La cena delle medie / Confessioni

Introduzione: leggi qui

 

Il giorno della mia prima comunione c’era un sole meraviglioso, come ci aspetta da una normale domenica di maggio, e i miei nonni materni vennero a pranzo, per festeggiare la mia unione con Cristo, e c’era anche Alessio, il mio futuro testimone di nozze (lui aveva fatto la Comunione l’anno prima: era maturo, il ragazzino, era nato il 4 gennaio), il quale mi regalò una macchinetta della Dymo per fare etichette in rilievo – l’ho usata per il mio primo campanello da single, 22 anni dopo, a Milano.

Il giorno della mia prima Confessione, invece, era novembre, era un sabato pomeriggio, era pioggia, nebbia e freddo; la Chiesa poco illuminata, la fila dei bambini di otto anni che aspettavano ciascuno il proprio turno per raccontare, in gran segreto, i proprio peccati, per la prima volta nella propria vita; i genitori aspettavano nelle prime file, seduti con il cappello appoggiato sulle gambe, con un aspetto tutto sommato neanche tanto orgoglioso, come se i loro figli dovessero semplicemente togliersi un dente – un tributo da pagare alla religione in cui più o meno si credeva.

I propri peccati. A otto anni. Avevamo fatto un corso di preparazione, a quella prima Confessione – lo tenevano le stesse suore che ci avevano tormentato all’asilo: quelle lezioni si chiamavano “andare a Catechismo”, e si tenevano alle tre di ogni sabato pomeriggio, a volte nelle stesse salette dove pochi anni prima ci sedevamo a mangiare, quando eravamo alti poco più di un metro. Si studiava su un libro quadrato (uno per i primi due anni, uno per la terza e la quarta, e uno, credo azzurro e più grosso, per la quinta), e di quelle lezioni ricordo soprattutto una luce e un sonno postprandiali, mitigati solo dall’attesa per l’ora in cui sarebbe finita quella Noia Eterna, e si sarebbe potuti andare a giocare a calcio in patronato.
La preparazione alla Confessione mirava, praticamente, all’insegnamento del peccato – senza il quale non avrebbe avuto senso la Confessione – a bambini che non avevano neppure idea di cosa potesse essere, questo peccato. La suora ci leggeva i comandamenti, uno a uno, più volte, e noi li commentavamo. Una volta ce li avevano fatti disegnare. Non uccidere era facile, e anche non rubare. Il problema era sul “non commettere atti impuri”. Capii a fatica di cosa si trattava – aveva comunque a che fare con le tette, con il culo, e tutte quelle cose che dovevamo tenere sempre nascoste da tutto e tutti, senza capire per quale motivo. L’unica cosa che mi venne in mente, l’unico atto impuro che potevo immaginare, riguardava la mia curiosità per certi cartelloni pubblicitari che reclamizzavano i film simil-porno di un cinema padovano, e che allora potevano essere appesi senza proteste in pieno centro, in Piazza Garibaldi, sotto lo sguardo di una Madonnina in cima ad una colonna di quindici metri, e davanti ai quali passavo, a manina per mio papà, fin dall’età di quattro o cinque anni – le foto mostravano donne nude con delle stelline nere sopra ai capezzoli e bande nere in corrispondenza della vagina (non mi viene in mente come, allora, chiamavo tutto quel pelo che le donne avevano in mezzo alle gambe – non so nemmeno se si era presentata mai la necessità di chiamarla, la vagina, allora) – per inciso, ora, nel 2008, i due cinema porno di Padova, il Cristallo e il Ducale, non possono nemmeno mettere il titolo nei cartelloni davanti all’entrata (si limitano ad un “si cambia il film il lunedì e il mercoledì”). Ecco, quello poteva essere un atto impuro, cioè poteva corrispondere alle sciocchezze che suore purissime ma complessivamente malvagie andavano raccontando sul sesso senza mai nominarlo; per cui, quando arrivai a dover disegnare quello che noi cattolici chiamiamo il sesto comandamento, disegnai proprio quei cartelloni – mi ricordo di aver tracciato il contorno di una specie di donna nuda ricoperta di stelline e bande nere – ma la suora non approvò – mi fece cancellare tutto. Non si poteva nemmeno descrivere, quel peccato.

Le mie confessioni di bambino erano senza dubbio il mio peccato più grande. D’altra parte, cosa può confessare un bambino di nove, dieci anni? Quali comandamenti potrebbe violare, anche volendolo? Desiderare la donna d’altri? Uccidere qualcuno? Ma ci si doveva confessare, specialmente se si voleva fare la Comunione, per la quale esistevano prescrizioni simili a quelle che trovi nelle scatole dell’Aspirina – assumere Cristo lontano dai pasti, ad anima pulita; e la pulizia dell’anima la si otteneva andando a raccontare due o tre fregnacce ad un prete.
Nel mio caso, sceglievo un ottantenne con un piede nella tomba, mansuetissimo e forse incapace persino di intendere il senso di quello che dicevo, al quale biascicavo sempre la stessa impersonale litania: avevo bisticciato con i miei amichetti (mi aspettavo che il linguaggio giusto da usare fosse quello che gli adulti usano con i bambini), avevo fatto arrabbiare/disobbedito alla mamma, avevo fatto due marachelle (che cazzo è una marachella?) e avevo detto qualche bugia. Tutto falso, ovviamente, cioè mentivo ad un prete: ma importava a qualcuno? Cioè, Dio, davvero avrebbe voluto punirmi per qualcosa? La pena era sempre la stessa: tre ave Maria e un Padre Nostro, che recitavo con la stessa convinzione con la quale snocciolavo i miei falsi peccati. Mentre pregavo, guardavo una specie di affresco che compariva su una parete della Chiesa, chiedendomi se veramente poteva rappresentare una Madonna che usciva da un ascensore.

Mentre in ginocchio pregavo per i miei finti peccati, non immaginavo che sarebbe stato solo questione di tempo, e che cioè il Peccato sarebbe entrato prepotentemente nella mia vita di lì a poco, senza che io avessi alcuna concreta possibilità di sottrarmi al suo irresistibile ed appiccicoso richiamo. Iniziai per caso, senza capire cosa stavo facendo – ricordo la sorpresa, un cattolicissimo sgomento, e la sensazione che per la prima volta mi stavo perdendo in un posto nel quale non avrei potuto chiedere aiuto a nessuno. Ed ero terrorizzato: di essere scoperto in flagranza di peccato, certo, ma anche che comparissero sintomi inequivocabili (immaginavo una stella in fronte per ogni eiaculata, a sei mesi di distanza, quando ormai avevo accumulato stelle per l’intera via lattea) che mi avrebbero inchiodato di fronte a compagni di classe, genitori, professori e insegnanti di catechismo. Ma, almeno, avevo finalmente qualcosa da dire anch’io, sugli atti impuri.
Probabilmente il Don che mandava avanti la mia parrocchia doveva aver intuito qualcosa – forse certe attività si accompagnano ai brufoli o altri cambiamenti esteriori – ed iniziò a chiedermi perché non mi confessavo mai con lui: avrei dovuto dirgli che preferivo la catatonia della mummia alla quale mi ero ormai affezionato? Ma alla fine caddi, e andai da lui, una domenica come le altre. Ci posizionammo in quelle casupole di legno, nelle quali il prete è dietro ad una specie di grata e l’accusato in ginocchio a mani giunte, giusto per metterlo a suo agio – da fuori, si vedono i piedi sbucare sotto la tendina che gli nasconde il busto, e la lucetta rossa accesa – “occupato”, dice. Il prete aveva una dialettica suadente, non del tutto irreprensibile: le sue domande insinuavano, frugavano, cercavano, come un serpentello velenosetto che si infila di nascosto dentro ad un pantalone, e rassicurato dal caldo del suo ospite prende coraggio e sale (anni dopo, un veterinario mi disse che per poter tenere un cane in casa, era necessario mantenerlo in uno stato di inferiorità psicologica: il modo migliore era infilargli le dita in bocca, schienarlo e toccargli i testicoli fin dal primo mese di vita). Ci girò intorno parecchio, ma arrivammo – non avevo dubbi – alla domanda che speravo di evitare, ma che sapevo che mi sarebbe stata posta, e cioè: “Ti tocchi?”, detto in un modo che, con un po’ di orrore, mi sembrò quasi erotico. Senza pensarci alzai le mani – la destra ancora sudaticcia – e dissi: “Mai, vostro onore!”. Ci rimase un po’ male, ma ci riprovò di nuovo – lo stesso serpentello che sentiva di aver quasi raggiunto l’oggetto del suo desiderio, di averlo ormai sotto i denti, in bocca: “Proprio mai?”.
Cosa avrei dovuto rispondere? Allora, mi consideravo ormai uno dei più grossi produttori europei di sperma sfuso – se lo avessi messo da parte, in tre anni di medie avrei riempito una tanica da 15 litri, della quale non ora non saprei come disfarmi, qualcosa come 787.500.000.000.000 spermatozoi allo stato brado, sufficienti a ripopolare una galassia intera: talmente tanti che se avessi srotolato tutto il DNA che contenevano mi sarei fatto una collana lunga qualche milione di chilometri – e probabilmente, mentre me lo chiedeva, avevo la punta del pisello ancora colpevolmente incollata alle mutande. Dovevo confessare? Risposi, ancora più deciso: “Mai”, con quel raglio tipico degli adolescenti che stanno cambiando voce, e mentii; ma, almeno, mi ero messo in pari con tutti i peccati che per anni avevo dovuto confessare e che in realtà non avevo mai compiuto.
Passai quindi, anche con lui, alla rassegna dei miei peccati posticci, e il prete e il suo serpentello rimasero delusi. Alla fine, mi raccomandò solo di non iniziare a toccarmi, perché così avrei fatto piangere Gesù. Uscendo dalla Chiesa, diedi un’occhiata al volto del Cristo inchiodato proprio vicino all’entrata, vicino all’acquasantiera, e vidi che era una maschera di lacrime e sangue: forse lui sapeva già tutto?

Masturbazione

Nei giorni successivi, mentre ero seduto sul cesso di casa, con i pantaloni al ginocchio, e pensavo (ero in seconda media) che due mie compagne di classe (Laura e Sabrina: risparmio, per i loro figli e per i miei, i cognomi) erano lì, in ginocchio, accanto alla tazza, una per lato, intente a succhiarmi il pisello; o dietro un albero del campo da calcio, facendo finta di fare la pipì – e poi tornavo a giocare con le gambe tremolanti; o in qualsiasi altro luogo e momento che ritenevo sufficientemente riparati da sguardi indiscreti, mi chiedevo: a chi sto facendo male? Al Cristo inchiodato all’entrata della Chiesa? Agli uomini? Davvero Dio poteva essere interessato alla contabilità settimanale delle mie seghe? E supponendo pure che in qualche modo lo fosse, per motivi che ci sfuggono, si doveva per forza passare attraverso quegli uomini così meschinamente umani, per ottenere il perdono di Dio? Non sarebbe stato più giusto iniziare a raccontare i propri errori alle persone che ci vogliono bene e che abbiamo in qualche modo ferito? E’ una scappatoia, la Confessione, un azzerare i conti con qualcuno che non c’entra. Un trucco, insomma.

Smisi di farlo, e fui sollevato: era ormai diventato qualcosa di insopportabile. Successe per caso: giocando a calcio mi ruppi una gamba, che venne ingessata. Non potendo inginocchiarmi, dovetti sospendere le Confessioni. Una volta tolto il gesso, ero passato talmente tanto tempo che se fossi tornato dal prete, avrei dovuto costituirmi. Continuai invece a masturbarmi, senza dover giustificare nulla a nessuno.

E in questi anni, ogni tanto mi ritrovo a pensare a quell’esercito di semi-vite incompiute, a quei miliardi di miliardi di mezzi uomini che ho buttato nel cesso, nei fazzoletti di carta, in un tombino o su un giornale piazzato per terra in cantina, e me li immagino sfilare, tutti uguali a me, protestando in silenzio per quel bianco e opalescente olocausto, per la vita che ho loro negato. Be’, scusa Dio, non so a te, ma a me mi viene ancora da ridere.


Sodomy
Fellatio
Cunnilingus
Pederasty
Father, why do these words sound so nasty?
Masturbation
Can be fun
Join the holy orgy
Kama Sutra
Everyone!

 

(gennaio 2008)

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