La cena delle medie / Microcosmi

Introduzione: leggi qui

Lo stesso singulto che lo scuote, piccino, sul divano del salotto della casa delle vacanze di questo agosto di questa estate del 2008 – ha quattro anni e mezzo appena compiuti e conosce un minuscolo, indomabile dolore, perché Tommaso, suo cugino che a scuola impara piccole perle di opalescente crudeltà (a lui, una volta, dissero che suo padre, mio fratello, non sarebbe andato a prenderlo, il pomeriggio, perché era morto), gli ha rivelato, in un’orecchia, che il Monster blu che Jurij tiene stretto tra le mani, non salta – a differenza del suo Monster verde, che però non si sa dove sia: ora che siamo soli, io e lui, nel salotto con la terrazza aperta su una serata estiva, mi faccio raccontare i dettagli di questa sofferenza – e lui singhiozza, guardando da nessuna parte, inconsolabile. Lo convinco solo facendo leva sul fatto che ho 38 anni: sono più vecchio di Tommaso, ne so più di lui, la sua macchina verde non salta. Credimi. Scoppierà. Lui mi guarda. Tra le lacrime, scoppia a ridere, come fanno i bambini quando capiscono che il pericolo è passato. Ora vai a nanna, amore.

Ecco, lo stesso identico singulto, dicevo, mi scuoteva nel letto di camera mia, nel 1983 – novembre – una sera. Ero disteso nello stesso identico posto dal quale fino a qualche mese prima aspettavo il bacio della buona notte di mia mamma – entrava in camera, appoggiava la sua mano sinistra sulla mia fronte, scostandomi i capelli (la sua mano sapeva da sapone, a quell’ora, ed era fresca di acqua fresca) e mi appoggiava sulla pelle liscia un bacio della buona notte alla menta – sempre da lì, guardavo la lucetta del bagnetto che mio padre, nella sua materna premura, lasciava accesa per sconfiggere la nostra paura del buio. Solo che nel novembre del 1983 ero già alto quasi un metro e ottanta, 41 di piede, naso affatto fanciullesco – quel letto aveva già dovuto assistere alle silenziose polluzioni notturne di un preadolescente brufoloso e ancora confuso. Mi scuoteva un pianto secco, trattenuto. Le lacrime le avevano già viste tutti, disegnate con l’inchiostro grigio della polvere sulle mie guance.

Rewind.

Settimana di preparativi. Festa da Tommaso. Tommaso Olivieri, per capirci.
Ancora rewind.

Dopo essere stato innamorato per anni di Elisabetta, ora punto, confusamente, a Lele, soprannome del cacofonicissimo Ferndanda, alla quale, da quello che so, aspira anche Tommaso. Le nostre feste, autorganizzate all’età di dodici anni, si fanno nel suo garage a due piazze. In un piccolo sgabuzzino, lo spazio per lo stereo (una roba che mio padre aveva comprato forse quindici anni prima) e per le patatine e le bibite, alle quali ormai nessuno più pensa: sono feste da ballo, quelle – per lenti. Nessun genitore a sorvegliarci. Stesso numero di ragazzi e ragazze. Ma non dovrebbe succedere nulla – non a quell’età – prove di confidenza – stare con le proprie mani appoggiate ai fianchi di una compagna di classe per quattro minuti consecutivi trascorsi a parlare di compiti o del tempo o di nient’altro. Abbiamo anche lampade colorate, piazzate all’altezza delle ginocchia.
E i giorni prima io sono emozionato. Ho visto Il tempo delle mele da meno di un anno. Gioco ancora a calcio, ma non capisco fino in fondo cosa possa rendermi felice – o cosa io sia, in realtà. Momenti di passaggio. La seconda nascita, quella vera. A tentoni, nel buio.

Forward.
La festa è quasi finita. Io sto camminando, in novembre, per le strade vicine a casa mia – via San Giovanni da Verdara, via Marcanova, poi fino all’incrocio con via Vendramini. Sono senza giacca. Addosso ho solo un maglione blu, una camicia bianca, un paio di jeans, un paio di pseudo Clarck blu. E una cravatta. Viola. A 12 anni. Credo fosse anche lì il problema. Una cravatta a 12 anni, per una festa delle medie. Per di più viola. Mio padre non la indossava mai, la cravatta – era quella la mia strada autodeterminativa, quella che portava a tracciare le mie differenze, e quindi i contorni della mia nuova esistenza? E addosso anche del profumo; e siccome mio padre, oltre alle cravatte, non usava neanche il profumo, avevo usato quello di mia mamma. Tutto da rifare.
Sotto le finestre dell’Ospedale militare, piango – lo stesso singulto incontrollabile di Jurij, sul divano del soggiorno della casa di queste vacanze che stanno già finendo. E’ un microcosmo, quello in cui io muovo i miei passi bagnati – un mondo in miniatura, tra casa mia, al 48, e il garage del 56, le stesse strade dove andavo in bicicletta, giocavo a nascondino, tornavo da scuola con un altro “Bravo” sul quaderno di matematica, e che ora calpesto guardando dentro al buio delle sette, con le spalle che vanno su e giù per il pianto. Poi mi asciugo il viso, torno alla festa. Tutti mi chiedono se ho pianto. No, perché? Perché hai delle righe grigie sulle guance. Sembri Pierrot. Lele mi abbraccia, affettuosa.

Via San Giovanni da Verdara Padova

Dopo aver cenato, mi sono messo a letto, con nessuna voglia di niente. Mio padre, come faccio io con il mio piccolo figlio ferito, si è seduto sul bordo del materasso, cercando le parole che potrebbero risolvere un problema del quale non parlo. Mio fratello Fausto (il padre del cugino di Jurij, quello con il presunto Monster verde) ha spiegato, sotto voce, a cena – ho sentito tutto attraverso il muro che separa la camera dalla cucina – che Elisabetta si è messa insieme a Tommaso. Oh, poareto, ha detto mia mamma, da dietro al muro. Così mio padre ora sta cercando la soluzione ad un problema che non esiste, con le parole che lui conosce – mi parla di Beatrice e Dante, dell’ideale della donna ideale con il quale prima o poi ci si deve scontrare nella vita di tutti i giorni – io lo ascolto e dentro di me un po’ sorrido, perché il problema non è che Elisabetta, la bambina della quale sono stato innamorato per tutte le elementari, sta con Tommaso (non credo si siano neanche baciati: si sono toccati, forse, la punta dei loro piccoli nasi; in ogni caso, non penso più ad Elisabetta da almeno quattro o cinque mesi), ma che Lele, cioè la cacofonicissima (ed eroticissima) Fernanda, sta con Alessio, il mio migliore amico (e loro hanno davvero limonato!).

Ma forse la crepa che attraversa il mio cuore in formazione ha un’altra causa ancora, più sottile, e più dolorosa, e meno romantica, e più conformista: cioè io, a quella loro felicità, non avevo potuto partecipare. Una debolezza costitutiva, perché anni dopo – già grande, vaccinato, amato, non più amato, rimesso in piedi, tradito e traditore – cercai di innamorarmi di una ragazza di cui non ero innamorato, e soprattutto cercai di convincerla ad innamorarsi di me; con la mia loquacità, e la mia dolcissima cocciuta determinazione, avevo convinto entrambi – cioè io e lei – allo stesso inutile modo. La prima volta che venne a Milano, con il treno delle 23, per passare un weekend a casa mia (avevo scambiato il mio piumino secco con quello molto più svedesamente erotico del mio coinquilino, che mi aveva lasciato la casa libera), ecco, poi il lunedì dissi a quel mio coinquilino, l’inconsapevole fornitore di piumini erotici, che quello, quel grigio, lunghissimo, inarrestabilmente piovoso weekend, dal quale era emersa soprattutto una mancanza di ritmo comune – una sensazione di sabbia negli ingranaggi – che quello era stato uno dei fine settimana più belli della mia vita, e lui mi disse semplicemente “esagerato”. E, per la pioggia e la sabbia che io stesso avevo sentito, aveva proprio ragione, perché in realtà io volevo solo avere la ragazza nella compagnia che avevo iniziato a frequentare – tutto qui. Me ne resi conto abbastanza presto, ma invano: oh, il mio intimo conformismo. Facemmo tutta la trafila di avvicinamento, sms, telefonate, corteggiamento, mano sulla tetta e labbra sulle labbra, fidanzamento, penetrazioni e analità, dolore con derivata negativa per la lontananza, logorio, lasciamento, tutto nel giro di due mesi, come in un ridicolissimo VHS messo avanti veloce. C’era, in me, quel desiderio di costruire un gruppetto di coppie Barbie-Ken, al di là di ogni ragionevolezza: un posto dove io non fossi fuori dal cerchio.

Mio padre quarantaseienne, con la barba nera che ora è bianchissima, sul bordo del letto, è seduto accanto alla mia profondissima vergogna a mostrare qualsiasi forma di debolezza, impacciato perché sta parlando ad un adolescente che in fondo non conosce nella sua nuova configurazione – che tutto gli nasconde, tranne i ricordi di quando era molto più piccolo ed innocente: mi spaccio per un bambino alto, piuttosto che per un giovanissimo uomo – e comunque partecipe (perché è questa la sua natura: eccoli, i primi capelli bianchi per le difficoltà di Alberto al primo anno di Liceo), profondamente partecipe, addolorato, con la speranza che le parole che infila in un discorso un pochino di maniera trovino la strada giusta per arrivare a lenire il mio dolore – e questo sforzo, in effetti, basta per lenire il mio primo dolore d’amore, l’assaggio di future disperazioni, altrettanto ardenti e passeggere: sento il calore di un padre (per quanto questo calore sia trattenuto: forse perché quel mio padre barbuto, dal quale non ho mai ricevuto una carezza, ha saltato a piedi uniti tutta la sua adolescenza, compressa in qualche collegio di Gesuiti, o giù di lì). Sorrido, come fa Jurij con me quando gli dico che la macchina di suo cugino si romperà al primo salto, cercando di indovinare la forma della chiave capace di aprirgli il sorriso dei suoi 24 dentini bianchi.

Mi sono lavato il viso con l’acqua fresca e il sapone del quale conoscevo l’odore da buona notte, mi sono sfilato l’orribile cravatta viola e dalle finestre del salotto, dietro alle tende (che avevano un filo per farle aprire e chiudere, alla base del quale c’era una specie di prisma di vetro che, a metà mattina, d’estate, quando il sole gli passava attraverso, proiettava un arcobaleno sui piatti ricordo dei ristoranti dei Colli Euganei), ho sbirciato la camera di Tommaso, dall’altra parte della strada, dove lui, Elisabetta, Alessio, Lele e la sorella di Tommaso, parlavano felici, ridendo, in cerchio. Ho agitato la mano, da dietro il vetro, in silenzio – eccomi, mi vedete? Sono qui. E loro mi hanno visto, subito, e mi hanno chiamato con tutte le loro mani. Sono corso giù, ho suonato al numero 56, ascensore, quarto piano, esco, corridoio a destra, corridoio a sinistra, in camera con loro, dentro ad un cerchio innocente – rimandando a dopo – a mesi, anni dopo – il primo passo della mia personale adolescenza. E mentre ridevo – ritrovati gli amici – mi è sembrato di avere intravisto mio papà dietro le tende del mio salotto, dall’altra parte della strada – guardava verso di me – avrei giurato che stava sorridendo sotto la barba nera.

(ottobre 2008)

Annunci

Se vuoi dire la tua...

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

Create a website or blog at WordPress.com

Su ↑

Penitenziagite! (Un cadavere nella Rete)

La prima Social Network Novel in assoluto

RdC: la rubrica del complimento

Mi prendo in giro da sempre. Perchè smettere proprio ora?

Settepazzi

Riflessioni sulla letteratura Latinoamericana di Antonio Panico

50 libri in un anno

COLLETTIVO UMILE DI LETTORI E RECENSORI

Cartoline dalla Terra dei Libri

Leggo un libro, scrivo una cartolina

Tre racconti

Storie brevi e voci nuove

Episodi (abbastanza) brevi

Spero, credo, insomma.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: