Grafemi

Segni, parole, significato.

Sublime coprolalia

Chiunque abbia un bambino (forse basta anche una bambina) sa che nulla lo fa ridere più della parola cacca. Non ne conosco le ragioni – qualcosa di innato, comunque, perché succede a tutti i bambini, di tutto il mondo.

Quando il piacere per le parole oscene, o volgari, si protrae anche nell’età adolescenziale, o adulta, si parla di coprolalia (come dicevano i greci, inventori di ogni perversione: chiacchiera di sterco), che può essere il sintomo di qualche disturbo psichico.

Tuttavia, esistono casi in cui il linguaggio coprolalico raggiunge il sublime: ciò accade quando la merda , più o meno letteralmente, diventa ultimo, disperato strumento di rivolta. Allora, l’oscenità diventa, paradossalmente, catarsi. E l’Inno del corpo sciolto di Roberto Benigni è uno di questi casi.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

4 commenti su “Sublime coprolalia

  1. Nicola Pezzoli
    17/10/2010

    Da bravo sterco-sindromato di Tourette (ma in forma lieve e volontaria…) trovo che persino la parola COPROLALIA sia divertente: mi fa pensare a uno che s’ingroppa una tizia di nome Lia… 😀

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  2. Elle
    20/10/2010

    C’è una fase ben precisa – più o meno dai quattro ai sei anni, credo – in cui il bambino è maggiormente attratto da tutto ciò che genera ribrezzo, quindi cacca, vermi e schifezze varie.
    Aiutati anche dai grandi, (non dimentichiamo che esistono anche le figurine “schifose e puzzolenti” e gadget vari che vendono benissimo) ridono di gusto, forse perché proprio in quel momento scoprono la provocazione, la trasgressione, l’emulazione del sentirsi grandi.
    E ti guardano di sottecchi con gli occhi furbi, per vedere che effetto fa, se anche tu che sei grande e le parolacce non le dici, alla fine ridi e avalli quel comportamento che-non-si-può ma che-poi-fan-tutti.
    A mia figlia ho spiegato che le parolacce è meglio non dirle, ché le persone potrebbero offendersi.
    Lei allora mi ha chiesto se anche alle cose, agli oggetti, non si possono dire.
    Ecco, allora lì ho riso.

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    • Paolo Zardi
      23/10/2010

      Eh eh.. in effetti non semplice spiegare ad un bambino perché una parola è “parolaccia”.
      Mio figlio, 4 anni:
      “Ma è vero che culo è una parolaccia?”
      “Sì”
      “Ma culetto no”
      “In effetti, no”
      “E neanche cubo”
      “Eh no, neanche cubo”
      “Papà, ma cos’è ‘cubo’?”

      E’ un modo per giocare con le parole – non solo un prendere consapevolezza del fatto che quello che diciamo incide, modifica, l’ambiente che ci sta intorno, ma anche che esistono sia gli oggetti sia diversi modi di “raccontarli”…

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