La favolosa vita di Matthew M. Osborn (e di Holly)

Uno dei racconti più belli di Borges è “L’aleph”. L’aleph è una misteriosa proprietà dello spazio grazia alla quale è possibile vedere, in un unico punto, e nello stesso istante, tutto il mondo. Per un caso fortuito, questo punto si trova nel sottoscala di un signore, il quale ha deciso di usare questa straordinaria possibilità per descrivere il mondo intero: quando incontra il personaggio principale del racconto (che presumibilmente rappresenta il punto di vista dell’autore), gli dice che ha già iniziato questa sua opera (a suo dire) grandiosa, e che in questo preciso momento sta descrivendo un benzinaio lungo una strada dell’Australia. Verso la fine del racconto, il personaggio principale riuscirà ad accedere all’aleph, grazie al quale potrà osservare, in un rapimento quasi mistico, la complessità e la bellezza e l’orrore del mondo riunito in un unico punto.

Quello che sembra suggerire Borges è che non è importante lo strumento attraverso il quale si osserva la realtà: ciò che fa la differenza, in termini cognitivi, è l’occhio che osserva. Attraverso il minuscolo pertugio dell’Aleph è possibile vedere tutti i benzinai del mondo, oppure il mondo stesso nella sua essenza multiforme, e irriducibile a qualsiasi semplificazione. A chi guarda, la scelta di cosa voler vedere. Borges, propende per questa seconda strada.

Questa mattina ero di reperibilità: un’espressione per dire che, in caso di bisogno, devo accedere ad un computer ed intervenire su problemi che si verificano a decine di chilometri da qua. Oggi, era un giorno in cui c’era bisogno. Il tentativo di connessione al server di BPM dava (dà tuttora) il seguente errore: No connection could be made because the target machine actively refused it 10.16.34.129:4001. La mia mattina, dunque, è stata incentrata su questo problema all’apparenza irrisolvibile. Ho fatto alcuni tentativi: ho spento i servizi di BPM sul server 209 (che è una macchina clonata dalla 129: e avevo il sospetto che in qualche modo potessero interferire tra di loro), ho chiesto a Sistemi Midrange di riavviare la 129, ho verificato se tramite telnet era possibile arrivare alla porta (e non era possibile farlo); infine ho cercato su Internet. Di solito, per i casi semplici, una ricerca su Google fornisce la risposta corretta, o almeno un indizio dal quale partire. Oggi – almeno fino a questo momento – non ho ottenuto alcun risultato utile…

In compenso, mi sono imbattuto in un interessante sito di informatica, http://www.codingqa.com/. Di solito, le pagine web che parlano di programmazione sono terribilmente noiose, e incredibilmente mal fatte. Questo sito, invece, presenta gli argomenti con un approccio stilistico molto interessante: in pratica, i post sono gli episodi di una storia in cui Federico e Matthew discutono – sotto forma di dialoghi quasi socratici – di WebMatrix, un prodotto della Microsoft. Lo stile di questi episodi è leggero, e allo stesso tempo (o quindi) maieutico. Ma chi sono Federico e Matthew?

Seguendo i link contenuti nel sito, scopro che Federico è un QA Engineer alla Atlassian. Cerco “QA Engineer”, e trovo che indica un ingegnere che si occupa di test, ma in modo ingegneristico – uno, dunque, che dovrebbe non solo trovare i bachi, ma anche proporre, proattivamente, il  modo di evitarli.  Cerco anche “Atlassian”: è un’azienda australiana con più di 20.000 clienti in 134 paesi del mondo, e una serie lunghissima di prodotti. Ha anche dei valori, questa azienda: tutte le aziende dicono di averne almeno un po’, ma una volta tanto quelli dell’Atlassian sembrano quasi sinceri.

Matthew, invece, lavora per la Microsoft (wow) come parte del QA team che si occupa di testare ASP.Net. Sbirciando il suo blog, mi pare di capire che sia soddisfatto, e anche orgoglioso, del suo lavoro. Nel suo blog, Matthew inserisce anche un link alle sue foto su Flickr. Partendo da un problema sul server 129, dunque, sto entrando nella vita privata di Matthew M. Osborn: in pratica, ho trovato il sottoscala in cui c’è l’aleph.

Mi metto a sfogliare le sue foto. Per un attimo mi chiedo anche se sia corretto farlo – ma poi penso che se si mettono delle foto su un sito, e poi in un blog si metta un link a queste foto, l’obiettivo sia proprio quello di condivedere qualcosa anche con chi non si conosce – come, ad esempio, un ingegnere di Padova che sta cercando di risolvere, in pigiama e con una copertina sulle gambe, un problema che si presenta nel suo giorno di reperibilità. I suoi album – davvero tantissimi – sono ordinati in ordine cronologico, dal più recente (il compleanno di Holly) al più vecchio (foto dello studio di Jon, in occasione di un Office Prank (cerco Office Prank, e scopro che è una specie di pesce d’aprile che viene fatto sul posto di lavoro: nel caso specifico, Matthew e i suoi amici hanno riempito l’ufficio di Jon con un sacco di palloncini)). Complessivamente, stiamo parlando di tre anni di vita di un cittadino statunitense, tra i venti e i trent’anni, che lavora per una delle aziende più importanti del mondo.

Continuo a sfogliare. I suoi lo vanno a trovare a Seattle: sono due tizi giovanili, un po’ frichettoni – la madre gira con la salopette in jeans che mia madre indossava negli anni settanta – che Matthew fa posare accanto all’insegna della sede centrale della Microsoft, a Seattle. In un altro album, gioca a poker con gli amici: lo vediamo seduto ad un tavolo con tre ciccioni con il viso simpatico, ed una ragazza piuttosto perplessa – le fiches sul tavolo, patatine e panno verde, lui che porge un piatto con sopra qualcosa da mangiare.  Poi va a trovare i nonni sul lago di Ozarks, nel Missouri – casa meravigliosa, anche se un po’ kitsch (si rivede anche la madre, sempre con la salopette in jeans). In cucina, sui ripiani, ci sono le solite cose – un cesto pieno di banane, i piatti da lavare, le mele, una bottiglietta di birra aperta. Poi un viaggio a Barcellona, credo per lavoro – lui e un suo collega indossano una maglietta verde con la scritta “tech-ed 2009”: immancabili foto della casa di Gaudì, della metropolitana, della Sagrada Famila ancora in costruzione, dei prosciutti crudi appesi a testa in giù in un bar qualunque. Un Natale a casa con i suoi – i regali sotto l’albero, una gatta calicut uguale a quella che aveva la mia vicina di casa Mirella, Matthew che parla a quattr’occhi con un cane Collie, i soliti parenti (che ormai riconosco), un’atmosfera sana e gioiosa.  Si compra anche una macchina – una Infiniti G37x –   di cui è molto orgoglioso. Infine, arriva Holly.

La prima volta che compare Holly è in un album dal titolo piuttosto significativo: Living Life to it’s Fullest (Holly & Me). Vivere la vita al massimo, con Holly. La prima foto, datata e geolocalizzata, dice che loro due sono al Town Center di Redmond, nello stato di Washington (quindi vicini a Seattle, sul Pacifico), ed è il 7 agosto 2010.  Cercando un po’ su Google, e sulle sue mappe, è possibile sapere che si trovano nel multi sala Gold Class, nell’upper level del centro commerciale (se uno vuole prenotare un posto: (425) 636-5600). Poi ci sono foto di loro allo stadio – lei sorridente e affettuosa. Foto in un’enorme cucina dove lei forse sta seguendo un corso per cuoche – o è il suo lavoro? Foto in una casa: vivono già insieme? A partire da questo album, la vita di Matthew gira intorno alla sua storia d’amore. In quasi tutte le foto, compare Holly – che ha sempre un bel sorriso allegro, solare. Li vediamo andare in un campo di zucche per Hallowen – e i risultati che ottengono dopo un pomeriggio passato a scavare nelle pumpkin arancioni sono davvero belli. Vanno a Vancouver – lui a cena con la cravatta (lontano anni luce dal tizio che giocava a poker in salotto), lei sorridente; poi in giro per la città, in maglietta e occhiali da sole – un weekend da innamorati. Poi lui ritorna nel lago dei nonni, da solo, ma questa volta si concentra solo su una gara di motoscafi, o qualcosa del genere  – ha la testa altrove, il nostro Matthew, lo si sente in ogni foto che vorrebbe tornare a casa: gli amici, i parenti, la gatta calicut e il Collie sono tutti spariti, andati, non interessano più. Pensando a Holly, passa il tempo a fotografare l’acqua, le onde del lago, il cielo grigio. Poi sono di nuovo insieme, e questa volta vanno a San Francisco – ancora una specie di luna di miele – e poi sull’isola di Whidbey, nell’Island Country, vicino a Seattle. Sono felici. Che salto enorme, per Matthew! In pochi mesi, si è trasformato: ora ha uno sguardo completamente diverso da quello che aveva alle partite di poker, o a casa dei suoi nonni, o a Barcellona con il collega: sembra più uomo, e allo stesso tempo più bambino. E’ felice, quasi incredulo. Holly è entrata nella sua vita, e l’ha riempita di nuovi gesti – eccoli in cucina che si preparano da mangiare, eccoli in giro per la città, mano nella mano. Lui è così innamorato che anticipa al 19 novembre i festeggiamenti del compleanno di Holly: assieme ad un iPad (si vede la scatola con la scritta sopra), le regala anche un viaggio che faranno insieme il giorno della festa del Ringraziamento. Lei riceve i regali in tuta e canottiera, sul divano di casa, i piedi nudi, le unghie colorate, una presina che le tiene su i capelli – sono già arrivati ai piaceri dell’intimità. Ma qual’è la destinazione del viaggio che Matthew ha regalato a Holly? Valley City, nel North Dakota, a trovare i genitori di Holly! Le mappe di Google dicono che in macchina ci vogliono 20 ore e 50 minuti – stiamo parlando di 1365 miglia. Di questa vacanza abbiamo pochissime foto: solo 6, sulla neve – lui spinge lei sull’altalena, poi lei si siede sulle sue gambe, poi lei spinge lui in altalena. Chi li sta fotografando? Il fratello di lei? Il padre? Holly è rilassata, fa le linguacce; Matthew sembra più impacciato. Sono comunque ancora felici. E qui, finiscono le foto.

Assomiglia, la vita di Matthew M. Osborn (e quella di Holly che a questa vita si interseca) al benzinaio australiano dell’Aleph: un uomo qualunque, che vive una vita qualunque in un posto qualunque. E’ talmente qualunque, la loro vita, che cercando “Holly & Matthew” si finisce ad esempio sul sito di Matthew and Holly, che però non sono loro: questi sono già sposati, e hanno una figlia piccola, Vera che, lo sappiamo leggendo il loro sito, è nata con un mese e mezzo di anticipo, ai primi di novembre – piccola piccola, ma sana, e bella. Oppure nel glog di altri due Holly e Matthew – questa volta due ragazzini che si sbaciucchiano in una cornice di cuori: lei scrive “Matthew Lee West your everything to me without you I dont know what i would do your an amazzing  guy and everyday i fall more and more in love with you”. C’è anche un tastino che fa partire una musica particolarmente sdolcinata. Vite che sono piccoli punti nello spazio. Significano qualcosa? Una delle più suggestive teorie matematiche degli ultimi anni è quella che viene chiamata “Teoria dei frattali”, o “Teoria del caos”. Il punto di partenza di questa teoria è che nei sistemi non lineari piccole variazioni alle condizioni iniziali producono variazioni imprevedibili nei risultati finali – l’esempio più classico è quello delle previsioni del tempo, che non riescono a spingersi più in là di una settimana. Questo comportamento era noto da tempo; ciò che non si era osservato è che disegnando, nello spazio, il confine tra condizioni iniziali che non fanno divergere un sistema e quelle che invece lo fanno divergere, si ottiene una linea che continua a ripetere la propria complessità in qualsiasi scala di rappresentazione si scelga: avvicinandosi a questa linea, si ottiene un disegno che è uguale ad un’approssimazione della linea stessa vista da più distante. Ogni regione dello spazio, dunque, per quanto piccola possa essere, sembra contenere tutto l’Universo. Borges sceglie di guardare il mondo da lontano – e gli sembra che questa sia l’unico modo per comprenderlo fino in fondo, o per arrivare alla comprensione, dolorosa e profonda, che comprenderlo è impossibile. Ma guardando la vita di Matthew M. Osborn, come se Internet fosse il nostro Aleph (e lo è), ci accorgiamo che, là dentro,  tra quei visi, quei viaggi, quelle partite a poker, quelle serate passate sul divano, riusciamo a scorgere, palpitanti e fragranti, tutte le vite di questo nostro piccolo grande mondo.

No connection could be made because the target machine actively refused it

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5 risposte a "La favolosa vita di Matthew M. Osborn (e di Holly)"

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    1. Ciao Giacomo, ti ringrazio di aver notato l’analogia tra due pezzi così lontani nel tempo – e in effetti per tutto il tempo in cui raccoglievo foto di Osborn ho provato lo stesso piacere di quando spulciavo gli sms sull’11 settembre pubblicati da Wikileaks – la sensazione di potersi avvicinare alla vita vera degli altri, e riconoscere, in quella, se stessi.

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  1. La cosa più bella che ritrovo in questi tuoi generi di post è che si sente che l’insegnante non vuol fare il professore. 🙂 Rara qualità. Raro equilibrio. Al 27. 🙂 p.s. Chissà se poi hai il tempo per una pizza? 😦 Dato il genere di serata, mi sa di no, temo. Ciao

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    1. Sempre molto generoso, caro Vitaliano!
      Per il 27 – sai vero che è il 27 gennaio e non il 27 dicembre? In ogni caso, è alle 21.30. E non ho intenzione di farmi scappare l’occasione: voglio mangiare la pizza con te e, se viene, con Renato, e con chi ci avrà voglia di farci compagnia. Dobbiamo decidere solo se prima o dopo – abbiamo un mese per pensarci.
      Un abbraccio, e grazie per passare a trovarmi da queste parti – sei l’amico che tutti i blogger vorrebbero avere! 😉

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  2. :))) Hai fatto bene a dirmelo ma lo ricordavo. Alle 9,30 ok, ma il dove hai un mese di tempo per dirmelo. 🙂 Che ci venga anche il Renato è mia forte speranza.

    Ci sarebbe valido amico se non ci fosse valida persona e valido scrittore? Evidentemente, no. Quindi, essendo pari e patta, nulla mi devi. 🙂 Ciao

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