Diaspora

Mio padre, al quale rubo sempre un sacco di idee interessanti, mi ha raccontato che in questi giorni sta leggendo un libro scritto da un professore dell’Università di Tel Aviv nel quale viene ricostruita la storia del popolo ebraico a partire da dati storici. Le conclusioni alle quali si arriva sono sconvolgenti: secondo questo storico (che, è bene sottolineare, è ebreo, vive in Israele, insegna in un’Univerisità israeliana), la diaspora  (o meglio: le diaspore) del popolo ebraico non ha nessun fondamento. In particolare, quella del 70 d.C., che diede inizio al processo di sparpagliamento degli ebrei per tutta Europa, non avvenne mai: piuttosto, si verificarono, in molti paesi dell’Impero Romano, conversioni alla religione monoteista che arrivava dal Medio Oriente – la distinzione tra Cristianesimo ed Ebraismo ebbe luogo molto più tardi. Gli ebrei europei, dunque, sarebbero semplicemente i discendenti di uomini europei che, tra il 100 e il 300 d.C., si convertirono alla religione ebraica, e che non confluirono nel sempre più emergente Cristianesimo. Questa teoria ha, evidentemente, impatti devastanti: da un lato, fa venire meno i presupposti dello Stato d’Israele; dall’altro, svuota di qualsiasi significato le teorie naziste sulla razza ebraica. Per chi fosse interessato, il libro si chiama “L’invenzione del popolo ebraico” di Shlomo Sand. Non l’ho letto, ma conto di farlo presto, per capire se ho capito bene quello che mi ha raccontato mio padre.

E’ possibile però che, nel prossimo futuro, il termine Diaspora venga associato a qualcosa di completamente diverso. Partiamo dalla più importante applicazione software degli ultimi due o tre anni: Facebook. Attualmente, alla piattaforma di Facebook sono iscritte 500.000.000 persone. Cinquecentomilioni. Ci sono cinquecentomilioni di profili, cinquecentomilioni di schede anagrafiche con gusti, relazioni, amicizie, parentele, foto. L’applicazione è gratis; il che significa che ciò che vende Facebook non è un software per comunicare con i propri amici, ma utenti agli inserzionisti. Ho provato io stesso a inserire un’inserzione su questo formidabile motore di comunicazione, e mi sono reso conto dell’immane potenza che esso possiede: nel momento in cui io vado a creare un’inserzione, posso selezionare le caratteristiche dei destinatari, filtrando per sesso, età, zona di residenza, gusti, interessi – insomma, il sogno di chiunque faccia marketing. Apro un barbiere a Padova, e mando un’inserzione solo ai maschi padovani sopra i vent’anni; scrivo un libro, e scelgo solo gli appassionati di letteratura, che magari abbiano letto Philip Roth e Nabokov. La ricchezza di Facebook, dunque, è l’enorme, lo sconfinato archivio dei propri utenti, ai quali può mandare, in qualsiasi momento, informazioni mirate – un po’ come accadeva in Minory Report, dove la pubblicità veniva proiettata ad ogni singolo indviduo, previa lettura della retina. Ora, però, la realtà ha dimostrato che è, in realtà, questo obiettivo è molto più semplice da raggiungere.

Ma questa piattaforma, che per certi aspetti è davvero entusiasmante, ha qualche difetto: la privacy, ad esempio, che non sempre è garantita; la proprietà di ciò che viene pubblicato; per chi non lo sapesse, i diritti di tutto ciò che viene pubblicato o scritto su Facebook – foto dei propri figli comprese – sono di Facebook stessa, che ne può disporre come meglio crede; la confusione tra contatti privati (ad esempio amici, morosi) e quelli pubblici (colleghi di lavoro, aziende, ecc). Per questo motivo è nata, o sta cercando di farlo, una piattaforma alternativa il cui nome è soprattutto un auguro: Diaspora. L’idea è allettante. Personalmente, mi sono iscritto alla loro newsletter per ricevere informazioni su come evolverà questa piattaforma alternativa, che potenzialmente potrebbe attirare persone più interessate alla reale condivisione che al mero “cazzeggio”. Potrei riassumere le caratteristiche di Diaspora, ma lo fa già molto bene questo post, scritto in un blog che vale la pena mettere tra i propri preferiti. Pensiamoci. Anche se la diaspora del 70 d.C. non è mai esistita, quella del 2011 potrebbe rendere il  mondo del web un po’ migliore.

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3 thoughts on “Diaspora

  1. Davvero singolare e, se fosse vero, sconvolgente ciò che scrivi a proposito della diaspora degli ebrei. In effetti l’origine dell’antisemitismo non è stata mai perfetamente chiarita. Avevo trovato interessante, a questo proposito un testo di R. Calimali “Ebrei e pregiudizio”. L’autore, un ingegnere ebreo, con una spiccata vocazione storiografica e letteraria, riconduce tutto proprio alla volontà dei cristiani di distinguersi dagli ebrei, agli occhi dei gentili.
    Grazie per l’indicazione!

    P.S.
    Molto bello il post dedicato a Flaubert!

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  2. Tesi davvero sconvolgente. Se dimostrata sarebbe anche, per come la vedo io, un ulteriore atto d’accusa contro la malapianta religioide, sotto molteplici aspetti e punti di vista.

    Per facebook ho sempre avuto un’antipatia istintiva, quasi un’allergia… Ma se mi dici che davvero, in occasione dell’uscita di un nuovo libro, permetterebbe di contattare in un colpo solo migliaia di potenziali lettori… Per quella mia iniziativa che chiamai ibs mailing, che tu ben ricorderai, lavorai duro quasi due settimane per procurarmi meno di 2000 nominativi… se qui, con un paio di click e pochi minuti di lavoro, potrei contattarne dieci o cento volte tanti, c’è da farci un pensierino…

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  3. Ma, Paolo, il fondamento dello stato di Israele non si basa sulla “realizzata” questione della “terra promessa”?

    Correggimi se sbaglio ma, se può considerarsi diaspora anche la migrazione di un singolo, allora, è Diaspora l’esilio di un popolo dato dalla somma di singoli.

    Si, dici bene: molte le diaspore, e Diaspora la somma delle diaspore.

    Sotto questo aspetto, direi evidente che la Diaspora è una ricostruzione storica non vera se migrazione di popolo, mentre è vera se migrazione di molti.

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