E’ tutto qui – Matteo Scandolin

Luca Sofri ha un blog che, forse con un po’ di presunzione, si chiama Wittengstein. Nella classifica dei blog italiani più linkati sta sempre nella parte alta della classifica; e se diamo credito al concetto di page ranking inventato da Lawrence E. Page (per gli amici Larry), cioè uno dei due fondatori di Google, Wittgenstein è dunque uno dei blog italiani più importanti. In un post recente – diciamo intorno a Ferragosto – viene espresso un certo apprezzamento per l’onestà di Nicola Porro, vicedirettore (credo) de “Il Giornale”. Porro, intervistato sui rischi legati al potere mediatico di Berlusconi, ha risposto dicendo che, anche se ritiene che il problema sia sopravvalutato, si astiene comunque dall’esprimere un parere, perché lavora per un’azienda del Presidente del Consiglio (due o tre anni fa ho avuto modo di scambiare qualche mail, con Porro, e devo dire che la sua disponibilità, e la sua intelligenza, mi avevano spinto a domandarmi perché mai lavorasse per “Il Giornale”: ma anch’io sono di parte). Penso che in qualsiasi paese civile una simile risposta sarebbe considerata quanto meno scontata, se non dovuta: in Italia, invece, è una notizia. Ma, almeno, è una notizia positiva.

Matteo. Scandolin. E una “recensione” del suo libro di racconti “E’ tutto qui”. C’è un problema di fondo: Scandolin è un amico. Visto? Lo dichiaro subito. A prima vista, si potrebbe pensare che esista una sorta di conflitto di interessi. Potrei spiegare subito perché il rischio di una recensione non obiettiva, in realtà, è minimo. Ma prima, preferisco parlare di cose più importanti. Quindi, del suo libro.

E' tutto qui
E' tutto qui

Non è facile pubblicare racconti, in Italia. Lo dicono tutti, o forse è solo un luogo comune. Pescando sempre dalla stessa fonte di luoghi comuni, cioè la terribile vox populi, ultimamente esiste una leggera inversione di tendenza. In ogni caso, di solito funziona così: un tizio scrive racconti su racconti, e nessuno se lo fila; poi scrive un romanzo su un serial killer, che vende tantissimo; gli si chiede quindi di scriverne un altro uguale, poi un terzo, e se tutti e tre vanno bene, finalmente gli si concede il lusso di pubblicare quei racconti che nessuno voleva neanche guardare, e che forse erano le cose migliori che aveva scritto. Esordire con un libro di racconti, dunque, è una piccola impresa, che Scandolin compie appena ventottenne.

In realtà, Scandolin non può essere considerato un esordiente puro – cioè uno di quei tizi che dopo aver passato un sacco di tempo chiusi in camera a scrivere le loro cose su un quadernino, mandano un manoscritto ad un editore, come fosse un messaggio dentro ad una bottiglia, e poi – miracolo – quel manoscritto viene pubblicato, magari postumo: Scandolin no. Lui si muove nel mondo della scrittura pubblica da anni. E’ uno dei fondatori della rivista inutile, opuscolo letterario, ad esempio. E “Un momento”, uno dei racconti della raccolta, era già stato pubblicato nell’antologia Tutto il nero d’Italia. Insomma: Scandolin nasce già con un bel curriculum alle spalle, tanto che il suo libro “E’ tutto qui” potrebbe essere considerato una specie di antologia della sua produzione – un “The best of Scandolin”, se volessimo usare una metafora discografica. E credo che il titolo, molto indovinato, voglia indicare anche (ma non solo) questo.

Ci sto girando intorno, lo ammetto. Ma prima di arrivare al nocciolo della questione, che dovrebbe essere la risposta alla domanda “ma questo libro, com’è?”, devo dire di me. Del mio problema. Per motivi che conosco solo in parte, leggo pochi (pochissimi) libri di autori italiani. E, salvo poche eccezioni, ai racconti preferisco i romanzi. Scandolin è italiano – addirittura veneto –, e ha scritto un libro di racconti: Se non lo conoscessi di persona, probabilmente non sarei mai entrato in libreria a comprare “E’ tutto qui”. Ma sarebbe stato un peccato.

Perché “E’ tutto qui” è un buon libro. Un libro che sì, vale la pena di comprare, e di leggere. C’è una coerente visione artistica, dietro – diciamo una specie di teoria su come dovrebbe essere costruito un racconto, su quali argomenti dovrebbe affrontare, su quale voce andrebbe usata per parlare di persone, città, fatti che succedono. Scandolin ha capito bene come vuole scrivere un racconto; e per raggiungere i suoi obiettivi è disposto a rinunciare, anche coraggiosamente, a certe tentazioni piuttosto seducenti, che spesso minano gli scrittori, soprattutto quelli italiani. In tutto quello che scrive, c’è una costante tensione verso la riduzione – nei temi, nelle storie, e, in misura minore, anche nella voce. E questa tensione alla riduzione potrebbe essere il secondo motivo che sta dietro al titolo del libro: “è tutto qui?” è la domanda ingenua del lettore incapace di cogliere tracce di grandezza nelle cose piccole.

Se mi venisse chiesto di trovare una definizione breve dello stile di Scandolin, sceglierei “minimalismo padano”. Il sostantivo farebbe riferimento ad un minimalismo sui generis, lontano dallo scimmiottamento del solito Carver, o del primo David Leavitt, quello, ad esempio, di Ballo in famiglia C’è più passione, intanto. E poi c’è una lingua che spesso si accende all’improvviso, con invenzioni sempre efficaci. E’ un minimalismo che non si compiace di essere minimalista – che vive la semplificazione come uno strumento per arrivare al cuore dei personaggi, dei sentimenti che li animano, e non come un obiettivo. Non si scorge la scabrosità della lima, nei racconti di Scandolin, ma piuttosto un paziente e attento lavoro di levigatura.

E poi, è “padano”. Non so se esista un’estetica del nord-est; da qualche parte ho letto che esiste una sorta di movimento di scrittori veneti – Scarpa, Mozzi, Covacich, e altre noiosità simili – con un’identità comune, ma è un genere di teorie che, generalmente, mi interessa davvero poco. Allora quando dico che “E’ tutto qui” è padano, voglio dire che è padano per conto suo: è padano perché la laguna di Venezia, l’autostrada che porta a Trieste e il treno che porta a Bassano, l’acqua alta che continua a salire (tanto che uno dei personaggi si chiede se arriverà fino al primo piano, a ghiacciare i suoi capelli e quelli della ragazza che gli sta accanto), l’alcol (come nel bellissimo “Negroni”) non si limitano a fornire la scenografia, lo sfondo, davanti alla quale si muovono Giulia, Monica, Silvia, Luca, Jack, Sam, e Scandolin stesso, ma sono la sostanza di cui si compongono questi racconti – la loro stessa essenza. Anche quando Giacomo, il personaggio di “Sincerità” (il risultato più alto del libro, assieme a “Francesca”) vola fino a Lancaster a trovare la sua ragazza, ancora si sente l’odore salmastro della laguna, come qualcosa che i veneti – o almeno i veneti di Scandolin – si portano sempre dietro, e forse anche dentro.

Per quanto riguarda i temi trattati, e quindi le storie, Scandolin si muove in un mondo che conosce bene: post-adolescenti, o pre-adulti, che si muovono tra Mestre e Venezia, o poco più in là  Gli amori, quando non assomigliano ad una sbornia felice, sono imperfetti; le vite che conducono i personaggi sembrano tutte solcate da microfratture che si consumano nello spazio di un dialogo, o di un silenzio. Scandolin, nei punti più alti, scava proprio là, tra il detto e il non detto, con rigore e coerenza; e spesso, arriva a cogliere l’essenza di ciò che non è possibile raccontare, ma solo fare intuire.

Poi, certo, ci sono alcune cose che mi piacciono un po’ meno, forse anche semplicemente per gusti personali; ogni tanto ho avuto la sensazione che un’edizione un po’ più severa avrebbe potuto limitare, o indirizzare meglio, qualche ingenuità giovanilistica (ad esempio “Pancabbestia”), e contenere alcuni compiacimenti linguistici (ancora “Pancabbestia”, “E le parole sfibrate”, alcune poesie (che sono belle, ma che andrebbero un po’ scartavetrate)) – ma alla fine, rimane l’impressione – un’impressione forte,  decisa – di essere davanti a qualcuno che ha veramente qualcosa da dire: che “E’ tutto qui” non sia un tentativo estemporaneo di un giovane che cerca la sua strada, ma il primo passo di un cammino che, se punterà in modo deciso al mondo degli adulti, potrebbe arrivare in alto.

Ecco, è tutto qui. Alla fine, credo di averne parlato bene. E Scandolin è mio amico – ricordate? era stata la prima cosa che avevo detto. Il conflitto di interessi è una specialità tutta italiana. Ma il punto è che io, Scandolin prima di leggerlo, prima di conoscere inutile, non sapevo neanche chi fosse. Se siamo in qualche modo amici, lo dobbiamo alla sua scrittura – non alle nostre belle facce. Perciò non scrivo bene di lui perché è un amico, ma è un amico perché scrive bene. E se il prossimo anno pubblicasse, che ne so, un romanzo noir in stile scandinavo, be’, è più probabile che io smetta di essere suo amico, piuttosto che arrivare a parlarne bene!

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Per chi fosse interessato, qui c’è una bella intervista di Marco a Montanaro a Matteo Scandolin:, a proposito del libro “E’ tutto qui”.

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6 thoughts on “E’ tutto qui – Matteo Scandolin

  1. Ti considero mio amico, Paolo, perche’ scrivi bene e perche’ le cose che racconti sono in sintonia con le mie esperienze.
    E potremmo definirla “Coincidenza di interessi”, al contrario del “conflitto di interessi” che e’ il conflitto fra gli interessi del “popolo” e gli interessi di una singola persona o di una ristretta cricca di persone.

    Buona lettura, buona scrittura!
    Saludi,
    Michele

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