La bocca della dea

Ah, la giovinezza… e la bellezza… Che potere, che forza, che irresistibile capacità di convincere, e coinvolgere, tutto e tutti! Me la ricordo ancora, la prima volta che ho sentito “You oughta know”, di Alanis Morissette. Chi è questa? – ho pensato – chi è questa ragazza che canta con il viso coperto dai suoi lunghissimi capellli? Cos’è questa irresistibile giovinezza che urla la sua rabbia per un amore finito male? Ho pensato che potesse essere un fuoco di paglia. Perché il livore dura poco – e quando riesce a durare, si ripete fino a stufare: non è in un mare di noia che sono finiti tutti i gruppi che urlavano, sfasciavano le chitarre sul palco? I ribelli devono avere la fortuna di morire giovani o quella di riuscire a rinnegare, in qualche modo il loro passato.

Se per qualche magico motivo il mondo si fosse fermato al primo singolo della Morissette, cosa penseremmo adesso di lei? Le parole di “You oughta know” non sono solo l’esplosione rabbiosa di un’adolescente che ha appena perso il proprio ragazzo – il distillato di una bellezza ruvida e selvatica, ma più fresca che  duratura – no, queste parole hanno qualcosa – una forza espressiva – che assomiglia alla poesia, quella vera. Se si dovesse compilare la classifica delle canzoni più vivide sul classico tema dell’amore tradito, la prima canzone cantata di Alanis Morissette (la prima canzone della sua seconda vita: prima, faceva dischi dance per i canadesi, e, nel genere, non era seconda a nessuno), salirebbe di sicuro sul podio, combattendo per il gradino più alto contro “I will survive“, che è la dimostrazione che la bellezza assoluta può nascere persino in discoteca. Non è un caso che anche i REM l’abbiano suonata, in una versione quasi straziante.

Ma Alanis non si è fermata a “You oughta know”. E’ andata avanti. E con grande sorpresa, non è rimasta, una fulgida meteora post-brufoli: è bastato il quarto singolo, “Ironic”, per farla entrare, di diritto, nell’olimpo delle stelle di sempre. Ironic. Una piccola canzone perfetta: perfetta nell’equilibrio, perfetta nell’espressione, perfetta pure nel video, che tutti abbiamo visto almeno una volta.

E non è un caso se i ragazzi americani, intorno al 1999, hanno votato “Ironic” come il miglior video degli anni novanta: aveva tutto quello che serviva per essere ricordato. Anche se sarebbe bastato un solo ingrediente: la bellezza quadruplicata di lei. Ecco, il vero segreto di quella canzone.

Dopo il primo album (ripeto: il primo della seconda vita: in questo momento sto ascoltando “Human touch”, del suo primo album della sua prima vita, 1991, lei 17 anni – una canzone raccapricciante), con il quale ha venduto 30 milioni di copie (trenta milioni!), ecco che invece di dedicarsi a spendere i suoi soldi in vestiti, parrucchieri, case a Beverly Hills, cioè di scegliere di vivere una vita all’altezza del suo succcesso, è partita con sua mamma e sua zia per un viaggio in India. Ancora bellezza, dunque – ma non una bellezza qualsiasi: una bellezza con cuore, e intelligenza. E quando è tornata, e ha inciso il suo secondo disco, ed è uscito il primo singolo, accompagnato da un video in cui lei, nuda, con le tette ricoperte dai suoi capelli lunghissimi, il pube pixelato, in mezzo alle strade di una qualche metropoli americana, o dentro ad una metropolitana, avvolta da un alone luminoso e misterioso, giovane, con questa bocca immensa, con il corpo baciato e acccarezzato da passanti amorevoli, ringraziava tutto e tutti – lei, la cantante che aveva venduto 30 milioni di dischi! –  è stato in quel momento che è entrata, di peso, in una specie di mondo ultraterreno, un luogo popolato da divinità immortali: immortali almeno fino a che dura la giovinezza.

Era una dea, Alanis Morissette – e l’aveva capito bene il regista di Clerks Kevin Smith, che l’aveva voluta nella parte di Dio nel suo film “Dogma“. Una dea giovane e bella, che trasformava tutto quello che toccava in oro. Come quando è andata ad MTV a registrare il suo Unplugged: con i capelli lunghissimi e neri, essenza dei suoi 24 anni, con lo sguardo placido e sicuro, era come se dalla sua bocca uscisse la bellezza in persona, pura e perfetta: o che la sua bocca potesse accogliere tutto il mondo, assolvendolo. Guardandola con un occhio un po’ ingenuo, lasciando da parte sofismi, analisi, e lucidità, era possibile arrivare a credere che ciò che usciva da quel corpo, da quella voce, da quegli occhi, da quella testa che oscillava ammiccando – un ammiccamento santo, che colpiva gli uomini, e che pure colpiva le mamme di quegli uomini: moglie, amante, nuora perfetta  – fosse la forma più elevata, e più facilmente fruibile, dell’amore cosmico. Era così bella che quando, alla fine di “That I would be good” ha tirato fuori, da non si sa dove, un flauto d’acciaio, e ha iniziato a soffiarci dentro – tre note, primo anno di conservatorio – sembrava che si fosse compiuto una specie di miracolo – come se Marilyn Monroe, dopo aver cantato “Happy Birthday to you” al Presidente Kennedy, avesse iniziato a dire le tabelline, una dopo l’altra, compresa quella rognosa del sette, e la gente di tutta l’America, estasiata, diceses: “ma guardala… sa… sa perfino contare! non è meravigliosa?”

Ma anche gli immortali prima o poi muiono, in un modo o nell’altro. Il successo sfolgorante dei suoi primi dischi è calato assieme alla lunghezza dei suoi capelli; e quando nel 2004 ha presentato il suo sesto album con la permanente in testa, è stato chiaro, è stato evidente in modo doloroso, che la giovinezza, e la sua  sorella gemella la bellezza, se ne erano andate per sempre. Ed è stato così ci siamo persi di vista, io e Alanis; un po’ alla volta, per disinteresse reciproco. Non mi pareva che avesse ancora qualcosa da dire. Le divinità devono essere divine, oppure non sono niente. Ho ascoltato e riascoltato non so quante volte i suoi primi tre album, ma non mi sono mai interessato a ciò che ha fatto dopo – come se non valesse più la pena di ascoltarla. In questi giorni, però, mi sono ricreduto. Ho avuto tra le mani, o dentro alle orecchie, “Under rug swept” e “So-called chaos”. Manca la potenza del primo (del primo della seconda ecc ecc), e forse non c’è il coraggio folle del secondo; le canzoni hanno sempre la stessa costruzione, e dopo un po’ si finisce per intravedere il meccanismo  Ma ci sono tracce di bellezza, di bellezza vera, quella che emerge all’improvviso, un marchio che non si può nascondere. Come quando, in “Flinch”, ad un certo punto canta:

What’s it been over a decade?
It still smarts like it was four minutes ago
We only influenced each other totally
We only bruised each other even more so

What are you my blood?
You touch me like you are my blood

What are you my God?
You touch me like you are my God
What are you my twin?
You affect me like you are my twin

Ed è stato ascoltando queste parole che ho capito che la bellezza, certe volte, va cercata con un po’ di pazienza.

Annunci

Se vuoi dire la tua...

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...