Gli operai esistono ancora

Sul notevole blog Il divano sul cortile, trovo un post che linka ad una lettera pubblicata dall’Unità, e che io, come il blogger ottanta/cento, ritengo molto interessante. L’autore è uno dei tanti operai della Fiat – quel popolo che ormai non ha più voce, la cui esistenza viene negata, nascosta da anni, come fosse un retaggio di una vecchia ideologia. Questo operaio ha deciso di rispondere ad una lettera che Sergio Marchionne ha scritto ai “suoi” dipendenti, e lo fa con una lettera di risposta sincera, diretta, per certi versi anche semplice, ma che proprio per questo riesce ad arrivare al nocciolo della questione – cioè la sostanziale disparità tra chi dirige un’azienda e chi va in fonderia.

Da questo punto di vista, la lettera di Marchionne – che comunque è uno tra i pochi manager con il quale sarei disposto a mangiare un piatto di pasta e fagioli insieme – propone una visione falsa e mistificatoria di ciò che è il lavoro. E’ vero, tutte le persone che lavorano per un’azienda condividono, più o meno, lo stesso obiettivo: arrivare a fine mese. Ma i mezzi che si possono adottare per ottenere questo risultato, e i rischi che si pagano, difficilmente possono essere condivisi tra chi gestisce, o possiede, un’azienda, e chi invece svolge un lavoro dipedente, e organizzato da altri. Lo spostamento di una catena produttiva dall’Italia alla Polonia, o viceversa, è una soluzione che soddisfa solo chi non vede perdere il proprio posto di lavoro. E la mia impressione è che il crollo dell’Impero Sovietico sia stata l’occasione per fare piazza pulita di tutto ciò che di buono poteva esserci nella visione, o come minimo nell’analisi, del Comunismo: perché, in buona sostanza, tutto ciò che c’è di giusto nell’analisi del Comunismo era qualcosa che andava contro gli interessi di chi detiene il potere.

Estrapolo qualche riga:

Se si perderà noi perderemo, lei invece prenderà il suo panfilo e insieme alla sua liquidazione a svariati zeri veleggerà verso nuovi lidi. Noi tremeremo di paura pensando ai mutui e ai libri dei ragazzi, e accetteremo lavori con trattamenti ancora più più svilenti…

Lei sostiene che sia il caso di accettare «le regole del gioco» perché «non l’abbiamo scelte noi». Chissà come sarebbe il nostro mondo se anche Rosa Lee Parks, Martin Luther King, Dante Di Nanni, Nelson Mandela, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Emergency, Medici senza Frontiere e tutti i guerrieri che tutti i giorni combattono regole ingiuste e discriminanti, avessero semplicemente chinato la testa, teorizzando che il razzismo, le dittature, la mafia o le guerre fossero semplicemente inevitabili, e che anziché combatterle sarebbe stato meglio assecondarle, adattarsi. La regola che porta al profitto diminuendo i diritti dei lavoratori è una regola ingiusta e nel mio piccolo, io continuerò a crederlo e a oppormi.

Spererei davvero che quando mi chiede se per i miei figli e i miei nipoti vorrei un futuro migliore di questo, guardassimo tutti e due verso lo stesso futuro.

Il link dove si può leggere tutta la lettera è questo: Caro Sergio. Vale la pena dedicarci cinque minuti per capire che il mondo non è quello che raccontano i telegiornali.

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2 thoughts on “Gli operai esistono ancora

  1. Gran bella lettera ma, ( onde guardare tutti e due verso lo stesso futuro ) non suggerisce come rendere possibile il mantenimento dei diritti, il lavoro e relativo stipendio.

    Se non vado errando, i grandi citati nella lettera dell’operaio lottarono per cambiare i pensieri ad un epoca, non, per cambiare il pensiero a quella grande puttana che è il Mercato.

    Ma, come cambiare il Mercato, e/o la sua odierna etica?

    Ho letto ultimamente che sta traballando anche l’iniziativa etica di quel banchiere in India.

    Ho letto che il papa lo chiede, ma, sempre se non vado errando, (o se non ricordo male) neanche lui da la giusta mercede ai suoi operai, o meglio, gli da quello che a lui pare giusto.

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