La grandezza assoluta

Sono un lettore difficile da accontentare: abbandono più della metà dei libri che inizio (proprio ora sto decidendo di abbandonare il primo, ingenuo romanzo di Philip Roth, Goodbye, Columbus, proposto in italiano con il titolo La ragazza di Tony). E la scelta di un libro passa attraverso mille tentennamenti, ripensamenti, avvicinamenti, pedinamenti. Di solito, mi lascio consigliare da altri scrittori: Nabokov mi ha consigliato Flaubert, Pezzoli mi ha consigliato un racconto di Stephen King, e in entrambi i casi è stato un successo. E quando leggo, finisco per innamorarmi di un autore; come accade per la musica, cerco una voce più che una storia. Tra i 13 e i 14 anni ho amato Kafka, che trovo ancora immenso. Tra i 16 e i 30, Kundera; tra i 25 e i 35 John Le Carré; tra i 32 e i 40 Philip Roth; tra i 37 e i 39 D. F. Wallace; tra i 38 e i 40 Nabokok; e ora, Flaubert.

Flaubert l’ho conosciuto con il meraviglioso “Madame Bovary“, del quale ho scritto qualche mese fa. Dopo una pausa passata con Saul Bellow (il suo Il dono di Humboldt non è uno dei dieci libri che porterei con me, ma è un grande libero) ho letto L’educazione sentimentale. Dopo aver superato le prime pagine, ho iniziato a ritrovare il piacere della prosa di Flaubert – una prosa con lo struggimento della poesia – che qui però si affida ad un’ironia ancora più amara. Il libro è pieno di passaggi che sono dei capolavori – tra tutti, basterebbe ricordare il duello tra Frederic e Cisy, che consiglio vivamente di leggere. Pagina dopo pagina, ci si rende conto di trovarsi di fronte ad una grandezza assoluta, indescrivibile, inafferrabile, impossibile da piegare a qualsiasi spiegazione, o riduzione. E’ la magia pura dell’arte – un balletto che ci commuove e non sappiamo perché, l’aria ungherese di un’opera di Mozart che ci fa rizzare i peli delle braccia.

Ma tutto questo post è solo per dire che un libro che si svolge nel corso di una trentina d’anni, con decine di personaggi maggiori e minori, con decine di location, trame che si intrecciano, suggestioni ad ogni pagina, finisce con una semplicità stupenda, e ineguagliabile: se qualcuno cercasse il nocciolo del modo di concepire non solo l’arte, ma anche la vita, di Flaubert, credo che è qui che deve cercare. Leggere, è un’attività creativa, paragonabile, per profondità, solo alla scrittura. La traduzione che riporto sopra è un po’ vecchiotta – Frederic diventa Federico – ma è comunque fedele alla voce di Flaubert.

 

Una domenica mentre tutti erano ai Vespri Federico e Deslauriers, dopo essersi fatti radere e arricciare i capelli, avevano raccolto dei fiori nel giardino della signora Moreau, erano usciti dalla parte dei campi e, fatto un lungo giro attraverso i vigneti, eran tornati per la Peschiera e si erano infilati dalla Turca, sempre coi loro mazzi di fiori in mano. Federico aveva offerto il suo come un pretendente a una fidanzata. Ma un po’ per il caldo che faceva là dentro, un po’ per lo sgomento dell’ignoto, per una specie di rimorso, fors’anche per il piacere di vedere con una sola occhiata tante donne tutte a sua disposizione, Federico s’emozionò a tal punto che si fece pallidissimo e restava lì senza muoversi, senza parlare. Le ragazze, rallegrate dal suo imbarazzo, s’erano messe a ridere; credendosi beffato, Federico era scappato via, e dato ch’era lui ad avere i soldi, Deslauriers era stato costretto a seguirlo. Li avevan visti uscire, e n’era nata una storia di cui si parlava ancora dopo tre anni. Se la raccontavano da capo con tutti i particolari; ciascuno completava i ricordi dell’altro. Quand’ebbero finito: “Non abbiamo mai avuto niente di meglio, dopo” disse Federico. “Già, forse hai proprio ragione: non abbiamo avuto di meglio” disse Deslauriers.

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