Grafemi

Segni, parole, significato.

La cena delle medie / update

Ho raccolto una serie di vecchi post sul periodo delle medie – che per me coincidono con gli anni tra il 1981 e il 1984. L’occasione è stata una cena delle medie alla quale ho partecipato tre settimane fa; ma non solo questo: ho passato la domenica a chattare su Skype con Tommaso, dopo quindici anni che non ci sentivamo. La vicinanza di quel passato ha scatenato qualcosa dentro. Questo è una specie di resoconto di quella serara, con qualche riflessione di carattere generale. Dove ho potuto, ho linkato i post specifici, che raccontano con più dettagli un ricordo buttato là. Per vedere tutti i post collegati, è sufficiente accedere qui: https://grafemi.wordpress.com/category/cena-delle-medie/

 

Alle elementari

Mi dà un sottile brivido pensare che la lancetta dell’orologio appoggiato alla mensola del mio studio – una casetta tirolese un po’ pacchiana che mia madre mi ha portato per scherzo da Fiera di Primiero qualche estate fa – che quella lancetta segni un tempo che non è solo il mio, ma che appartiene a tutto il mondo: ogni tic, porta avanti la vita di sei o sette miliardi di persone, facendoci invecchiare un po’.

E’ opinione abbastanza diffusa che la vita segua una curva di stile parabolico – diciamo una formula tipo y = -x^2  + bx + c, dove x sono gli anni, e y una qualche misura della soddisfazione di se stessi. E in effetti, quando si arriva intorno alla mia età, si sente di aver acquisito una grande capacità di gestire bene le varie spinte che sollevano o abbassano la felicità. C’è più consapevolezza, più forza – e forse anche meno disincanto.

Qualche settimana fa ho partecipato alla cena delle medie. Ci siamo trovati, dopo tanti anni, di nuovo tutti insieme. Molte delle persone le avevo già riviste, due anni fa, alla cena delle elementari – in effetti, ci fu un vero e proprio travaso di persone dalla quinta alla prima media: 15 su 25. Alcuni non sono venuti: per la distanza, o per problemi a casa. La vita è fatta di periodi: c’è quello in cui si deve lottare con i genitori per poter stare fuori mezz’ora in più, la sera; quello in cui ci si sbronza al sabato sera, con gli amici; quello in cui ci si laurea, poi quello in cui si cerca lavoro (che in Veneto coincide con quello in cui lo si trova); poi i matrimoni degli amici, il proprio, e poi i figli, che nascono tutti insieme – ci si passa la bilancia, il fasciatoio, lo sterilizzatore – e poi i bimbi a scuola, e infine i genitori che iniziano ad ammalarsi. E’ per questo che si cresce: per prepararsi al dolore che ad un certo punto, inesorabile, arriverà. E’ la cuspide della parabola, il punto in cui la derivata prima va a zero, dopo che la derivata seconda aveva già smesso da tempo di essere positiva.

Di solito, l’anno in cui si compiono quarant’anni è un buon momento per fare il bilancio della propria vita. Si confrontano i sogni adolescenziali con la realtà che si è costruita anno dopo anno: se si è saggi, si vedrà che si è rinunciato a molto, ma anche che spesso, qualcosa di buono si è messo da parte. Alla cena delle medie, però, ci si ritrova come se fosse la pizza di fine anno, subito dopo gli esami di terza: la stessa intimità. Nessun bilancio: è il presente, così com’è. C’è qualcosa di misterioso, nella facilità con la quale si riprende confidenza con le vecchie amicizie. E’ come se l’aver vissuto insieme gli anni della formazione ci rendesse cugini per sempre: ci si stringe la mano, ci si siede accanto, e subito inizia un flusso di ricordi mescolati alla vita di oggi, che ognuno vuole condividere con gli altri. Si parla molto di figli – il tuo com’è? che classe fa? adora anche lui i Gormiti? – e di lavoro. E c’è un divertito stupore nel sapere che il compagno di banco di allora adesso ristruttura aziende, che quello due file più avanti suona in un gruppo musicale che si è esibito anche a Memphis, o che il ragazzino con il quale si giocava a calcio, nel campetto d’asfalto dietro casa, con un Tango trasformato in una sfera grigia e informe, ora insegna nuoto e ginnastica ai ragazzini che eravamo noi trent’anni fa.

Non credo che gli anni si accumulino nella memoria, come potrebbero fare dei mattoni messi uno sopra l’altro, fino a fare una colonna alta due metri. Abbiamo uno spazio fisso, nel quale mettiamo dentro ricordi su ricordi, che si mescolano, si confondono. Manca la prospettiva: la festa fatta il 5 novembre del 1983, nel garage di Tommaso (tre ore passate a parlare con Olivia, trascurando colpevolmente, e inutilmente, tutti gli altri) ha la stessa consistenza, la stessa vividezza, la stessa fragranza di una cena con i propri figli, sui Colli, ad agosto. Il tempo dei ricordi è sentimentale. In Corso Milano, su un autobus, in maggio,  poco prima di superare l’hotel Plaza sulla sinistra, tornando da una festa a casa di Giannalisa, Raffaella appoggia la sua testa sulla mia spalla per un attimo – vuole ingelosire Alessio che è a un metro da noi o c’è qualcosa di più? Un mistero che non sarà mai risolto, ma per la prima volta mi sembra di non essere più un bambino. Sono passati ventisei anni da quel momento. Cosa ho mangiato giovedì a pranzo?

il pavimento

Pavimento

Abbiamo scelto una pizzeria fuori Padova, con un grande parcheggio. Siamo arrivati un po’ alla volta. Ho fatto fatica a riconoscere Stefania, ma quando l’ho riconosciuta, ho visto la Stefania che conoscevo. Pierfranco, come è cambiato! Piero, Jacopo, Elisabetta, Elena, Fernanda. Ci abbracciamo, ci baciamo. Entriamo in pizzeria: ci hanno riservato un tavolo in una specie di sala da ballo, con i pavimenti a rettangoli luminosi e delle sfere luminose che roteano sopra di noi. Parallelo al nostro, dall’altra parte della sala, c’è un altro tavolo dove – ci sembra – le nostre versioni cinquantenni stanno festeggiando i nostri stessi ricordi; loro però si erano salutati nell’estate del 1974.

Alessio

Ordiniamo birre, con un occhio all’etilometro: ora, siamo padri di famiglia. Si parla: Ti ricordi? Ma tu, ora, dove sei? Dove vivi? Si parla degli assenti. Tommaso è a Dubai, Fabrizio in Sardegna, Laura in America. Sabrina è a casa con i bimbi, Elisabetta R. anche. Linda? Raffaella? Continuiamo a scambiarci i posti. Siamo curiosi di sapere che ne è stato dei nostri compagni di banco – cosa ha riservato loro la vita.  Non sono solo rose e fiori: la statistica non ha dimenticato il nostro piccolo gruppo di bambini diventati adulti. Qualcuno non è sposato, qualcuno è divorziato, qualcuno si è risposato. Alcuni dei nostri figli hanno qualche difficoltà – il più grande dei dolori – ma le loro mamme dimostrano una forza commovente, e contagiosa: l’amore materno, quando è costretto a dimostrarsi in tutta la sua potenza, possiede una forza che potrebbe spostare le montagne. Sorridiamo tutti, per il piacere di esserci, di vederci, di ritrovarci diversi eppure uguali. Siamo quelle promesse che trent’anni fa erano sedute sui tavoli della scuola Giotto, e che, a quanto pare, hanno imparato a vivere sulle loro gambe.

Chiama Tommaso da Dubai. Il telefono passa da un orecchio all’altro. Che emozione – ma che fatica dire cose sensate! Chiama anche Elisabetta R., da Saonara. In tre anni di medie le avevo detto quattro parole – declino l’invito a parlarle proprio ora: sarà per la cena dei cinquant’anni. Poi iniziamo a ballare. Non so di chi sia stata questa idea di prenotare la cena in un locale nel quale, da un certo punto in poi, viene sparata musica a tutto volume: da principio, la considero sbagliata, ma poi, mentre iniziamo a muoverci sulla pista, inizio a provare la studida ebbrezza del ballo. Chi balla, ride: è una regola matematica.

cena delle medie

Si balla!

Anche i cinquantenni davanti a noi si alzano, e scendono in massa sulla pista. Uno è il sosia magro di Galliani, e ha due gambe lunghe che muove come se ogni musica fosse semplicemente una nuova versione del twist – il modello di ballo di tutti quelli che non sanno ballare, e hanno più di quarant’anni. Si abbracciano, si strusciano tra di loro  – ad un certo punto mi viene il sospetto che in realtà siano un gruppo di scambisti in trasferta, ma sono affettuosi, allegri, complici – si guardano con un desiderio fanciullesco. Noi cerchiamo di saltare più di loro. Stefania mi insegna a ballare la Macarena, e scopro il sottile piacere della ripetizione dei gesti scollegati dal cervello – una specie di lingua segreta ed efficacissima. Mettono YMCA, ed è gara per chi alza di più le braccia. C’è un’atmosfera che è un misto tra una sagra, un ballo delle debuttanti, una scampagnata tra amici, il martedì grasso, un film di Fellini; c’è anche una cubista nana, il sogno erotico del mio commercialista, che in piedi sul cubo è alta come noi. In testa ha due orecchie da coniglio luminescenti: le vendeva un cingalese, assieme ad enormi occhiali con le lucette.

Elisabetta

Lo ammetto, amavo Elisabetta. L’amavo ancora, quando era iniziata la prima media – un amore  totale, inesorabile e doppiamente platonico – perché non corrisposto, e perché comunque non corrispondibile – una amore che portavo avanti con fanciullesca, sistematica disperazione da almeno tre anni. Verso la fine dello stesso anno, due o tre mesi prima che iniziasse il Mundial del 1982 che ci avrebbe fatto diventare campioni del mondo, mi piaceva Fernanda. C’era stato un salto enorme, tra l’amore e il mi piace. Un cambio di paradigma: entra in gioco il piacere, il cuore si fa da parte – e forse non è un caso che questo scarto linguistico si sia verificato proprio in corrispondenza della mia ultra-onanistica maturazione sessuale. Ma c’entrò anche la mia amicizia con Tommaso: poche persone hanno contribuito alla mia maturazione più di lui. Il suo sguardo antiretorico, a tratti sfrontato, sempre gioioso, sul mondo era profondamente diverso dal mio – era come un monito contro il mio conformismo, le mie sciocche idealizzazioni di bambino, il mio tentativo di ricevere sempre l’approvazione del mondo degli adulti. E non è un caso se da allora in poi gli amici che ho cercato dovevano assomigliare in qualche modo a lui. Come non è un caso che le donne che ho cercato, nella mia vita, portavano con loro qualcosa di Elisabetta – che ancora oggi ha lo charme di una ragazzina francese.

Chi amava chi, nella nostra classe? E’ un mistero che ancora non si è risolto. Giannalisa. Era innamorata di qualcuno? Posso provare ad immaginare il destinatario: Alessio o Tommaso, i due rubacuori della classe. – così diversi tra loro, da non lasciare spazio ad altre opzioni. Linda, che non parlava mai: per chi palpitava il suo cuore? Laura era innamorata di certi diciottenni che giocavano a pallavolo. Sabrina… Forse amava Alessio, e non aveva il coraggio di dirlo. Pierfranco era innamorato di qualcuno? Ma cosa cercavamo, negli altri? I loro visi, la loro dolcezza, le risate che ci facevano fare? L’amore che sentivo per Elisabetta, per Fernanda, per Olivia – una ragazzina un anno più giovane di me – era profondissimo, totale, da non dormirci la notte: era come se il cuore fosse in superficie, attaccato direttamente al mondo, senza nessuna barriera in mezzo. Le ferite, certo, ma anche quell’emozione sconvolgente che poteva dare il ballare un lento insieme, con le braccia tese, perché non ci sfiorava neppure, ma abbastanza vicini da riuscire a sentire il profumo delle nostre compagne di classe.

Alessandro

Facevo i compiti con Alessandro, che ora fa il maestro, ha due bambine ricciole, e suona nei Mideando. Tanta matematica – le espressioni in prima, la trigonometria in seconda, il teorema di Pitagora in terza – appoggiati al tavolo di camera mia, dal quale si vedevano i tetti rossicci di Padova, il cupolone del Carmine, il campanile del Duomo in lontantanza, il grattacielo di venti piani sopra Largo Europa. Un inverno, sotto casa mia trovarono un’antica strada medioevale; illuminate dai lampioni traballanti e giallastri, quelle pietre larghe e levigate, nascoste per secoli, mi parlavano di un mondo che era sparito nel 1300: pensavo ad un ragazzino di tredici anni passato da quelle parti, chissà quanto tempo prima.  Ero innamorato dell’Antologia di Spoon River, e scrivevo patetiche imitazioni di quello stile un po’ crepuscolare; le leggevo ad Alessandro, ma non credo di avergli mai chiesto scusa per quel supplizio. Ogni tanto andavo a giocare con il computer a casa di Luca: aveva un TX qualche numero, che io consideravo un po’ meno brillante del  mio mini computer; con Jacopo, facevamo programmi per giocarci, con lo ZX Spectrum. Con Sabrina andavo da Ragazzeria, dove, nel febbraio del 1984, era stata installata una stanza piena di computer – una forma illuminata di promozione. Con Alessio, chiacchieravo sempre, ovunque.  Andavamo al cinema – ad esempio ogni anno, per il suo compleanno, mi invitava a vedere un film di Walt Disney. Il 4 gennaio del 1982 ci siamo visti Red e Toby – Nemici amici . Eravamo bambini. Però la sera prima, con un amico, Stefano, uno dei due gemellini che abitavano davanti a casa mia, siamo entrati nella cantina di una vecchia rompipalle, con una chiave pass-partout (perché ne avevamo una?), abbiamo tirato giù delle bottiglie di vetro sopra un armadio e ci abbiamo pisciato dentro; poi, le abbiamo svuotate per terra. La mattina dopo, mentre andavo da Alessio a festeggiare il suo compleanno, con una scatola di Saporelli sotto braccio, incontrai la signora sulle scale che mi diceva “Zardi, ci sono stati i ladri, i ladri”. Io, non seppi cosa dire – non avevo neanche 12 anni, ero un bravo bambino, le avevo pisciato in cantina per vendetta, e stavo andando a pranzo dal mio amico del cuore. Non mi era molto chiaro cosa fossi di preciso, io. E poi giocavo a calcio nei campetti vicini a casa, in parrocchia, ai Camerini Rossi. Una passione senza fine – qualcosa che mi bruciava dentro. Pensavo: come è possibile che questa cosa prima o poi mi passi? Giocherò tutta la vita – certo, probabilmente rimarrò sempre uno scarpone, ma tutte le sere cercherò qualche posto dove andare a giocare. A 15 anni, non avevo più neanche le scarpe da ginnastica: facevo all’amore con una mia compagna di classe, e mi pareva che la cosa fosse molto più interessante.  E poi c’erano questi amici, questi compagni di classe, con i quali si instauravano sempre nuove amicizie. Passavo da Luca ad Alessandro, da Jacopo a Tommaso, da Fabrizio a Tommaso. C’era una bella scelta. Eppure era stato il caso ad assortirci. Mi piacevano quasi tutti, i miei compagni di classe; ma forse si dovrebbe capovolgere la questione, ed iniziare a pensare che quella convivenza in qualche modo forzata formi il nostro modo di stare al mondo, la nostra tendenza a relazionarsi con gli altri secondo certe direttive, certe esigenze. Ci siamo fatti crescere a vicenda, gli uni con gli altri. Le stesse persone che ora sono sedute accanto a me, che stanno ballando vicino a me, con la barba, i capelli bianchi, qualche chilo e qualche figlio in più, sono le stesse creature che condividevano cinque ore di lezione al giorno, che si trovavano il pomeriggio per giocare, studiare, magari per darsi qualche bacio, se succedeva, se si trovava il coraggio, che organizzavano una festa nel salotto di casa, che litigavano con la sorella per avere il telefono libero.

Luca

Il tempo, a 12, 13 anni, è diverso da quello che scorre nelle vite dei quarantenni: allora i giorni duravano di più, erano più importanti – ognuno decisivo per il futuro. Eravamo ancora nella parte bassa del diagramma della vita: davanti c’erano bivii importanti, fondamentali. I gusti sessuali: chi di noi sarebbe diventato omosessuale? Oppure il fumo: chi avrebbe fumato e chi sarebbe riuscito a resistere?  Ma era un altro mondo – nemmeno paragonabile a quello in cui viviamo ora. Avevamo famiglie solide, dietro di noi – un particolare che allora ci sembrava scontato, come ora è scontato parlare con tre o quattro persone, quando si devono chiamare i genitori di un compagno di classe di un figlio. Alcuni dei nostri professori avevano visto la Guerra ed erano, per cultura, più vicini al 1800 che al 2000 che stava arrivando. Era un tempo più spesso, quello che scorreva allora – eravamo impazienti di crescere, e allo stesso tempo ci sembrava che non crescessimo mai. Se guardo il salto tra il 20 settembre del 1981, quando iniziammo quel cammino insieme (di quel giorno ricordo soprattutto i mocassini senza calzini di Tommaso), e il giugno del 1984, quando Alessio e Elisabettta uscivano per Padova tenendosi per mano, e io e Tommaso guardavamo con una certa allegra cupidigia il culo rotondo di Laura, mi accorgo che il peso specifico di quei giorni era paragonabile solo a quello dell’Uranio. Crescevamo un’ora dopo l’altra, e non ce ne rendevamo neppure conto. Alle cene che i nostri genitori organizzavano, iniziavamo a provare interesse anche per gli adulti, e per le loro conversazioni. Qualcuno di noi sfogliava i giornali. In terza media, imparammo a metterci un goccio di gel in testa – ora si inizia in terza elementare, certo, ma non importa quando: importa che esista un momento in cui è chiaro che si sta passando attraverso una piccola, importantissima porta.

Fernanda

E poi c’erano le batoste – gli adolescenti sono incredibilmente portati per le tragedie. In seconda media, Fernanda baciò Tommaso e io impiegai quasi tre ore per riprendermi. Le guance sporche della polvere del garage di Tommaso dove avevamo fatto una festa si rigarono di lacrime. In terza media, pensai seriamente al suicidio, come ogni adolescente che si rispetti. Sembrava che il futuro non esistesse, o che fosse troppo grande per essere immaginabile. Adesso, ad un ragazzo di 13 anni che pensa di essere in difficoltà, direi: aspetta, non sai cosa c’è dopo; la vita continua a cambiarti le carte in tavola; ci sarà sempre una donna che ti aspetta, da qualche parte, o un paese straniero che vorrebbe visitarti, un libro che non hai ancora letto e che ti rivelerà il segreto della vita – o almeno quello delle prossime tre settimane. Ma il problema, forse, è che esiste una poderosa fabbrica della tristezza, negli anni delle medie: la tua cameretta. Con le sue luci gialle, gli armadi pieni di vestiti che non ti entrano più, i peluche che non sai più cosa fartene (e che non vorresti mai abbandonare, povere creature), la carta da parati che ha scelto tua madre, tre anni fa, e di cui ora ti vergogni quando viene un amico a casa tua (che  invece si vergogna del maglione fatto dalla nonna che sua madre gli ha infilato con la forza, e che se ne strafrega della tua carta da parati – pensa ai suoi, di problemi adolescenziali), sembra una prigione, o la zavorra della tua infanzia. Il fratellino di dieci anni che dorme sopra di te, nel letto a castello, è il simbolo della beata innocenza, e allo stesso tempo il tuo guardiano più feroce. Si dovrebbe diventare grandi di colpo, come accade in molto-rivelatrici fiabe per bambini.

Ma avremmo perso tutto questo, io e i miei compagni di classe: avremmo perso quella debolezza che si è trasformata in forza, le incertezze che ora ci fanno sorridere – e che ci spingono a guardare con empatia le creature di questo mondo. C’è una scena, ne “Il tempo delle mele” che anche adesso, a distanza di tanti anni, mi fa venire la pelle d’oca: Sophie Marceau sta ballando ad una festa delle medie, e un ragazzo le si avvicina con delle cuffiette (ok, era un po’ prima dell’iPod: un paio di cuffie alla Tonino Carino), e gliele mette sulle orecchie. Lei si è appena versata del succo di un bicchiere – uno di quelli con il nome scritto sopra con il pennarello – e sta masticando un pop corn. Alza lo sguardo, si gira, socchiude gli occhi, e abbraccia quel ragazzino brufoloso, gli appoggia il viso sulla spalla, con la tenerezza di una ragazzina che sta diventando donna. Sotto le luci strobo della festina, accanto ad altri adolescenti che ballano saltando, conoscono per la prima volta la forza dirompente e struggente dell’amore. Questa scena, è il succo distillato dell’adolescenza.

Paolo

Finiamo la serata a parlare davanti alla pizzeria, sotto il logo della Despar – in lontananza si intravede anche l’insegna di un negozio che vende scampoli, nel 2010 – mentre le macchine passano nella strada davanti a tutta velocità, alle tre del mattino, con l’aria che punge, i figli che ci aspettano a casa, un sottile stordimento, le orecchie ovattate per la musica, il cuore pieno di una malinconica felicità.

ps sono passati trenta minuti da quando ho iniziato a scrivere. Il mondo, tutto insieme, è invecchiato di mezz’ora: tre miliardi di ore, più di trecentomila anni di nuovi ricordi, da tirare fuori alle prossime cene delle medie.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

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Questa voce è stata pubblicata il 29/11/2010 da in cena delle medie, Ricordi, Scrittura con tag .

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In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

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