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Segni, parole, significato.

La cena delle medie / Lo sguardo di Kurt Cobain

Introduzione: leggi qui

 

kurt cobain

Chi è nato negli anni ottanta, chi nel 1991 non aveva ancora compiuto dodici o tredici anni, non può comprendere fino in fondo la profondissima, sconvolgente novità che portò, nel mondo della musica, “Smell like Teen Spirit” dei Nirvana. Quando per la prima volta vidi il video, che ora è considerato a ragione un classico, mi sembrò non solo di assistere alla nascita di un nuovo mondo musicale, ma anche di partecipare all’emersione di una generazione profondamente diversa dalla mia, che aveva trovato un suo modo di esprimersi.
Prima di allora, non si era mai sentito nulla di simile. La sequenza degli accordi di Lithium, ad esempio, e la melodia in levare che ci è costruita sopra, possedeva un tale grado di novità da rendere stupefatto qualsiasi ascoltatore. La musica, prima dei Nirvana, era qualcosa di completamente diverso: c’era il rock un po’ paludato degli U2, c’era l’heavy metal degli Iron Maiden, degli AC/DC, di Ozzy Osbourne, e c’era il pop dei Duran Duran e di tutti gli altri. Le chitarre pesanti erano confinate in un territorio popolato da saghe nordiche e mostri urbani; la voce esprimeva rabbia o seduzione, ma mai disperazione; e gli accordi parevano ormai codificati in sequenze sempre uguali. Il mancino Kurt Cobain sembrava autodidatta, qualcuno che avesse iniziato a suonare la chitarra senza aver mai ascoltato nient’altro che la propria adolescenza ribelle. Le sue canzoni erano la rappresentazione perfetta di un malessere senza più ideali.Un po’ di tempo fa ho trovato, su un sito web, le foto di alcuni personaggi famosi quando erano ancora ragazzi – quei sorridenti ritratti in bianco e nero che vengono attaccati sulle pagine degli annuari dei college o delle Università. C’era Madonna, con un sorriso anni sessanta, Iggy Pop con il cravattino, e Kurt Cobain con una maglia a righe, un caschetto di capelli biondi e un sorriso pieno di fiducia. Se avessi dovuto trovare l’elemento che accomunava quelle facce, quegli sguardi, quelle espressioni, forse avrei puntato su ciò che mi pareva mancare: cioè la dolorosa, sensuale, ambigua, inquietante, consapevolezza che porta con sé l’adolescenza. Quei visi erano visi di fanciulli.

Ho sempre pensato che la felicità poggi, in gran parte, su una particolare combinazione di ormoni che il linguaggio macchina usato del DNA governa a suo piacimento. In uno dei bar della Stazione di Milano, quello davanti ai binari 15, 16, 17 e 18, quello che ha un bancone lungo una ventina di metri e un’aria un po’ retrò, là, uno dei baristi, un tizio con il pizzo e un’età sopra i quaranta e sotto i cinquanta, dispensa allegria e cordialità; un altro, quasi identico al primo, offre un muso sempre dolente e senza sorriso – eppure, la loro vita scorre, per la maggior parte del tempo, lungo gli stessi binari – o alla fine di questi. E’ possibile che quello allegro abbia avuto una vita piena di soddisfazioni personali, e l’altro no; ma sono convinto che questa eventuale differenza sarebbe una conseguenza della felicità, piuttosto che la causa.
Anche se suona male, e poco elegante, e forse anche stucchevole, e sicuramente poco interessante dal punto di vista di un’eventuale narrazione, io sento di tendere più verso una pacata, moderata e ferma felicità che verso una dolorosa, o silenziosa, o incessante infelicità. E se penso alla mia vita, se guardo le foto che hanno ritratto il mio viso nelle varie fasi della mia crescita, o evoluzione, o invecchiamento, direi che si tratta di una condizione quasi congenita.
Eppure, ci fu un periodo in cui pensai, più in teoria che in pratica, ma non per questo meno seriamente, alla possibilità del suicidio. Ci fu un istante, ben preciso – era il cuore di una notte di febbraio, nel 1984 – in cui mi misi seduto sul letto, sul secondo piano di un letto a castello (il cui primo piano era occupato dal mio fratellino Fausto, un anno più giovane, che per la casualità con la quale procede la crescita dei ragazzini, avevo distanziato di una decina di anni) e, soffocato da una disperazione incontenibile, travolto, schiacciato, devastato da un’angoscia che mi pareva insostenibile, pensai che avrei dovuto trovare un modo per farla finita.

Il provare sulla propria pelle il desiderio innaturale di voler mettere fine alla propria vita mi ha permesso di cogliere una verità fondamentale, e credo condivisa, su ciò che si muove nel cuore di un suicida: non una quieta, lucida determinazione, ma piuttosto un tumulto insopportabile dove la paura della morte non conosce alcuna diminuzione, ma viene superata, in ampiezza, profondità e vividezza, da dolori che sono, o sembrano, molto più grandi. I miei, evidentemente, non furono sufficientemente profondi, ampi, vividi da indurmi a mettere in atto la mia intenzione; forse mi salvò la paura, o forse la mia incapacità di credere, senza ridere, in una vita ultraterrena.
In ogni caso, rimane questo fatto: un ragazzino di tredici anni, che di giorno studiava e giocava a calcio, che due o tre anni prima guardava i cartoni animati di Pelin Story e Remì (ehi, forse adesso sto capendo!), si faceva regalare i Big Jim per Natale, e preparava graziosissimi biglietti pieni di cuori per la festa della Mamma, aveva pensato, almeno per un po’, di suicidarsi. Esistono molti modi per farlo: a quell’età, però, credo che avrei dovuto scegliere tra il coltello con la lama affilata che mio padre usava per tagliare, con mille accortezze 626, l’ananas in qualche pranzo domenicale, e lo sfracellamento per caduta dal quarto piano. Entrambi i metodi presentano un alto grado di truculenza: sangue, interiora sparse, e ancora tanto sangue. Quando i miei genitori mi avessero trovato, quale spettacolo terrificante si sarebbero trovati davanti? Soprattutto: quale improponibile, impensabile, assurdo contrasto avrebbero rilevato, tra quella tragica morte e il mio viso da bambino?

Kurt Cobain si è sparato un colpo di fucile in faccia all’età di ventisette anni. Devastato dalle droghe, da un’esperienza amorosa fallimentare, da un successo planetario che lui non aveva voluto – non in quelle proporzioni – ha preferito morire invece che vivere; il corpo è stato trovato qualche giorno dopo, da una donna delle pulizie. Una fine indubbiamente tragica, che, un po’ per la natura dello show business, un po’ per l’innata macchina-crea-miti che si agita in ogni homo sapiens, ha trasformato un cantante in una specie di divinità che (il cuore del ragionamento sta qui) viene adorata da ogni generazione di adolescenti. Se si dovesse compilare una classifica delle “magliette nere con serigrafia sul davanti” più vendute, nelle prime posizioni troveremmo, oltre a Kurt Cobain, anche Jim Morrison e Jimi Hendrix (che, credo, non verranno mai raggiunte da quelle con la faccia di Michael Jackson). Ed è innegabile che il tipo di attrazione che questi morti, e le loro facce dolenti, esercitano sul pubblico adolescenziale (a me, ormai dicono ben poco), abbia una fortissima connotazione erotica, o perlomeno sensuale. In altre parole, sembra che esista una sorta di struttura naturale che lega insieme adolescenza, rabbia, amore e morte. E se si tratta di una struttura naturale, se cioè il fenomeno si presenta con regolarità in ogni società, in ogni epoca, indipendentemente da strutture sociali sovrapposte – che possono mascherarne alcuni aspetti più eclatanti, tramite divieti, o deviarne le conseguenze attraverso una proposta esplicita di miti alternativi (che comunque confermano gli aspetti più rilevanti: giovinezza, conflitto, morte) – allora è probabile che tutto questo abbia a che fare con eventi meramente fisiologici.

E d’altra parte, non serve ricorrere a banali elementi dello strutturalismo per capire che tra i dodici e i quindici anni accade qualcosa di incredibile: una trasformazione profondissima e inarrestabile che conduce un bambino verso un’età con caratteristiche completamente differenti. Nel corpo di un bambino, l’evoluzione, che fino a quel momento si era limitata ad ingrandire un neonato, ad allungarlo, a renderlo sempre più intelligente, e consapevole, e ragionevole, ma mai diverso, ora, questa stessa evoluzione prende una direzione completamente nuova. E non si limita ad allungare il naso e il pene, a gonfiare muscoli e mammelle, a ricoprire di peli le parti che fino a quel momento non avevano alcun significato, e che solo per convenzione venivano coperte: a queste mutazioni, che procedono in modo disomogeneo (ecco un ragazzino alla fermata dell’autobus con il naso di suo padre e il corpo del suo piccolo fratellino; ecco una ragazzina che si tuffa in acqua con le mammelle di sua madre, e il costume delle Winx), si accompagna una rivoluzione del modo di pensare, di guardare il mondo e di considerarlo, di porsi in relazione con gli altri; in particolare, alla quieta, fiduciosa, ottimistica, generosa ragionevolezza, tipica di un bambino di dieci anni, si sovrappone, si sostituisce un mix di arrogante, stupida, brillante, incontrollata, scostante, imprevedibile, irruente rabbiosa vitalità. Lo sguardo fanciullesco di Kurt Cobain non contiene alcuna traccia né della rabbia che lo porterà a scrivere e a cantare le durissime canzoni della sua maturità, né del tragico epilogo; né della sua devastante, ruvidissima sensualità. Nulla, in quel sorriso fiducioso, nulla, in quegli occhi incapaci di nascondere, è in grado di indicare il futuro di quel ragazzo. Non so se è vero, ma mi pare che in certi paesi, tipo la Cina ai tempi dei Ming, un individuo, quando raggiungeva la maggiore età, aveva il diritto di darsi un nome nuovo: perché, evidentemente, è chiaro a tutti che esiste un punto di discontinuità, una frattura, che spezza in due la vita di un individuo.

Non so cosa venga prima, se l’eros o la morte; so solo che queste due pulsioni, praticamente inesistenti fino ai dodici anni, irrompono improvvise nella vita di un bambino. Alcuni pensano che il desiderio sessuale sia una conseguenza della paura di morire. In uno dei suoi appunti, Kafka sostiene che il peccato mortale di Adamo fu la conseguenza, e non la causa, della fine della vita eterna per l’uomo; che la finitezza dei propri giorni, implica la limitatezza delle risorse (e quindi la proprietà, e quindi la guerra), e la necessità di provvedere alla propria riproduzione (e quindi la sessualità, e quindi, ancora, la guerra). L’adolescente, viene investito da una consapevolezza della morte che prima non aveva mai avuto; e questa diventa la molla che lo spinge ad iniziare a pensare, a livelli molto nascosti, alla ricerca di una femmina: per non morire per sempre. Altri ritengono che sia vero proprio il contrario: la lotta per la riproduzione, la competizione per accaparrarsi i pacchetti cromosomici migliori, richiede una buona dose di aggressività intra specie, che a sua volta implica l’accettazione del fatto che potrebbe essere necessario uccidere, o morire. Non solo: la sessualità determina il passaggio dallo status di figlio, soggetto protetto, a quello di potenziale padre, cioè soggetto protettore. Non puoi fare un figlio se non hai gli artigli, e il coraggio, per difenderlo: avere un figlio significa accettare che la propria vita diventi, improvvisamente, ma necessariamente, secondaria rispetto a quella di qualcun altro (un figlio non è in grado di comprendere la lucidità con il quale un genitore sa cosa sarebbe disposto a fare in caso di necessità).

Mio figlio maggiore ha cinque anni; nonostante la giovane età, ha un’intelligenza molto viva, e spesso sorprendente. In particolare, mi pare che abbia sviluppato una notevole capacità introspettiva: frasi tipo “ho visto me da dentro come in uno specchio” oppure “è stato il mio ricordo a dirmi cosa dovevo fare” indicano, a mio parere, la capacità di pensare ai propri pensieri, cioè, in altre parole, la presenza di un prezioso germe di autocoscienza. Questa sua capacità mi dà l’opportunità di indagare il mondo dei fanciulli (anche se lui ci tiene che lo si chiami “ragazzino”). Qualche giorno fa ho provato ad accennargli un discorso proprio sulle trasformazioni introdotte dall’adolescenza. Ce l’avevo accanto, mi stava accompagnando a prelevare i soldi al Bancomat, con i quali ci saremmo pagati la colazione al bar, e saltellava e mi stringeva la mano, e sorrideva, e non c’era nessuna delle ombre, nessuna di quelle distanze, che caratterizzano invece il comportamento degli adolescenti. Non so se ho fatto bene, ma ho sentito il bisogno di dirgli che non sarebbe stato sempre così – che ad una certa età, quella sua felicità sarebbe diventata meno completa, che forse non saremmo andati d’accordo come ora, ma che comunque avremmo trovato il modo di risolvere i problemi che si sarebbero presentati – o che almeno io ci avrei provato. E’ stato come parlare di colori ad un cieco, o di legalità a Berlusconi: ciò che mancava non era l’esperienza, o la capacità di comprendere, ma le categorie mentali (categorie a la Kant) per comprendere quello che stavo dicendo. Mio figlio non conosce l’aggressività, se non quella scherzosa che usa per giocare con suo fratello, o i suoi amici; non conosce neppure la possibilità di un pensiero sotterraneo che non coincida con il comportamento esteriore (fenomeno che forse inizia con la sessualità, quando i rapporti tra le persone sono potenzialmente competitivi e/o seduttivi). Le caratteristiche introdotte dall’adolescenza, quindi, non sembrano essere un grado diverso di qualcosa che c’era già prima, ma eventi totalmente nuovi, che appaiono incomprensibili a chi non ha già attraversato i quindici anni.

Ma allora, non c’è modo di prepararsi, o preparare, qualcuno a questo evento fondamentale: non esistono le parole per spiegare quel marasma cromosomico a chi non lo abbia già vissuto. So già che i miei figli soffriranno, e che potrò fare ben poco contro quel dolore che, per sua stessa natura, chiede di essere risolto fuori dalle mura di casa. E so anche, lo so bene, che molto di ciò che i miei figli sono ora, non sarà più: che gli individui che emergeranno dall’immersione evolutiva dell’adolescenza condivideranno, con i bambini di ora, un pacchetto di ricordi e alcuni generici valori, ma non il sorriso senza denti, non il desiderio di appoggiare un bacino sulla guancia del papà mentre sta riposando, non la necessità di abbracciare un orsacchiotto prima di andare a dormire. Se io ripenso alla mia vita, se penso a me stesso nelle varie età, sento una continuità spirituale, emotiva, una coerenza dello sguardo sul mondo, con un Paolo che è nato nella primavera del 1984; mentre vedo come un essere umano diverso da me il Paolo dell’asilo, delle elementari, o dei primi anni delle medie. Gli stessi fatti che sono successi in quei primi anni della mia vita posso ricordarli con il mio sguardo di oggi, o con quello che avevo allora: avvertendo, in modo chiarissimo, l’inconciliabile diversità di quelle due persone – una delle quali è dovuta morire, per lasciare il posto all’altra. E forse, quel pensiero di suicidio che per un attimo baluginò in una notte di febbraio, era solo il desiderio di far fuori qualcuno che non ne voleva sapere di doversene andare.

kurt cobain

 

(luglio 2009)

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

2 commenti su “La cena delle medie / Lo sguardo di Kurt Cobain

  1. Alice Caralli
    03/03/2013

    Questo post mi ha fatto veramente riflettere. L’ho letto solo adesso, per puro caso, mentre cercavo foto di Kurt da piccolo…Avendo quasi 14 anni mi ritrovo nelle cose che hai scritto, e credo proprio che tu abbia ragione, tutti questi sentimenti in eccesso causano malessere e voglia di farla finita, ma no , non bisogna cedere, bisogna andare avanti e cercare “qualcosa” di migliore, anche se a quest’età è molto difficile. Beh comunque sia, complimenti per l’articolo 🙂

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    • Paolo Zardi
      04/03/2013

      Ciao Alice,
      la tua è un’eta complicata – e credo che dipenda anche dal fatto che si tende a considerare “tutto per sempre”. In realtà, è un periodo di passaggio – fondamentale, ma limitato nel tempo – dal quale ne uscirai felice. E il fatto che tu perda un po’ di tempo per commentare un post, mi fa credere che tu abbia delle belle qualità! 😉
      Grazie per essere passata – e promettimi che a vent’anni ripassi di qui e mi dici come è stato diventare “grandi”! 😉

      Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 28/11/2010 da in cena delle medie, Ricordi, Scrittura con tag , , , .

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