Grafemi

Segni, parole, significato.

1987

Questa sera, mentre cucinavo la cena per me e mia moglie – i bambini sono in vacanza dai nonni, e ci possiamo concedere qualche coccola in più – e tagliavo le melanzane per preparare un sugo che, con un po’ di elasticità qualcuno potrebbe chiamare “alla Norma”, mi è venuta in mente una stupida barzelletta sentita un sacco di tempo fa: cosa fanno due pomodori sui fili della luce? Elettrica Salsa. E mentre la raccontavo a mia moglie, e lei mi diceva “ma è degli anni ottanta?”, mi sono venuti in mente tutti i dettagli di quando l’avevo sentita. Era sabato. Sabato 7 novembre. Sabato, 7 novembre 1987. Casa mia. Caterina, Arianna e Lara davanti alla telecamera. Pushka, il giovane cane di Caterina che probabilmente ora è già nel paradiso degli animali, stava giocando con un rotolo di cartaigienica, come nello spot “lunga, resistente e morbida”. E le mie tre amiche – Lara era la mia morosa – raccontavano la barzelletta dei pomodori. Alla mia telecamera.

Mercoledì 28 ottobre, sempre del 1987, intorno alle dieci e dieci del mattino, il preservativo che avrebbe dovuto impedire al mio sperma di invadere l’utero che mi accoglieva, si era rotto proprio sul finale, lasciando fuoriuscire tutto il carico di vita che avevo appena prodotto. Era il giorno del compleanno di Lara – compiva 17 anni. Io, avevo solo due mesi più di lei. E quella mattina, approfittando dell’assemblea di Istituto, ci eravamo rintanati in camera di mio fratello Alberto.  I preservativi li avevo comprati alla Casa del Detersivo di Piazza Insurrezione, dove si potevano mescolare tra un profumo e un dopo barba, senza dare troppo nell’occhio. Non eravamo a casa da soli, a dire il vero: in salotto, seduta nella sua sedia a rotelle, come in un libro dell’Ottocento, c’era la mia ottocentesca nonna Olga, perfettamente capace di intendere e volere, ma non di muoversi. Cosa deve aver pensato vedendomi schizzare fuori di casa con il viso bianco di terrore, e tornare dieci minuti dopo, senza fiato? Poteva immaginare che il suo nipotino era corso in Farmacia a comprare un tubo di crema spermicida, con la speranza di rimediare a quella disgrazia appiccicosa e assolutamente ingestibile?

Ebbi molta paura, quel giorno, e la ebbi per i tanti giorni  che vennero dopo – Lara aveva avuto le mestruazioni da poco, e sebbene questa circostanza deponesse a nostro favore, allo stesso tempo dilatava in una misura quasi insostenibile le settimane di attesa che sarebbero state necessarie per sapere se io e lei, compagni di classe in II B, Liceo Classico Marchesi, Padova, avremmo avuto un figlio , tipo a metà luglio del 1988, per i miei 18 anni. Mercoledì 28 ottobre c’era il cielo grigio. Noi eravamo ancora piccoli, anche se allora ci sembrava di essere quasi adulti. E anche se quella situazione era completamente fuori dal nostro controllo, non ne parlammo con nessuno – neppure con i nostri genitori (mi devo dare da fare, allora: non voglio che tra dieci o quindici anni, i miei figli possano trovarsi nella stessa solitudine). Ci limitammo a pregare qualcosa o qualcuno che le cose andassero per il verso giusto; io, in particolare, ripresi ad andare a Messa, al Carmine, mettendomi all’inizio della lunga navata, proprio davanti ad un Cristo di legno che sanguinava dai suoi piedi a grandezza naturale. Pregavo a mani giunte. Dio, fa’ che la mia ragazza non rimanga incinta. Mi avrebbe ascoltato violando tutti i suoi principi? O ci avrebbe punito? In fondo, eravamo due piccoli peccatori senza ritegno.

Qualche giorno prima, avevo deciso di fare dei filmati ai miei compagni di classe, con una telecamera Philips che mio padre aveva comprato qualche mese prima. Sabato 7 novembre, uno ad uno vennero a casa mia, ad orari prestabiliti, a recitare qualcosa davanti alla mia telecamera, senza che gli altri sapessero niente, come in quelle audizioni stile “Saranno famosi”. Cristian e Federico ballarano una musica new-wave (impossibile ricordare quale) imitando la professoressa di Filosofia, la cara signora Prosdocimi. Elisa, vestita da campagnola, recitò “La donzelletta vien dalla campagna” di Leopardi. Era tutto molto naif – stiamo parlando dei terribili anni ottanta. Poi Caterina, Arianna e Lara raccontarono un po’ di barzellette. Tra le quali, anche quella dell’Elettrica Salsa.

Sabato 14 novembre ci trovammo di sera, a casa di Lara, per guardare il filmino che era venuto fuori Non esisteva possibilità di fare il montaggio – stiamo parlando dell’età della pietra dei video: avevo solo lasciato qualche minuto libero all’inizio, per una specie di presentazione, e una quindicina di minuti alla fine. Durante la serata, prima di sederci davanti alla televisione per rivederci (vent’anni fa, succedeva molto raramente di avere la possibilità di rivedersi in movimento), Federico preparava le castagne , facendole saltare sul fuoco del caminetto in mansarda; Ludovica sistemava le bibite sui tavoli, la Misu scherzava con tutti; io, intanto, con la telecamera, giravo tra i miei compagni di classe, e riprendevo i loro visi. Avevamo diciasette anni, e quella era forse la prima volta che facevamo qualcosa simile a quello che i nostri genitori avevano fatto per anni – cioè trovarsi a mangiare insieme, a bere un po’ di vino, a chiacchierare, senza che si dovesse organizzare un gioco, o  ballare un lento. In sottofondo c’era una delle canzoni più stupide, ruffiane (e quindi struggenti) di tutti i tempi, della quale solo ora – grazie all’aiuto di mia moglie – scopro il titolo e l’autore: Honesty, di Billy Joel. Erano passati poco più di cinque anni da quando, nel salotto di casa mia, avevo ballato il  mio primo lento con Elisabetta, sulle note di Reality, colonna sonora del Tempo delle Mele – e ora mi ritrovavo, quasi uomo, nella mansarda della mia ragazza, come una specie di piccolo padrone di casa, con il timore che presto avrei avuto anche un figlio – e per un attimo, sentii che tutto quello che stava accadendo era qualcosa di irripetibile – il momento esatto in cui stavo passando dall’adoloscenza ad una larvata, ma palpitante, forma di maturità. Prima di iniziare a guardare il nostro film, Lara scese al piano sotto per chiamare i suoi, e dire loro che andava tutto bene. Scesi anch’io. Lei – che ricordi buffi – non ci vedeva perché la mattina era stata dall’oculista, che gli aveva messo l’atropina (possibile che fosse proprio questo, il motivo?). L’aiutai a fare il numero, e intanto la guardavo. Era bella, ma in quel momento mi sembrò che lei fosse qualcosa di completamente diverso – non più la morosetta da diciasettenne che avevo avuto fino a quel momento, ma una persona che avrebbe potuto essere la mia compagna per tutta la vita. In mansarda, la più romantica delle mie compagne di classe continuava a mettere Honesty, a ciclo continuo; la musica si mescolava alle voci dei nostri amici, ed era un suono lontano, e dolce. Avevamo tutti e due la pelle del viso calda per il fuoco delle castagne. Le sue pupille erano così scure, e così grandi, che tremolavano come due braci. La guardai, le misi una mano sul pancino, e mentre lei ascoltava le raccomandazioni dei suoi genitori, non ci dicemmo niente – rimanemmo in piedi, a guardarci, sorridendo.

Ora Lara ha due figli, e io ne ho altri due. Ci siamo lasciati in malo modo, dodici anni dopo quella sera; poi, tra tante difficoltà, siamo riusciti a ricreare un’amicizia che però è sempre trattenuta – come se ci fosse sempre molto da dire, ma non si trovasse più la maniera semplice per farlo. Siamo felici (io lo sono oltre le mie speranze di ragazzino), ciascuno nella propria vita – e non so nemmeno immaginare cosa sarebbe successo se Dio, attraverso i piedi insanguinati di Cristo che per tre domeniche consecutive baciai come un fariseo mentre Don Lino diceva “andate in pace”, non mi avesse ascoltato. E’ passato tanto tempo, e ne sta passando ancora molto. Ma quello sguardo che si scambiarono due ragazzi diciassettenni in un sabato sera di 23 anni fa, è come un diamantino sotto una montagna di carbone, che basta scavare un po’, e te lo ritrovi tra le mani, ancora luccicante: ancora perfetto.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

6 commenti su “1987

  1. Michele Lecchi
    17/08/2010

    Electrica Salsa, degli Off

    …Lo ascoltavamo anche noi, sulla Renault 5 verde pisello di Marco Vava che portava me e 2 nostre amiche a casa da scuola, alle 13,40. Si tornava a casa dall’ITIS di Dalmine, ed era il mitico 1987…! 🙂

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    • Paolo Zardi
      20/08/2010

      Gli Off! Avevo freudianamente rimosso il nome di quel complesso… teribbili! 😉
      Tutti abbiamo avuto un amico con la Renault 5. Il mio si chiamava Giorgio. Con la R5 andammo in montagna, ascoltando per la prima volta una cassetta dei Pitura Freska; arrivati a destinazione, abbiamo scoperto che il riscaldamento della casa non andava. Ci siamo rintanati in mansarda, con un sacco di coperte, e abbiamo passato la serata a giocare a Pirata – te lo ricordi? Quello con le spade che si infilavano nella botte… avevamo 21 anni. In montagna, c’era anche la Lara di cui si parla nel post. Il tempo passa, caro Mik!
      A presto, e grazie per la visita,
      Paolo

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  2. api
    19/08/2010

    eravate bimbi, eri un bimbo…ma quello sguardo appartiene ad ogni età, qualche annetto in più. e come vedi…rimane per sempre.
    bello leggerti, pà! 🙂

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    • Paolo Zardi
      20/08/2010

      cara Api, bello ritrovarti! Io, dopo una minivacanza, mi sono dovuto rituffare sul lavoro, che non mi lascia tregua.. ci sono momenti in cui mi viene voglia di mollare tutto, ma maledetto chi ha inventato il senso di responsabilità! 😉

      Per lo sguardo… spero davvero sia rimasto qualcosa, anche dopo tutti questi anni..
      Un abbraccio e a presto!
      Paolo

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  3. api
    19/08/2010

    ah! la canzone la conoscevo pure io, anzianotta, ma la fortuna dei più grandi sta nel non conoscere l’inglese! 😉

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  4. Renato
    23/08/2010

    Credo che la lettura dei tuoi ricordi sia uno dei piaceri più grandi che io abbia mai provato. Sono io che mi accontento di poco o tu sei bravissimo? Mah…

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Questa voce è stata pubblicata il 16/08/2010 da in Ricordi, Scrittura con tag , , , , .

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In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

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