Grafemi

Segni, parole, significato.

La cena delle medie / Caro professore

Chi l’ha detto che la tenerezza va dal grande al piccolo, dal vecchio al giovane, dal forte al debole? Una mattina, ci ha raccontato un episodio che le era successo il giorno prima: vide, caro professore, una vetrina di un negozio di vestiti per uomini sul quale spiccava il cartello “Camice”. Se lo ricorda? Lei entrò, e molto gentilmente – era la sua natura – fece notare che il plurale di “camicia” è “camicie”, perché altrimenti diventa qualcosa di diverso e… la cacciarono fuori. Posso arrivare ad immaginare perfino il profumo della commessa che le chiuse la porta dietro la schiena, e il tipo di mutande che indosserebbe ora: nel 1982 chissà cosa si usava, là sotto, per sentirsi alla moda. E così mi intenerii per la sua delicatezza, e per la sua sconfitta, tanto ingiusta quanto prevedibile – mi intenerii là in classe, in I D, scuola media Giotto, anno scolastico 1981/82.

Ne ho avuti tanti di professori, dopo di lei. Proprio l’altro giorno, andando a Milano, nell’aria livida di un’alba freddina – sotto uno di quei cieli dove le nuvole sembrano di marmo, e il sole uno squarcio che si apre all’improvviso sulla tela – ho visto, sulla banchina del treno delle sette, il mio professore di Latino e Greco del Liceo, un fascistone pieno di valori standard (lo diceva lui: alla fine, però, si è accontentato di diventare un non so quale tipo di rappresentante di AN nel Consiglio del suo Quartiere), che oltre ad insegnarci le lingue morte, e molestare le mie compagne di classe, ci riempì la testa di un sacco di fandonie conservatrici, alcune delle quali uso, ogni tanto, per infarcire i dialoghi dei miei racconti di qualche insopportabile luogo comune. Aspettando che arrivasse il treno, non so se per ingannare il tempo o per scaldarsi un po’ continuava a camminare avanti e indietro, tenendo una valigetta di pelle morbida nella mano sinistra, e (questo è il suo modo di camminare da sempre) il braccio destro lungo il corpo con la mano destra che esce perpendicolare al suo femore (provare per capire che è esattamente il gesto di un professore che fa la sua lezione in piedi, camminando davanti alla prima fila, con la mano che sfiora il bordo superiore dei banchi), e aveva il suo bellissimo completo grigio di sempre (non metteva la cravatta solamente il giorno libero, quando veniva comunque a scuola a fare qualche ora integrativa). Be’, caro professore, questo tizio, questo insegnante del Liceo (ricorda con quanto pudore diceva che in fondo non le sarebbe dispiaciuto poter insegnare in qualche scuola superiore?), ha almeno tre lauree: una in Lettere, una in Matematica, una in Astronomia (quest’ultima presa in Ungheria, a Budapest, nella lingua locale): può immaginare quanta cultura avesse? Eppure, non è passato nulla – né amore per la cultura, né passione per la scrittura.

Ma lei, invece, quanto ha odiato quella mia compagna di classe quando rise delle lacrime che lei, professore, non seppe trattenere mentre ci leggeva queste righe di Manzoni? Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo.
Avevamo dodici, tredici anni. I nostri cuori erano una miscela di ingenuità infantile e di beffarda adolescenza. Io non capii cosa ci fosse da piangere, per quelle parole – però fu importante, per un ragazzino, vedere un uomo come lei, di sessant’anni, che faceva quel lavoro da quasi quaranta, sciogliersi per il potere liquefacente che hanno certe sequenze ben costruite di lettere. Aveva un’anima candida. Di sicuro molto più della nostra. Certi sabati, invece che farci un’ora di Educazione Civica (non serviva: ci insegnava ad essere delle brave persone per tutto il resto del tempo), portava un registratore ed una cassetta di jodler, che ci faceva ascoltare con una faccia da beato (nel senso pittorico del termine: piegava la testa di sbieco, e sorrideva guardando il cielo). Anche in quelle occasioni, ridevamo di lei, caro professore – eravamo piccoli, eravamo stupidi, e quindi eravamo cattivi – ma erano comunque semi che stava annaffiando: dai semini piatti e chiari della zucca, vengono fuori poi certe cose con dimensioni da fare spavento.

Ci faceva fare un riassunto al giorno. Oppure una versione in prosa – quanti versi incomprensibili di Monti ci siamo sparati, noi, i suoi giovani alunni! In prima media, ci fece comprare il Dizionario dei Sinonimi e Contrari di Decio Cinti – un libricino di similpelle marrone, con una sovra coperta di carta beige. Lo portavamo durante i temi in classe. Le prime volte, venivano fuori pagine piene di pacchianità. Poi, con il tempo, imparammo quello che lei ci diceva, e cioè che ciò che contava era il “bello stile”. Sa che ci credo ancora? I contenuti sono i pioli ai quali si appendono le stoffe colorate da mostrare – sono loro, che incantano. Sottolineava in rosso le ripetizioni, i pleonasmi, le forme dialettali, le rime involontarie. Pulizia, chiarezza, ricchezza di vocabolario. E poi tanta analisi logica, analisi dei periodi, analisi grammaticale, per capire come era fatta una frase, di quali parti si componeva – quali erano gli elementi da mettere insieme per toccare il cuore o la testa di qualcuno. E poi, di nascosto da tutti, ci faceva anche due ore di latino alla settimana.

Ci dava del lei: “Zardi venga fuori. Mian, non faccia rumore. Cisotto, suo fratello è un esempio per tutti”. E aveva un soprannome per tutti: Caterina e Michela erano le pentoline delle patate, perché facevano esattamente quel rumore (per quale motivo ora immagino la cucina di quando era piccolo, a Termenago – lei, le sue sorelle, i suoi genitori, e qualche zio in una specie di grotta scura, ad aspettare che la cena fosse pronta, mentre fuori dalle finestre c’era un inverno da seconda guerra mondiale, e un freddo molto più profondo di quello che diceva il termometro?); io ero ferrato ingegno quando andava bene, o il gigante con i piedi di argilla quando non riuscivo a coprire la mia pigrizia endemica. Un giorno, un nostro di compagno di classe un po’ particolare la rimproverò dicendole di smetterla con quei triti cliché (disse proprio così: triti cliché: mi ricordo che se la segnò nel “quadernino delle frasi belle” – che teneva da parte per quando? ora, chi ha il succo della sua vita?). Lei accolse la critica, e smise, forse un po’ a malincuore, di darci quei soprannomi ottocenteschi.
Ecco, lei era ottocentesco. La sua giovinezza, come ce la raccontava, avrebbe potuto essere la trama di un libro di Dickens, ma non di uno di Philip Roth. Si mescolavano povertà e desiderio di rivalsa; la morte tragica, che ancora la scuoteva – odiava le ingiustizie, vero? – di sua sorella Vittoria (sa che ricordo ancora quella storia di suo padre che durante la guerra, al bar, scherzava pericolosamente gridando: “Mussolini dice che la Vittoria è sua, Roosvelt che la Vittoria è sua, Stalin che è sua, ma la Vittoria, è solo mia” – erano passati quarant’anni, da quei giorni lontani; ad occhio, suo padre deve essere nato sotto Francesco Giuseppe, mentre in Italia regnava quale, tra i nostri pagliacci? Umberto I?), il freddo e le fatiche scolastiche (i 4 che le avevano insegnato tanto, ci diceva): lei era un montanaro che per amore delle poesie, e per poco altro, era sceso in città per seguire la sua passione. Un incrocio tra Heidi e Remì. Dietro gli occhiali, di fronte alla vita, dentro ai libri, aveva gli stessi loro occhi, grandi e sbalorditi. E anche la sua vita di allora, la vita che conduceva fuori dalla nostra piccola classe, pareva una storia raccontata da uno scrittore russo – lei che andava a trovare una poetessa malata, la quale un giorno le regalò un libricino di poesie che lei ci lesse in classe, ovviamente commosso (in quel caso, ci commuovemmo anche noi); lei che andava nelle librerie a cercare una raccolta di preghiere in latino che aveva letto da giovane e che ora voleva riprendere in mano, e che poi ci leggeva traducendo al volo (un po’ balbettando: l’eloquio non era all’altezza della sua bontà, e del suo amore, professore – e non mi segni in rosso la rima: questa è voluta!), sottolineando quello che le piaceva, scrivendo “Bello!” accanto ai passi che colpivano il suo senso estetico. “Bello”, scriveva, non “Buono”: ed è singolare, questa cosa, perché l’idea che lei aveva di sé era soprattutto di esser una creatura morale – e invece lei era un’esteta (vorrei che mi vedesse come sono ora, in cosa credo: capirebbe quanto bene sto dicendo di lei!): cercava ancora quella scossa che fa alzare i peli della schiena per una bellezza inaspettata.

Ecco, caro professore, perché si scrivono queste stupide lettere quando ormai è troppo tardi? Ho saputo da poco, grazie a questo incredibile mondo virtuale che lei non ha fatto in tempo a vedere (e che credo non avrebbe apprezzato neanche un po’), che lei ci ha lasciato nel 1997. Si era ritirato a Termenago, forse per concludere con una rima il sonetto della sua vita, o forse perché a Padova era solo – non aveva famiglia, e senza retorica i suoi figli eravamo noi – peccato li dovesse cambiare ogni tre anni. Ci incrociammo poco dopo gli esami di terza media – eravamo in via Vendramini, vicino all’Ospedale Geriatrico (lei morì 13 anni dopo), era un pomeriggio bianco d’estate, e io ed Alessio, i suoi gioielli preferiti di quell’annata, stavamo andando chissà dove, e lei in un altro chissà dove. Era imbarazzato, fuori da scuola. E d’altra parte, lo eravamo pure noi, perché non eravamo abituati a vederla a figura intera – in classe, lei usciva come un mezzobusto dalla cattedra. Ci fece i complimenti, e ci augurò tante belle cose. Lo fece con sincerità – adoro confessarle che io la vidi (ma lei non mi vide), che io la vidi piangere, piangere sul serio, e in qualche modo imprecare contro il mondo, quando una mia compagna di classe, quella che lei chiamava affettuosamente (e ottocentescamente) la libellula per le sue lunghe braccia (libellula che ora è un mimo professionista), e che lei già sapeva essere stata bocciata durante gli scrutini del giorno prima, le regalò una sciocchezza, come ricordo di fine anno: lei pianse, pianse veramente. Ma si ricorda se ci stringemmo le mani, quando ci incrociammo dopo l’esame di terza media? Come ci salutammo? Come fu la nostra ultima volta? (So che lei è ancora convinto, nel Paradiso nel quale di sicuro si trova, che esiste un’altra vita, dopo questa piena di stenti e di libri: io, invece, che vedo al massimo un vago pout etre dietro la porta nera, devo sperare due volte che ci sarà, prima o poi, un altro momento per poterle dire grazie). Comunque, in quel nostro ultimo (o penultimo) incontro, il suo ferrato ingegno con i piedi di argilla prestò molta attenzione a comportarsi bene – ecco, vede, alla fine, cosa si ricorda un uomo di trentotto anni, venticinque anni dopo? E’ proprio così: prestai molta attenzione a comportarmi bene, perché un giorno (ce lo aveva raccontato tra uno jodler ed un altro, posando la faccia da beato sulla cattedra e mettendo quella dell’uomo per bene che lei era, intonata al completo giacca cravatta sempre consumato e sempre dignitoso che non ci ha mai fatto mancare), un giorno, diceva, aveva incrociato un suo vecchio alunno, uno dei più bravi che avesse mai avuto in tutta la sua storia di insegnamento – l’aveva visto da lontano, in Corso del Popolo e:
“Sapete cosa stava facendo?”, ci chiese sgomento. Io pensai che avesse una siringa piantata nella vena basilica del braccio, ma come minimo, pensai: co-me mi-ni-mo.
“Stava zufolando”.
Disse proprio così: “Stava zufolando.”
E lo disse con i bordi delle labbra piegati verso il basso.
Posso dire, professore, che in questa frase c’è l’essenza di Sergio Pedrazzoli, uomo buono, insegnante appassionato, animo semplice, buone maniere, professore indimenticabile?

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

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Questa voce è stata pubblicata il 28/11/2010 da in cena delle medie, Ricordi, Scrittura con tag , , .

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