Arianna

Nei romanzi dell’ottocento, ma anche in certe storie di duemila anni fa, capitava che qualcuno venisse avvisato della morte di un amico, o di un parente, tramite una lettera che arrivava a destinazione giorni, o mesi dopo il fatto; il dolore scoppiava così, lontano e in ritardo, eppure vivido e feroce come se la morte, passando di bocca in bocca, non arrivasse mai a consumarsi.

Proprio questa mattina leggevo a letto, approfittando della febbre, del carteggio tra i due grandi scrittori Stevenson e James – il primo trasferitosi dalla Scozia all’isola di Samoa, l’altro da New York a Londra – carteggio nel quale i tempi tra una lettera e la sua risposta si misuravano in mesi. Quando Stevenson improvvisamente muore, a 44 anni, tocca alla moglie prendere in mano la penna e scrivere al gentilissimo James per avvisarlo di quella perdita. Vista dall’alto, la scena appare drammatica e ridicola allo stesso tempo: James, nella sua casa londinese, che si accascia sulla sedia per una morte avvenuta mesi prima, e della quale non aveva saputo nulla. Il lampo, e il tuono: quel genere di asincronia.

Era un po’ di giorni che non andavo a dare un’occhiata alla home page di Arianna – di giorno, quando sono al lavoro, a causa della neo-censura aziendale e bigotta, non ho accesso a Facebook, e la sera, di solito, devo pensare ad altro. La foto del profilo, un po’ a sorpresa, era quella di una donna anziana. Ho iniziato a scorrere i messaggi lasciati in bacheca. Si parlava di partenze. Di angeli. Di ricordi.  C’erano dei cuoricini, e un “Buon viaggio, cara”. La didascalia della foto diceva “Mia nonna, a lei devo tutto”. Così ho pensato che fosse morta quell’anziana signora. Poi, ho iniziato a pensare che Arianna avesse deciso di partire, di chiudere con Internet, con Facebook. Poi, con uno schianto, ho capito. Arianna era morta.

Ho scorso la sua bacheca, fino a trovare il suo ultimo messaggio. Cinque settembre 2010. Un link ad un articolo sulla lapidazione di Sakineh: la banalità dell’ultimo gesto. Quello prima: “per essere eccezionale un incontro deve corrispondere a quello che tu attendi”. Per quella crudeltà che spesso si accompagna al non sapere, il sette settembre, due giorni dopo, qualcuno scrive: “sono sicura che l’incontro è stato eccezionale”. Ma il sei, Arianna era stata portata via da un malore improvviso.

Ho conosciuto Arianna circa un anno fa. Mi aveva contattato su Facebook dopo che aveva letto un post che avevo scritto – qualche riga che parlava di un tema che le era particolarmente caro. Ci siamo scambiati un po’ di mail, e poi lei mi ha chiesto perché non avevo mai pensato di scrivere un libro su quel particolare argomento. Ci avevo pensato il giorno prima e, pur non credendo al destino, avevo capito che non si trattava di un caso.

Abbiamo continuato a scriverci. Io le raccontavo i miei progressi, lei mi dava qualche consiglio. E qualche volta abbiamo parlato di quelle cose che la facevano soffrire: un innamoramento non corrisposto, la sofferenza legata all’incomunicabilità, la diversità come potenzialità, o come deviazione, o come smascheramento delle convenzioni – tutti argomenti che con lei acquistavano una nuova dimensione. A luglio mi ha mandato un pezzo che aveva scritto, qualcosa che parlava della sua vita – mi chiedeva un parere “tecnico”, da lettore esterno e con un pizzico di esperienza. Ma leggendolo, ho pianto. Le ho scritto che non c’era nulla da aggiungere e nulla da togliere, a quello che aveva scritto: c’era più vita, e più dolore, di quanto si riesca a trovare in un romanzo. A giugno, abbiamo chattato un po’ su Facebook – la sua connessione andava e veniva, e mi pareva di non trovare il modo di dirle quello che pensavo. Mi pareva stesse soffrendo – che quell’ostacolo che lei aveva sempre affrontato con coraggio e intelligenza la stesse in qualche modo soverchiando. L’ho lasciata sentendomi addosso la sensazione di non esserci stato come avrei voluto, di non aver fatto nulla per lenire quel dolore: non so se la sofferenza fosse la componente più importante della sua vita – dai messaggi lasciati in bacheca dai suoi amici, direi di no – ma io avrei comunque voluto avere una voce più forte, più sicura, che le dicesse che le ero amico, che a lei ci tenevo, e che non sempre era facile trovare le parole giuste. Credo che di fronte alla perdita di qualcuno, tutti abbiamo conosciuto il rimpianto di non aver concluso degnamente il cammino comune.

Ci saremmo dovuti incontrare a Roma, alla presentazione di “Antropometria”: invece, non ci vedremo mai. E’ una cosa piccola, la vita: piccola, e terribile. Il libro, quello che mi ha ispirato Arianna, non l’ho ancora finito. Qualche settimana fa, pensavo che se un giorno l’avessi finito, mi sarebbe piaciuto dedicarlo a lei – mi sembrava un gesto di riconoscenza verso chi, in qualche modo, aveva fatto scoccare la scintilla. Ora so due cose: che lo finirò, e che sopra ci sarà il suo nome.

jan vermeer ragazza con orecchino di perla 1665

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5 thoughts on “Arianna

  1. (Da qualche tempo in redazione facciamo caso al fatto che facebook ha cambiato qualcosa nel mestiere del cronista, quando arriva la notizia di un mortale, un incidente sul lavoro o una persona scomparsa/rapita, il collega che firma le pagine di Cronaca cerca il volto della vittima su facebook e spesso gli si apre un profilo con un portafoglio di foto private e una bacheca con l’elenco dei messaggi lasciati dagli amici, è uno dei risultati dei nostri strumenti la morte in diretta e personalmente ne sono terrorizzata)

    Ho pensato a ciò che ho riletto di recente proprio nel libro che non riesci a trovare in giro (Lezioni di letteratura), a proposito della morte di Stevenson, al quale Nabokov dedica un ampio paragrafo che chiude così:
    “Vorrei dire qualche parola sugli ultimi momenti di Stevenson. Come avrete ormai capito, quando parlo di libri non sono di quelli che danno molto peso al materiale d’interesse umano. L’interesse umano non è il mio forte, come diceva Vronskij. Ma i libri, secondo il detto latino, hanno il loro destino, e a volte il destino degli scrittori segue quello delle loro opere. C’è il vecchio Tolstoj che nel 1910 abbandona la famiglia per vagare senza meta e per morire nella stanza di un capostazione, nel fragore di quei treni che avevano ucciso Anna Karenina. E nella morte di Stevenson, avvenuta a Samoa nel 1894, c’è qualcosa che imita stranamente il tema del vino e il tema della metamorfosi del suo mondo fantastico. Era sceso in cantina a prendere una bottiglia del suo borgogna preferito, l’aveva stappata in cucina e aveva gridato all’improvviso alla moglie: che mi succede? Cos’è questa stranezza? E’ cambiata la mia faccia? E cadde sul pavimento. Un vaso sanguigno era scoppiato nel suo cervello e in un paio d’ore era tutto finito.
    E’ cambiata la mia faccia? C’è un curioso collegamento tematico tra quel’ultimo episodio della vita di Stevenson e le fatali trasformazioni del suo più mirabile libro.”

    Credo sia inconsolabile la perdita di un interlocutore di carta, qualcuno che abbiamo imparato a conoscere, ad amare, attraverso un certo modo di raccontasi, così intimo e vulnerabile castello di parole. Non posso, non voglio immaginarlo.
    Non c’è molto altro da aggiungere e sai che sto pensando ad alcune persone che sento particolarmente.

    Ciao Pablito.

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  2. Percepisco la tua commozione, per cui mi sembra giusto dire che ti sono fraternamente vicino, senza aggiungere altro. Solo: Ciao cara Arianna che non conscevo. Grazie per essere stata amica di un mio amico.

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  3. Sono la sorella di Arianna che amavo profondamente….grazie per avemela fatta conoscere di più…hai ragione quando dici dei rimpianti; tu non sai quanti ne ho io. Ti sono vicina e ancora grazie………

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