Smoke

Non ho voglia di scrivere l’intera vita di Jean Genet in un post – si trovano tante informazioni, in giro, su di lui, che non ne vale la pena. Solo i dati essenziali: francese, abbandonato appena nato, tirato su da una famiglia che lo teneva per avere i sussidi riservati a chi accoglieva un orfanello, trascorsa la prima adolescenza in collegio, dove consolida la sua omosessualità, vive di furti e piccoli espedienti, che, dopo una parentesi nella Legione Straniera, lo portano in prigione prima, durante, e dopo la Seconda Guerra Mondiale. In carcere, scrive tre romanzi scandolosi sulla carta igienica. Pubblicati in numero limitato di copie, diventano  presto un vero caso letterario, grazie anche a Cocteau e a Sartre; quest’ultimo scrive una biografia  su Genet quando questi aveva poco più di 40 anni. Negli anni sessanta Genet scrive per il teatro, ma, di fatto, non riesce più a ritrovare la vena che l’aveva ispirato in gioventù.

Ma oltre che di letteratura – romanzi e teatro -,  si occupò anche di cinema, anche se un po’ di sfuggita. Alla fine degli anni quaranta (vado a memoria: potrei sbagliare la data di qualche anno) gira un cortometraggio che si svolge in un carcere – uno dei luoghi che maggiormente ispiravano la sensualità di Genet. Attraverso un foro praticato in un muro, due detenuti, che non possono vedorsi, si scambiano il fumo di una sigaretta. In questo gesto d’amore disperato, che nasce in un contesto di degrado e privazione, si ritrova il senso profondo dell’aforisma di Jean Genet: “il genio è disperazione superata a forza di rigore”. Dura due minuti e dieci: assolutamente da vedere.

—–

Su Jean Genet, consiglio il meraviglioso Ladro di Stile di Edmund White.

ladro di stile jean genet edmund white
Ladro di stile - Edmund White
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Una risposta a "Smoke"

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  1. “Negli anni sessanta Genet scrive per il teatro, ma, di fatto, non riesce più a ritrovare la vena che l’aveva ispirato in gioventù.

    Capita, quando si conosce il proprio genio, quando si impara a convivere con il proprio genio, quando si può stare in silenzio con il proprio genio perché “tutto è stato detto, fatto, finito.”

    E’ il silenzio dell’ultimo atto sulla croce, se vuoi.

    “il genio è disperazione superata a forza di rigore”.

    Di per sé, questa affermazione è verissima, ma, la rifiuto perché sembra detta da un Io compiaciuto di sé.

    Si può dire “genio” la forza del rigore che permette ai castrati da religione di superare il lutto per la tacitazione del loro desiderio sessuale?

    Si può dire “genio”, la forza di un rigore da disperazione che in effetti potrebbe celare, non un arte (o il genio) ma solo una malattia mentale?

    Oltre che al Genet (e anche per me in più volte e casi) l’affermazione identifica solamente i geniali da dolore. In questo senso è di parte. Sarà anche per questo che non mi piace.

    Una notte di qualche tempo fa incontro due tossici. Uno dei due mi chiede: Vitaliano, come si fa a capire la vita?

    Bisogna farsi un culo così, ho risposto, ma non è detto che voi siate adatti! 🙂

    Ecco, genio, (se me lo permetti) è anche un far capire svaccando quanto si dice.

    Ciao

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