Grafemi

Segni, parole, significato.

L’Italia?

Che dubbi, in questi giorni che precedono il 17 marzo… Festeggiare? Non festeggiare? Che significato ha, questa festa? Che significato ha il concetto di nazione, e in particolare quello di nazione italiana?

Sono nato veneto, nel senso che la prima lingua che ho imparato è stato il dialetto “alto” che si parlava a casa mia. A tre anni, l’asilo mi ha imposto l’italiano; ora, come certi cinesi di seconda generazione, capisco perfettamente la lingua dei miei genitori, ma faccio fatica a parlarla – la imito, ne faccio una specie di parodia, ma non sono credibile. Quando facevo il cameriere, la domenica, durante il periodo dell’Università, in una pizzeria fuori Padova dove tutti – tutti! – parlavano solo il padovano poco elegante della campagna, io mi scusavo continuamente per la mia differenza.

Non sono mai stato patriota. Sono uno di quelli che quando va all’estero, gli dà fastidio trovare altri italiani – siamo così rumorosi, così profumati, così fighetti, che viene la voglia di prendere la cittadinanza di… di quale stato? Appunto. Non saprei. E’ il concetto di nazione, che mi manca? Mi sento europeo, o un ancora più generico occidentale; ma soprattutto, e al di là di qualsiasi retorica, mi sento un uomo. Qual’è la nazione dell’uomo? Che bisogno c’è di una patria? A chi serve?

Come diceva Durremmat, la nazione diventa patria quando muore qualcuno per lei. Quando vedo i soldati che tornano in bare avvolte nella bandiera, un po’ mi commuovo, e un po’ mi indigno. Ripenso ad una canzone di De Andrè che diceva:

dove [sono] i figli della guerra
partiti per un ideale
per una truffa, per un amore finito male

hanno rimandato a casa
le loro spoglie nelle bandiere
legate strette perché sembrassero intere.

Però invidio le case americane con la bandiera in giardino, le scuole francesi con il pennone appeso al quale sventola il loro tricolore. Forse non credo che l’Italia sia una nazione nella quale valga la pena credere. Mi pare che noi si abbia poco merito. Non credo nel genio italico: da quanto tempo non produciamo un’idea capace di cambiare il mondo? Un’ideuzza semplice, come Facebook, o Google – qualcosa che sia intelligenza allo stato puro. Arrediamo le navi da crociera, i negozi di moda, gli hotel di Dubai: ma è un po’ pochino per parlare di supremazia nel design. E abbiamo la presunzione di dire che la moda siamo noi; però ogni giorno indossiamo Nike, Calvin Klein, Ralph Lauren.  La nostra cucina mi piace, ma non si vive di solo pane. Il vino italiano, che in Italia beviamo solo quello, all’estero lo bevono in pochi: preferiscono il francese, il cileno, l’australiano (ogni tanto faccio una cena nella quale si bevono vini, e poi diamo i voti: una volta ha vinto un vino sloveno, un’altra un argentino). E comunque, tornando al cibo, la miglior cena della mia vita l’ho fatta in Namibia, con un cuoco francese. Sono stufo anche di tutti quelli che, quando tornano dall’estero, si lamentano del caffè, che non lo sanno fare, come se il caffè ce lo fossimo inventati noi. Sono stufo anche di quelli come me, che si lamentano sempre dell’Italia. Attorno a quali valori ci raccogliamo? Alla Nutella? Alle magliette di Dolce e Gabbana? Al ragù, e alla mamma che ce lo fa?
Però sono orgoglioso dei partigiani che hanno combattutto contro l’invasore. Al loro impegno civile. Non mi piacciono le divise, e la patria spesso le impone; ma un padre di famiglia che vince la sua paura e sale in montagna per lottare, quello sì che è un patriota che mi piace.
Amo le nostre città, che sono davvero uniche al mondo; adoro Venezia, la cui bellezza non ha uguali (ma si tratta di qualcosa che forse l’Italia non merita neppure). Mi vergogno della nostra classe dirigente – di quella attuale, di quella che l’ha preceduta (Prodi a parte). A volte penso che meriteremmo di meglio, ma poi penso che no, che ogni popolo produce i propri governanti, l’espressione più genuina di una nazione.  I nostri sono disonesti, ignoranti, faziosi. Più tendenti alla furbizia che all’intelligenza.  Privi di una visione del mondo. Ecco cosa mi frena, nel mio impeto patriottico: Berlusconi. L’Italia che dovrei amare è diventata a sua immagine e somiglianza.
E’ per questo che ora sentiamo dire che dobbiamo difendere l’Italia: perché lei vale più di chi la governa, perché non possiamo permettere questa continua decadenza di tutto – della cultura, del buon gusto, della capacità di innovare. Ma io credo che l’Italia sia sempre stata questo: mancanza cronica di cultura, manicheismo applicato a tutto (dalla religione al calcio passando per la politica), approssimazione e faciloneria. Bisognerebbe guardare ad una nuova Italia, che si rimboccasse le maniche e partisse da zero – non a questa che compie 150 anni domani, ed è già vecchia, è gia moribonda.
Ma ho deciso: domani farò finta che ci sia ancora un po’ di speranza. Che noi italiani abbiamo ancora un po’ di forza per raddrizzare la barra. E berrò un bicchierino, guardando un po’ al nostro futuro, e un po’ al nostro migliore passato – come un piccolo segno di rispetto per chi ha speso la propria vita per creare un posto migliore dove vivere.
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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

6 commenti su “L’Italia?

  1. perdamasco
    16/03/2011

    Non so cosa sia l’Italia, o meglio, so che è la madre che non mi ha mai abbandonato perché non mi ha mai socialmente accolto.

    L’italia, per me, non mai stata una patria. Al più, una refurtiva.

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  2. corridoidelpensiero
    17/03/2011

    “un paese che ignora il propio ieri non può costruire il propio domani”

    parole di un giornalista famoso che ho veduto-ascoltato in pubblicità…e dico in pubblicità alla televisione.
    inseme alle pubblicità delle fighette delle varie compagnie telefoniche e dei servizi internet c’è anche questo.

    ciao pablo, io le monde ‘nu lu capiscu

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    • corridoidelpensiero
      17/03/2011

      sarà il portare sullo stesso piano “del consumo” che mi dà fastidio…oltre le fighette i comici e gli attorini falliti e i calciatori ignoranti che mi danno fastidio che te li ritrovi ovunque

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  3. corridoidelpensiero
    17/03/2011

    …consumiamo corrente e leggiamo blog interessanti, dico allora.
    E magari vediamo di pensare a un mondo possibile, migliore, più vivibile (che suona come quel rimbocchiamoci le maniche lo so…)

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  4. Renato
    18/03/2011

    Ma come hai fatto a scrivere, parola per parola, la mia opinione a riguardo?

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  5. Marjanka
    07/04/2011

    Ciao Paolo,
    in ritardo, ma condivido pienamente, anche se sono italiana solo sulla carta d’identità 🙂
    Un abbraccio a tutta la family

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