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Segni, parole, significato.

Le virtù del romanzo

Dimentico che non v’è discorso letterario se non come macchinazione, il romanziere si è via via persuaso che quel che egli faceva aveva qualcosa a che fare col mondo in cui viveva; critici pazienti gli hanno spiegato che, di quel mondo, il romanzo era volta a volta specchio, testimonianza, interpretazione [..]. Corrotto dalla serietà propria e dei critici, ha perso la limpida gioia della menzogna, l’irresponsabilità, la doppiezza morale, l’ilare arroganza che sono, a mio avviso, le virtù fondamentali di coloro che attendono a quel perpetuo scandalo che è il lavoro letterario.

(Giorgio Manganelli, da Il rumore sottile della prosa, Adelphi, Milano, 1994, p. 58)

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

5 commenti su “Le virtù del romanzo

  1. Nicola Pezzoli
    22/02/2011

    … e così nacquero gli scrittori-magnetofono. Che non sono scrittori, ma nella migliore delle ipotesi (proprio nella migliore!) reporter dell’ovvio, del banale, del risaputo.

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    • Paolo Zardi
      22/02/2011

      Questo pezzo mi ha fatto riflettere sul fatto che per scrivere prima di tutto è necessario avere un’idea di cosa si sta facendo. Escludendo i libri chiaramente di genere, come i cosiddetti noir, o i rosa, o gli adolescenziali, per i quali questo discorso non va neanche iniziato, la tendenza dominante – almeno quella che desumo con un’occhiata superficiale su ciò che viene prodotto adesso – sembra non prevedere il concetto di “arte” come elemento essenziale del romanzo. L’impressione che ho è che ci sia più psicologia (o elementi di), sessuologia (elementi di), pseudodenuncia sociale, strizzatina d’occhio al cinema (che non si sa mai) che elementi artistici. Ma chi vorrebbe mai vedere un quadro senza arte? O ascoltare una sinfonia senza arte? Eppure quasi tutto ciò che viene prodotto adesso prescinde dall’arte – che per sua natura è senza tempo e senza morale, imbroglia e confonde, e stupisce, sempre. Roth, in un’intervista, diceva che a suo parere presto non ci saranno più persone in grado di leggere un romanzo: “I doubt that aesthetic literacy has much of a future here”. Al di là della considerazione in sè, la cosa che mi colpisce di più è quell’aggettivo: “aesthetic”. Chi si ricorda più, in Italia, che il romanzo è “letteratura estetica”?

      ps Sono convinto che Manganelli, nella seconda parte di questo suo piccolo “pezzettino” pensasse a Nabokov…

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  2. Pingback: Le virtù del romanzo « Grafemi

  3. Michele Lecchi
    23/02/2011

    Gli scrittori-magnetofono possono al massimo ambire ad una scrittura di SAGGISTICA o di giornalismo d’inchiesta.

    Certamente l’arte pura è qualcosa di diverso, che prescinde dal resto.

    Tuttavia le cose sono anche molto collegate fra loro.

    Non mi piacciono per esempio le letterature fanasy dove si vola con eventi molti distanti dalla verosimile realtà. Preferisco leggere storie che “potrebbero essere vere o quasi vere”, in modo che io possa immedesimarmi.

    La letteratura di Dino Buzzati, che adoro, nasce da una pratica assidua di giornalismo. Attaccato alla realtà con occhio fantasioso e affascinato.

    E poi, dico spesso: “la realtà supera la fantasia”…. 🙂 😉

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    • Paolo Zardi
      23/02/2011

      Ciao Mik,
      il realismo e l’arte non sono in antitesi, anzi! In pittura, chi potrebbe dire che quella di Caravaggio non è arte? Il punto è che il realismo dell’arte non è la realtà, perché se lo fosse, non sarebbe arte ma vita! 😉
      In letteratura, il romanzo è nato realista, e il suo realismo si è consolidato almeno da Flaubert in poi; Madame Bovary è realistico in ogni pagina, eppure è una delle opere d’arte più belle che siano mai state prodotte. L’arte sfugge a qualsiasi definizione – probabilmente, ha a che fare con la bellezza, le proporzioni, lo stupore, il rapporto tra le forme, le simmetrie, la vertigine, il paradosso, l’amore e la morte insieme, l’odio e l’amore insieme, il ritmo, la percezione del passato, l’illusione del futuro… e ancora credo non basti!

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Questa voce è stata pubblicata il 22/02/2011 da in Letteratura, Romanzo con tag , , , .

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In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

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