Grafemi

Segni, parole, significato.

Madame Bovary

Più volte, mentre leggevo Madame Bovary, il primo romanzo di Gustave Flaubert, ho dovuto fermarmi, chiudere il libro, appoggiarlo al comodino, togliermi gli occhiali, spegnere la luce e rimanere con gli occhi aperti a guardare il buio, come se improvvisamente mi fossi affacciato davanti ad una qualche forma di immensità – una luce talmente abbagliante da non poter essere guardata troppo a lungo.

E’ stato solo alla fine del libro, dopo aver finito l’ultima pagina, che mi sono chiesto: perché? Da dove deriva, come nasce, in che modo si esprime questa bellezza assoluta? La trama, già conosciuta da ogni persona occidentale mediamente colta, è così esile, così banale, da non poter giustificare, da sola, la sensazione di trovarsi di fronte ad un’opera immensa: una donna non particolarmente brillante intreccia due storie d’amore extra coniugali che la porteranno, inevitabilmente, al suicidio. Potrebbe essere il canovaccio sul quale costruire una buona soap-opera – e i personaggi del libro, in effetti, non si discostano molto dalla mediocrità dei protagonisti di una telefilm. Si potrebbe dire che il libro rappresenti una feroce critica dei vizi della piccola borghesia francese di metà dell’ottocento… ma non ho mai dato credito a quelle interpretazioni che cercano la grandezza di un romanzo nei suoi risvolti sociologici, antropologici, o psicologici. L’arte va giudicata con il metro dell’arte, che si basta da sé: se mi trovo a leggere Madame Bovary dopo 150 anni dalla sua pubblicazione, e ancora rimango estasiato da ciò che leggo, il motivo sta da qualche altra parte. Ma dove?

 

La maggior parte delle persone educate nell’Occidente cristiano coltiva l’idea che la parte importante di un’opera non sia la forma, ma la sostanza. Un libro deve essere più buono che bello, più utile che divertente; deve insegnare prima di commuovere, e se commuove deve farlo in un modo moralmente corretto; deve mostrare che il bene prevale sul male, che il male non paga, e soprattutto che è impossibile confondere, anche solo per un momento, la luce con il buio. Quando Madame Bovary fu pubblicato, tra il 1856 e il 1857, Flaubert venne portato in Tribunale. L’atto di accusa del pubblico ministero Ernest Pinard rappresenta una delle espressioni più lucide di questo modo di vedere le cose.

Sostengo che il romanzo Madame Bovary, considerato dal punto di vista filosofico, non è affatto morale. Indubbiamente Madame Bovary muore avvelenata; ha molto sofferto, è vero [la morte di Madame Bovary è atroce, e di questo Pinard sembra essere compiaciuto]; ma muore nell’ora e nel giorno che ha stabilito, ma muore non perché sia un’adultera, ma perché l’ha voluto lei; muore in tutto il fascino seducente della sua giovinezza e della sua bellezza [..]. C’è forse nel romanzo, qualcuno che possa condannare questa donna? No, nessuno. Questa è la conclusione. Non c’è nel libro un solo personaggio che la possa condannare. [..] Ma se in tutto il libro non c’è un solo personaggio che possa farle abbassare la testa; se non c’è una sola idea, una sola riga in virtù della quale l’adulterio sia biasimato allora ho ragione, il libro è immorale!”

Nessuna delle affermazioni del pubblico ministero (che fortunatamente perse la causa) è falsa. Il romanzo, è vero, non contiene alcuna morale; il mondo che rappresenta non è guidato da nessuna forma di giustizia. E se Pinard aveva in mente i libri del tempo – ad esempio Casa Desolata di Dickens – di sicuro avrà sentito la mancanza di una mano che dall’alto muove i buoni verso il premio (o verso la redenzione) e i cattivi verso il nulla. I personaggi, in Madame Bovary (da qui in poi indico il libro con MB: , sono tutti negativi: Emma è lasciva, ingenua, egoista, è fedifraga, è una pessima madre, una figlia mediocre (il padre, che pure la ama, è ben contento di darla in sposa); suo marito Charles è, sostanzialmente, un cretino senza ambizioni, praticamente cieco di fronte al mondo; i due amanti di Emma non hanno alcuno spessore, né sentimentale né intellettuale. Il farmacista è insopportabile, e meschino; l’usuraio un cattivo senza scrupoli che alla fine esce dalla storia senza che nessuno sospetti che è lui, in fin dei conti, la prima causa della caduta in disgrazia di Madame Bovary. Nessuno può condannare Emma, perché tutti hanno qualcosa da nascondere. In uno dei passi finali, quando Emma cerca di uscire dalle difficoltà finanziare in cui si trova chiedendo ai suoi compaesani un po’ di soldi in prestito, è tutto un tragico, squallido susseguirsi di palpeggiamenti e richieste immorali da parte della “brava gente” del paese. L’unico personaggio che si salva è forse Justin, l’aiutante del farmacista, poco più che una comparsa, che nelle pagine finali viene beccato mentre piange davanti alla tomba di Emma. Cosa sbaglia, allora, Pinard? Perché, a distanza di 150 anni, siamo certi che MB ha vinto, definitivamente, su quella visione del mondo?

L’errore di Pinard è quello di mirare verso il posto sbagliato. Nel romanzo, cerca qualcosa che non c’è, e, a causa di questa ricerca, non vede le cose che invece offre. Se Pinard avesse dovuto valutare una natura morta di Caravaggio, cosa avrebbe detto? Non ci sono personaggi, non c’è morale, non c’è insegnamento: eliminare. Ma Flaubert cerca di disegnare proprio questo: nature morte. In una lettera indirizza a Lucia Colet il 16 gennaio del 1852, arriva a definire la sua intenzione in modo talmente preciso da non lasciare dubbi: la sua aspirazione è quella di scrivere un livre sur rien, un livre sans attache extérieure, un livre qui n’aurait presque pas de sujet ou du moins où le sujet serait presque invisible. Un libro sul niente, dunque: ecco cosa è Madame Bovary. Il soggetto gli fu imposto dagli amici (averne di amici così!), che sfidarono Flaubert a raccontarlo rinunciando a qualsiasi forma di romanticismo. E lui, accetta la sfida, e costruisce la trama della sua storia come se fosse un articolo di giornale.

Ma il mero pretesto, il vuoto che riempie le pagine di MB, diventa, nelle mani di Flaubert, il punto sul quale fa leva la scrittura di Flaubert – uno dei due perni che sostengono quell’immensa forza emotiva che le pagine producono in chi legge. Flaubert parla di fatti quotidiani, persone qualsiasi, immersi in un ambiente spesso avvilente, privo di attrattive; ma la lingua che sceglie, che pure si limita a manipolare oggetti – il libro è pieno di “cose”, descritte nei loro minimi dettagli – è una lingua poetica; ed è poetica non nel contenuto, ma nella forma. Il segreto della poesia di MB è nascosto in quattro punti impensabili: nelle congiunzioni, nella punteggiatura, nell’uso dei verbi all’imperfetto e nella particolare costruzioni delle frasi, sia al loro interno, sia nelle relazioni tra di loro (tra queste costruzioni, la più evidente è qualcosa che io chiamerei “tripletta”, cioè una sequenza di tre aggettivi, o tre endiadi, o tre proposizione, giustapposti tra di loro).

 

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MB inizia con l’unica vera stranezza del libro:

Eravamo in aula a studiare, quando il rettore…

Una delle caratteristiche di MB è la formale impersonalità dell’autore: egli non partecipa alla storia (come accade, ad esempio, al personaggio principale di un libro di Dickens scritto pochi anni prima, Casa Desolata, che racconta in soggettiva tutta la storia) e non la commenta (come succede sempre in Casa Desolata, con la voce del secondo narratore che rimprovera, fustiga, premia i suoi personaggi). M.B., invece, inizia con questo plurale indefinito, riferito ai compagni di classe di Charles Bovary, futuro marito di Emma – e questa forma dura poche pagine, e poi sparisce completamente. Chi sta raccontando questa storia?

Charles viene presentato subito come un uomo irrimediabilmente senza qualità: è un mediocre studente, è un mediocre figlio, è un mediocre dottore. Durante una delle sue visite – deve sistemare la frattura di un vecchio contadino che vive in mezzo alla campagna – vede Emma, la figlia. Flaubert ha una scrittura molto asciutta, e allo stesso tempo molto ricca. Gli aggettivi sono perfettamente calibrati. L’entrata in scena di Emma è all’insegna di una sensualità un po’ selvatica che forse è la caratteristica principale di Emma.

Poiché essa tardò molto a trovare il bauletto da lavoro, suo padre perdette la pazienza. Lei non rispose, ma, cucendo, si pungeva le dita e se le metteva in bocca per succhiarsele.

Quelle dita in bocca sono Emma – la sua essenza. E per raccontare questo dettaglio Flaubert sceglie l’imperfetto. Lei non rispose ma, cucendo, si pungeva le dita e se le metteva in bocca per succhiarsele. Proust, che prima di essere uno dei tre più importanti romanzieri del ventesimo secolo, era un acutissimo critico letterario, considera questo uso dell’imperfetto come il tratto distintivo dello stile di Flaubert; l’effetto che ne deriva è una sorta di dilatazione del tempo (per quanto tempo Emma si è punta le dita? quante volte?) che rende il racconto più simile ad un ricordo che ad una cronaca fedele dei fatti. Con l’imperfetto, il punto di vista si sposta, impercettibilmente, verso un tempo interiore, quasi sentimentale: ciò che conta, nella scena in cui compare Emma, è quel gesto del pungersi le dita, e quello, irresistibile, di lei che le succhia; e grazie all’imperfetto, questi due gesti si allungano per un tempo indeterminato, senza confini.

 

Anche alla tristezza di Emma Flaubert regala il dono della dilatazione del tempo:

Che tristezza la domenica quando suonava il vespro. Ascoltava in un’assorta ebetudine i rintocchi chiocci della campana che battevano a uno a uno. Un gatto se ne andava passo passo sui tetti, inarcando la schiena ai pallidi raggi del sole. Sulla strada principale, il vento sollevava nugoli di polvere. Di tanto in tanto, in lontananza, un cane ululava. E la campana continuava a intervalli regolari il suo rintoccare monotono, che si perdeva nella campagna.

Per quanto tempo il gatto inarca la schiena ai pallidi raggi del sole? Nell’esperienza di Emma, per un tempo infinito.

 

Torniamo alla sensualità di Emma che si succhia le dita. Charles non può resistere alla sua sensualità. E quindi, noi che leggiamo soccombiamo alla sensualità di Flaubert.

Una volta – era tempo di disgelo, le scorze degli alberi stillavano nella corte e la neve si scioglieva sui tetti – ella, che stava sulla soglia, andò a cercare l’ombrello e lo aprì: l’ombrello che era di seta cangiante, attraversato dal sole, gettava mobili riflessi sulla pelle bianca del suo viso. Lei sorrideva, là sotto, nel tepore dell’aria. Si sentivano a una a una le gocce cadere sulla seta tesa.

Emma è là sotto, nel tepore dell’aria, mentre la neve si scioglie sul suo ombrellino; guarda Charles, e sorride. Come può resisterle? Come possiamo noi resisterle? Siamo dalla parte di Charles, in questo momento. Sappiamo che Emma è una bomba pronta ad esplodere: ma ci guarda da sotto l’ombrellino, con le sue ciglia nere, i suoi occhi bruni, i capelli lungi e corvini (molte pagine più avanti: pareva che un artista, abile corruttore, le avesse disposto sulla nuca la treccia dei capelli, avvolti in una massa pesante, negligentemente, secondo il capriccio dell’adulterio che tutti i giorni li scioglieva). Non possiamo dirle di no – né noi né il povero Bovary.

Ma Charles è sposato con Heloise, una vedova dai denti lunghi, e i piedi sempre gelidi sotto le coperte, sposata solo per interesse; ma poiché Flaubert è incredibilmente crudele, nel perseguire i suoi scopi, Heloise muore poche pagine dopo:

Otto giorni dopo, mentre stendeva la biancheria nel cortile, Heloise ebbe uno sbocco di sangue. Il dì seguente, nel momento in cui Charles le voltava le spalle per chiudere le tende della finestra, disse: “Ah Dio mio!”, fece un sospiro e svenne. Era morta.

In ogni pagina, Flaubert è insuperabile nella sua capacità di rappresentare la realtà – di dare quella dolcissima sensazione di trovarci di fronte a qualcosa di vero: Charles è girato di spalle mentre lei muore, e sta chiudendo le tende. Nessuna retorica. Il realismo passa attraverso questi veloci tratti di pennello.

 

Dopo la morte di Heloise, finalmente Charles può sperare di sposare Emma. Inizia così a frequentare la sua casa di campagna. Charles non ha nulla da dirle – sappiamo da subito che non è un grande parlatore – per cui si siede in cucina, con lei, e la guarda. Riesce a sentire solo due cose: la testa che gli batte dentro, e il coccodè di una gallina in cortile.

Lavorava a testa bassa, senza parlare. Anche Charles taceva. Il vento, passando di sotto la porta, spingeva un po’ di polvere sulle mattonelle. Egli guardava la polvere mulinare sull’impiantito. Sentiva soltanto la testa battergli dentro e il coccodè di una gallina, là fuori, sul cortile. Emma, di tanto in tanto, si rinfrescava le gote con le palme delle mani, e poi raffreddava le palme posandole sul pomo di ferro dei grandi alari.

Finalmente trova il coraggio di chiedere la sua mano al padre di lei, un rozzo contadino dall’animo sensibile. Si accordano che sarà il padre a chiedere ad Emma se lei acconsentirà; se sarà un sì, il padre alzerà la persiana di una finestra. Ecco ancora Flaubert all’opera con la dilatazione e la contrazione dei tempi:

Charles legò il cavallo a un albero. Corse ad appostarsi sul sentiero. Aspettò. Passò mezz’ora. Poi contò diciannove minuti sul suo orologio. Tutt’a un tratto, sentì un colpo contro il muro. La persiana era spalancata, la catenella tremava ancora.

Mezz’ora. Poi, diciannove minuti. La scena è vividissima – la catenella trema ancora – ma la sensazione è che questi dettagli sgorghino, in qualche modo, non dalla realtà ma dai ricordi di qualcuno (Charles?). Sono convinto che lo struggimento sia il più potente tra i sentimenti che le opere d’arte riescono a riprodurre nella mente del lettore (il vero laboratorio dello scrittore); e lo struggimento nasce dal contrasto tra ciò che era e ciò che è adesso; o tra ciò che sarebbe potuto essere, ed invece non è stato. Non è l’inferno, ma il paradiso perduto. La lingua di Flaubert, il suo ritmo, la sua struttura, continuano a mostrare un universo poetico che non trova corrispondenza in ciò che la storia racconta. Flaubert sembra essere un platonico, del tipo pessimista: crede al mondo delle idee, ma è convinto che la caverna sulla quale si proiettano le ombre sia irrimediabilmente compromessa. E’ per questo che la dolcezza di Flaubert è legata intrinsecamente agli imperfetti: il ricordo è bellezza; ma poiché la bellezza dei ricordi è perduta, la bellezza di Flaubert è struggente.

 

Pochi mesi dopo, una volta sposati, Charles (e non Emma) vive in una specie di luna di miele. Mentre si allontana per andare a lavorare, si gira e la vede alla finestra:

Emma continuava a parlare di lassù, strappava con la bocca un petalo, una foglia, e li soffiava verso di lui. Volteggiavano, rimanevano sospesi, disegnavano semicerchi per l’aria, come uccelli, e, prima di finire a terra, andavano a impigliarsi nella criniera arruffata della vecchia giumenta bianca ferma davanti alla porta.

Nell’ultima pagina del libro, Charles, con la barba lunga, e ormai selvatico, sta seduto su una panchina del suo giardino, illuminato dai raggi del sole che passano attraverso la trama dei rami, immerso nelle ombre che le foglie di vite disegnano sulla sabbia; e si sente soffocare come un adolescente sotto i vaghi effluvi d’amore che gonfiano il suo cuore addolorato. Non sappiamo a cosa sta pensando – Flaubert non ce lo dice – ma possiamo immaginare che con gli occhi del ricordo stia seguendo i petali che Emma gli soffiava dalla finestra: li rivede come in un momento che non finisce mai. Charles sta morendo – mancano poche righe – e ha ancora il tempo per ricostruire la propria vita come avrebbe voluto viverla lui.

Ma la realtà è ben diversa da quella che forse rivive nei ricordi del povero Charles. In MB tutti i personaggi sono ciechi (e non è un caso che Emma muoia proprio mentre l’unico vero cieco del libro, una specie di vagabondo che chiede la carità, canta sotto le sue finestre); Charles è incapace di vedere se stesso, e di vedere Emma per quello che è. Emma, invece, è incapace di vedere il mondo reale: mentre lo guarda, finisce inevitabilmente per deformarlo tramite le lenti colorate di un libro. Da piccola, mentre viene educata in un convento:

Aveva letto Paolo e Virginia e aveva sognato la casetta di bambù, il negro omingo, il cane Fido, ma soprattutto la dolce amicizia di un buon fratellino che vada per te in cerca di frutti rossi in cima ad alberi più alti di campanili o corra scalzo sulla sabbia portandoti un nido d’uccello.

Tutta la sua vita futura sarà un continuo cercare di ricreare le storie, le atmosfere, le trame, dei libri che ha letto – e così Flaubert finisce per dare ragione, indirettamente, al suo inquisitore che sosteneva, nella sua accusa, che il romanzo MB avrebbe corrotto le donne francesi. Lo sa bene anche la madre di Charles, che capisce che la causa dei mali di Emma sta nella sua fantasia fuori controllo:

Ah, lavora! E che cosa fa? Legge romanzi, cattivi libri, opere contro la religione nelle quali ci si burla dei preti con discorsi alla Voltaire! Sono cose che a lungo andare portano le loro conseguenze, povero figliolo mio, e uno che non ha religione va sempre a finir male.” Sicché fu deciso di impedire a Emma di leggere romanzi.

Cosa legge Emma? Lo dice lei, in un dialogo che Flaubert inserisce come una provocazione:

A lungo andare però,” – riprese Emma – “[i poeti] stancano. Ora mi piacciono molto le storie che si leggono tutto d’un fiato, e che fanno paura. Deterso i personaggi di tutti i giorni e i sentimenti pacifici della vita normale”.

Emma , dunque, non avrebbe mai letto Madame Bovary. E quando Emma realizza che ciò che sta succedendo tra lei e Léon è ciò che in un libro si chiamerebbe “amore adulterino”, ecco come si felicita:

Si ripeteva: “Ho un amante! ho un amante!”, e si beava di questa idea, come se fosse sopraggiunta una nuova pubertà. Finalmente stava per ottenere quelle gioie dell’amore, quella febbre di felicità in cui non aveva più sperato. Entrava in un mondo meraviglioso, dove tutto sarebbe stato passione, estasi, delirio.[..]

Allora le vennero in mente le eroine dei libri che aveva letto, e quella lirica legione di adultere cominciò a cantarle nella memoria con una voce di sorelle che l’affascinava. Diventava, anche lei, una parte vera di quelle fantasie e realizzava il lungo sogno della sua giovinezza riconoscendosi in quel tipo di amante che aveva tanto invidiato.

 

 

Charles non riesce a vedere dentro ad Emma; Emma non vede il mondo reale, e vorrebbe quindi che Charles fosse diverso. Lui è incapace di comprendere lei; lei è incapace di comprendere che lui non riesce a vederla. C’è solo un momento in cui Emma sembra dolersi di questo:

Eppure, se Charles avesse voluto, se avesse dubitato di qualche cosa, se una volta sola fosse andato incontro con uno sguardo al suo pensiero, le pareva che un’improvvisa abbondanza si sarebbe staccata dal suo cuore, così come i frutti cadono dall’albero non appena lo si tocca.

Ma anche se fosse successo, se fosse successo che Charles davvero fosse andato incontro a lei, Emma non avrebbe visto: è questa la tragedia di MB. Flaubert – lo ripeto – è pessimista. In uno dei pochi momenti in cui si sente la sua voce, leggiamo:

Nessuno ha mai l’esatta misura dei propri bisogni, delle proprie idee, dei propri dolori, giacché la parola umana è come una caldaia incrinata sulla quale battiamo per cavare, alla fine, una musica capace di far ballare gli orsi: e dire che, invece, vorremmo intenerire le stelle!

Anche lui, come Madame Bovary, vorrebbe che il mondo funzionasse come nei libri, ma sa che non è possibile. Il dolore che serpeggia per tutto il libro nasce soprattutto da questa frattura: la lingua segue il cuore di Flaubert, la storia la sua ragione. E tanto più la ragione diventa crudele, tanto più il cuore trova il modo di farci arrivare, attraverso la lingua, la sua brama di poesia. Flaubert è un poeta che, obbligato a scrivere un articolo di giornale, accetta il suo compito fino in fondo – rinunciando alla poesia, ma non al suo ricordo. E il ricordo della poesia si concretizza attraverso le congiunzioni e la punteggiatura (che fanno suonare le frasi come se fossero in versi), e attraverso la costruzione di ogni singolo periodo. Le triplette. In “Il fantasma esce di scena”, di Philip Roth, Zuckermann è alla ricerca ossessiva delle triplette in Conrad. Flaubert le usa così spesso da farci credere che il ritmo del suo stile sia in gran parte determinato da loro. A costo di sembrare pazzo, o stupido, io credo che MB sia prima di tutto un perfetto insieme di congiunzioni, segni di punteggiatura, e triplette.

 

Ma torniamo ai sogni di Emma: ad un elegantissimo ricevimento – l’unico al quale riesce casualmente a partecipare – la sua attenzione cade su un vecchio seduto a tavola con loro:

A capotavola, solo tra tutte quelle donne, curvo sul suo piatto pieno e con la salvietta annodata al collo come un bambino, un vecchio mangiava lasciandosi cadere di bocca gocce di salsa. Aveva gli occhi scerpellati, portava un codino annodato con un nastro nero. Era il suocero del marchese, il vecchio duca di Laverdiere, favorito del conte d’Artois al tempo delle partite di caccia al Vaudreuil, dal marchese di Conflans. Si diceva che fosse stato l’amante della regina Maria Antonietta, tra il signor di Coigny e il signor di Lauzun. Aveva fatto una clamorosa vita di stravizi: duelli, scommesse, ratti di donne; aveva divorato la sua fortuna e atterrito la famiglia. Un domestico, dietro la sua sedia, gli gridava nell’orecchio il nome dei piatti che egli, balbettando, indicava con il dito. Gli occhi di Emma tornavano e ritornavano istintivamente su quel vecchio dalle labbra penzoloni come su qualcosa di straordinario, di augusto. Aveva vissuto a Corte, si era coricato nel letto delle regine!

In questo paragrafo, c’è tutto Flaubert. La sua capacità di rendere la realtà con un dettaglio (quelle gocce di salsa..), la sua ironia feroce (la precisione cronologica con la quale viene individuato il periodo in cui lui fu amante della regina, e i legami tra i nobili), l’ingenuità di Emma (che vede, in quell’uomo pietosa, qualcosa di straordinario). E le triplette, che qui addirittura si annidano all’interno di una proposizione già inserita in una struttura di questo tipo. A livello di proposizioni, abbiamo:

Aveva fatto una clamorosa vita di stravizi:/ duelli, scommesse, ratti di donne;/ aveva divorato la sua fortuna e atterrito la famiglia.

e, dentro, a livello di sostantivi:

duelli,/ scommesse,/ ratti di donne

Flaubert continua per tutto il libro a giustapporre pezzi in blocchi di tre, legandoli tra di loro solo attraverso la punteggiatura sempre perfetta:

Com’era Parigi?/ Che nome smisurato!/ Se lo ripeteva sottovoce, per goderselo.

Oppure, ancora con annidamento:

[La notte non dormì,/ si sentiva la gola stretta,/ aveva sete.]/ [Si alzò per andare a bere alla brocca e aprì la finestra: il cielo era coperto di stelle,/ spirava un vento caldo,/ lontano i cani abbaiavano.] / [Si volse dalla parte dei Bertaux.]

Al matrimonio di Charles e Emma:

Erano stati invitati tutti i parenti delle famiglie,/ era stata fatta la pace con gli amici in discordia,/ era stato scritto alle conoscenze perdute di vista da molto tempo.

e anche:

Il municipio era a una mezza lega dalla fattoria,/ tutti vi andarono a piedi/ e a piedi tornarono dopo la cerimonia in chiesa.

Flaubert era, per sua stessa ammissione, un’amante della “bella frase” – lavorava come un certosino su ogni singola frase. Spinge così la tripletta fino alle sue massime possibilità:

Il giovane fu irritato da questa stranezza bigotta,/ ma poi sentì un certo incanto nel vederla, nel bel mezzo di un appuntamento, così sperduta nelle preghiere come una marchesa andalusa;/ e poi cominciò ad annoiarsi, perché non la smetteva più.

A livelli ancora più complessi, un bellissimo passo di vita quotidiana, costruito su continue giustapposizioni di frasi, a tre a tre:

Un incidente aveva causato il ritardo: la levriera della signora Bovary era scappata per i campi. Le avevano fischiato per un buon quarto d’ora. Hivert era anche tornato indietro di una mezza lega credendo di scorgerla a ogni piè sospinto. Ma poi avevano dovuto continuare il viaggio. Emma aveva pianto, si era arrabbiata, aveva dato la colpa a Charles di quella disgrazia. Il signor Lherueux, commerciante di stoffe, che era insieme con lei nella carrozza, aveva cercato di consolarla raccontandole una gran quantità di storie di cani smarriti che avevano riconosciuto il loro padrone dopo lunghi anni. Si parlava di uno che da Costantinopoli era tornato a Parigi. Un altro aveva fatto cinquanta leghe in linea retta, e attraversato quattro fiumi a nuoto. E anche suo padre aveva avuto un barboncino che, dopo dodici anni di assenza, tutt’a un tratto gli era saltato addosso, una sera, per strada, mentre egli andava a cena fuori.

 

Torniamo ai sogni di Emma. Dopo la cena sontuosa alla quale era stata invitata con Charles, continua a ripensare a quei momenti:

Il ricordo di quel ballo fu dunque per Emma una occupazione. Ogni mercoledì, svegliandosi, si diceva:”Ah! Otto giorni fa…/ quindici giorni fa…/ tre settimane fa, ero laggiù”. A poco a poco le fisionomie le si confusero nel ricordo,/ dimenticò le melodie delle danze,/ non vide più con chiarezza le livree e le sale. I particolari svanirono, ma il rimpianto le rimase.

(Da qui in poi, non evidenzio più le triplette: ma ci sono sempre!)

Emma è una sognatrice, del tipo ingenuo. Il suo romanticismo è sincero nella sostanza, ma dozzinale nella forma. Assomiglia ai vagheggiamenti di una casalinga che ha visto troppe soap-opera, o troppi reality. La sua fantasia è fervida, ma male applicata; ricalca pedissequamente ciò che ha letto. Però è vivida. Al ritorno dal ballo, trova per terra un portasigari che lei immagina essere del Visconte che li aveva invitati; nei giorni successivi, ecco cosa succede quando Charles esce di casa:

Spesso, quando Charles era uscito, andava a prendere nell’armadio, tra le pieghe della biancheria dove l’aveva lasciato, il portasigari di seta verde. Lo guardava, lo apriva, annusava l’odore della fodera, un misto di verdena e di tabacco. Di chi era? Del Visconte. Forse era un regalo della sua amante, tenuto nascosto a tutti gli sguardi, sul quale si era chinata, per ore e ore, la pensosa ricamatrice con i suoi riccioli biondi. Un soffio d’amore era passato tra le maglie della trama, ogni punto dell’ago vi aveva fissato una speranza o un ricordo, e tutti quei fili di seta intrecciati non erano altro che il segno di una passione continua e silenziosa.

 

La forza di Emma, la sua eccezionalità, il motivo per il quale lei è in grado di sostenere, con la sua figura, uno dei più importanti romanzi di tutti i tempi, sta nella sensualità che pervade l’ingenuità dei suoi sogni. Ingenuità e sensualità, come sanno molti uomini sposati, formano un mix esplosivo

Quando inizia la sua relazione con Rodolphe, da principio è titubante; poi lascia che il desiderio si esprima in tutta la sua pienezza. Quando Charles esce di casa presto, prende l’abitudine di uscire all’alba per raggiungere il castello del suo amante (il pezzo che segue è semplicemente meraviglioso – passione pura):

Poiché questa prima audacia le era riuscita tutte le volte che Charles usciva molto presto, Emma si vestiva svelta e, a passi rapidi e leggeri, scendeva la scaletta che portava in riva al fiume.

Ma quando la passerella per le vacche non c’era, le toccava seguire i muri lungo il fiume. La riva era scivolosa, sicché, per non cadere, doveva aggrapparsi ai ciuffi di violacciocche appassite. Poi prendeva per i campi arati, dove affondava e inciampava infangandosi le scarpette. Il fazzoletto che portava annodato sulla testa s’agitava al vento tra l’erba alta. Aveva paura dei buoi, allora si metteva a correre. Arrivava affannata, con le gote rosse, esalando da tutta la persona un fresco profumo di linfe, di verde, di aria aperta. Rodolphe, a quell’ora, era addormentato. Per lui era come se una mattina di primavera gli entrasse nella camera.

Ma Rodolphe tiene le distanze – in qualche modo teme Emma, il suo ardore, la sua passione. E per farlo, usa a suo favore le convenzioni borghesi, che lui ed Emma violano continuamente:

Avevano bisogno di un buon quarto d’ora per gli addii. Alla Emma si metteva a piangere, perché non avrebbe voluto lasciare mai Rodolphe. Un sentimento più forte di lo la spingeva verso l’amante. Ma un giorno, vedendola arrivare all’improvviso, egli corrugò la fronte contrariato.

Che cos’hai?” – gli chiese Emma – “Stai male? Oh, parla!”

Allora, con un tono molto serio, egli disse che quelle visite diventavano imprudenti: Emma si comprometteva.

 

Rodolphe è uomo di mondo, e approfitta di questo amore:

Ma con quella superiorità di giudizio che è propria a chi in qualunque impresa, si tiene un po’ indietro, Rodolphe si accorse che in quell’amore c’erano altre possibilità di godimento da saggiare. Giudicò fuori luogo ogni pudore e trattò Emma senza riguardo. La fece diventare docile e corrotta. Emma aveva per lui una specie di attaccamento idiota, pieno di ammirazione per lui, di voluttà per sé.

 

Ma Emma è intraprendente, determinata, piena di forza. Sopravvive a Rodolphe, perché non era di lui che aveva bisogno, ma della sua idea. Dopo la fine della storia con Rodolphe (lui la lascia il giorno prima della loro impossibile fuga d’amore – fuga che lui non aveva mai preso in considerazione), riallaccia, per caso, la relazione appena abbozzata con Léon; ma questa volta è spregiudicata: imbroglia, nasconde, mente, organizza false piste per ingannare suo marito. Il suo desiderio inizia a somigliare alla voglia matta di una cavalla, tanto che arriva a spaventare Léon:

Pure, su quella fronte coperta di sudore freddo, su quelle labbra balbettanti, in quelle pupille svagate, nella stretta di quelle braccia, c’era qualcosa di estremo, di vago e lugubre, che a Léon sembrava insinuarsi tra loro due, sottilmente, come per separarli.

Ma prima, prima di consumarsi in un amore reale, fatto di carne (tanta) e ossa, Emma non smette di sognare. Di andare a Parigi, ad esempio, come fa in questo meraviglioso passo:

Comprò una pianta di Parigi e, con la punta del dito che scorreva sulla carta, faceva passeggiate per la capitale. Risaliva i boulevards, fermandosi a ogni angolo, tra le linee delle strade, o davanti a quei riquadri bianchi che, nelle piante, rappresentano le case. Alla fine, chiudeva le palpebre sugli occhi stanchi: e allora, nel buio, vedeva le fiammelle dei lampioni a gas torcersi nel vento, e vedeva file di carrozze scorrere con fracasso davanti ai peristili dei teatri.

 

A questi sogni, si contrappone la realtà, che Emma mitizza con la stessa intensità, ma con il segno contrario, come si può leggere in questo esempio (nel quale troviamo una delle più efficaci triplette del libro: Flaubert sente il bisogno di innalzare la cifra poetica della sua lingua proprio nei momenti più aridi):

Tutto ciò che la circondava immediatamente, campagna noiosa, piccoli borghesi imbecilli, esistenza mediocre, le sembrava un’eccezione nel mondo, un caso particolare nel quale ella si trovava presa: di là, si stendeva a perdita d’occhio l’immenso paese delle felicità e delle passioni.

Leggendo MB, si ha l’impressione di avere di fronte un congegno tanto perfetto quanto inesorabile – come una palla di acciaio che rotoli lungo un piano inclinato. Che non ci sia speranza per nessuno, è chiaro dalla prima pagina. L’inclinazione, la danno questi mondi così distanti: da una parte le regine, le gondole, le capanne in riva al mare, i viaggi lunghi otto giorni, le donne che gettano fiori al passaggio di Emma e il suo amante, le notti, i profumi, la vita che non finisce mai, e mille altri stereotipi del romanticismo di tutti i tempi, dall’altra campagna noiosa, piccoli borghesi imbecilli, esistenza mediocre. Di notte, Emma sogna ad occhi aperti, ma il risveglio è terribile:

Nell’immenso avvenire che ella immaginava, non culminava nessun particolare: i giorni tutti magnifici, si somigliavano come le onde, e tutto fluttuava all’orizzonte infinito, armonioso, azzurrino e pieno di sole. Ma la bambina si metteva a tossire nella sua culla, o Bovary cominciava a russare più forte. Si addormentava solo al mattino, quando l’alba sbiancava i vetri.

 

E’ troppo alto, il salto, perché Emma possa evitare di sfracellarsi, o perché Charles possa salvare loro due (o loro tre: i Bovary hanno anche una figlia, della quale Emma pensa: Strano, com’è brutta questa bambina!).

 

Non sappiamo come sia veramente Charles: lo vediamo sempre attraverso le lenti deformanti di Emma. Emma non ha la possibilità di vedersi da fuori – di guardarsi con i nostri occhi. Sappiamo per certo che i suoi amanti sono persone meschine – Flaubert entra spesso nelle loro teste (gli unici pensieri che vengono riportati in chiaro, nel romanzo, sono quelli di Rodolphe, il primo amante) – ma non sappiamo fino a che punto Charles sia davvero una nullità. Qualche sospetto, però, ce l’abbiamo pure noi:

Per tenersi al corrente, si era abbonato alla Ruche médicale, un giornale nuovo, del quale aveva ricevuto il programma. Lo leggeva un poco dopo cena, ma il calduccio della stanza e il lavorio della digestione lo facevano addormentare in cinque minuti. Restava lì, con il mento appoggiato su tutt’e due le mani e i capelli sparsi. Emma lo guardava e scuoteva le spalle.

Anche quando Emma pensa bene di lui, dimostra di non considerarlo più della sua cagna, dei ceppi del camino, della pendola:

Alla fin fine, Charles era pur sempre qualcuno, un orecchio sempre aperto, un’approvazione sempre pronta. Non faceva forse confidenze alla sua levriera? Ma ne avrebbe fatte persino ai ceppi del caminetto, alla pendola!

In uno dei punto più alti del libro – forse il singolo paragrafo che io preferisco – diventa assai difficile non solidarizzare con Emma:

Ma era soprattutto nelle ore dei pasti, in quella piccola stanza a pianterreno, con la stufa che fumigava, la porta che cigolava, i muri che trasudavano, il pavimento umido, che ella sentiva di non poterne più; le sembrava che tutta l’amarezza della vita le venisse servita sul piatto; col fumo del lesso, salivano fiotti di disgusto dal fondo dell’anima sua. Charles mangiava con lentezza. Ella rosicchiava qualche nocciola o, appoggiata sul gomito, si divertiva a tracciare strisce con la punta del coltello sulla tela cerata.

Non so in quanti romanzi si possa trovare una descrizione così vivida di una tristezza inconsolabile, ottenuta solo attraverso gli oggetti. La porta che scricchiola, i muri che trasudano, il pavimento umido. Quell’amarezza servita sul piatto. Il fumo del lesso. Flaubert è spesso stato definito, suo malgrado, un realista. Ma cosa significa realismo in letteratura? In Flaubert, forse significa semplicemente che le cose, le res, partecipano alla storia: non mera scenografia teatrale, ma personaggi a tutti gli effetti. In MB gli uomini e le donne non si muovono su uno sfondo di cartone, ma in un mondo pieno di rumori lontani, odori, macchie, crepitii, nuvole, stoffe – metri e metri! Per esempio, dopo 150 anni, ci pare ancora di sentire l’odore di salsicce arroste, cucinate alla festa del paese:

Il festino fu lungo, rumoroso, malservito. La gente era così pigiata che non era possibile nemmeno muovere i gomiti. Le assi strette che servivano da panche per poco non si ruppero sotto il peso dei convitati. Tutti mangiarono in abbondanza, ciascuno s’ingozzò per la quota pagata.

Mentre Emma e Rodolphe, il suo primo vero amante, parlano nel cuore della notte, il bosco è immerso nei rumori:

Di tanto in tanto, una bestia notturna, un riccio o una donnola, mettendosi a caccia, smuoveva il fogliame; oppure si udiva, a momenti, il tonfo di una pesca matura che cadeva dall’albero.

In certi punti, il suo realismo raggiunge il virtuosismo. A pagina 149 si legge:

Oh, cara, dammi un bacio!”

Lasciami!” – rispose lei, rossa di collera.

Ma che cos’hai, che cos’hai?” – egli ripeté stupefatto. “Calmati, cerca di riaverti… Sai bene che ti ami.. Vieni!”

Basta!” – ella gridò con faccia terribile.

E fuggendo dalla sala, Emma sbatté la porta così forte che il barometro cadde giù dal muro e andò a pezzi in terra.

Il barometro è il segno eloquente di una casa piccolo borghese; la sua distruzione rappresenta la pace famigliare turbata. Ma Flaubert, prima di romperlo, si preoccupa di farcelo vedere, ancora intatto, venti pagine prima:

Era sola. Il giorno si spegneva. Le tendine di mussola ai vetri trattenevano la luce del crepuscolo; la doratura del barometro, colpita da un raggio di sole, lo rifrangeva, mandando bagliori sullo specchio tra le ramificazioni del polipaio.

 

Il realismo, dunque, viene usato per creare la desolazione, che riflette soprattutto il male di Emma, cioè la sua incapacità di accontentarsi di ciò che ha – qualsiasi cosa essa sia; da questa desolazione, nasce il desiderio di amore. L’aiutante del notaio del paese, Léon, ha iniziato frequentare casa Bovary. Lei se ne invaghisce, e coltiva, per lui, un sentimento romantico e impossibile – impossibile perché è lei a renderlo tale. Ancora una volta, Flaubert dipinge una scena raffinatissima e sensuale di desiderio trattenuto:

Il fuoco moriva nelle ceneri, la teiera era vuota. Léon continuava a leggere, Emma lo ascoltava facendo girare senza pensarci il paralume della lampada, sulla quale erano dipinti pierrots in vettura e ballerine in bilico sulla corda. Léon si fermava e con un gesto indicava gli altri addormentati. Allora cominciavano a parlarsi a voce bassa e quel conversare pareva loro più dolce perché nessuno lo ascoltava.

Anche Léon, come Emma, vorrebbe essere un’idealista, un romantico, un sognatore; ma è più pragmatico (lo dimostrerà nella terza parte della storia, quando diventa il secondo amante ufficiale di Emma); e non ha la fervida fantasia di Emma. Per certi versi, è il più meschino tra tutti i personaggi (Charles non lo è mai; Rodolphe, il primo amante ufficiale, è cinico, ma almeno dimostra una certa coerenza interiore). Anni dopo, quando la loro storia d’amore si concretizza in settimanali incontri carnali, anche Emma rivede il suo giudizio:

Ora lo detestava. Quella mancanza di puntualità al convegno le pareva un oltraggio, e cercava anche altre ragioni per staccarsi da lui; era incapace di eroismo, debole, banale, più molle di una donna, e anche avaro, e pusillanime.

E’ vero che Emma ha una certa tendenza ad applicare ai suoi uomini un modello preconfezionato, a seconda del bisogno. Ma forse in Léon c’è davvero qualcosa di piccolo, e la conferma potrebbe darcela questo passo, uno dei più moderni di MB: siamo ancora all’inizio della seconda parte, quando Emma e Léon si stanno corteggiando; lui, che dimostra molte attenzioni verso Madame Bovary, sta anche valutando se insidiare la moglie del farmacista presso il quale vive:

Quanto alla moglie del farmacista, era la migliore sposa della Normandia, dolce come un agnello: amava i suoi bambini, suo padre, sua madre, i suoi cugini, si faceva una croce dei mali altrui, mandava avanti la casa alla perfezione, e non portava il corsetto: ma era così lenta a muoversi, così noiosa quando parlava, aveva un aspetto così usuale e una conversazione così povera, che egli non aveva mai sospettato, nonostante ella avesse trent’anni e lui venti, nonostante dormissero porta a porta ed egli parlasse tutti i giorni con lei, che potesse essere una donna per qualcuno o potesse avere del suo sesso qualcosa di più che la veste.

Al di là della perfezione formale (spicca l’ampia tripletta ottenuta tramite un’inusuale doppietta di “due punti”), credo non si trovi nulla di simile, di così esplicito, teso, lucido, in nessun romanzo prima di Flaubert. Flaubert ha, di fatto, inventato il romanzo moderno, dettandone le regole fondamentali: realismo, autore defilato, personaggi borghesi, assenza di giudizio, nessuna incertezza né timore nel raccontare il male per quello che è. Prima di Flaubert ci sono Dickens, Balzac, Dumas, Scott; dopo, Kafka, Roth, Nabokov. MB separa la storia della letteratura in due pezzi che comunicano attraverso di lui – ed è per questo che Pinard, il pubblico ministero che lo porta in tribunale, è terrorizzato: ha capito, prima di chiunque altro, quale sia la forza dirompente di questo libro. Perché Emma meriterebbe davvero di essere punita. Quando muore il padre di Charles, Emma non prova nulla: a pranzo, per salvare le apparenze, ostentò un po’ di mancanza di appetito. Un po’: Flaubert è davvero spietato. Poi lei, ritenendo che fosse necessario parlare, chiese:

Quanti anni aveva tuo padre?”

Cinquantotto”.

Ah!”

E fu tutto.

 

Ripenso alle morti di Casa desolata: sembra che in mezzo ci siano mille anni.

Flaubert è anche il precursore involontario di Freud – tanto da far dire a qualche critico che l’opera del padre della psicanalisi non sia altro che un’enorme annotazione in calce ai libri di Flaubert. Ma così come Flaubert rifiutava l’etichetta di padre del neo-realismo, probabilmente avrebbe negato di essere l’ispiratore di Freud; e come prova, avrebbe potuto portare questo bellissimo stralcio di dialogo in cui nega, a priori, tutta la teoria freudiana sulle cause dell’isteria femminile. Qui la serva di casa Bovary cerca di spiegare i motivi per i quali Emma soffre tanto:

[..]”Era così triste, così triste che a vederla in piedi sulla soglia di casa faceva l’effetto di un lenzuolo funebre teso davanti alla porta. Il suo male, a quanto pare, era una specie di nebbia che aveva nella testa. I medici non potevano farci nulla, e nemmeno il curato. Quando le prendeva un attacco più forte, se ne andava sola sola sulla riva del mare. Il tenente della dogana, durante il suo giro, spesso la trovava distesa bocconi a piangere sulla ghiaia. Dopo il matrimonio, dicono, le è passato tutto”.

Ma a me” – replicava Emma – “è dopo il matrimonio che mi è venuto”.

 

Emma è folle, ma si conosce alla perfezione. Nel guardarsi dentro, è lucidissima, come nessun altro personaggio del libro. Persegue il proprio piacere con tutti i mezzi che possiede; e poiché il piacere che persegue si fonda, almeno per la prima metà del libro, sull’immaginazione, ecco come si procura i brividi:

Léon, due volte al giorno, andava dal suo studio al Lion d’Or. Emma lo sentiva da lontano. Si chinava in ascolto. Il giovane passava dietro la tenda, sempre vestito allo stesso modo, senza voltare la testa. Ma al crepuscolo, quando ella stava con il mento appoggiato sulla mano sinistra e il ricamo abbandonato sui ginocchi, trasaliva all’apparizione di quell’ombra che scivolava via all’improvviso.

Ancora l’imperfetto, dunque – il tempo interiore che pervade MB. Ma Flaubert è immensamente ricco; in altri momenti, specialmente quando è Emma a pensare, comprime il tempo in un punto privo di dimensione. Un tramonto, una campana, un gatto diventano la rappresentazione del mondo interiore di Emma che ha appena visto partire Léon, e con lui la speranza di poter coltivare il vero amore:

La signora Bovary aveva aperto la finestra sul giardino e guardava le nuvole.

Si ammassavano dalla parte del sole morente, verso Rouen, e scivolavano via rapide, in volute nere, dietro le quali spuntavano grandi raggi di sole simili a frecce d’oro di un trofeo sospeso per aria. Il resto del cielo era vuoto e aveva la bianchezza della porcellana. Una folata di vento fece inclinare i pioppi. All’improvviso venne giù la pioggia, crepitando sulle foglie verdi. Poi riapparve il sole, le galline si misero a cantare, i passeri scossero le ali dentro gli umidi cespugli. Rivoli d’acqua scorrevano sulla sabbia, trascinavano i fiori rosi di una gaggia.

Per quanto tempo rimane ferma alla finestra, Emma? Le nuvole che si ammassano verso il tramonto. Poi si spostano verso Rouen. Si alza il vento. Piove. Riappare il sole. Le galline cantano come in una poesia di Leopardi. Tutto avviene mentre lei guarda verso la strada lungo la quale Léon è andato a Rouen. Dentro Emma, il tempo si è fermato.

 

C’è romanticismo, dunque, in MB – ma un romanticismo impossibile, sbagliato, fallimentare. E infatti, la vita di Emma precipita sempre più velocemente verso la fine che avevamo intravisto fin dall’inizio. Non muore per amore, Emma, ma perché la vita, quella vera, si presenta a lei sotto forma di cambiali da pagare, di minacce di pignoramento. Decide il suicidio quando comprende che i soldi sono più veri dei suoi sogni. Ma non c’è solo questo. Emma non sopporta la bontà di suo marito, che lei travisa (forse anche giustamente) per stupidità:

Questo pensiero della superiorità di Bovary rispetto a lei la esasperava. E poi, sia che confessasse sia che non confessasse, subito, un po’ più tardi o domani, la catastrofe l’avrebbe ugualmente conosciuta. Dunque, bisognava aspettare quell’orribile scena e subire il peso della sua magnanimità.

 

Alla fine, prende l’arsenico, e muore (per la gioia del pubblico ministero Pinard) tra dolori spaventosi che durano un giorno, e i cui dettagli Flaubert non ci risparmia. Mentre se ne sta andando, c’è il tempo per un attimo di pietà che Emma, morente, ha verso verso Charles:

E gli passava la mano tra i capelli, lentamente. La dolcezza di quella sensazione faceva ancora più pesante la sua tristezza; egli sentiva tutto il suo essere crollare per la disperazione all’idea di doverla perdere proprio ora che, invece, confessava per lui un amore mai dimostrato; e non trovava niente, non sapeva, non osava far nulla.

Vero amore? L’uso dell’imperfetto mi fa pensare che, ancora una volta, la realtà sia addolcita dal ricordo di Charles. Ma l’amore di Charles è vero; quelli di Rodolphe e Leon finti; quello segreto di Justin, il garzone, forse il più puro:

Suonò la mezzanotte. Il paese, come al solito, era silenzioso, e Charles, sveglio, pensava sempre a lei.

Rodolphe, che, per distrarsi, aveva battuto il bosco per tutto il giorno, dormiva tranquillamente nel suo castello; Léon, laggiù, dormiva anche lui.

C’era un altro che, a quell’ora, non dormiva.

Sulla fossa, tra gli abeti, un ragazzo piangeva inginocchiato, e il suo petto, rotto dai singhiozzi, ansimava nell’ombra, sotto il peso di un immenso rimpianto, più dolce della luna, più insondabile della notte. Il cancello improvvisamente cigolò. Era Lestiboudois [il becchino]. Veniva a cercare la pala, prima dimenticata. Riconobbe Justin che si arrampicava sul muro, e seppe allora chi era quel malvivente che gli rubava le patate.

**

Ne sono convinto: le recensioni sono una scusa per portare avanti la propria idea sulla letteratura, e quindi dell’arte (e già quel “quindi” si basa su un assunto che non è condiviso da tutti: per me il romanzo è arte, non intrattenimento, o chissà cos’altro: insieme alla Sinfonia, alla Tragedia, e alla Canzone Pop, è una delle forme d’arte più alte che l’Occidente sia mai riuscito a creare). Pensare che si possa parlare di un libro senza esporre, implicitamente, le proprie manie, le proprie idiosincrasie, i propri vizi più o meno radicati, è sbagliato, e talvolta ipocrita. Io giudico l’arte secondo i canoni che ho trovato strada facendo. Leggendo, ho cercato non solo la bellezza in ciò che vedo ma anche i motivi per i quali la parola scritta riesce a muovere qualcosa dentro di me: so perché qualcosa mi piace. Cerco l’opera d’arte, il capolavoro. Sono convinto che la bellezza di un romanzo parta dalla scelta degli aggettivi, dal modo con il quale vengono costruite; la trama arriva molto dopo, come un supporto necessario al quale il genio può appendere i suoi gioielli. Le grandi idee non sono importanti – conta solo la bellezza. E’ il mio modo di aprire un libro, di sfogliarlo, di segnarlo. Il lettore – e anche questo è un punto dal quale non sono disposto a spostarmi – è un soggetto attivo del romanzo tanto quanto chi l’ha scritto – un fantasma che l’autore può solo immaginare mentre muove le labbra davanti alle sue pagine. Cosa ne sapeva Flaubert di me, mentre scriveva il suo libro?

E alla fine della lettura, mi trovo quasi smarrito di fronte al mistero di un genio assoluto – dalla sua vastità, dalla sua profondità. La bellezza di Madame Bovary mi sgomenta, mi lascia senza fiato. E ha ragione Zola quando afferma che la concezione del romanzo di Flaubert è la più originale, la più audace, la più difficile da realizzare tra quelle tentate dalla letteratura.

Gustave Flaubert refusait toute affabulation romanesque et centrale. Il voulait la vie au jour le jour, telle qu’elle se présente, avec sa suite continue de petits incidents vulgaires, qui finissent par en faire un drame compliqué et redoutable. Pas d’épisodes préparés de longue main, mais l’apparent décousu des faits, le train-train ordinaire des événements, les personnages se rencontrant, puis se perdant et se rencontrant de nouveau, jusqu’à ce qu’ils aient dit leur dernier mot: rien que des figures de passants se bousculant sur un trottoir. C’était là une des conceptions les plus originales, les plus audacieuses, les plus difficiles à réaliser qu’ait tentées notre littérature.

 

(E. Zola, Gustave Flaubert, in Les Romanciers naturalistes, Paris, Charpentier, 1910, pp. 146-147)

 

 

 

(Il libro che ho usato è edito dalla Newton & Compton, ed è tradotto da Ottavio Cecchi. Ho avuto modo di vedere altre traduzioni: nessuna è al livello di quella di Cecchi.)

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

10 commenti su “Madame Bovary

  1. morenafanti
    25/10/2010

    post alquanto sorprendente. non so dire perché, ma di sicuro vorrei avere (subito) qui il libro per rileggerlo e trovare tutte le cose che hai scritto.
    Non ho ancora finito la lettura. Ora salvo e leggo dopo.

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  2. cosmomiriel
    26/10/2010

    Sai Pablito,
    tutte le volte che leggo un tuo post vorrei scriverti qualcosa e ogni volta mi fermo perché mi sembra di sporcare con un commento inutile, sterile, qualcosa di perfetto e compiuto così come è.
    Vaffanculo! Stavolta te lo dico che mi piace e chi se ne frega.

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  3. Maurizio Gandolfi
    01/04/2013

    Analisi straordinaria di un romanzo straordinario. Applausi!

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  4. silvia
    14/05/2014

    un pomeriggio capitai per caso a un tè letterario; era la prima volta per me, gli altri facevano gruppo da tempo. Parlavano di un libro di fantascienza che non avevo letto e di questo libro.che invece avevo letto parecchi anni fa e mi era molto piaciuto.
    C’era un signore che continuava a pontificare senza lasciare spazio alle altre persone: a proposito di M.B. a un certo punto sentenziò: oh insomma alla fin fine è solo una storia di soldi! se emma li avesse avuti non si sarebbe uccisa!
    io, che fino a quel momento ero stata muta, saltai su: eh no che non è una storia di soldi, non può banalizzarla così!

    Per me, M.B. è una storia di aspettative deluse.
    E al di là di questo concordo con te: se sei bravo a scrivere, puoi anche scrivere dell’aria fritta, i lettori ne sentiranno l’odore.
    Se non sbaglio lo diceva anche Nabokov.

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    • Paolo Zardi
      16/05/2014

      Eh eh.. sai che non mi sento di dare del tutto torto al signore che diceva che M.B. è una storia di soldi? Credo che una parte della sua grandezza stia in questo: Emma non si uccide per amore, per vergogna, per pentimento, come avrebbe fatto un’eroina di uno qualsiasi dei libri usciti fino al 1855, ma per il motore della borghesia alla quale appartiene, per il fondamento del matrimonio borghese che l’ha unita a Charles, cioè il denaro. Certo, non è solo questo; ma ciò che rende unico questo romanzo è anche questo.
      Sulle aspettative deluse, sì, sono d’accordo; anche se, a un livello un po’ più profondo. è un libro soprattutto sulle aspettative sbagliate. Emma sogna un mondo che non esiste – esattamente come qualche ragazzo del ventunesimo secolo confonde la realtà televisiva con il mondo in cui dovrebbe vivere.
      Su Nabokov, sì, diceva: le grandi idee non servono a niente, in letteratura, è tutto struttura e stile. E un’altra volta aveva affermato che i dettagli sono tutto. Nabokov è uno dei più grandi innamorati di Flaubert; l’altro suo amore era Proust, del quale ha preso il gusto per le metafore perfette (talento che Flaubert non possedeva affatto).
      Grazie per essere passata di qui, Silvia, e a presto!

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  5. silvia
    22/05/2014

    sì, giusto.
    aspettative deluse perchè sbagliate.
    eppure io quando lessi il romanzo mi feci l’idea che Emma si avvelenò perchè sopraffatta dalla vergogna.
    vorrà dire che quest’estate lo metterò in valigia e gli darò rilettura.

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    • Paolo Zardi
      22/05/2014

      Probabilmente c’è anche la vergogna – i sentimenti, in Flaubert, non sono mai chiaramente definiti. Era convinta di essere in un romanzo, e invece si è trovata ad aver accumulato così tanti debiti da mandare in rovina la sua famiglia. Credo si sia vergognata, di questo, ma non solo: la sua reazione ha qualcosa di infantile, simile a quella che hanno i bambini quando si rompe il loro giocattolo preferito.

      Mi piace

  6. Carmelo
    01/12/2014

    Questo romanzo è considerato parte di una “trilogia del matrimonio” insieme a Anna Karenina (Tolstoj) e Effi Briest (Fontane), presto lo leggerò.
    Hai verificato se l’edizione Feltrinelli è ben tradotta?

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Questa voce è stata pubblicata il 24/10/2010 da in Letteratura, Recensioni con tag , , , , .

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