Sublime coprolalia

Chiunque abbia un bambino (forse basta anche una bambina) sa che nulla lo fa ridere più della parola cacca. Non ne conosco le ragioni – qualcosa di innato, comunque, perché succede a tutti i bambini, di tutto il mondo.

Quando il piacere per le parole oscene, o volgari, si protrae anche nell’età adolescenziale, o adulta, si parla di coprolalia (come dicevano i greci, inventori di ogni perversione: chiacchiera di sterco), che può essere il sintomo di qualche disturbo psichico.

Tuttavia, esistono casi in cui il linguaggio coprolalico raggiunge il sublime: ciò accade quando la merda , più o meno letteralmente, diventa ultimo, disperato strumento di rivolta. Allora, l’oscenità diventa, paradossalmente, catarsi. E l’Inno del corpo sciolto di Roberto Benigni è uno di questi casi.

4 risposte a "Sublime coprolalia"

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  1. C’è una fase ben precisa – più o meno dai quattro ai sei anni, credo – in cui il bambino è maggiormente attratto da tutto ciò che genera ribrezzo, quindi cacca, vermi e schifezze varie.
    Aiutati anche dai grandi, (non dimentichiamo che esistono anche le figurine “schifose e puzzolenti” e gadget vari che vendono benissimo) ridono di gusto, forse perché proprio in quel momento scoprono la provocazione, la trasgressione, l’emulazione del sentirsi grandi.
    E ti guardano di sottecchi con gli occhi furbi, per vedere che effetto fa, se anche tu che sei grande e le parolacce non le dici, alla fine ridi e avalli quel comportamento che-non-si-può ma che-poi-fan-tutti.
    A mia figlia ho spiegato che le parolacce è meglio non dirle, ché le persone potrebbero offendersi.
    Lei allora mi ha chiesto se anche alle cose, agli oggetti, non si possono dire.
    Ecco, allora lì ho riso.

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    1. Eh eh.. in effetti non semplice spiegare ad un bambino perché una parola è “parolaccia”.
      Mio figlio, 4 anni:
      “Ma è vero che culo è una parolaccia?”
      “Sì”
      “Ma culetto no”
      “In effetti, no”
      “E neanche cubo”
      “Eh no, neanche cubo”
      “Papà, ma cos’è ‘cubo’?”

      E’ un modo per giocare con le parole – non solo un prendere consapevolezza del fatto che quello che diciamo incide, modifica, l’ambiente che ci sta intorno, ma anche che esistono sia gli oggetti sia diversi modi di “raccontarli”…

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