Grafemi

Segni, parole, significato.

La cena delle medie / Ummama gò!

Introduzione: leggi qui

 

Mentre tornavo in macchina da Trieste verso Padova, qualche domenica fa, ho acceso la radio e ho sentito della vittoria della Roma sul Catania per 7 a 0. Un risultato d’altri tempi.
Ma, a dire il vero, a causa della mia memoria da idiot savant – una memoria che fissa i dettagli più inutili, tralasciando quelli importanti tipo il codice del Bancomat – potevo dire con certezza che non si trattava di un risultato “d’altri tempi”. Infatti, pochi anni fa la Juve ha vinto la prima partita di campionato proprio con questo punteggio – contro l’Ascoli.

Mentre lo pensavo, il commentatore ha proseguito: erano 23 anni che non succedeva.

No, ho pensato, ha dimenticato la Juve e la sua prima di campionato. Avevo 13 anni, mi ricordo bene.

Cioè 23 anni fa.

Dove vanno il tempo, i giorni, le ore? Chi li zippa?

**

Juve – Ascoli 7 a 0. Era l’11 settembre del 1983. Segnarono un po’ tutti: Paolo Rossi, il neo acquisto Penzo, Platini e Boniek. Che attacco stellare! Dopo la delusione dell’anno precedente – secondi dopo la Roma in campionato, finale di Coppa dei Campioni persa contro l’Amburgo per 1 a 0 – il nuovo campionato era iniziato sotto i migliori auspici.

Io facevo la terza media. Ero alto più o meno come adesso – cioè poco più di un metro e ottanta – ma pesavo una trentina di chili in meno. Ero il più bravo della classe, ed ero in una fase di ulteriore crescita intellettuale – ricordo la facilità con cui imparavo la matematica, e i temi sempre con il massimo dei voti perché avevo capito che il riferimento stilistico del mio professore di Italiano era il libro “Cuore” di De Amicis. Durante l’estate, però, in un mese passato a Copenaghen, mi ero letto tutto Kakfa, e un po’ di Dostoevskij – e sentivo che dentro alla testa stava nascendo un po’ di consapevolezza, di autocoscienza, in più. Stavo diventando adolescente.

La facilità con la quale riuscivo a scuola mi permetteva di dedicarmi al mio passatempo preferito, che a quei tempi era il calcio. Avevo iniziato come brocco – come un vero brocco, con i piedi di piombo, e un impaccio patologico in campo – ma, grazie alla mia perseveranza e alla passione, ero migliorato. Ora correvo veloce, avevo un dribbling discreto, in difesa ero arcigno come il mio idolo Claudio Gentile, sapevo crossare, a volte addirittura riuscivo a segnare direttamente dal calcio d’angolo.

Giocavo su tre campi di calcio.
Il primo, quello al quale ero più affezionato, era detto “Le missioni”: uno spiazzale d’asfalto con una porta senza rete, una serie di alberi, gli scalini che salivano verso una palazzina – facevano parte pure loro del campo. Su quegli scalini appoggiavamo la radiolina, la domenica pomeriggio, per sentire Tutto il calcio minuto per minuto – Ciotti, Scusa Ameri, i grandi commentatori – giocando sotto il sole. Alle missioni c’era Simone, appassionato del Brasile – giocava con la maglia dei carioca addosso, era tutto ricciolo, piedi a banana, e c’era Lenzoni – lo si chiamava solo per cognome – che correva come un’anguilla, Giacomino detto Cavallette – ora consulente finanziario di mio padre – ognuno con il suo stile, i suoi trucchi, i suoi limiti.
Se si era in pochi – anche se si era da soli – si giocava a pali e traverse. Un tiro a testa, due punti il palo, cinque la traversa, dieci l’angolino. E poi le punizioni alla Platini, a foglia morta, che si provavano decine di volte – alzando le braccia al cielo quando si segnava contro un portiere immaginario – ci si inchinava a quelle migliaia, milioni, di persone venute lì da ogni parte del mondo per vederci giocare. Poi tornavo a casa, con il mio Tango consumato sotto braccio, la tuta umida di sudore, la voglia di giocare ancora, ancora, e poi ancora.

Altre volte, andavamo in parrocchia, in un campo di sabbia e pietra. Lì c’erano Borgherini, Letter, Salasnich, Adriano – tutta gente più grande di me, che non frequentavo mai se non per quelle partite che esaltavano la mia pochezza tecnica. Una volta il mio professore di Italiano, quello che amava “Cuore”, mi vide dalle finestre di un’aula della scuola – che si affacciava proprio sul campetto. Sorrise, scuotendo la mano come dire: “Ahi ahi, ti ho scoperto…” Era convinto che io dedicassi le mie ore allo studio, e io invece le passavo giocando a calcio. Il giorno dopo mi interrogò.
Sul campo della parrocchia, andavo anche ad allenarmi con una squadra che si chiamava SMS – era molto prima dei cellulari: credo significasse Santa Maria Santissima, o Sacrificatissima, o una roba del genere. L’allenatore si chiamava Trinca. Si correva con i berretti schiacciati in testa – mi ricordo che per il freddo le palle – intendo proprio i testicoli – diventavano due prugnette secche (gli ometti sanno di cosa sto parlando).

Infine c’erano i “Camerini Rossi”, il campo da calcio di una scuola per disabili, finalmente di erba. Andavamo dopo pranzo, e c’erano questi ragazzi, questi studenti, con le lenti degli occhiali con spessori assurdi, che ci guardavano dalle finestre dei laboratori dove limavano, tagliavano, tornivano. Ogni tanto qualcuno scappava al controllo dei professori e si lanciava dietro al nostro pallone, con un grembiule bianco e un mandrino in mano, lanciando urla inumane, e noi, sadici come tutti i ragazzini, a rotolarsi per terra dalle risate.
Lì giocavo decentemente – ero veloce, facevo delle fughe sulla fascia sinistra, mi ero specializzato in un dribbling in corsa che era irresistibile, e segnavo portando la palla fino alla porta.

**

E i mercoledì di Coppa – non come ora, che si gioca ogni giorno – con l’andata e il ritorno. Mi ricordo un Aston Villa–Juventus, con la Juve che va in vantaggio dopo pochi secondi – talmente presto che Tele Monte Carlo, la prima televisione privata a trasmettere una partita in diretta nel 1982, non aveva ancora concluso la pubblicità. Poi l’assedio, con Zoff Gentile Cabrini Scirea e Brio a fare un muro umano davanti alla nostra porta.
Il rigore di Liam Brady, all’ultima di campionato 1981/82 – era già stato venduto per fare spazio a Platini e Boniek – realizzato con freddezza e precisione – noi bambini alle “missioni”, con la radiolina, ad abbracciarci per la gioia. La tripletta di Rossi al Brasile – una mummia che si svegliava dal suo sonno – e il gol di Platini alla Roma, e i tre gol in due minuti del Torino, che sancirono la perdita del campionato 1982/83.

La domenica, alle 18.15, precisa come una funzione religiosa, Domenica Sprint – cosa dicevano nella sigla? Ufo Robot? Ummamma gò? – Paolo Valenti con il suo sorriso anni sessanta che faceva un primo sommario, la grafica protoelettronica che presentava il risultato, poi Tonino Carino o Castellini, a raccontare immagini in bianco e nero, sempre con uno stile quasi ottocentesco. Poi un tempo di una partita a caso, in differita – che a sette, otto anni mi sembrava impossibile da seguire tutto.
Dopo cena. rimanevo in cucina, davanti alla televisione Grundig, ad aspettare una trasmissione condotta da Nando Martellini su Rai Tre (credo di essere stato l’unica persona ad averla vista), perché, dopo i servizi sulle partite di serie A, dopo i servizi su tutte le partite di serie B, finalmente i risultati della C1, girone A, dove giocava il Padova.
E io seduto con i piedi sul termosifone, un chilo di arachidi da sgranocchiare, il pigiama pulito, i brufoli, i compiti da finire, 13 anni, la Juve batte l’Ascoli per sette a zero, era ventitre anni fa, era ieri.

(dicembre 2006)

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

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Questa voce è stata pubblicata il 28/11/2010 da in cena delle medie, Ricordi, Scrittura con tag , , , .

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