L’ironia nel romanzo

 

Lukacs
Gyorgy Lukacs

I primi teorici del romanzo, i teorici dell’estetica del primo romanticismo, chiamarono ironia l’autoriconiscmento – e dunque l’autosuperamento – della soggettività. In qualità di costituente formale della forma del romanzo, l’ironia registra la scissione del soggetto normativamente poetante in una soggettività intesa come interiorità. ossia posta in contrapposizione al complesso di forze provenitenti dall’esterno e impegnata nello sforzo di imprimere sul mondo estraneo il contenuto della propria nostalgia, e in una soggettività che intuisce l’astrattezza, e quindi la limitatezza dei mondi estraniati del soggetto e dell’oggetto, che comprende tali limiti nel quadro della necessità e delle condizioni della loro esistenza e che attraverso questa intuizione lascia, sì, sussistere la duplicità del mondo, ma nel contempo scorge e configura, nella reciproca condizionalità di elementi essenzialmente estranei tra loro, un carattere unitario del mondo. Tuttavia questa unità è puramente formale; l’estraneità e l’ostilità tra il mondo interno e quello esterno non sono riscattate, ma solo riconosciute come necessarie, e il soggetto di questa conoscenza è pertanto un soggetto empirico, vale a dire un soggetto prigioniero del mondo e rinchiuso, alla stessa stregua dei suoi oggetti, entro i limiti dell’interiorità. Ciò toglie all’ironia ogni fredda e astratta superiorità, la quale restringerebbe la forma oggettiva a forma soggettiva, a satira, e la totalità ad aspetto parziale, in quanto il soggetto che contempla e crea è costretto ad applicare a se stesso la sua nozione del mondo, ad assumere a se stesso, proprio come le sue creature, quale libero oggetto della libera ironia; in breve: a mutarsi in un soggetto puramento comprendente, il soggetto prescritto normativamente per la grande epica.

Questa ironia è l’autocorrezione della fragilità: i rapporti inadeguati, posti l’uno acccanto all’altro, possono trasformarsi in una ridda fantastica e ben ordinata di malintesi e colpi mancati, dove ogni cosa viene considerata da molti punti di vista: come un che di isolato e di connesso, come veicolo di valore e come nullità, come separazione astratta e come vita autonoma nel senso più concreto della parola, come atrofia e fioritura, come dolore inferto e dolore subito.

 

(da Teoria del Romanzo, Gyorgy Lukacs, 1920, ed. SE, pagg. 66-67)

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3 thoughts on “L’ironia nel romanzo

  1. Da rozzo outsider quale sono, ho sempre diffidato delle teorie del romanzo e delle accademiche teorizzazioni dei teorici della narrativa (per non parlare di quei cadaveri di capra per i quali è di moda, non da oggi ma da qualche decennio, sostenerne addirittura la morte…)
    Questo brano dice pure cose intelligenti, ma il suo tono è inevitabilmente pedante, e con tutte quelle rime (soggettività, interiorità, necessità, duplicità, condizionalità, totalità, nullità), finisce col diventare una parodia di se stesso.

    Un abbraccio, né rozzo né pedante, a te, amico mio, che rozzo e pedante non sei… 😀

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    1. Mi fa piacere che tu la pensi come me. Non sempre quello che posto, copiato da altri libri, è ciò che mi piace – per un po’, ad esempio, postavo critiche contro il romanzo che, ovviamente, non condividevo. Nel caso specifico, mi era piaciuta l’idea che qualcuno, dico finalmente, dichiarasse che l’ironia è uno degli elementi costitutivi del romanzo. Kafka, Nabokov, Roth, Amis, West, O’Connor, Wallace, Svevo, persino Manzoni, Dickens, Flaubert (e in che misura!): tutti usano l’ironia come un piede di porco per scardinare il mondo. E non è un caso che quasi tutti siano “stranieri in patria” – è la mia idea di fondo, e cioè che l’ironia (e quindi il romanzo) sia un guardarsi da fuori che consente di scoprire come siamo veramente: cioè l’ironia sia l’occhio benevolo di uno straniero costretto a vivere tra di noi.
      Il pezzo di Lukacs è come dici tu: rozzo, pedante. Aggiungerei inutilmente oscuro. E forse anche un po’ in malafede. Sono contento che tu l’abbia letto, e che tu abbia espresso un parere che sentivo dentro.
      Un abbraccio e a presto!!
      Paolo

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  2. Tiro un sospiro di sollievo dopo la tua precisazione. Qualche giorno fa, ero passata di qui e, dopo aver letto il brano, ( che come dice opportunamente Nicola, “con tutte quelle rime finisce col diventare una parodia di se stesso”), mi ero convinta di aver sbagliato blog!
    Bellissimo il modo in cui definisci l’ironia!
    Buona giornata
    Giacinta

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