braccio
a distanza di offesa
che alla pace si pensa che la pace si sfiora
due famiglie disarmate di sangue
si schierano a resa
e per tutti il dolore degli altri
è dolore a metà
si accontenta di cause leggere
la guerra del cuore
il lamento di un cane abbattutto
da un’ombra di passo
si soddisfa di brevi agonie
sulla strada di casa
uno scoppio di sangue
un’assenza apparecchiata per cena
e a ogni sparo di caccia all’intorno
si domanda fortuna

che ci fanno queste figlie
a ricamare a cucire
queste macchie di lutto
rinunciate all’amore
fra di loro si nasconde
una speranza smarrita
che il nemico la vuole che la vuol restituita
e una fretta di mani sorprese
a toccare le mani
che dev’esserci un modo di vivere
senza dolore
una corsa degli occhi negli occhi
a scoprire che invece
è soltanto un riposo del vento
un odiare a metà
e alla parte che manca si dedica l’autorità
che la disamistade si oppone alla nostra sventura
questa corsa del tempo
a sparigliare destini e fortuna
che ci fanno queste anime
davanti alla chiesa questa gente divisa
questa storia sospesa

(Fabrizio De André)

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12 thoughts on “Onore?

  1. Per come viene usata e intesa dai più, la parola “onore” è fra quelle che mi stanno maggiormente sul cazzo dell’intero vocabolario… in teoria avrebbe i suoi risvolti belli, ma nell’antropodinamica sociale l’Onore è sempre più roba da scimmioni conformisti e cretini che non da Uomini.

    Belle, profonde e preziose, come sempre, le tue riflessioni su quei due disgraziati ragazzi.

    Un abbraccio.

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    1. L’Onore, come la Morale, o l’Etica, sono sistemi di “contenimento” sociale che hanno la loro ragione di esistere, in una società dove si trovano a convivere persone con esigenze contrastanti. Ai cittadini si chiede di valutare le proprie azioni non solo da un punto di vista individuale, ma facendo riferimento a “valori” comuni.

      Il problema sta nel fatto che l’Onore, la Morale, e i Valori in generale, sono gestiti, condizionati, manipolati, decisi, da chi detiene il potere. E di fatto diventano un modo sottile, e pervasivo, per esercitare una pressione profonda sui singoli cittadini.
      Il discorso di Mussolini del 10 giugno 1940, con il quale dichiarava guerra alla Gran Bretagna e alla Francia, è emblematico:
      “Se noi oggi siamo decisi ad affrontare i rischi ed i sacrifici di una guerra, gli è che l’onore, gli interessi, l’avvenire ferramente lo impongono, poiché un grande popolo è veramente tale se considera sacri i suoi impegni e se non evade dalle prove supreme che determinano il corso della storia. ”
      e anche
      “In una memorabile adunata, quella di Berlino, io dissi che, secondo le leggi della morale fascista, quando si ha un amico si marcia con lui sino in fondo. (” Duce! Duce! Duce!”). Questo abbiamo fatto e faremo con la Germania, col suo popolo, con le sue meravigliose Forze armate.In questa vigilia di un evento di una portata secolare, rivolgiamo il nostro pensiero alla Maestà del re imperatore (la moltitudine prorompe in grandi acclamazioni all’indirizzo di Casa Savoia), che, come sempre, ha interpretato l’anima della patria. E salutiamo alla voce il Fuhrer, il capo della grande Germania alleata. (Il popolo acclama lungamente all’indirizzo di Hitler). L’Italia, proletaria e Fascista, è per la terza volta in piedi, forte, fiera e compatta come non mai. (La moltitudine grida con una sola voce: “Sì! “). La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: vincere! (Il popolo prorompe in altissime acclamazioni). E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo.”

      E sarebbe utile capire quali sono i Valori, e l’Onore, che in questo momento servono al Potere per manipolare la gente… io credo che in questo periodo storico (che, da un punto di vista drammaturgico, potrebbe essere definito come una “farsa tragica”) riguardino soprattutto la necessità del “consumo” a tutti i costi… Ma questo è un argomento sul quale prima o poi mi piacerebbe ritornarci sopra, con più impegno.
      A presto, caro Nicola!

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  2. Pensieri simili mi vengono quando leggo sul giornale titoli come “Morto giovane pallavolista” o “Incidente: muore calciatore” e poi scopro leggendo l’articolo che quei ragazzi di 16 o 17 anni semplicemente giocavano nella squadretta di calcio o pallavolo del loro quartiere o paese. E quel giornalista li ha marchiati così, in occasione della loro morte. Chissà quante complesse qualità, quanti interessi, quali voglie riempivano il loro animo, ma adesso sono solo un pallavolista e un calciatore, per l’eternità.

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    1. Per l’eternità, sì… o forse anche meno: il tempo che passi una generazione, e… vabbè, fa un po’ troppo Ugo Foscolo, questa mia risposta! 😉
      Sono al lavoro – vita difficile.
      A presto!

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  3. ONORE (delle armi). Si intende proprio riconoscere rispetto all’avversario che si è battuto secondo le “regole” e con coraggio (molto sentito nel mondo Ultars). Le idee non hanno bisogno di morti, ma purtroppo quei morti avevano bisogno di idee. E’ l’uomo che sente la necessità di combattere, uccidere, dimostrare con la forza la propria superiorità. Ma l’ istinto di soppravivenza ci porta alla fuga, non alla battaglia. Ed ecco che si creano gli ideali: muori in battaglia e avrai il paradiso, la gloria, sarai ricordato per sempre. Ma non è sufficiente: devi morire con ONORE, e allora non sari più solo, non sarai mai dimenticato ….

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    1. Infatti: in generale la sovrastruttura che guida le nostre azioni ci invita a compiere azioni che non sono naturali. “Chi per la patria muor, vissuto è assai”: è evidente, invece, che se uno muore a vent’anni in Afganistan, non è morto assai… Ma immagina se ai soldati che muoiono in guerra fosse riservato il silenzio, o un trafiletto su un giornale, o addirittura il disprezzo, come avvenne ai soldati americani in Vietnam… ecco che la Guerra torna ad essere, per i singoli individui, quello che è in realtà, cioè una guerra.
      A presto, caro Paolo!

      ps “Le idee non hanno bisogno di morti, ma purtroppo quei morti avevano bisogno di idee”: bellissima!

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  4. Alcuni hanno scritto “Onore al camerata… ” anche su di un muro delle Poste Centrali di Verona; e lo leggo con irritazione, quell’invito, vuoi perché prima del camerata morto vedo un ragazzo inutilmente morto, vuoi perché ci vedo lo stesso cannibalismo spirituale (o meglio, spiritico) usato dalle chiese e dalle sette per rendere più grandi sé stesse rendendo più grandi gli accoliti: santi o fascisti, “a livella” non bada.

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    1. Agli affiliati di qualsiasi setta si garantisce un “plus” che, guarda caso, non porta mai vantaggi in questa vita, ma in quella dopo: al camerata morto si assicura il perenne ricordo. Il punto è: mentre chiudeva gli occhi su questo mondo, il camerata in questione era davvero contento di morire?

      Un abbraccio, caro Vitaliano – con la speranza che prima o poi il mio lavoro mi lasci un po’ di tempo per me e per gli amici!

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  5. Uno cerca di confortarsi con l’idea che un simbolo è un contenitore vuoto da riempire di significato, ma poi non è così vuoto, e il significato non è così variabile.
    Quando si muore, soprattutto.

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    1. Spesso si dice che la morte è la vera misura delle cose – e non credo che questa considerazione sia così banale. La morte misura le cose da un punto di vista umano.
      A presto, Pepper – e scusa la mia assenza cronica!

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  6. “Il punto è: mentre chiudeva gli occhi su questo mondo, il camerata in questione era davvero contento di morire?”

    Ancora più forte dell’idea di un Dio, ci aiuta il vivere, il credere che a morire siano sempre gli altri. :))))

    Ironiaccia a parte, anche a me, a seguito di una intossicazione da gas è capitato di non esserci più. Per niente eroiche le ultime parole famose; solo: oh,oh, ci siamo. Evidentemente, ci fui in maniera non definitiva. 🙂 Non fu traumatico l’andarmene, non fu traumatico il tornare. Come se non fosse successo nulla.
    Diverso il caso di quel ragazzo, evidentemente.

    No, non lo posso pensare “contento di morire”, ma se rivedo l’Amato durante il suo ultimo trauma, rivedo che ad un certo punto, pur non essendo ancora oltre con la vitalità, sei già aldilà del bene e del male.

    Contento, quindi, forse no. Distante quindi, forse si.

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