Grafemi

Segni, parole, significato.

Autopsia del tuo cuore

Se qualcuno racconta la storia di un ragazzo che, in un caldo pomeriggio di maggio, conosce per la prima volta l’amore (lei è una quindicenne che viene presa in giro dai compagni di classe per il suo modo di vestire non convenzionale, e che lui ha difeso di fronte a tutti; lui è un adolescente con due occhi grandi e scuri aperti sul mondo), e che una volta tornato a casa, il ragazzino, guardando i suoi genitori, si rende conto che nulla sarà come prima – che ora è un, in qualche modo, un adulto; che in quel pomeriggio si è compiuto il suo rito di iniziazione – è probabile che ogni lettore saprà cogliere, senza troppa fatica, la bellezza insita in questa narrazione. Narrazione che usa un meccanismo consolidato: in termini più o meno drammatici, lo possiamo ritrovare in film come “Gioventù bruciata” (il finale, quasi biblico, in cui James Dean, finalmente uomo, presenta Nathalie Wood ai suoi è quasi da manuale), o in libri come “Stand by me” di Stephen King.

Un meccanismo, dunque. Una storia – qualsiasi storia – è fatta di parole ma anche di struttura, cioè di quell’impalcatura sopra alla quale si costruisce la casa. La maggior parte delle fiabe, ad esempio, indipendentemente dai personaggi che le popolano, dall’ambientazione nella quale si svolgono, prevedono che l’eroe debba superare un certo numero di prove che inizialmente lo vedono sconfitto; ma una volta superate, il premio è un coronamento borghese: un’insperata ricchezza e ancora un atto di emancipazione dalla propria famiglia, cioè la nascita di una nuova famiglia.

E’ meccanica razionale. Se io prendo un piede di porco e lo infilo sotto un baule, riuscirò ad alzarlo secondo regole predefinite: non è il baule, insomma, che decide di alzarsi. E sebbene io sia profondamente convinto che l’animo umano non possa essere definito da formule, o da teorie psicologiche, o da teologie, è comunque impossibile negare che dentro di noi si muova qualcosa che, pur nella sua originalità, condivide moltissime caratteristiche con tutti gli animi di tutti gli uomini del mondo.

incompreso

Quando ero piccolo, mia madre amava farci guardare un film che di sicuro ho visto quattro o cinque volte: “Incompreso”, di Luigi Comencini. La storia, in breve, parla di una famiglia nella quale la madre è morta; i due figli vengono trattati in modo diverso dal padre, che dal grande si aspetta fermezza e coraggio, e che riversa tutto il proprio affetto verso il piccolo – un dolcissimo birbante. L’incompreso che dà il titolo al film è il primo dei due – un bravo ragazzino che continua a fare sbagli imperdonabili: ad esempio, di nascosto dal padre ascolta i nastri con la voce di sua madre ormai scomparsa (particolare straziante), che però cancellerà per errore provocando l’ira del severo genitore. Alla fine, il ragazzino cade da un albero (per colpa del piccolo) ma (ovvio) non muore sul colpo: gli rimane giusto il tempo di far capire a suo padre quanto gli sia mancato il suo amore. Ecco la scena finale: mentre il secondogenito saltella giulivo attorno alla villa nella quale sta morendo il fratello, l’uomo, per la prima volta, aiuta il grande, che è preda di un delirio, a finire i compiti. La maestra (o, più probabilmente, l’autore della storia che viene raccontata) gli ha assegnato un tema che ha un titolo tipo “Come passo il tempo con mio padre”, tema che ovviamente il ragazzino non sa completare: si è fermato sulla frase “Mio papà mi fa sedere sulle sue gambe e mi dice… “.
“E poi?”
“Poi, tu non mi dici mai niente.”
Il padre capisce, e completa il tema piangendo mentre il ragazzino muore.

Io ho pianto tutte le volte che l’ho visto. Sto piangendo ora solo a pensarci – nonostante io riesca, adesso, ad intravedere l’impalcatura che ci sta dietro. E piangeva mia madre, e i miei fratellini – ognuno di noi vedeva, in quel bambino morente, un riflesso del proprio desiderio di essere compresi fino in fondo. Solo mio padre non piangeva: lui, si è sempre rifiutato di vedere questo genere di film, che lui definisce “sadici”.
Questa storia, così strappalacrime, è tratta da un libro inglese del secolo diciannovesimo, Misunderstood: anche ai suoi tempi, aveva fatto piangere tutti, anche se in modo molto più convenzionale. C’è, dunque, dentro all’homo sapiens un insieme di leve che, se mosse in modo opportuno, inducono le ghiandole lacrimali a secernere il loro succo salato, o la bocca a piegarsi in una risata che non si riesce a trattenere. Chi scrive, o chi racconta le storie in generale – un regista, un comico – appoggia il proprio piede di porco dentro al cuore dei suoi lettori e spinge: il movimento che ne segue è frutto della meccanica.

E ora, pure io sto scrivendo: infilo le mie parole nella tua testa, e cerco di immaginare cosa potrebbero provocare. Culo: ci sei rimasto male? Rimasto o rimasta? Sei una donna? O vorresti esserlo – almeno per il tempo di questo post? Sarebbe bello provare a fare qualche esperimento: cercare nel tuo cuore, o nella tua testa – non so dove sei solito tenere i tuoi sentimenti – qualche bottone e premerlo. Il dolore. Hai perso una persona che ami, e vorresti che fosse lì con te. Ma non c’è. Devo specificare dove si trova? O ci pensi tu, a pensarla? Questo è il mostruoso potere delle parole: le scrivo io, le leggi tu. Se dico “elefante”, ecco che compare sulla scena un pachiderma: hai voglia di farlo entrare da un tuo orecchio e lasciarlo uscire dall’altro? Non l’hai pensato seriamente: riprova: hai voglia
di far entrare
un elefante
da un tuo orecchio
e lasciarlo
uscire dall’altro?
Visto che ci sei riuscito?
Ma guardiamoti un po’ dall’alto: sei davanti ad computer, con le mani appoggiate alla tastiera, il viso illuminato dalla luce di questo blog – i bordi blu fanno diventare azzurrina la pelle delle tue dita. Il tuo mondo. Quando hai comprato la sedia alla quale ti appoggi? Ripensa al momento esatto in cui l’hai scelta. Il negozio. L’odore che faceva quando l’hai portata a casa. O l’hanno comprata i tuoi? Decidono ancora loro, per te? Ah, che noia, tutta questa tua ritrosia… Devi sapere che l’oggetto di qualsiasi sperimentazione è sempre e comunque il lettore, purché questo sia disposto a mettere il proprio cuore sul tavolo delle autopsie (lo so che non sei morto – non ancora!) in cambio di un’emozione. Io ora sono seduto su un treno (certo, non “ora” mentre leggi, ma “ora” mentre scrivo: il mio presente è il tuo passato, mentre tu stai vivendo nel mio futuro): colline bolognesi che si srotolano all’orizzonte, mentre dentro al mio scompartimento ci sono quattro ragazze e un uomo con la cravatta gialla che scrive qualcosa dietro ad un biglietto da visita, con una penna arancione. La ragazza davanti a me è ricciola e legge Harry Potter. Al suo fianco, dorme un’americana con il naso un po’ scottato e i capelli tirati indietro; poi, vicino al finestrino, c’è una bionda con jeans grigi attillatissimi che mangia patatine da mezz’ora. Le poltrone sono arancioni. E c’è quasi profumo. Ma ne manca una, giusto? Una la ricciola, due l’americana, tre “patatine”. La quarta sei tu. Tieni le mani in grembo, e guardi fuori dal finestrino. Avresti mai pensato di trovarti in un tramonto padano, vestito da donna? O dentro ad una storia di questo tipo? Il punto è: riuscirà lo scrittore a scovare quella cosa che chi legge sta cercando disperatamente di tenere nascosta? Esempi, servono esempi. Sappiamo entrambi che c’è una zona d’ombra, dentro di te, una mostruosa zona d’ombra che solo tu conosci, ma che qualcuno potrebbe provare a sondare – gettando ad esempio un sasso nel tuo pozzo nero e ascoltando l’eco lontana che ritorna verso l’alto. Pensa ad un segreto. Quello che non hai mai voluto rivelare a nessuno. Qualcosa ce hai fatto, ma che non avresti dovuto fare – sarei quasi disposto a scommettere che c’entra il sesso. Oppure si tratta solo della tua più grande debolezza – hai l’invidia del pene, qualsiasi cosa significhi per te. In ogni caso, ciò che conta è che ora stiamo parlando proprio di quel segreto che hai tenuto nascosto. Siamo io e te, l’uno davanti all’altro. Non ci sente nessuno: hai voglia di dirlo sottovoce? Di pronunciare la parola che ti fa stare male, o della quale ti vergogni, o che ti eccita in un modo che non hai mai rivelato a nessuno? una sillaba alla volta? Dimmi: è il nome dell’amante che nascondi da una vita a tuo marito, e al quale continui a mandare sms sperando di non essere mai beccata? O della ragazzina che hai spiato dalla serratura del cesso quando avevi dodici anni, e tenevi, stretto nella mano tremante, il tuo piccolo cazzo? Per quanto possa esserti di conforto, ti assicuro che io, da questa parte, sto cercando di fare esattamente lo stesso – e sarei quasi tentato di dirti la mia pa-ro-la, se questo non spostasse l’attenzione sul lato sbagliato di questa storia: i bottoni che stiamo premendo sono i tuoi, non i miei. Sto cercando, lo ammetto, un nuovo modo di spostare il tuo baule.

cuore diviso

 

Mosso?

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

3 commenti su “Autopsia del tuo cuore

  1. vitaliano
    02/12/2010

    Ho visto l’incompreso in Collegio a Vellai di Feltre. Immagina la scena. Il buio della chiesa non più in servizio, ed io immerso nella maltrattenuta caciara degli altri ragazzi; ed io che sussulto allala botta sul pavimento di una panca, che quei monelli così poco compiti facevano cadere per gioco, accusandosi l’un l’altro, poi.

    Pensa, Paolo. L’Imcompreso ed un orfano. Credi, in quel caso (come in analoghi casi, e non solo a quell’età) direi proprio che i bauli si sono spostati (ed ancora si spostano) quasi per moto proprio. 🙂

    p.s. Metistofelico sto’ scritto. Alla mia sensibilità, particolarmente bello perché più naturale che culturale.

    Ciao 🙂

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  2. api
    10/12/2010

    Incompreso…uno dei primi libri avuti in regalo dai miei.
    quasi un controsenso 😉
    lo conservo ancora, in queste librerie d’altra vita.
    il film uscì dopo, tempo dopo, ma continuai a piangere.
    si, sei mefistofelico in questo scritto…hai messo il ditozzo nelle piaghe e pieghe varie.
    chapeau, mio caro Paolo! :))

    Mi piace

  3. peppermind
    14/12/2010

    … funziona un po’ meno con chi le zone d’ombra le usa e riusa per scrivere, come noi 😛

    … quand’è che sposti il baule…

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Questa voce è stata pubblicata il 01/12/2010 da in Letteratura, Romanzo, Scrittura con tag , , , .

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