Grafemi

Segni, parole, significato.

Di questi tempi

Ho letto, nel libro “Ozio creativo”, che nel 1840 gli schiavi delle Antille venivano obbligati a lavorare 9 ore al giorno.

Visti i miei attuali orari di lavoro, mi piacerebbe sapere dove devo fare domanda per diventare uno schiavo e riposarmi un po’.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

4 commenti su “Di questi tempi

  1. Nicola Pezzoli
    20/06/2010

    Il vantaggio degli schiavi antichi su quelli odierni è che loro non venivano presi per i fondelli con la parola “Libertà”, o convincendoli che il loro fosse un sacrificio necessario per il “bene collettivo”, nel nome del Pil, della Kompetitività, della Crescita, dello Sviluppo o altri simili escrementi mentali…

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    • Paolo Zardi
      20/06/2010

      In effetti, avevo pensato di scrivere un post più articolato sull’argomento – il punto di partenza doveva essere, nelle mie intenzioni, l’attuale braccio di ferro tra sindacati e Fiat per Pomigliano. La notizia sugli schiavi delle Antille era ripresa da un rapporto sulle condizioni dei lavoratori in Francia, nel 1840, realizzato per conto del governo francese di allora. Quello che si rilevava è che, appunto, gli schiavi delle Antille lavoravano 9 ore al giorno e che gli operai liberi, assunti nelle nascenti piccole industrie tessili della Francia, di ore ne facevano 16. La schiavitù è finita nel momento in cui ci si è resi conto che è molto più conveniente un uomo libero preso per la gola che uno schiavo al quale si deve garantire, se non altro, il sostentamento.

      La situazione di Pomigliano è un caso eclatante: la Fiat, anni fa, aveva deciso di spostare la sua produzione in Polonia per “usufruire” delle paghe più basse, dei minori vincoli sulla sicurezza, e, in buona sostanza, del maggior grado di disperazione dei lavoratori polacchi, disposti a tutto pur di lavorare. Sono passati un po’ di anni, le condizioni di vita della Polonia sono migliorate, e ora gli operai dello stabilimento di Tychy presentano, giustamente, il conto: dopo aver fatto tanti sacrifici, ora chiedono di lavorare con orari decenti, e con paghe adeguate. E la Fiat che fa? Si guarda intorno, cerca qualche sacca di disperazione maggiore, e punta su Pomigliano.

      In Italia esiste una buona legislazione del lavoro, che un po’ alla volta si cerca di smantellare. Il punto di partenza è che il rapporto di lavoro viene contratto tra due soggetti con diritti diversi: e tra il diritto ad arricchirsi del datore di lavoro (interesse legittimo), e il diritto a vivere del lavoro (diritto assoluto), si preferisce tutelare il secondo. E’ per questo che se un lavoratore firma un contratto di lavoro “ingiusto” (ad esempio troppe ore di lavoro, paga troppo bassa, ecc), può chiedere che venga modificato a suo favore: perché lui ha bisogno di lavorare, e quindi è potenzialmente ricattabile.
      Ma l’art. 36 della Costituzione dice:
      “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

      A Pomigliano, è in atto un cinico tentativo di ricatto. La Fiat non è “buona”, come vuol far credere con le sue insopportabili pubblicità: cerca di puntare su gente disposta a tutto. Su Repubblica di oggi leggo le frasi dei lavoratori che hanno manifestato per il “sì”:

      «Se chiude Pomigliano noi resteremo senza lavoro – dice Stefano Colucci, operaio della De Vizia (pulizie interne allo stabilimento) – ho moglie e tre figli, abbiamo deciso di aderire alla manifestazione»

      «dobbiamo ragionare tutti come imprenditori. Chi investirebbe su di noi? Sono stato in Polonia, non credono che siamo capaci di lavorare come loro»

      Ma io mi dico: l’Occidente dichiara una continua crescita del PIL (la L sta per Lordo, che deriva dal latino luridus, storpio e dal latino se ne deriva l’uso in forma gergale col significato di sporco, sudicio: le parole andrebbero sempre ascoltate fino in fondo). Possibile che le condizioni degli operai italiani debbano essere peggiori di quelle di vent’anni fa?

      Chiudo con l’art. 23 della Costituzione: “Nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge.”

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  2. vanille
    22/06/2010

    ehi
    ti avevo commentato su canzoni a manovella ma evidentemente non ci sei passato…
    poi, dopo avere letto questo:

    (AGI) – Roma, 18 giu. – “Questo week-end avra’ il battesimo ufficiale la Fondazione Liberamente, ideata da Franco Frattini, Maria Stella Gelmini e Mario Valducci. E’ un’iniziativa positiva, che aiutera’ il Popolo della Liberta’ e che rendera’ il nostro partito finalmente plurale, con un dibattito interno e quindi un partito piu’ democratico e libero”. Lo scrive il Vice Presidente dei Deputati del Pdl, Italo Bocchino, sul sito di Generazione Italia. (…)

    ho capito….;-)

    ma quantebellenovità però (libro, premi…) !!!!
    complimenti paolo !!!! di cuore!!!

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  3. Peppermind
    25/06/2010

    Rido… cazzo se hai ragione.
    Ho fatto quasi un mese a lavorare 18 ore al giorno (non tutti i giorni, se no vabbe’ esplodo, ma ogni due tre), e veramente… schiavo nelle Antille, mi pare un paradiso.

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Questa voce è stata pubblicata il 20/06/2010 da in Politica, Storia con tag , .

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In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

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