Grafemi

Segni, parole, significato.

La disposizione delle cose

Questo racconto faceva parte della prima versione di Antropometria (quando si chiamava ancora “Ai tempi del nulla”), e fu scartato durante l’ultima scrematura. Non ci fu disaccordo con l’editor Angelo Biasiella: mi disse che secondo lui non c’entrava, e io fui d’accordo. Mi dispiacque solo per il titolo, che ancora oggi mi pare molto bello.

Qualche giorno fa l’ho ripreso in mano, e l’ho messo a posto. Ho tolto alcune concessioni piuttosto banali al gusto per la provocazione, lasciando i dettagli pornografici solo dove strettamente necessario. Ho lavorato sul finale, che nella versione originale era un po’ minimalista – quindi non propriamente nelle mie corde. Il tempo al presente, però, è una pecca che non sono riuscito a rimediare.

 

 

La disposizione delle cose


1.

Quando torna a casa, e si mette seduto su una poltrona quasi presidenziale piazzata davanti al tavolo dello studiolo, in corrispondenza del monitor del PC, con la camicia aperta sul petto glabro – l’aria condizionata è un lusso che non ha ancora portato fino a quella piccola stanza – e con una mano appoggia la bottiglia di birra Zippil già stappata accanto alla tastiera, mentre con l’altra digita la password di Windows (Flaca69), pensa che questo è esattamente ciò che si merita dopo una giornata di lavoro massacrante – dal garage, che è proprio sotto la stanza in cui ora lui si sta mettendo comodo, arriva il rumore della ventola della macchina che pompa ancora aria nel motore. Me lo merito proprio, dice a voce alta, ed è come una piccola formula da recitare un momento prima di varcare la soglia di un luogo sacro, e quindi proibito.

Lo studio è perfettamente in ordine. Le penne nel portapenne, i fogli in tre vaschette argentate dell’Ikea, i libri nella mensola sopra al tavolo, ordinati in base all’altezza – una scala che scende da sinistra a destra. Sotto la bottiglia di Zippil c’è un poggia bicchiere, souvenir di un viaggio in Irlanda fatto dodici anni prima, in macchina, con gli amici e la fidanzata di allora.

Anche il giardinetto di casa sua è sistemato con ogni cura: due sedie di plastica bianca, ma comunque eleganti; un tavolino rotondo con il buco in mezzo per l’ombrellone, che ora però non c’è – ultimamente ci sono stati temporali molto aggressivi, e lui non vuole correre il rischio di ritrovarlo nel giardino di qualche vicino – un piccolo gazebo che copre sedie e tavolino; un sentiero di pietre perfettamente irregolari che permette di arrivare, un piede alla volta, a sedersi sulle sedie sotto il gazebo, anche quando il prato assomiglia ad una palude. C’è il senso di un maschio rigore, nella disposizione delle cose – non c’è il gusto lezioso di una donna, la sua impronta, il suo tentativo di dare un significato simbolico agli oggetti, ma solo bellezza funzionale, una perfetta corrispondenza tra esigenza e soluzione. Due anni prima, nella stessa stagione, le discussioni su cosa mettere in giardino, e su dove posizionarlo, avevano occupato una grande parte del suo tempo libero, e quando ci pensa – ad esempio adesso – ritiene che quelle discussioni logoranti abbiano determinato indirettamente la fine del suo rapporto con Giulia.

Il PC è acceso. Lui si siede comodo sulla poltrona quasi presidenziale, allungando le gambe sotto il tavolo, fino a toccare il muro davanti. Apre Outlook, si impegna in una lettura veloce delle intestazioni delle mail, ne apre una che gli sembra particolarmente urgente – un cliente che richiede, con sgarbata fermezza, la consegna del materiale ordinato la settimana prima, pena la rescissione del contratto stipulato – ma non ha voglia di rispondere – non ora, non in quella piccola parentesi di relax che si concede due volte alla settimana, a casa sua, nel suo studio, con la birra, il sottobicchiere, le tapparelle abbassate che lasciano passare un po’ della luce di giugno e il rumore del tagliaerba del vicino e l’odore caldo e terribilmente organico dell’erba tagliata. Si infila le cuffiette nelle orecchie, regola il volume, apre Internet Explorer e inizia la sua navigazione.

Anni prima, quando era più giovane, quando Internet non esisteva ancora, certe sere si fermava ad un’edicola sempre aperta che, al riparo di una specie di tettoia, offriva la più ampia gamma di giornali porno mai vista. La scelta poteva durare anche dieci o quindici minuti, e i criteri che adottava, alla fine, non erano noti neppure a lui. Anche gli altri clienti, con i quali condivideva un’imbarazzatissima intimità, simile a quella che hanno i malati che si trovano nella medesima stanza d’ospedale, ciascuno dei quali finisce per raccontare particolari di sé che in altri contesti avrebbe o nascosto o negato – parevano altrettanto indecisi, come se ognuno fosse consapevole che niente avrebbe realmente placato il desiderio sconosciuto che li spingeva fino a là. Dopo aver scelto, iniziava a togliere il cellophane della rivista mentre ancora guidava, sbirciando la forma del piacere che lo attendeva. E ciò che lo stupiva, allora, quando doveva tirare fuori cinque o diecimila lire ogni settimana per saziare il suo incomprensibile desiderio, era che la potenza evocativa di quelle foto – che chiunque avrebbe detto comunque sempre uguali – finiva per consumarsi inesorabilmente.

Ma ora Internet esiste, ed è in una forma smagliante, per quello che lui può vedere sul suo monitor. Ci sono decine di siti che offrono eccitazione in modo del tutto gratuito – trailer, spezzoni di film, video girati con il cellulare. Basta saper cercare. E non è neppure così difficile. Ogni tanto ricorda, quasi con tenerezza, i tempi del modem, quando si trovavano solo file mpeg da 10 secondi, che per scaricarli ci volevano mezzo minuto – l’azione completa, la sequenza di quegli atti sessuali, veniva ricostruita con pazienza, dieci secondi dopo dieci secondi, intervallati dal silenzio. Allora, non era così semplice decidere a quale scena associare il proprio orgasmo – ancora una, pensava, la prossima sarà quella giusta.


2.

Non so come possiamo andare ancora avanti.”

Tu non capisci cosa vuol dire per me…”

Lo capisco, invece. So che ti fa male, perché fa molto male anche a me. Ma tu, Giulia, non hai bisogno né della mia pietà né della mia debolezza. Se ti sembro duro, è perché voglio darti la possibilità di staccarti veramente.”

Lo vedo, che non hai pietà, ma io non voglio staccarmi. Il nostro rapporto non è finito, affatto. Per me è ancora tutto.”

Forse questo è stato uno dei problemi. Ti ho chiesto un sacco di volte di aprirti agli altri. Tu hai puntato tutto su di noi, e alla fine io mi sono sentito… non lo so, ne parliamo da tanto tempo… io mi sento in gabbia. Mi pare di avere una responsabilità superiore a quella che un rapporto normale può richiedere. Non riesco più a sostenerla. Non la trovo giusta, non la trovo piacevole, non la trovo sopportabile.”

Io non ti ho mai chiesto niente. Mai. Di questo sono certa.”

Ma hai rinunciato a qualsiasi altra cosa – non hai amici; se non ci sono io non esci; sembra che tu… non voglio ferirti, ma devi sentire come stanno veramente le cose.. è come se tu avessi paura degli altri. Quando siamo in giro, se ti presento qualcuno tu abbassi lo sguardo.”

Credevo che tu lo apprezzassi. Ero convinta che ti facesse piacere sapere che per me ci sei solo tu. Non lo faccio per paura, ma per amore. E’ molto diverso, e mi fa impazzire il fatto che tu non capisca la differenza. Ti dà così fastidio che io non guardi gli altri?”

Mi fa piacere, certo. Ma così è oltre la mia necessità.”

Tu non sei sincero neanche adesso.”

Non capisco.”

Le cose non stanno solo così. Tu hai iniziato ad essere diverso da quando sono entrata a casa tua. Ecco, vedi? Sono qui da un anno, e ancora non riesco a dire nostra. Non ci riesco. Non lo sento. Questo è il problema. Non c’entra niente il fatto che io abbasso lo sguardo. Quella è la scusa. Tu mi vuoi sbattere fuori da qui.”

Che discorsi sono, questi? Questa è anche casa tua. Te l’ho detto fin dal primo momento.”

Qui ogni cosa deve stare al suo posto. Avrei voluto poter mettere qualcosa di me, ma tu me l’hai impedito.”

Sono accuse assurde, io non ti ho mai impedito di fare niente.”

Non l’hai mai fatto in modo evidente, perché ti piace dare l’impressione di essere democratico. Tutti dicono che sei così corretto. Parli, parli, parli, e finisce sempre che vinci tu, ma è come se tu non c’entrassi per niente. Come se avessero deciso gli altri quello che tu volevi. Però guarda, qui è tutto tuo – tutto, compresa la disposizione degli oggetti.”

E cosa c’è che non va?”

Tu non sopporti che io sposti le cose!”

Oh Cristo, essere ordinati è diventata una colpa?”

No, ma non lo può neanche diventare il non esserlo. La verità è che tu non mi sopporti più da quando ho invaso il tuo spazio.”

Cazzate!”

Lo dici tu! Io volevo costruire la nostra casa, non andare in affitto da te!”

Questa era casa tua, in tutti i sensi. Lo sai.”

Tu non mi hai permesso di spostare niente. Questa casa, e il giardino Zen che c’è là fuori, sono la foto del tuo cervello visto da dentro.”

Stai spostando il problema. Tu non uscivi mai da qui, questo è il punto. E a forza di stare qui dentro, hai finito per farti queste paranoie assurde. Invece avresti dovuto prendere la bicicletta, e andare a farti un giro, iscriverti a qualche corso di qualsiasi cosa – nuoto, pesca, che ne so cosa ti piace! Va’ a ballare. Mi pare che non ti interessi niente, se non questa casa.”

Te, mi interessi. Te.”

E me, va bene. Ma io sono anche altro, io sono da altre parti. Non puoi mettermi la tua vita sulle spalle e dirmi: ora portamela in giro, falla divertire. O addirittura: falla esistere.”

Mi iscrivo a nuoto, se vuoi.”

Non se voglio io: se vuoi tu. Vedi?”

Io senza di te non ce la faccio.”

E’ il motivo per cui sta finendo.”

Non sta finendo.”

Sta finendo, Giulia. Prendine atto.”

Non puoi lasciarmi in questo modo…”

In quale modo dovrei lasciarti?”

In nessuno! Dovresti tornare in te!”

E fare cosa? Accettare che io sia la tua vita? Che la tua vita oltre a me non abbia niente?”

Mi iscriverò a nuoto. Te lo giuro. Uscirò tutte le sere. Conoscerò amici. Imparerò ad usare Internet. Non sposterò più niente. Il giardino mi va bene così. E’ bellissimo. Io ti amo. Non lo fare. Non lo fare.”

Giulia.. E’ troppo tardi, davvero. Non insistere. E’ penoso per me e per te.”

Io morirò. Giuro che morirò.”

 

3.

Ora, due anni dopo, lui è davanti al PC e sta iniziando una nuova ricerca. Generalmente, non parte con un’idea precisa: apre un sito porno a caso, e lascia che sia il caso a suggerirgli la prima mossa. Non ha gusti particolari – nel senso che bene o male, ama vedere qualsiasi cosa in cui ci sia almeno una persona con i genitali scoperti. All’inizio, le prime volte, era molto attratto da ragazze dell’est che si masturbavano con delicatezza. C’era stato poi il periodo lesbico, con una preferenza verso rappresentazioni abbastanza soft dell’amore tra due donne – cercava ragazze che si leccassero reciprocamente l’ano, o i piedi, o la vagina, ma non impazziva, ad esempio, per le penetrazioni con inverosimili oggetti vibranti, accompagnate da urla di piacere scomposte. Poi gli piacevano le donne bionde penetrate da due o più uomini di colore – un senso di selvaggia perdizione. A periodi alterni, si sentiva attratto dal cosiddetto deep throat, una pratica sessuale al limite dell’estremo, in cui l’uomo spinge il suo pene nella gola della donna fino a provocarle conati di vomito – c’erano fili di saliva lunghissimi, in quei video, e lacrime che uscivano spontaneamente dagli occhi delle donne, che continuavano a succhiare sempre più eccitate. Per un po’ cercò video di transessuali – uomini con il pene e le tette – e si chiese anche perché, ma poi smise di chiederselo, gli sembrava del tutto irrilevante: succedeva due volte alla settimana, nel suo studio, con il suo PC. Riguardava solo lui.

Un giorno, durante un lungo viaggio in macchina, aveva cercato di trovare quale fosse l’intersezione tra i suoi generi preferiti, e gli era parso di capire che la sua ricerca puntasse, sostanzialmente, al realismo – specialmente quello involontario. Cercava il particolare che tradisse il fatto che gli attori non stavano solo recitando. Amava, ad esempio quando lei, dopo aver ricevuto in bocca 5 cc di sperma, con un dito toglie una goccia che è finita sulla gamba di lui; oppure il rumore imbarazzante di un ano dilatato che cerca di espellere il liquido seminale. Per questo stesso motivo, apprezzava i filmati amatoriali che se da un lato erano di qualità mediamente pessima – sfocati, scuri, non centrati, lunghissimi o cortissimi – dall’altro presentavano un grado elevatissimo di realismo, specialmente per i particolari sullo sfondo – calendari di una banca, oggetti di cristallo ricevuti per la Cresima dei figli, rumori di televisioni accese.

In ogni caso, come accadeva con i giornali tanti anni prima, l’importante era che ci fosse varietà.

 

4.

Ti confesso che ho paura per Giulia”.

Perché?”

Temo possa fare una sciocchezza.”

Dici sul serio?”

Lo dice sul serio lei. Mi ripete che morirà. Sms. Telefonate. Messaggi tramite amici. Per fortuna non sa usare Internet, sennò ci sarebbero anche le mail.”

Tutti, prima o poi, siamo destinati a morire, no?”

Sì, ma lei dice che morirà presto, e che se morirà, sarà solo per colpa mia.”

Cosa le hai fatto?”

Lo sai. L’ho lasciata.”

Allora non userei la parola colpa. Non in senso stretto, almeno – non nel senso cattolico del termine. Ci può essere un legame di causa ed effetto, ma a mio parere non ti si può imputare proprio niente. Non esistono vincoli che non si possano spezzare – almeno non in amore. Non credo di dire niente di eccezionale.”

Ti ringrazio di stare dalla mia parte… E’ che Giulia mi sembra così fragile… Sempre con quell’aria sconfitta, come se le fosse impossibile credere che qualcuno le voglia bene… La cosa assurda è che questa sua paura di non essere amata spinge la gente a non amarla.”

Tu l’hai amata?”

Credo di sì. Non lo so. Diciamo che lei si è donata anima e corpo a me, e io non ho fatto in tempo a capire se era vero amore.”

Siete andati a vivere insieme. Credo che tu ci abbia pensato bene, prima di fare un gesto simile. Sapevi che portandola in casa, stavi mettendo la prima pietra per una storia seria – o sbaglio?”

Me la sono trovata in casa. E’ come quando da piccoli si incontrava un cane abbandonato, e gli si dava una scodella di pane con il latte – gli occhi, te li ricordi? Quelli. Giulia ha esattamente quegli occhi. Non ho detto sì: non sono riuscito a dire no.”

Ma ora è finita. Ora sei libero.”

Sì, sono libero. Però tu mi conosci, vero? Non è la mia aspirazione più grande. Faccio una vita tranquilla. Per me è molto più importante che ogni cosa sia sistemata. Vorrei sapere che Giulia troverà la sua strada.”

Saranno problemi suoi, no?”

Dici?”

 

5.

Sono passati due anni. L’ultima volta che aveva visto Giulia, era convinto che si sarebbe suicidata nel giro di qualche ora. Avvertì, con un SMS, la più cara amica di lei. Non ricevette nessuna risposta. Per qualche giorno, ogni volta che apriva il giornale di Padova, aveva il terrore di ritrovare il viso di lei in bianco e nero – “Dopo lunga sofferenza – per colpa di un bastardo – Giulia è morta”.

Invece non successe nulla. Lei non si fece sentire, né dal vivo né tramite un necrologio. Qualche settimana dopo, lui provò a chiamarla – era curioso di sapere se era riuscita a venirne fuori, o se sarebbe servita ancora un po’ della sua determinazione nel chiudere la storia – ma lei non rispose. Le mandò un messaggio, ma ancora silenzio. Tentò di contattarla il mese successivo, ma il cellulare era spento. Chiamò l’amica, ma non rispose. Passò l’estate. La casa, in effetti, sembrava molto più vuota di prima, ma si disse che quello era il prezzo da pagare per tornare a… a cosa? A vivere? Ad avere i suoi spazi? Di che tipo era, il suo egoismo, a cosa puntava, cosa desiderava avere in esclusiva? Quei due pomeriggi alla settimana in cui lui poteva passare un’oretta a masturbarsi davanti a video porno? Era solo quello? Comunque, in autunno, seppe da un amico che Giulia era ancora viva – qualcuno l’aveva vista dimagrita, e di corsa, ma comunque in piedi. Lui si mise il cuore in pace. E lui ha tuttora, il cuore in pace. Non ha cercato nessuna nuova donna. La sua vita sentimentale è solo quella forsennata ricerca di nuovi video porno, il martedì e il venerdì. Fino a che Giulia non ricompare nella sua vita.

 

Il video inizia in cucina. Si vede una ragazza di spalle con un bicchiere di vino in mano, che scherza con due ragazzi seduti. Sono tutti nudi, tutti tatuati, tutti sudati. Di uno dei due uomini si intravede il pene a riposo – una specie di proboscide, con prepuzio prensile. L’altro è di profilo, verso il tavolo, e armeggia un coltello, come se stesse preparando una tartina per gli altri. C’è un’atmosfera molto divertita. Chi ha in mano la telecamera si sposta tra i tre, inquadra i loro particolari anatomici da vicino. La ragazza di spalle separa le natiche tra di loro e mostra la vagina depilata vista da dietro, e il proprio ano. L’obiettivo arriva così vicino che il vetro si appanna, poi si bagna. Il cameraman si volta di scatto e riprende un gruppo di ragazzi e ragazze, completamente vestiti, seduti su un divano, anche loro con i bicchieri di vino in mano – calici ampi, da vino importante – che scherzano. Una, con un caschetto delizioso, prende in giro la proboscide dell’uomo. Dice: “Dopo posso farci un giro anch’io?”. Le altre: “No, prima io!”. Fingono di azzuffarsi. Uno dei ragazzi seduti tira fuori il proprio pene, flaccido, e si offre volontario. La ragazza che stava bevendo vino appoggia il bicchiere sul tavolo, si piega verso di lui, esclama un “mi sacrifico io” e inizia a succhiarglielo. Gli altri scandiscono il ritmo con le mani; lei, dopo qualche secondo, si rimette in seduta, simulando qualcuno che ha appena finito un’apnea. Lui dice: “Qualcuno vuole continuare?”. Un ragazzo, imitando una checca, grida “io, io!” e tutti lo prendono a pacche sulle spalle. Poi la ragazza che prima era girata di spalle, quella nuda, si avvicina, si piega su di lui – appoggiando le mani sulle cosce – e prende in bocca il pene eretto. La telecamera si avvicina. E’ Giulia. Dopo meno di un minuto, il ragazzo fa un cenno con la mano, come dire basta – ma lei non si toglie, continua, su e giù con la bocca, fino a che lui non raggiunge l’orgasmo. Rimangono qualche secondo così – lui teso, a cogliere il proprio piacere, lei immobile, ad accoglierlo. Giulia si alza, e con la bocca piena di sperma – un po’ le cola dai bordi delle labbra – si rivolge alla telecamera e, ridendo, gorgoglia il motto di Peter Pan: “Non ce n’è, di brillanti come me.” Tutti battono le mani e gridano “wow”. In quel momento arriva da dietro il ragazzo con la proboscide, che la penetra. Il video finisce con lei che mette una mano davanti alla bocca, come per simulare una sorpresa.

 

Spegne il PC. Il vicino ha finito di tagliare l’erba. La birra è diventata tiepida – ormai imbevibile. Si solleva le mutande e i pantaloni insieme, si mette in piedi, si chiude il bottone. Scende i tre gradini che portano dallo studio all’entrata, esce in giardino.

Posando i piedi sui sassi perfettamente irregolari, un passettino alla volta arriva alle sedie sotto il gazebo. Si siede. Appoggia le mani sul tavolo. Si rialza. Prende l’altra sedia, la solleva, e la scaglia, con una forza rabbiosa che lo sorprende, contro la finestra della propria camera, quella che dà sul prato. I vetri cadono sull’erba con un meraviglioso luccichio. Prende l’altra sedia, e la lancia più lontano, sfondando la finestra del salotto. A mani nude, infilando le dita nella terra molliccia e umida, solleva i sassi del percorso verso il gazebo, e li scaglia contro le pareti della sua casa, verso il centro del giardino, sulla siepe. Rovescia il gazebo, gridando. I vicini si affacciano, pieni di terrore; rientrano quanto lui si mette a sedere per terra, in silenzio.

L’erba è bagnata – sente l’acqua fredda che passa attraverso i pantaloni – e tutta l’aria odora di primavera. Guarda il giardino, la nuova disposizione delle cose. Le finestre sfondate rivelano la fragilità intrinseca di quella casa, il punto debole che si fa beffe dello spessore dei muri. I vetri a terra, che un sole al tramonto colpisce di sbieco, continuano a brillare, e quel luccichio lo coglie alla sprovvista, come una mossa a sorpresa che lo fa barcollare: d’improvviso si ricorda di un mondo magico e antico che si è dissolto, e non riesce a ricordare quando. Così continua a fissarli, come se lo strazio che si accompagna ad una rivelazione fosse una conquista sfuggente, che si agguantata solo con una concentrata determinazione. Per un attimo, gli è tutto chiaro – Giulia, quel giardino, la casa, il desiderio, la debolezza che aveva tenuto fuori dalla porta e che ora gli si è infilata dentro, impietosa, attraverso le finestre della sua solitudine. Si passa una mano tra i capelli. Si distende a terra e guarda le fronde disordinate degli alberi che si stagliano sul cielo rossiccio. Fa un respiro pesante – e anche se un sasso sotto la schiena gli ricorda il peso del suo corpo, sente la leggerezza di una liberazione: l’inebriante, dolorosa, salvifica liberazione da se stessi. Così va meglio, dice a voce alta – lo ammette a se stesso, lo sussurra alla sua casa, lo comunica al mondo che lo sovrasta, muto e inespressivo. Così, forse, è davvero molto meglio.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

5 commenti su “La disposizione delle cose

  1. vitaliano
    18/03/2011

    Sono andato a rivedermi “ingegnere”. Ingegno – congegno mi dice il devoto_oli.

    E qui, la trinitaria :)) presenza c’è in pieno. Una sola cosa mi par di dover rilevare, e che fa parte della tua mentalità di tecnico, molto probabilmente. Mi riferisco ai finali. tendi a racchiuderne le molte possibilità, all’interno di ciò che fissi possibile secondo te.

    Con altre parole, sono possibilità di chiusura ad altre possibilità più che apertura ad altre possibilità.

    E’ un difetto? E’ un pregio? Non so. Non ho bevuto ancora niente! :)))) Ciao

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    • Paolo Zardi
      18/03/2011

      E’ una riflessione importante, la tua. E non ti nego che sulla parte dei finali ho riflettutto molto anch’io – non solo su questo, ma più in generale.
      Il mio punto di vista è che un finale non è “la” soluzione al problema che investe i personaggi (e quindi chi legge), ma una soluzione individuale, specifica, personale. Io non cerco mai il generale, ma sempre il particolare. La soluzione al quale si arriva nei racconti è un’intuizione che non segue la logica, e che quindi non può essere estesa a nessun altro. E’ la firma del personaggio, la sua impronta digitale – il suo proclamarsi essere unico e irripetibile.
      Poi non so se questo funzioni, o se tutte le volte raggiungo questo risultato; ma dovrebbe essere come la grazia: un evento che non può essere né esportato né condiviso, ma solo vissuto. Il tentativo è di rappresentare (e non raccontare e non spiegare) proprio questo passaggio irrazionale verso la comprensione.
      Che ne dici?

      Mi piace

  2. vitaliano
    18/03/2011

    p.s. prova a spaccare i vetri ai tuoi finali. Potrebbe andare meglio. Molto meglio. 🙂

    Mi piace

  3. Nicola Pezzoli
    18/03/2011

    Ecco cosa succede quando Carver incontra Bukowski! Secondo me questo racconto è splendido, perché rigurgita di una variegata ricchezza di piccole cose, piccole annotazioni, che senza prevaricare le une le altre riescono alla fine a darci un tutto, un quadro, un coro, senza neanche che s’intravvedano sforzi, impalcature o alchimie costruttive. Dalla psicologia minima, così vera e profonda, del perduto brivido e delle perdute complicità del porno cartaceo alla drammaticità di quel dialogato così vivo e reale, eppure mai piatto, mai scontato, mai stereotipato, mai banale. Per non parlare della sete di cruda verità che certi video amatoriali sembrano riuscire a placare, il che spiega perché l’industria miliardaria dei pornodivi sia finita in un batter d’occhio nel dimenticatoio o quasi…
    “C’entrasse” o non “c’entrasse” a mio molestissimo parere andava pubblicato.
    Comunque bravo, amico e collega mio. Ti confermo tutta la mia ammirazione.

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Questa voce è stata pubblicata il 18/03/2011 da in Antropometria, Racconti, Scrittura.

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