Grafemi

Segni, parole, significato.

La cena delle medie / ZX Spectrum

10: For i=1 to 10
20: Print i
30: Next i

Quindi scrivo RUN e premo Enter.

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10
Ok.

E il cursore torna a lampeggiare, pronto per una nuova istruzione.
“Non è meraviglioso?” dico io, sorridente – e mentre lo dico, mi giro verso Alessio e Tommaso, che hanno assistito alla dimostrazione. Sorridono pure loro, sotto i baffetti di muffa da tredicenni, ma in modo diverso. Loro stanno ridendo di me.
“Tutto qui?” e ancora ridono.
“Come, tutto qui? Il computer ha fatto esattamente quello che gli ho detto!”
Ridono ancora di più. Non capiscono me, e io non capisco perché non capiscono.

**

La passione per l’informatica è una brutta bestia. Ti si attacca da piccolino, quando non sei ancora adolescente, quando hai 13, 14 anni – spacciandosi per un gioco – ti si appoggia sulle spalle, e non ti molla più.
Chissà come sceglie i suoi compagni di viaggio… Tommaso ed Alessio completamente sordi al suo richiamo, io impazzito. Da cosa sarà dipeso?

**

L’estate del 1983 l’ho passata con la mia famiglia a Copenaghen: mio padre, ricercatore di fisica nucleare, era stato invitato presso il prestigioso Istituto di Fisica Niels Bohr per il mese di luglio, e ci aveva portato tutti con lui.

Ho tantissimi ricordi di quel mese – probabilmente tirerò fuori una decina di post da 100 righe l’uno, su qualche altro blog! – ma uno riguarda direttamente l’informatica.
Durante il pomeriggio, io e i miei due fratelli andavamo in centro. Se c’era sole, passavamo ore a camminare per le bellissime strade di quella città. Se pioveva, invece, ci rifugiavamo nei grandi magazzini di Copenaghen – il reparto preferito da tutti e tre era ovviamente quello della musica.

In quel reparto, oltre ad un sacco di dischi danesi (LP: i CD non erano ancora stati inventati), c’era una televisione dove giravano, a ciclo continuo, video estratti da FlashDance, che non era ancora uscito in Italia: ricordo “She’s a maniac”, e la sigla, e il “Love’s theme”, e la scena finale con la controfigura di Jennifer Lopez che faceva il balletto di ammissione all’accademia di danza. Ci passai ore, davanti – tornato in Italia, mi comprai il disco e pochi mesi dopo sarebbe scoppiata la mania dei calzerotti. Accanto a questo televisore, c’era un ripiano, e un computer: lo ZX Spectrum, della Sinclair.

A quei tempi, di informatica, sapevo davvero poco. Una volta mio padre mi aveva portato in istituto con lui, a vedere dei terminali collegati ad un mainframe che si trovava a Bologna: erano ancora quelli con i fosfori verdi. Mi ricordo che un suo collega, considerato un genio del computer, aveva lanciato il gioco degli scacchi e mi mostrava quanta percentuale del processore del mainframe era utilizzata per eseguire una mossa. Rimasi abbastanza impressionato – meno, forse, di quando mio padre aveva visto un computer la prima volta: lui era nato praticamente nel medioevo.

Lo ZX Spectrum, invece, era davvero piccolo, come un quaderno, nero, con un po’ di strisce di arcobaleno come logo, i tasti di gomma grigi sopra ai quali c’erano scritte parole incomprensibili (PUT, PRINT, LOAD). Si collegava direttamente alla televisione – non aveva un video incluso. Per accenderlo, si attaccava semplicemente la spina: in un secondo era pronto. Per spegnerlo, viceversa, si staccava la spina: niente Start e Arresta computer. Non aveva alcun tipo di memoria interna: l’unico modo per salvare e caricare informazioni era tramite un registratore attaccato al computer – un registratore che ovviamente non era dato in dotazione.

**

Al ritorno dalle ferie, la sorpresa: papà ci aveva comprato il computer. Proprio lo ZX Spectrum.
Abbiamo sistemato un tavolino in salotto, davanti alla televisione, e l’abbiamo attaccato. La schermata iniziale era completamente bianca: c’era solo un cursore lampeggiante. E adesso? – mi chiesi – adesso cosa devo fare?

I primi giorni li ho passati a giocare. Insieme al computer mio padre aveva preso una cassetta con quattro giochi. In uno bisognava inserire l’angolo di lancio con il quale un gorilla tirava, da una specie di grattacielo forellato, una cosa a forma di banana ad un altro gorilla. In un altro si doveva inserire l’angolo di lancio di un cannone che sparava delle caccole nere su un cumulo di quadrati. Disarmanti, anche per quei tempi. Così mi sono detto: tutto qui?

Il manuale era rilegato con una spirale ad anelli – per fortuna in italiano. Ho iniziato a sfogliarlo. Spiegava come usare il linguaggio di programmazione in dotazione con il computer, che era il mitico Basic. La prima cosa che mi ha colpito è stato il fatto che continuava a parlare di stringhe, senza mai preoccuparsi di definire cosa fossero. Mi ero perso qualcosa?
Ho fatto un po’ di cosine: c’era un’istruzione misteriosa, POKE, con la quale ero riuscito a far fare dei bip ai tasti quando li premevo. Poi un programmino che disegnava delle righe colorate – immagino lo fossero: avevo la tv in bianco e nero – sul video, a caso, concatenandole: un bellissimo effetto psichedelico che anche i miei genitori avevano avuto modo di apprezzare. Ma dopo poco ci ho rinunciato e ho rivolto la mia attenzione a certi giornaletti che uscivano in edicola – il più famoso era “Load’n’Run”, che significa, in una specie di pseudo Basic, “carica ed esegui”. Pieni zeppi di giochini finalmente all’altezza delle mie aspettative: Asteroid, PacMan, uno in cui con un mirino si dovevano abbattere degli aerei in una simulazione 3D.

**

Poi, un giorno, l’evento che ha cambiato la mia vita…
Per non so quale motivo – non me lo spiegare neanche ora – un negozio di vestiti per ragazzi (si chiamava Ragazzeria) aveva organizzato dei corsi gratuiti di computer per le scuole medie.

Si tenevano in una saletta sotto il negozio, dove erano stati installati 10 computer – erano dei terribili T-qualche-numero della Texas Instruments. Lì un ragazzo di 19 anni, Luca – che grande, mi sembrava! – ha iniziato a spiegarci cosa voleva dire programmare. Io sapevo fare il ciclo da 1 a 10, fare le righe concatenate e psichedeliche, ma sentivo che mi mancavano due cose: un obiettivo, e il modo per raggiungerlo.

Parlando con Luca, scoprii che quella saletta era aperta anche il pomeriggio. Così iniziai a passare i miei giorni là – era l’unica cosa in grado di distogliermi dal calcio: ricordo che mi capitava di andare lì subito prima o subito dopo una partita, ancora sudato e con il Tango sotto braccio. E lui, in quel bunker sotto un negozio di vestiti, ci mostrava le cose che sapeva fare. Tipo fare grafici molto spartani di equazioni di primo grado – ok, questo lo sapevo già fare. Tipo: fai pensare un numero al computer e prova ad indovinarlo in tre tentativi.
Tipo muovere un quadrato sul video premendo i tasti. Come nei giochi. Questo non lo sapevo fare.
Avevo trovato il mio obiettivo.

In un pomeriggio imparai a farlo, un’esperienza esaltante. Lì sotto veniva anche una certa Sabrina, compagna di classe, che non aveva mancato di piacermi – in un altro post, da pubblicarsi dopo mezzanotte, scriverò cosa è in grado di pensare un ragazzino di dodici anni sulle sue compagne di classe mentre è seduto sul cesso di casa con i pantaloni calati – e che veniva lì semplicemente perché innamorata di Luca. Qualcuno pensava che io fossi lì per un analogo motivo, cioè che fossi innamorato di Sabrina – credo che lo l’abbia pensato anche lei – ma non c’era niente di più falso: cosa avrebbe potuto darmi lei, in cambio della soddisfazione di far muovere quel quadratino?

Perché – diciamolo – avevo imparato a far muovere un quadratino per il monitor, comandato dai miei tasti.
Ma c’era un piccolo problema: l’avevo fatto su quei computer della Texas, non sul mio. Tornai a casa, tirai fuori lo Spectrum, lo collegai, ci provai: niente. Dialetti di Basic diversi. E siccome la televisione, la sera, era appannaggio dei miei, dovetti andare a dormire senza esserci riuscito.

**

Il cervello è diviso in due parti: la sinistra è razionale, analitica – cioè ricava, con metodo, verità a partire da altre verità – è la sede del linguaggio, della matematica, della capacità di astrazione, di creazione degli stereotipi.
La destra, invece, di cui non abbiamo autocoscienza, è intuitiva – cioè ricava nuove idee legando in modo non strutturato, o per analogia, esperienze tra loro diverse – è quella che permette ai grandi pittori di raggiungere la perfezione, ai musicisti di comporre cose mai sentite: è anche la sorgente delle esperienze mistiche – leggersi il bellissimo “Il crollo della mente bicamerale” per capire.

La parte destra, dunque, elabora le sue idee non strutturate. Lo fa in un modo che è fuori dal nostro controllo – cioè quando sentiamo che stiamo pensando, in realtà stiamo ascoltando solo la voce della parte sinistra, mentre non sappiamo nulla di cosa sta facendo l’altra metà. La destra infatti ha un suo linguaggio, che ha parole che non conosciamo, che ha regole che non capiamo, con il quale continua a descrivere a se stessa il mondo. Quando la parte destra scopre qualcosa, e riesce a farla arrivare a quella sinistra, ci stupiamo noi stessi, e diciamo: Eureka!
Paradossalmente, quando ci concentriamo, per cercare di capire, mettiamo a tacere proprio la parte destra.
Ecco perché le grandi idee – o le piccole idee che ci sorprendono – vengono proprio nei momenti più inaspettati. Poincarè ha seguito per anni una formula che spiegasse un problema fondamentale per la fisica: l’ha scoperta una domenica mattina, mentre aveva il piede sul predellino di un treno che l’avrebbe portato in campagna. Archimede ha capito il principio che porta il suo nome mentre era in vasca da bagno – avete presente Elio l’abitudinario, quando è in vasca, cosa fa?

Io, la mia piccola scoperta, l’ho fatta nel sonno, proprio la notte dopo il mio tentativo di risolvere il problema. Mi sono svegliato all’improvviso – non erano ancora le sei di mattina – mi sono messo seduto sul bordo del mio letto (tra l’altro rischiando di morire: ero al secondo piano di un letto a castello) e ho detto, ad alta voce: ho capito.
Sono andato in salotto, ho attaccato il computer, acceso la televisione, e mi sono messo a scrivere – e le mie dita scivolavano su quei tasti di gomma grigia, scrivevano un’istruzione dopo l’altra, senza fatica, come se fosse qualcuno a dettare ogni parola, come suonando “Per Elisa” al pianoforte. Tutto di seguito, senza nessun dubbio.
Alla fine – sarà passato quanto? forse un’ora: mia mamma aveva già fatto capolino dalla porta del salotto per vedere se suo figlio era impazzito – ho premuto RUN, e poi Enter, come quella volta che c’erano Tommaso ed Alessio dietro di me. Ma quella volta non avrebbero riso, no: ora sul monitor c’era un omino con il cappello che si muoveva, guidato da me, lungo un labirinto – semplice ma perfetto. C’ero riuscito.

**

In pochi giorni ho recuperato tutto il tempo perduto. Facevo disegnare le figure e gli sfondi dei miei giochi ad un mio compagno di classe, su carta millimetrata. Alberto, mio fratello, mi forniva spunti originali. Il mio più grande successo fu “Space in water”, che un giorno troverò il coraggio di raccontare senza sentirmi un cretino. E iniziarono a venire nuovi amici – conosciuti sotto il negozio, che nel frattempo aveva smesso di fare beneficenza – e si parlava di cose nuove – codice macchina, e trucchi per far suonare meglio anche lo Spectrum. Mio padre mi forniva problemi interessanti – i grandi classici dell’informatica, tipo ordinare dei numeri in modo efficiente – che io affrontavo come giochi di abilità. Iniziai a farmi qualche programmino per risolvere i problemi più semplici – quelli sul Teorema di Pitagora, ad esempio. Per un po’ di mesi la mia vita iniziò alle sei di mattina, davanti alla televisione a programmare.

Poi le cose sono cambiate – si cresce, no? Ad un certo punto, quando i miei anni sono diventati il doppio di quelli che avevo quando ho scritto la mia prima riga di codice, l’informatica è diventata il mio lavoro – nonostante il mio corso di studi universitari fosse orientato ad altro. Per un po’ ho cercato di oppormi – mi pareva di occuparmi di cose poco serie. Alla fine, mi sono reso conto che era quella la mia strada.

**

Ma ora, in questi giorni, con l’informatica ho un rapporto controverso. E’ la mia croce e la mia delizia. La amo – perché rimane comunque impagabile il gusto di risolvere un problema – ma la odio, perché mi chiede il mio tempo migliore. Ho smesso di sognarla di notte – sono anni che la mia attenzione è distolta da altre cose, più interessanti, più stimolanti – e non mi è capitato più di andare a dormire con la rabbia per non aver saputo trovare la soluzione: penso “amen, si farà domani, cosa cambia?”.
E alle riunioni, alle interminabili riunioni in cui si parla sempre delle stesse cose – chiacchiere informatiche, dove commerciali ignoranti descrivono cose di cui non sanno nulla a persone che non hanno alcuna competenza per decidere – in questi teatrini in cui si svolge il gioco delle parti, io, la mia parte, non la capisco più. Penso ad altro – ai miei figli, a mia moglie che la risposerei ogni giorno, al blog e ai blogger – ma mai a quello che dicono loro, i miei colleghi o i miei avversari.

Ieri, durante una di queste riunioni, un incontro a Roma in cui ci siamo presi delle legnate pazzesche, ad un certo punto sono intervenuto anch’io – il cliente aveva torto marcio, era in malafede: si trattava di un’ingiustizia che mi ha svegliato improvvisamente dal mio torpore professionale. E’ durato poco: ho iniziato una frase, ma mentre dicevo le prime parole mi sono reso conto, chiaramente, che non me ne fregava già più niente – non mi importava neppure di finirla, e così mi sono interrotto a metà, la voce sospesa. Un silenzio rumoroso come il suono delle posate sui piatti in una cena che avrebbe dovuto essere divertente.
I miei colleghi se ne sono accorti – mi hanno guardato terrorizzati, come dire: “Che c’è? Che c’è? Non vuoi più giocare a questo fantastico gioco del cliente e del fornitore?”
Ma se me lo avessero chiesto, se avessero veramente avuto il coraggio di farlo, avrei risposto, con la mia giacca e la mia cravatta da bravo consulente: “No no, tranquilli, ragazzi, voglio giocare ancora. Anzi: venite da me? Mi è appena arrivato lo Spectrum nuovo”.

(dicembre 2006)

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

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Questa voce è stata pubblicata il 28/11/2010 da in cena delle medie, Ricordi, Scrittura.

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