Grafemi

Segni, parole, significato.

Dove sono finito?

Due giorni fa ho avuto uno scambio di messaggi su Facebook con un’amica che avevo conosciuto nel 2006, grazie alla piattaforma comune dei nostri rispettivi blog. L’amicizia si estesa al mondo reale: con le nostre famiglie, e assieme ad altri blogger, ci siamo anche trovati per alcuni weekend passati insieme. Mentre le scrivevo, ho pensato che era un po’ che non visitavo il suo  blog, uno dei più belli che mi sia capitato di trovare – tra i pochi che ho sempre seguito. Non c’era più. Cancellato. Quando è successo? mi sono chiesto. Anzi: le ho chiesto. La sua risposta è stata (giustamente) lapidaria: il 16 dicembre. Stop.

Erano dunque quasi quattro mesi che non accedevo al suo blog. Ed era uno dei pochi che seguivo. Dove sono stato, tutto questo tempo? Che fine ho fatto? Ci sono giorni, anzi, no, momenti, in cui non mi trovo più. In un suo libro, Saul Bellow diceva che la notte, nei sogni, si parla con creature simili agli angeli: a loro, portiamo i pensieri che coltiviamo durante il giorno. Ma io, ai miei angeli, la notte, ormai non ho più nulla di dire, perché di giorno ho smesso di pensare. Passo le mie ore in una specie di open space, dove tutti parlano sempre, contemporaneamente. Attraverso la mia testa, tra l’orecchio destro e quello sinistro, e tra il sinistro e quello destro, entrano ed escono centinaia, migliaia di parole che non significano nulla: request, response, hai chiamato il BSP, sono in expediter, cosa ti ritorna il servizio, il numctaint è sbagliato, iniziamo a bonificare GdC, il BPM è su, il BPM è giù, chiama i DBA, lo script è andato in timeout, l’EventManager si è impallato (codice errore ORA-01013), senti Progetti, senti Architetture, scrivi a Sistemi Midrange.

Oggi nel client web di posta che uso è comparsa una nuova  funzionalità che prima non c’era, o di cui non mi ero mai accorto: mi dice quante mail ci sono nelle singole cartelle. Nella posta inviata, ce ne sono più di 12.000. Dodicimila mail inviate in poco meno di due anni. Ho scritto dodicimila mail di lavoro in poco più di 400 giorni di lavoro. A chi? Per cosa? Sono questi i miei pensieri – su queste cose che non mi servono, continuano a porre la loro attenzione la mia testa e il mio cuore. Mi sveglio alle 6.30, faccio una doccia, esco alle 7, faccio colazione al bar, prendo l’autobus delle 7.35, arrivo al lavoro alle 7.45, pranzo alle 13, rientro alle 14, esco alle 17.15, prendo l’autobus, torno a casa, aiuto il grande a fare i compiti, gioco con il piccolo, preparo la cena o mangio quello che mi ha preparato mia moglie, poi metto i bimbi a nanna; e quando si sono addormentati, mi addormento anch’io. Ci sono giorni che mi devo fermare al lavoro fino alle otto – in altri, tipo l’anno scorso, fino a mezzanotte, per poi riprendere il giorno dopo con gli stessi ritmi. Ieri sera, dopo le undici, mi sono collegato da remoto. Sono entrato nei server, con i loro sfondi blu. C’era silenzio, qui, nel mio studio  – sentivo solo il ronfare del mio gatto, e il ronzio della ventola del mio pc – e quelle macchine lontane, aperte sul mio tavolo, ancora più silenziose, ancora più mute… assomigliano ad amanti, quei server: appartengono ad un’altra vita, hanno pretese folli, e non ti lasciano nulla, se non una stupida eccitazione che non va via.

 

natura morta

Natura morta

Non è la prima volta che lavoro tanto. Negli anni scorsi, ho avuto il tempo di aprire una società, di chiuderla, di aprirne un’altra, di prendere un ufficio, e poi di chiudere pure quello. Ma gli affari sono sempre andati bene – non sono mai stato avido, e ho sempre cercato di divertirmi, nelle cose che facevo. Certo, passavo tante ore davanti al computer: ma ero libero. Andare a Sondrio – quattro ore di macchina – mi pesava, ma io c’ero. Ero là, presente con tutto me stesso. Mi incazzavo, ma intanto guardavo le montagne che scorrevano accanto a me, durante il viaggio, e buttavo giù la trama di un romanzo, o quelle che la mattina appena alzato vedevo dalle finestre dell’Hotel Salyut, tutte in fila, nelle mille gradazioni del blu, come nelle foto del National Geographic. All’aereoporto di Palermo, con un libro di Roth in mano, il cielo nero, le bandiere gonfiate dal vento, io c’ero.  C’ero a Roma, o a Padova (quando andare a Padova, da Milano, era una trasferta). E c’ero nei giorni passati qui, nel mio piccolo studio incastrato tra la mia camera e quella dei bimbi – il tempo di leggere una mail senza che qualcuno sbirci da dietro la spalla, e di rispondere come si deve, nel momento migliore. Dov’è finito quel Paolo che aveva tempo per tutti?

Come me, i miei colleghi stanno invecchiando: vedo i loro capelli che diventano più bianchi, li vedo ingrassare o dimagrire, li osservo mentre aspettano di sposarsi, o quando tornano dalla licenza matrimoniale, come dei carcerati che hanno finito il loro permesso di stare un po’ a casa.  Li guardo, ma non penso a nulla. La voce interiore che ho sentito parlare per anni, quel blabla dialettico tra me e me ha smesso di formare idee. Ogni tanto un barlume; ma non ho la forza di trattenerlo: mi sfugge tra le mani, e poi magari me lo ritrovo dieci giorni dopo, di nuovo, come un vecchio giornale che parlava di qualcosa che ci riguardava, e poi di nuovo lo perdo.

E perdo gli amici. Il blog, la rete, crea legami che vanno coltivati. Non sento più persone alle quali volevo bene: dov’è finita Firdis? Perché ho lasciato passare così tanto tempo, prima di accorgermi che Miriel aveva chiuso il blog? Cosa stavo facendo, nel frattempo – di cosa si riempiva, il  mio tempo? Perché Luisa non risponde? Cosa le avevo scritto, di sbagliato? Quando? E Paolo Giacomino? Mi aveva mandato un sms in cui mi chiedeva se potevamo sentirci; gli avevo risposto che in quel momento non potevo, e che ci saremmo sentiti dopo. Dopo: non so neppure quanti mesi sono passati da quel giorno! Renato. Vitaliano. Antonina dalla Sardegna. Li vedo, ogni tanto, che provano a buttare un sasso nel mio stagno. Ma il tempo mi schiaccia. Al lavoro non posso accedere a nulla – la sicurezza ipocrita delle banche – così mi dico “risponderò questa sera”; poi arriva la sera, e non ho nemmeno la forza di stare in piedi, di pensare. E  domani di nuovo ripartiranno le parole che attraverseranno la mia testa – i BSP giù, l’HX e il passaggio a XA (su p7), la pubblicazione in collaudo dei processi di vendita, la tabella eAlert che si riempie un’altra volta, i lock sulla eFolder, le convocazioni delle riunioni, i clienti che scrivono 50 mail al giorno, i miei colleghi che vorrebbero essere altrove – tutti vorremmo essere altrove: io vorrei essere altrove anche rispetto al loro noioso desiderio di essere altrove – le SIR (la 796 rimasta aperta per mesi), e intanto tutto il resto – Renato, Firdis, Vitaliano, Miriel, il tempo, le idee, la voglia di scrivere, il mio nucleo che sentivo vivo e che ora non sento più – viene trascinato verso il fondo, dentro ad un clamore che non significa nulla. Dove sono, io, in tutto questo? Dove sono finito?

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

25 commenti su “Dove sono finito?

  1. Giacomo Brunoro
    06/04/2011

    Ciao Paolo, credo semplicemente che tu sia nel bel mezzo della tua vita: le cose succedono, a volte capita anche che ce ne accorgiamo.

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    • Paolo Zardi
      08/04/2011

      Ho sempre pensato che la crisi dei quarant’anni, per me non sarebbe arrivata mai – mi sembrava una sciocchezza, un modo di dire: una betise, alla Flaubert. Forse, invece, c’è qualcosa di più profondo – la sensazione di essere arrivati, e allo stesso tempo di non aver fatto nulla… magari è solo un po’ di stanchezza – questa sera, allo sugarspritz mi sembrava che le mie difficoltà di questi mesi fossero molto, molto distanti!
      Un abbraccio – ci vediamo venerdì per Thomas e, se ci sei, anche venerdì 22 in via XX settembre, ore 18, per “Madre morte” – oggi allo Sugarspritz c’era Simona Castiglione, una delle autrici.

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  2. Elisa
    06/04/2011

    Se riesci a capire dove sei finito tu, passa da IoBalloDaSola e spiegami cosa è successo cosi’ da capire finalmente cosa è accaduto a me. Una volta quella piattaforma era una casa, non passava giorno che non facessi una chiamata o ne ricevessi una da uno di loro. Eppure sono qui a condividere le tue stesse domande….dove sono finita? Bacio Pabloz…

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    • Paolo Zardi
      08/04/2011

      Sulla fine di blogs.it, credo abbiano pesato così tanti fattori diversi da farmi credere che si tratti della normale evoluzione di qualsiasi comunità: nascita, crescita, morte. E ho capito perché in Italia non ci sarà mai un governo capace di durare. Sai qual’è stata la colonna sonora della vita di blogs.it? il Bolero di Ravel: la stessa struttura. Mi manca, quel mondo – è stata una delle esperienze più belle della mia vita. Ma non credo che si ripeterà mai.
      Cosa è rimasto? Be’, ci sono persone con le quali sento affinità – tu sei una di quelle. E’ come se ci fossimo conosciuti – hai presente i compagni di classe delle medie, che li rivedi e ti senti subito a casa tua?
      Ora: dove siamo finiti? Io vedo il blog come un termometro: se non ho tempo per gli amici, come ne posso trovare per me? Siamo finiti da qualche parte – la mia speranza è che ci si possa ritrovare presto..
      Un abbraccio, cara Elisa!

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  3. Nicola Pezzoli
    06/04/2011

    a volte il lavhorror ci deruba delle sole vere ricchezze: il tempo libero, gli affetti, gli amici… comunque io non mi lascerò scrollare di dosso molto facilmente (anche perché, da bravo artista eremita, sono abituato alla pazienza e ai tempi lunghi…) 🙂
    Buona notte carissimo!

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  4. Mauro
    07/04/2011

    Paolo, che ne dici di un bel media fast? In una situazione simile, a me è stato utile. Nel senso che quando ci ricado me ne accorgo prima che tutti mi spariscano!

    http://greenlivingideas.com/2008/01/11/how-to-create-balance-with-a-media-fast/

    http://www.dailyom.com/articles/2005/639.html

    http://www.comingunmoored.com/2009/07/report-media-fast/

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    • Paolo Zardi
      08/04/2011

      wow!
      a media fast is a complete abstention from all forms of media. That means: no books, magazines, NPR, TV, movies, music with lyrics, email, frantic reading of the back of cereal boxes, etc.

      grande! neanche le avvertenze dietro ai cereali! aiuta?
      a presto!

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      • testimongarli
        14/04/2011

        A me aiuta. Dopo tre giorni, ben curati, con dentro un weekend lungo ricco di impegni coerenti con l’obiettivo, il lunedì i cartelli lungo la strada sembravano assalirmi: le scritte sembravano gridare: FRUTTA E VERDURA! SENSO UNICO!

        Considera che il mio digiuno è in pratica relativo solo a internet e radio, in quanto da ormai quasi vent’anni non ho un televisore in casa.
        Aiuta secondo me a essere lucidi nel capire in cosa si è dentro: quando ci ritorni è davvero diverso. Poi comincia il lavoro vero, se uno vuole: togliere, sistemare, scegliere… Di sicuro, il ciarpame consumato per noia ti secca molto di più.

        Mauro

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  5. Silvia
    07/04/2011

    Molto bello e condivisible quello che scrivi Paolo. Grazie. Il rischio di alienazione è sempre in agguato, specie quando i territori virtuali (blog, social network) ci fanno credere di essere in contatto con tutti in tempo reale, e poi ci rendiamo conto che è solo una grande illusione collettiva. Le relazioni hanno bisogno di occhi negli occhi, abbracci, gesti palpabili. Accorgersi di tutto questo, accorgerci che ci si era “addormentati”, è già segno che abbiamo riaperto gli occhi. La prossima mossa è: “E adesso?”
    Un abbraccio, ciao scrittore.

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    • Paolo Zardi
      08/04/2011

      Ciao Silvia, non credo che le amicizie virtuali siano un’illusione – anzi, spesso sono molto più concrete delle conoscenze che quotidianamente si fanno nel mondo reale… Il problema è che le amicizie virtuali non possono contare sui gesti, ma si nutrono di parole; è più facile abbracciare qualcuno, che scrivergli una mail per dirgli che ci si tiene ad una amicizia… Il lavoro mi sta alienando dalla mia vita, dai miei pensieri – e quindi, anche dai miei amici, siano “virtuali” o reali.
      Un abbraccio (virtuale: ma spero valga lo stesso!) e a presto!

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  6. arthur
    07/04/2011

    “ Il blog, la rete, crea legami che vanno coltivati. “ Come la vita d’altronde aggiungo, solo che si pensa che essendo “legami virtuali” allora possono passare in secondo piano (mai riconoscerlo però) e poi è anche più facile sparire, perché spesso non si sa neanche con chi realmente si ha a che fare. Un nome, una e-mail, tanti baci e abbracci, promesse fatte all’insegna del vogliamoci a tutti i costi bene ma, alla prima occasione si può sparire e nel caso ogni richiesta del perché, viene vissuta come una strana ingerenza, alla quale, spesso e volentieri non si risponde.

    Questo è almeno ciò che penso io, e non te lo dico con rancore o quant’altro, ma solo come una semplice considerazione. In questi due anni e mezzo di blog, ho visto sparire persone che il giorno prima parlavano con il cuore in mano e per uno come me che come difetto ha la costanza nei sentimenti, reali o virtuali che siano, ovviamente è incomprensibile. Come giustamente dici, i legami vanno coltivati e per farlo ci vuole impegno e… costanza, da sole le parole non bastano.

    Dove sei finito? Da nessuna parte credo, probabilmente hai soltanto bisogno di riordinare le idee.

    Scusa la mia “ingerenza”, è tanto che ti leggo, abbiamo anche degli amici in comune, Morena, ma ho letto questo tuo post e l’ho trovato molto vero, anche se non sempre mi sono trovato d’accordo con te.

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    • Paolo Zardi
      08/04/2011

      Ciao Arthur, indirettamente ti conosco proprio attraverso i commenti lasciati nel blog di Morena (e in quello di 2elle, se non sbaglio).
      Il mio punto di vista non è molto diverso dal tuo: considero i rapporti “virtuali” come qualcosa di assolutamente “reale”. La fragilità delle amicizie nate sul blog deriva, secondo me, dal fatto che una mail inviata alla quale non si riceve risposta fa male, un commento che non viene considerato, fanno male. Io mi trovo nella situazione di non poter dare seguito alle mail che ricevo, ai messaggi che mi vengono mandati – dagli amici virtuali e da quelli reali. Il lavoro mi sta alienando da me stesso: l’impossibilità di riuscire a mantenere i rapporti con le persone alle quali voglio bene al livello che questi affetti meriterebbero (meriterebbero nella mia scala di affetti) mi fa star male. Cosa è successo in questi quattro mesi, nella mia vita, oltre al lavoro? Cosa è successo di così terribile da non avermi consentito di non leggere un blog che amavo? Le mie amicizie virtuali, e quelle reali, si stanno spegnendo perché non riesco ad essere l’amico che vorrei – perché non ci sono neppure per me stesso!
      Scappo – spero di essere riuscito a scrivere qualcosa di sensato – ho un sonno che faccio fatica a tenere gli occhi aperti!
      Ciao
      Paolo

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  7. vitaliano
    07/04/2011

    Me lo sono chiesto tutte le volte che t’ho mandato un commento che non ha ricevuto riscontro, ma hai famiglia mi sono detto, ed ha un lavoro mi sono ripetuto. Per quanto mi riguarda, allora, sei finito dove si è rivelato più necessario: da un maggior ideale, ad un maggior reale.

    Qualsiasi genere di giovinezza percorre questo genere di percorso, prima o poi; e qualsiasi genere di giovinezza ricorda il suo viaggio, nel passeggiare sul molo della natia Itaca.

    Nulla di nuovo sotto il sole, direi. 🙂 Ciao

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    • Paolo Zardi
      08/04/2011

      eh eh.. da un maggiore ideale a un maggiore reale… sai qual’è la grossa differenza? anche prima lavoravo – e forse, come ore, anche più di adesso… ma allora ero alienato dal mio lavoro – lo consideravo una cosa buffa, e incomprensibile.. arrivavo dai clienti, ed ero sempre un corpo estraneo
      ora, invece, è il lavoro che mi sta alienando da tutto il resto
      quando vedo un tuo commento, vorrei risponderti: ma è come mettere in moto un camion che è stato spento per mesi… l’inerzia è mostruosa!
      Dici quindi che la giovinezza sta volgendo al termine? Non mi fa paura, questo: mi fa paura la distanza che ho dalla mia vita.
      Un abbraccio, caro Vitaliano, e ancora scusa per la mia ormai cronica assenza!

      Mi piace

  8. Makalu
    07/04/2011

    Per il blog di Miriel mi è capitato lo stesso. Damn.

    Per tutto il resto posso rispondere con un lapidario: la vita è quella cosa che ti capita mentre stai facendo altri piani.(cit.)

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    • Paolo Zardi
      08/04/2011

      Ciao Makalu, pensavo giusto a questa frase, questa mattina, e non mi ricordavo chi l’avesse scritta…
      un abbraccio!

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      • countryzeb
        08/04/2011

        ciao Paolo

        la frase, in inglese: “Life is what happens to you, while you’re busy making other plans” è un verso di Beautiful Boy di J. Lennon anche se, a detta di wikiquotes, espressioni simili sono state usate in passato da altri.

        Aggiungo: negli ultimi quattro mesi, mentre tu non riuscivi a seguire un blog che tanto apprezzavi, c’era qualcuno che ha cominciato a leggere e ad apprezzare il tuo.

        Marco (lettore da quattro mesi)

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        • Paolo Zardi
          08/04/2011

          Ciao Marco, grazie per questo commento – è una piccola gioia che fa solo bene!
          Un abbraccio e a presto!

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  9. Elle
    08/04/2011

    Abbiamo tutti dei periodi, delle fasi, in cui ci allontaniamo da qualcosa con cui fino al giorno prima andavamo a braccetto.
    Credo che anche questo sia un sintomo evidente di questa società “malata” in cui siamo continuamente chiamati ad essere pronti, presenti ed efficienti, salvo poi entrare in crisi nel momento in cui ci rendiamo conto di non poterlo essere sempre, o comunque non nella misura in cui vorremmo poterlo essere. E si sta male. Si sta male a non poter rispondere a una mail se non con un ritardo di 10/15 giorni, si sta male ad aggiornare il blog una volta al mese quando prima era una volta al giorno, si sta male a non dar seguito a un commento lasciato, così come si sta male a non riuscire a ripassare sul blog in cui hai lasciato un commento per vedere se ti hanno risposto.
    E questo “malessere” non c’entra niente con la dipendenza da internet, blog o social network. C’entra solo con la sensibilità con cui ci si pone nei confronti delle persone. Persone che non vediamo, non tocchiamo, ma che in qualche modo riusciamo a sentire. Persone non figuranti che volenti o nolenti entrano a far parte del nostro vissuto, del nostro quotidiano, dei nostri pensieri, delle nostre ispirazioni.
    Però la vita di tutti noi si svolge con un monte di ore più o meno equamente ripartito – o sbilanciato anche – tra casa, lavoro e tempo libero. Per andare da casa al lavoro e ritorno, viaggiamo in auto o con i mezzi pubblici e subiamo una prima sottrazione di tempo.
    Se togliamo un minimo sindacale di ore di sonno, altra sottrazione obbligatoria, non so a voi, ma a me non rimane granché. Ah i pasti non li nomino nemmeno perché quelli spesso li salto ed è il male minore.
    E allora da qualche parte si deve tagliare. O comunque ridimensionare, rimandare alcune cose, darsi delle priorità, mettere in fila quelle quattro azioni libere che ci sono rimaste, mettere dei paletti, riposizionare continuamente e velocemente il baricentro.
    Da questo tuo post e dai commenti lasciati mi par di capire che soffriamo un po’ tutti di una strana forma di “sindrome dell’abbandono”.
    Ci sentiamo abbandonati e abbandoniamo.
    Abbandoniamo e ci sentiamo abbandonati.
    Dove siamo finiti? Già. E’ un quesito semplicemente perfetto.

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    • Paolo Zardi
      08/04/2011

      “Abbandoniamo e ci sentiamo abbandonati”: è proprio così. Mi viene in mente quando venivano a trovarci degli amici dei miei fratelli, e si mettevano a giocare in salotto, e io dovevo finire i compiti e non potevo raggiungerli: la sensazione di sapere che c’è qualcosa di bello a pochi metri, e non poter partecipare perché c’è qualcos’altro da fare….
      Penso anch’io che ci sentiamo abbandonati; ci fa male non poter rispondere ad una mail perché sappiamo quanto male fa non ricevere risposte alle nostre mail. Ho conosciuto persone verso le quali provo vera vergogna: Peppermind, con il quale sentivo di avere molto in comune, Claudio dei Norma, Morena… sono arrivato al punto di buttare via anche le occasioni di conoscere persone interessanti, per evitare poi di non riuscire a seguirle… Passerà? Serviranno giornate da 36 ore? O c’è qualcosa di più profondo che ci sta logorando?
      Un abbraccio, cara Elle, e a presto!

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  10. Claudio dei Norma
    09/04/2011

    Buongiorno Paolo, almeno con me puoi stare tranquillo.
    Se batti un colpo a chusky@libero.it ti spedisco una mail, senza che tu lasci qui la tua in bella vista.
    Buoni giorni.

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  11. Claudio dei Norma
    09/04/2011

    Consapevole del fatto che potresti metterci mesi, teh.

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Questa voce è stata pubblicata il 06/04/2011 da in Lavoro, Politica, Ricordi, Scrittura con tag , , , .

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