La cena delle medie / Limonare, palpare e altri piaceri

Introduzione: vedi qui

 

Un cambio di età si preannuncia, sempre, con un nuovo set di parole da imparare.

La terza età, ad esempio, ha i suoi vocaboli: prostata, check-in, pensione, pensionato. Quando si inizia a lavorare: busta paga, fattura, rapportini, ROL, timbratura.

Intorno agli undici anni ho capito che qualcosa stava per cambiare proprio dall’arrivo di nuove parole: limonare, palpare, brufoli, figo. Senza preavviso, si viene scaraventati in un età per certi versi ridicola, da affrontare con i propri mezzi di bambini. Il passaggio può essere graduale, o brusco.

Nel mio caso, brusco. Nell’ottobre del 1981 – prima media – ero andato alla festa di compleanno di una mia compagna di classe, tale Caterina – ora medico all’Ospedale di Padova, sposata e con una bimba. Ricordo bene, quel pomeriggio: si mangiò la torta, si bevve Fanta, si giocò un po’ a nascondino – in una casa di 100 mq – e un po’ a gara di puzza di calzini. Non per vantarmi, ma arrivai ultimo. Nell’ottobre del 1981, quindi, ero ancora sicuramente un bambino.
Nel febbraio del 1982, io, Fabrizio, Tommaso (sì, lui!!!), sua sorella Elisabetta e sua mamma Ivana andammo al cinema Eden – in pieno centro a Padova: ora è un ristorante Break – dove un mese prima avevo pianto per E.T., a vedere nientepopodimeno che… Il tempo delle mele.

Fu una folgorazione. Sophie Marceau, la canzone Reality (Dreams are my reality/The only kind of real fantasy) – che se la sento ora mi balza ancora il cuore in gola (il titolo originale del film, in Francia, era La boum!) – e per la prima volta ragazzi della mia età sullo schermo, che parlavano delle loro cose – delle nostre cose! Fu incredibile, un’esperienza al limite dell’erotico, un attivatore di ormoni, un induttore di crescita. Diventai adolescente in un’ora e mezza.

 

casavecchia

Dopo il film – spettacolo delle 18 – andammo a cena a casa di Tommaso. Ci fermmamo anche dopo – Tommaso abitava nella casa davanti alla mia, dal mio salotto vedevo il suo.
E si discusse sul da farsi: dovevamo organizzare una festa, dove avremmo ballato anche noi i lenti. Eravamo carbonari del sesso: non sapevamo neanche di cosa si trattasse – o meglio: lo sapevamo benissimo, ma solo in foto – e già non sapevamo resistere, neanche alle sue forme più larvate.

Pochi giorni dopo comprai Reality. Ricordo ancora la scritta: musiche di Vladimir Cosma.

Reality

Poi, finalmente, in maggio, la Fernanda – un’altra mia compagna di classe – organizzò una festa. Alla quale non mi invitò, la stronza. Per cui le scrissi un bigliettino: “Ti amo, mi inviti alla tua festa?”. Lei mi invitò. Quel bigliettino mi fece capire, per la prima volta, che coi sentimenti si poteva giocare: fino a quel momento, ero stato perdutamente e romanticamente innamorato di una certa Elisabetta. Ora si cambiava.

Ma per andare alla festa, bisognava essere pronti. Pochi giorni prima, invitai a casa mia Elisabetta (la mia Beatrice), Caterina (quella dei calzini), Michela (figlia della mia maestra delle elementari), Fabrizio e l’immancabile Tommaso. Ci mettemmo nel salotto di casa mia. Sullo stereo, Reality – sempre lei. Tra l’altro ero uno dei pochi che aveva lo stereo con il ritorno automatico del braccio. Il primo ballo “lento” della mia vita fu proprio con Elisabetta. Un po’ di imbarazzo. Le sue mani sopra le mie spalle, le mie sui suoi fianchi – così avevamo visto fare sul film – e mezzo metro in mezzo. Dondolando, in senso orario, alla velocità di una lumaca. Se ci penso, è lì che è cominciata la mia vita sessuale.

Dopo quattro o cinque lenti, uscimmo, e andammo sotto casa a giocare: il passaggio all’adolescenza presenta comunque strascichi di fanciullezza. Scavalcando un cancello, mi strappai i pantaloni, mostrando le mie mutande ad Elisabetta. Dopo il lento, il peggior modo per rompere l’incanto.

La festa fu bellissima. Era maggio, e mi ricordo che stava arrivando l’estate. Io avevo jeans e una polo, che mi pare fosse blu. Si ballarono i lenti – il salotto era in penombra – ma in un’atmosfera di fanciullesca allegria. E mentre ballavo con Fernanda – che mi chiese se era vero quello che le avevo scritto: dissi di sì, che non potevo farci niente… e l’episodio si chiuse lì – ricordo che dicevo cose simpatiche, ad alta voce, tanto che Laura, che stava ballando con Alessio, che poi sarebbe diventato il mio testimone di nozze, mi disse: “Paolo, sei troppo togo”. Togo? Sì, era la forma innocua di figo, che allora si aveva ancora riguardo a dire.

un lento

***

In seconda media, l’anno dopo, il mio viso si ricoprì di brufoli – quelli grossi, con il pus bianco, uno schifo. Ero simpatico e sveglio, ma brutto, per cui non riuscivo a fare nulla. Tommaso e Alessio, invece, sì.
Un giorno io e Alessio andammo a trovare Fernanda, quella della festa. Ad un certo punto, con una scusa, abbandonarono la stanza, lasciandomi solo ad ascoltare musica. Tornarono dopo dieci minuti, e ce ne andammo. Per strada Alessio aveva un sorriso diverso. Mi diceva: “Mi viene da vomitare” e rideva. “Hai limonato?”, gli chiesi. E lui “Sì”. Quella fu la prima volta che vidi uno, con i miei occhi, che aveva appena limonato. Era come avere davanti uno che era stato sulla Luna, e aveva ancora gli scarponi sporchi di roccia selenica.

Poco tempo, con Fernanda dopo ci andò anche Tommaso. Non me lo disse subito: iniziò a dire che voleva organizzare una festa, nel garage di casa sua, dove ci sarebbe stata musica, luci colorate e basse, e ognuno avrebbe limonato. “Ma con chi?” chiedevo. “Be’, non so, si vedrà”. Capii che lui aveva già la sua storia… e a quella storia partecipai anch’io, il brufoloso: Tommaso era un bel ragazzo, ma con le parole non se la cavava benissimo. Così quando telefonava a Fernanda, chiedeva la mia presenza: io ascoltavo e suggerivo. Cyrano de Bergerac. Lei era cotta di quello che Tommaso le diceva.
L’anno dopo, in terza, andammo io e Tommaso a casa di Fernanda, e questa volta toccò a me: ma io fui talmente imbranato – in pratica, non capii cosa voleva fare – che non si fece nulla.

Le “palpate” vennero dopo. Palpare-le-tette: era un’unica parola, che ora mi sembra ridicola. Penso che per le ragazze fosse un incubo, ma tutto sommato lo era anche per i ragazzi. Io mi sono sempre comportato bene, da questo punto di vista – forse anche per timidezza – ma altri ci provavano ogni volta – specialmente durante le gite. Toccare una tetta, prendersi una sberla, la reazione indignata – ma tutto sommato compiaciuta – della vittima. Un rito.
La prima tetta che palpai fu a quattordici anni: mi soprese la consistenza..

***

Così si è diventati grandi. Un giorno alla volta, un’esperienza stupida dopo l’altra, un’esperienza un po’ più seria dopo l’altra, le prove, imitare i grandi, il desiderio di relazionarsi con le ragazze – che avevamo accuratamente evitato per anni – e di trovare un nuovo sè… Il calcio che diventava sempre meno interessante, il cambio di pettinatura, i vestiti che la mamma aveva scelto con amore che di colpo diventano tremendamente brutti, e i brufoli che non se ne vanno – ma quando se ne vanno ti pare di essere diventato Alain Delon – e la paura di non piacere, di non essere accettati, e gli sforzi per capire chi eravamo, che persone saremmo diventati… Fu un periodo meraviglioso, se visto con gli occhi di oggi.

Fu la nascita di un nuovo individuo.

 

(ottobre 2006)

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