Tutti sorridono, tranne gli scrittori

Sabato mattina, mentre andavo verso il centro a comprarmi un paio di scarpe (quelle che desideravo da molti anni, ma che nessuno si degnava di costruire), passando davanti alla libreria Mondadori in piazza Insurrezione – libreria nella quale evito accuratamente di entrare sia per motivi estetici sia per motivi politici (l’estetica, in fondo, è politica, o viceversa) – ho incrociato lo sguardo azzurro di Margaret Mazzantini che mi fissava, di tre quarti, o di un quarto – insomma, di una qualche frazione di viso – che mi guardava, dolente e sovraesposta, accanto a una pila di suoi libri.

Dopo essermi comprato le scarpe (trovate!), sono di nuovo passato davanti alla libreria, e lei era di nuovo là a fissare i passanti, con il suo sguardo triste, il volto emaciato, e tutto questo genere di aggettivi che se fossero sostantivi starebbero tra lo squallore e la tristezza. Mentre la guardavo, un signore con una dentiera giallo canarino mi ha fermato per sapere dove fosse, da quelle parti, una libreria che vendeva libri usati: gli ho indicato il Melbook store, che sta proprio dall’altra parte della piazza; in realtà, io credo che lui sapesse esattamente dove si trovata, e che l’unico motivo per il quale mi ha fermato era per confessarmi che stava cercando un vecchio libro su Vladimir Majakovsij della BUR. La cosa buffa, e singolare, è che proprio in questi giorni ho ritrovato a casa di mio padre un vecchio libro della Mondadori (quando era ancora una casa editrice) proprio sul poeta rivoluzionario, futurista, russo che il signore con i denti gialli andava cercando: la mia copia, un po’ sgualcita, ora fa bella mostra di sé su una mensolina che qualche anno fa ho fatto costruire a mio suocero (quando dico “fai da te”, intendo dire “lo fa lui”), alla sinistra della tazza del cesso grande di casa mia, accanto ad un libro di Giulio Mozzi. Lasciate perdere le battute sui libri che fanno cagare: la scelta di cosa tenere sulla mensola è puramente utilitaristica, e strettamente legata alla mia prodigiosa velocità di evacuazione. Il libro di Mozzi, ad esempio, dal curioso titolo “Sono il primo a salire”, è composto da tanti piccoli capitoli ciascuno indipendente dall’altro; quello di Majakovskij, di poesie che si possono leggere in qualche secondo. Ma il libro di Majakosvkij (o meglio: su Majakovskij) contiene anche una bellissima lettera che lui scrisse ai suoi cari (e allo Stato: era pur sempre un poeta sovietico) , il giorno prima di spararsi un colpo di rivoltella in testa. Be’, quella lettera, che mi piace un sacco (diciamo che se decidessi, un giorno, di spararmi un colpo in testa, è probabile che una sbirciatina gliela darei, giusto come ispirazione), non fa per niente piangere. Anzi: è quasi divertente. E anche le sue poesie, a dire il vero, sono tutte molto divertenti – specialmente quelle in cui parla di se stesso (lo faceva molte volte); e anche i suoi disegni (era anche un disegnatore, il grande Vladimir Majakovskij), sono davvero simpatici. Eppure si è suicidato.

In ogni caso, la Mazzantini mi guardava con il suo sguardo piuttosto sofferto dalla vetrina della Mondadori. Accanto, aveva qualche copia del suo ultimo libro, che ha un titolo particolarmente efficace (che però io non ricordo), e una bellissima foto in copertina in cui un uomo e una donna sono abbracciati (anche se non ricordo esattamente come). Onestamente, non so che genere di libri scriva la Mazzantini; uno o due anni fa sono andato a vedere una sua presentazione, al Conservatorio di Padova, e se la sua scrittura è all’altezza della sua simpatia, dubito che saprò mai come scrive. In ogni caso, ho il sospetto che i suoi libri non siano particolarmente allegri: questo potrebbe spiegare perché nella vetrina della Mondadori ci sia il suo viso sofferto che guarda i passanti che vanno a comprarsi le scarpe.

Fa sempre un certo effeto vedere qualcuno che non sorride. Nel mondo occidentale, da quando il piacere è passato da “sconveniente” a “doveroso”, i sorrisi si sono moltiplicati, fino a diventare, di fatto, l’unica espressione ammessa in una foto. Andando a vedere ad esempio la galleria dei presidenti americani che si sono succeduti nel corso dei secoli, possiamo osservare che da un certo punto in poi – diciamo da Nixon compreso, fino ai nostri giorni – questi uomini smettono di essere seri, e presentano un bel sorriso.

presidenti stati uniti
Il sorriso evolutivo
Kennedy mentre legge un Sudoku

Ora: chi riuscirebbe a immaginare Giulio Cesare, con la sua corazza decorata, e i sandali ai piedi, mentre sorride dalla sua statua di marmo? Uno dei re Luigi? Leonardo da Vinci o Michelangelo? Federico da Montefeltro mentre guarda Isabella Sforza? Garibaldi  mentre consegna il sud Italia a Vittorio Emanuele? Un tempo, c’era l’idea che un uomo politico dovesse apparire come un uomo molto serio, e molto adulto – per niente portato alla risata – che si occupava con grande concentrazione dell’attività politica (certo, anche ora ci sono momenti in cui è bene mostrare un aspetto preoccupato; tipo Kennedy, quando giocava a dama con Kruschev, spostando navi sull’Atlantico – ce lo ricordiamo tutti sul suo tavolo presidenziale, con l’intero mondo sulle spalle – poco importa (o forse, invece, è esattamente il nocciolo di quello che sto cercando di dire) che quelle foto siano state scattate dopo, quando era tutto finito: ogni immagine per il suo scopo. Probabilmente, mentre ordinava alla sua flotta di fermare con la forza le navi russe con i missili per Cuba, lui e i suoi amici si facevano un bel po’ di risate americane.)

In ogni caso, tutti sorridono, a questo nostro mondo – la casalinga che reclamizza un detersivo,  Paolo Rossi che alla fermata dell’autobus ti invita a farti prestare soldi da un’agenzia di usurai, l’annunciatrice che legge i programmi della serata, il giornalista che ci augura buona sera dopo il tg, quello che ci augura buon mattino alle sei, la cassiera che batte lo scontrino al McDonald, Mery alla reception (be’, magari lei non sempre, ma quello è un altro discorso). E tutti i politici in tutti i manifesti elettorali: sono sempre sorridenti (e hanno buoni motivi per farlo: ma perché noi li votiamo? non dovremmo scegliere solo quelli seri?). Tutti sorridono – tutti tranne gli scrittori.

E una volta arrivato a casa, sono andato in bagno e ho visto che anche Giulio Mozzi, nella quarta di copertina de “Sono un attimo a vendere”, che pure è divertente (un divertimento a secco, ma pur sempre di divertimento stiamo parlando), è molto, molto serio, mentre si solleva un ciuffo di capelli neri, con il mare sullo sfondo. Ed è ancora più serio Giorgio Faletti, nella quarta di copertina di un libro che quello stesso pomeriggio ho trovato alla Conad di Fernetti, sopra Trieste: in bianco e nero, con una luce di traverso come i Beatles in “Beatles for sale”, lo sguardo tenebroso, mi guardava come se uno di noi due – io o lui – dovesse morire nel giro di qualche ora. Sono seri tutti! Si salvano solo Cristina Parodi (o è sua sorella?), sulla copertina del suo libro di ricette, e un’altra tizia che ha scritto un romanzo ambientato in una scuola per cuochi, e che ho regalato a mia moglie. La cucina fa allegria, mi vien da dire. Ma tutti gli altri presentano uno sguardo rigorosamente sofferto; e sebbene non si possa escludere che dietro quella sofferenza ci siano cause fisiche, penso che quella tristezza sia strettamente connaturata all’attività di scrivere.

Scrivere, infatti, è un’attività terribilmente triste. Se vi capita di leggere una qualsiasi intervista ad un qualsiasi scrittore vivente, la cosa che più ci tiene a sottolineare è che scrivere, per lui, non è affatto un piacere. Anzi: è proprio un gran dolore. Sebbene nessuno lo obblighi a farlo, lui scrive, e soffre. Soffre perché scrivere gli costa una grandissima  fatica (lo diceva anche la Mazzantini alla presentazione): uno sforzo che (sembra di intuire) compie esclusivamente per motivi fisiologici. Scrivere ha un’impellenza alla quale nessuno scrittore (nessuno scrittore in grado di rilasciare un’intervista) può resistere – la pagina è qualcosa che deve per forza essere espulsa con travaglio, pena un dolore ancora più grande.  Anche Faletti, quando scrive un libro, deve provare molto dolore – o almeno così si intuisce guardando la sua foto. E probabilmente, anche per la Mazzantini i suoi libri devono essere una gran pena – talmente grande da non riuscire a fare un sorriso neanche quando l’ha finito, e la Mondadori glielo ha pubblicato, e le ha chiesto di farsi una foto per reclamizzare il suo libro (di cui non ricordo il titolo) in Piazza Insurrezione a Padova.

Oppure, la retorica di quelle facce tristi è la stessa che permea (bel verbo!) le foto di tutti quelli che ridono. La cultura è una parentesi di serietà (e di costrizione, e anche un po’ di sofferenza) tra una risata e l’altra. L’autore deve mostrarsi esattamente come lo vogliono i lettori: sofferente perché costretto a mettere a nudo la sua anima, concentrato nello sforzo di scrivere i suoi capolavori (Faletti?), e terribilmente serio. Cercate Margaret Mazzantini sulle foto di Google: nelle foto in cui è più allegra, sembra una vedova che i parenti hanno convinto a smettere di piangere, obbligandola a guardare i giorni che le mancano da vivere con un pizzico di ottimismo – questo è il massimo dell’allegria che uno scrittore si può permettere senza essere scambiato per uno che non sa scrivere! Ma io credo di immaginare la scena di questi scrittori mentre vanno a farsi la foto per la quarta di copertina. Penso (spero) che un po’ gli venga da ridere – no? Che, insomma, un sorriso lo farebbe volentieri. Ma il fotografo no: triste, dice; più triste! Ecco, così. No, non ancora. Devi fare una faccia… ecco, proprio una faccia da scrittore.

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5 risposte a "Tutti sorridono, tranne gli scrittori"

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  1. La scrittura mazzantiniana è una poderosissima (e ovviamente premiatissima) mazzata sugli zebedei.
    Se hai intenzione di muovere qualche passo verso gli scaffali che la ospitano, scopo acquisto e lettura, io ti consiglio di prendere alla lettera, come fosse un ordine, il titolo del più famoso dei suoi libri: “Non ti muovere!”. Resta fermo dove sei!!

    p.s. mi sa che devo imparare anh’io a sorridere meno (e a far ridere meno con quello che scrivo): adesso corro allo specchio e mi alleno a far la faccia rancida, come se mi avessero sparato a un piede proprio nel giorno in cui avevo “le mie cose”… 😀

    p.p.s.
    la simpaticona ha recentemente rilasciato la solita intervista-fotocopia al magazine del corriere, nella quale, unendosi al coro degli altri sopravvalutati-paraculati-premiati italioti sentenzia che “lo sport nazionale di questo paese è l’invidia”. Ma vaff…

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    1. Eh eh! Non mi muoverò, promesso!
      Ma tu, non sognarti nemmeno di smettere di ridere, e di far sorridere! 🙂

      Un abbraccio,
      Paolo

      ps questa storia dell’invidia, mi pareva l’avesse tirata fuori anche alla presentazione di Padova….

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  2. Io ho pensato che tutti ridono (di solito in tv) per mostrare i denti bianchissimi, di sicuro smaltati. Certo, si mettono lo smalto sui denti, come qualcuno si mette il fondo tinta scuro sulla pelata.
    Forse è proprio così, gli scrittori guadagnano poco e non possono permettersi cure e sbiancamenti dentali.
    La Mazzantini un sorriso ce l’ha, piuttosto strano ma ce l’ha ed un tempo la trovavo perfino affascinante. E’ di quel fotogenico particolare: se becchi lo scatto giusto è una donna piena di fascino. Tuttavia, vedendola in un video la realtà è diversa. Come tutti del resto.

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