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Segni, parole, significato.

Quando ero morto

Al Di La

Copyright roboppy attraverso Flickr

Da dove veniamo? Cosa facciamo qui su questa terra? Dove andiamo? Cosa ci sarà dopo la morte? Non so se davvero queste siano le domande che la gente si pone più spesso – credo che questioni circa il posto migliore dove parcheggiare, il supermercato con i prezzi migliori, la ricezione del proprio cellulare appassionino, e angustino, molte persone, e più di frequente – ma di sicuro sono queste le domande che il mondo si pone da più tempo, al di là dei problemi contingenti.

Da sempre, quasi tutti i tentativi di dare una risposta a tutte queste domande passano attraverso il concetto di Dio. Dio è colui che ha creato il mondo e colui che gestisce la vita dopo la morte. E’ quasi una tautologia: chi è Dio? Colui che ci ha creato. Chi ci ha creato? Dio. Non ci sono molte informazioni aggiuntive, in queste domande speculari. Dio assomiglia più ad una domanda che ad una risposta; anzi, è a tutti gli effetti un punto di domanda alla spagnola, rovesciato a testa in giù, e  un punto di domanda normale, che stanno prima e dopo la parola “vita”.

Di questi due punti di domanda, non mi interessa molto il tema della Creazione. Credo, tra l’altro, che interessi poco  in generale, nel senso che è assodato che prima di esistere, ciascuno di noi era morto; o, se non lo era, non è che faccia poi tanta differenza. Molto più appassionante, invece, è il discutere di cosa ci sia dopo. Da un punto di vista istintivo, tutte le bestie hanno paura di morire; quei cromosomi che non si portavano dietro l’insopportabile sensazione che si accompagna al pensiero della morte non hanno fatto molta strada, lungo il cammino dell’evoluzione. La paura della morte è il difetto che ci ha portato a difenderci da ogni possibile minaccia; che ci ha fatto tenere duro quando tutto era contro di noi; che ci ha portato fino a qui, a questa piccola parentesi di esistenza che noi chiamiamo vita.

 

vita

Vita - particolare degli interni

 

Ma c’è una differenza sostanziale, tra noi e, che ne so, il mio gattino che cammina per casa: noi, a differenza di lui, sappiamo che prima o poi moriremo. Dobbiamo dunque confrontarci con una paura che possiamo richiamare alla mente quando vogliamo (e, a dire il vero, anche quando non vorremmo). Non serve una minaccia: la morte è là in fondo, al capolinea, che ci aspetta. La vediamo, la percepiamo, la immaginiamo. Ma cos’è, questa morte?

La definizione della morte richiede necessariamente una definizione di se stessi. Chi crede che noi siamo delle macchine organiche deterministiche (mente=cervello=corpo), pensa che la morte sia semplicemente un passaggio di stato, una trasformazione chimica. Chi vede un’anima dentro queste nostre viscere, chi separa lo spirito dal corpo, e non accetta di ridurre la complessità del nostro essere ad una formula, pensa che dopo la morte i destini delle membra che ci contengono e quello dell’anima siano opposti. Nella religione cattolica e in quella mussulmana, è Dio che garantisce questa continuità; nelle altre, non lo so. Di sicuro, si può vedere che la seconda ipotesi, con varie gradazioni, ha avuto parecchio successo, e da molto tempo: accanto alle carcasse morte dei primi homo sapiens c’erano ciotole con qualcosa da mangiare, e qualche oggetto d’uso quotidiano, che li avrebbero accompagnati nel viaggio che c’era dopo. Sarebbe da approfondire invece il motivo per il quale la vita dell’anima dopo la morte debba essere per forza eterna: non è anche l’anima prima o poi si consumerà? Ci sarà un’ulteriore vita dopo la morte dell’anima? E dopo?

Quando parlo con chi crede all’eternità dell’anima, mi si dice: non è possibile che tutto finisca. Tutto cosa?, chiedo io. Tutto questo, dicono, e mi mostrano il mondo. Questa è la visione solipsistica, o egocentrica. dell’Universo: esiste se esisto io. Non fa per me: se non altro, dovrei stimarmi un po’ di più di quanto io faccia.

 

Creazione di Dio

Creazione di Dio - particolare

Altri, dicono che se l’anima morisse, la vita non avrebbe senso. Ma io penso che ci sono tante cose che non hanno senso, e nonostante questo esistono. Allora mi dicono che in realtà siamo noi che non riusciamo a scorgere il senso delle cose: in pratica, mi propongono una teoria del complotto, ma al contrario: tutto quello che non vediamo, o non capiamo, nasconde un mistero che, ovviamente, è sempre a nostro favore. Pure questa visione soffre di un certo egocentrismo: anche a me piacerebbe che fosse sempre primavera; non per questo vado a dire in giro che l’inverno non esiste.

Però non mi piacciono neppure quelli che mi dicono che siamo solo materia. Cosa vuol dire quel “solo”? La materia è molto. E la materia nasconde proprietà che non conosciamo ancora: chi è riuscito a spiegare come funziona il cervello? Chi lo saprebbe riprodurre? Chi saprebbe riprodurre la vita in laboratorio? La complessità potrebbe portare con sé qualche simpatica sorpresa.

Comunque, non voglio fare un compendio sulle teorie sulla morte – oltretutto, sono un grande ignorante, in materia. E poi, non saprei nemmeno dire la mia, di teoria. Forse sono un materialista ottimista – o, da un altro punto di vista, un materalista che nutre forti perplessità sulla potenza della scienza di spiegare ogni cosa. Non esiste nessun modello matematico capace di descrivere in modo preciso la dinamica di tre palline che si scontrano su un tavolo da biliardo privo di attrito: vogliamo spiegare la Vita (e la sua sorella dark, la signorina Morte) con questi strumenti spuntati? Allo stesso modo, sono sicuramente contrario a tutte le teorie semplicistiche, o consolatorie, di quasi tutte le religioni: siamo adulti, e sarebbe doveroso, e soprattutto dignitoso, prendere atto che il mondo non può andare come ci piacerebbe. Affrontare l’idea del Nulla che potrebbe aspettarci richiede una forza e un coraggio  che qualunque essere umano, per fortuna, possiede. Chi crede in un Dio che si prende cura di noi, assomiglia ad un bambino che tornando a casa, una sera, in macchina con i suoi genitori, con la testa appoggiata al finestrino dice: “Papà, hai visto che la Luna ci sta seguendo?”

grand canyon

Paesaggio mortalmente bello

Questa notte, ho sognato che ero morto. Secondo Nabokov, cercare di interpretare i sogni è un’idiozia (credo che lui lo dicesse soprattutto per difendersi dall’assalto degli psicologi che cercavano (forse anche giustamente) di dedurre qualcosa di Nabokov partendo dai suoi libri); in ogni caso, non intendo capire cosa penso sulla morte partendo da un sogno. Però era un sogno bello. In una meravigliosa giornata di sole mi ero fatto convincere a fare un giro panoramico in un paesaggio stile far west: appeso con una corda ad un aereo, imbragato, sfioravo le pareti dei canyon, il terreno arso della pianura. Dunja, in una roulotte, era preoccupata e non osava guardare. Poi, ero morto. Cercavo di ripensare a come potesse essere successo, e alla fine devo aver letto da qualche parte, o visto in qualche telegiornale, che l’aereo si era avvitato su se stesso, e quindi io… io mi ero sfracellato al suolo. Non ricordavo gli ultimi momenti della mia vita – un po’ come accade a chi subisce un incidente (e sono particolarmente orgoglioso di essere stato così preciso, anche nell’idiozia di un sogno: i ricordi vengono scritti circa 20 secondi dopo il momento in cui si verifica un fatto, e chi non ricorda l’impatto è semplicemente perché quando doveva scriverlo in memoria gli si era già spento il cervello). Quindi, non ricordavo gli ultimi momenti della mia vita, che però immaginavo, da morto, essere stati piuttosto drammatici. Mi chiedevo: a chi avrò pensato? Ai miei figli e a mia moglie. Ne ero mortalmente convinto. Siccome non avevo motivo di mentire – non a me stesso – credo di aver capito che nella morte probabilmente si pensa più a quelli che rimarranno senza di noi, che a noi che non ci saremo più. Poi mi chiedevo come doveva essere stato vedere il terreno avvicinarsi pericolosamente al mio corpo. Di sicuro, in quei momenti sapevo che mi sarei schiantato, che sarei stato ridotto ad una specie di polpettone. Da morto, però, sorridevo di quella paura: sapevo, con il senno di poi (del quale sono letteralmente piene le fosse) che non ci sarebbe stato modo di ricordarsela.

Ma in ogni caso, ero in qualche modo vivo, seppure emotivamente distante dal mondo. Stavo in pace. Ero come un prolungamento del ricordo – come se non si morisse di colpo, ma si scivolasse un po’ alla volta in una quiete pacifica. Non so se dopo sarà veramente così – non basta un sogno per fare una teoria – ma mi piace pensare che sia stata come una specie di illuminazione, o più banalmente un’intuizione, su come potrebbero andare le cose. Siamo legati molto di più alle cose che facciamo, a quelle che pensiamo, che alla vita in sé. E’ come al lavoro: ci sembra di essere indispensabili, e che anche le attività che facciamo siano indispensabili – indispensabili anche per noi – e poi bastano due giorni di influenza per capire che la vita è fatta di qualcos’altro; e più si riesce ad andare avanti in questa visione, e più ci si rende conto che il nostro essere, liberato da qualsiasi attività contingente, assomiglia ad un punto piccolo, rotondo, trasparente, capace di guardare sub specie aeternitatis il mondo, e quindi se stesso. Un’altra teoria, come tante. Ma alla fine, credo che la cosa più semplice da fare sarebbe fare un passo indietro, e rinunciare a voler spiegare in anticipo qualcosa che nessuno ha ancora vissuto. I bambini, davanti ad un regalo, non resistono alla tentazione di scartarlo; da adulti, invece, si diventa capaci di apprezzare anche il piacere della sorpresa…io


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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

4 commenti su “Quando ero morto

  1. Nicola Pezzoli
    12/11/2010

    Penso anch’io che si “scivoli un po’ alla volta”, e che nel frattempo il nostro cervello si dia da fare con la proiezione di immagini altamente consolatorie (penso al famoso tunnel con la luce in fondo di cui parlano molti che sono stati lì lì per morire, e che scambiano per reale esperienza di un aldilà religioso quella che probabilmente è solo una loro proiezione – magari il ricordo della nascita, il tunnel da cui tutti siamo usciti, e nella luce in fondo non c’era dio, ma l’ostetrica!).

    Ricordo che durante gli ultimi respiri di mia mamma, nel vedere il suo volto tornato disteso e sereno grazie a Santa Morfina, mi dissi che DI SICURO quei dolci minuti di coma drogato prima di andarsene sarebbero equivalsi, per lei, a miliardi di anni nel Paradiso in cui ingenuamente credeva, e questo bastò a lenire la mia disperazione.

    Secondo Raimon Panikkar (incredibile, un prete cattolico citato da me!!) la più bella similitudine che possiamo fare per capire le nostre vite è quella con le gocce d’acqua. Primo passo: pensare che ognuno di noi è una goccia d’acqua. Secondo decisivo passo, chiedersi: ma che cosa SONO io: sono la (singola) goccia d’acqua o sono L’ACQUA DELLA GOCCIA? Se riusciamo a capire che la risposta giusta è la seconda, ecco che la morte non sarà più da temere, poiché significherà soltanto la fine della limitazione, della separazione: finalmente torneremo nell’Oceano indistinto.
    Be’, io spero che sia davvero così: il mio dannato Ego mi ha già rotto abbastanza, se poi fosse anche eterno (come vogliono le forme religiose più becere e violente) sai che palle!!

    Bell’invito alla riflessione, il tuo. Come sempre.
    Come sempre ti ringrazio.
    Ciao!

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  2. perdamasco
    12/11/2010

    Anni fa ebbi la stupenda idea di far applicare uno scaldabagno in un vano di 3 metri x uno. Naturalmente finii intossicato. Mancai a me stesso per un paio di volte ma rinvenni. Non solo il Paradiso può attendere. 🙂

    Bentornato. 🙂

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  3. cosmomiriel
    15/11/2010

    Uhm… adesso ho capito perché i fantasmi non sanno di essere morti!

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 11/11/2010 da in Ricordi, Scienze, Scrittura con tag , , , , , , , , .

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