Grafemi

Segni, parole, significato.

Il popolo e la libertà

Per circa tre anni ho tenuto in piedi diversi blog, suddivisi per temi affrontati: uno di informatica, uno di sport, uno di cucina (!), uno di “scrittura” e uno anche di politica. Devo ammetterlo: c’è stato un periodo in cui godevo di molto più tempo rispetto ad oggi. Ogni tanto qualcuno trova questi vecchi post (sono stati pubblicati tra il 2006 e il 2010) e li commenta: la notifica del commento mi fa venire voglia di rileggerli e, ogni tanto, di riportarli qui, su Grafemi.

Questo, che è lunghissimo, è dell’agosto del 2009, e parla di popolo, libertà, e consenso.


Mi succede quasi ogni giorno: sono in fila al Bancomat, e quello davanti a me (non so se esista una statistica che confermi che nella maggior parte dei casi quel qualcuno davanti a me è una donna), nel momento in cui il computer dedicato alla distribuzione dei soldi chiede di inserire il PIN, inizia a frugare nella borsa, o nelle tasche; poi, dopo una laboriosa ricerca, tira fuori un pezzetto di carta sgualcito – di solito un foglietto con i quadretti, strappato al quaderno di un figlio – e, un numero alla volta, digita il codice sulla tastiera del Bancomat. Legge un numero sul foglio, lo digita, legge il secondo numero sul foglio, lo digita, fino a completamento. Un adulto, che dispone di un conto corrente per riempire il quale probabilmente lavora, non è in grado di memorizzare cinque cifre consecutive. Tipo 78243. Basterebbe poco: nel 78 è stato ucciso Aldo Moro, il 24 è nata mia moglie, e 3 è il numero perfetto. Oppure i sette nani, aggiungi uno, il numero dei miei figli, raddoppia, togli uno. 243 è semplice, da ricordare, qualsiasi tecnica si usi. Eppure, esistono adulti – esistono tanti adulti che non sono in grado di memorizzare cinque cifre.

La democrazia è un metodo empirico, uno dei tanti, che mira a minimizzare i rischi che derivano dalla corsa al potere che caratterizza molti esseri umani. Chi ha il diritto di governare un paese? Come viene scelta la classe dirigente? Ci si potrebbe affidare agli esiti di una selezione darwiniana: tutti gli individui più forti di una nazione potrebbero affrontarsi, scannarsi, uccidersi reciprocamente a pistolettate, fino a che rimarrebbe in piedi solo il più determinato, il più furbo, quello con la maggiore inclinazione alla gestione del potere. Durante le prime fasi dell’Impero Romano si faceva più o meno così: e funzionò. Oppure si potrebbe scegliere una famiglia forte e piena di valori, ed affidare a lei il gravoso compito di sfornare persone capaci di reggere i destini di una nazione. Ci sono dinastie che hanno saputo produrre secoli di benessere. Oppure, ancora, ci si potrebbe fidare dei migliori, delle persone più preparate, più sagge, più anziane: un’oligarchia illuminata – e qui non mi viene in mente alcun esempio.

La democrazia si basa su alcune considerazioni di buon senso: poiché le leggi hanno effetto su tutti i cittadini, è giusto, e doveroso, che tutti i cittadini possano scegliere chi farà le leggi. Nel corso dei secoli, il concetto di “tutti” si è mano a mano esteso. Nel 1776, all’indomani della Rivoluzione Americana, quel “tutti” comprendeva poco più dell’1% della popolazione complessiva: no schiavi negri, no braccianti, no commercianti. In pratica, votavano i proprietari terrieri (aggiungere “maschi” non modificava in nessun modo questo insieme), che possedessero un reddito minimo. Poi, con l’estendersi dell’educazione, con lotte e rivendicazioni, nuove fasce di persone sono entrate a far parte del cosiddetto “popolo”. Sono passati solo cento anni da quando una donna ha potuto esprimere il proprio voto per la prima volta.

Il meccanismo del “voto per tutti” funziona su un meccanismo fondamentale, che è la ricerca del consenso. Per poter essere eletti, è necessario raccogliere il maggior numero di voti possibile. Nelle elezioni comunali è semplice: il bacino di votanti è ridotto, talmente ridotto che è possibile pensare di raggiungere ogni singolo individuo, o quasi. La reputazione gioca un ruolo fondamentale. Chi si candida è persona nota: di lui ognuno sa qualcosa per via diretta o indiretta. La campagna elettorale si limita a ribadire quanto si sa già. Nel caso di elezioni nazionali, invece, le cose si fanno più complicate: in che modo è possibile convincere milioni di persone a votare per qualcuno? Tramite i mezzi di informazione. Che in un paese civile, sviluppato, si occupano di analizzare la realtà e di descriverla in modo obiettivo; che in un paese sottosviluppato, invece, si limitano a fornire lo spazio per continui, incessanti spot.

Chi sarebbe disposto a credere che uno spot pubblicitario, pagato, commissionato, studiato, da chi produce il prodotto reclamizzato, possa essere onesto? O veritiero? Quando un prodotto per la pulizia dei pavimenti promette sorrisi; quando il portare a tavola quattro wurstel dovrebbe contribuire al consolidamento di una famiglia felice; quando una Banca si presenta come la soluzione, invece che la causa, di tutti i mali: quanto siamo disposti a crederci? La risposta, purtroppo, è: molto. Molto più di quello che saremmo disposti ad ammettere. La nostra memoria è corta, fallace, suggestionabile, manipolabile. Studi neurologici dimostrano che i ricordi vengono sovrascritti ogni volta che vengono richiamati, che ci piaccia oppure no: sovrascritti con ciò che stiamo ricordando, e rielaborando, nel momento in cui lo facciamo. Non credo che in Italia ci sia un piano malvagio, e consapevole, per lobotomizzare la gente: semplicemente, tutti ci provano sempre e comunque. Ci riesce meglio chi ha più mezzi di informazione, o chi ha quelli più efficaci. La ripetizione di slogan, l’instancabile insistenza dei politici nel ripetere le stesse cose, serve per piantare in qualche strato profondo del cervello, una qualche idea. I magistrati avevano l’appoggio dell’MSI, durante Mani Pulite; ora, se facessimo un esperimento di associazioni mentali un qualsiasi cittadino italiano, alla parola “toghe” assocerebbe “rosse”, e probabilmente non saprebbe nemmeno identificare quando, e perché, è nato questo legame. D’altra parte, se non riusciamo a tenere a mente un numero di cinque cifre, come pensiamo di riuscire a conservare la storia del nostro paese? Certo, esistono rimedi, classi di antidoti: un buon libro di politica può chiarire le idee, ad esempio; la scelta di diversi giornali contribuisce ad avere una visione più ampia di ciò che accade nella vita politica di un paese. Ma quanta gente legge un giornale? Quanta gente compra libri di politica?

La verità è che il popolo, cioè noi, è fatto di persone che non sono in grado di ricordare un numero di cinque cifre (ti prego: chiudi gli occhi e, senza barare, prova a ripetere il numero che avevo scritto all’inizio di questo post… ti ricordi le tecniche che abbiamo usato per ricordarlo? I nani… il numero perfetto…). Ad una moltitudine di persone che non sono in grado di ricordare un numero di cinque cifre viene chiesto di considerare i programmi politici ed economici di chi si presenta alle elezioni, di valutarne gli impatti, di confrontarli con ciò che è stato e con ciò che pensiamo che sarà. Ad individui che non riescono a memorizzare cinque numeri, neanche per i tre secondi che passano da quando leggono il biglietto al momento in cui lo devono digitare (nella mia esperienza, le persone leggono un numero, lo digitano, ne leggono un altro, lo digitano), viene offerta la possibilità di decidere quali persone avranno il compito di progettare la prossima finanziaria. Al popolo.

Il termine “popolo” viene usato, sbandierato, da tutti i politici disonesti. La Germania dell’Est si faceva chiamare la Repubblica Popolare Tedesca. Il Fascismo e il Nazismo erano sostenute dal popolo – non dalle singole persone, ma dal popolo nella sua interezza. E al popolo nella sua interezza si rivolgevano. In Russia, l’accusa per eliminare qualcuno era “sei un nemico del popolo”. Tutti i potenti che hanno intrapreso politiche intransigenti verso qualche minoranza (o qualche maggioranza), hanno sempre giustificato il loro operato dicendo che il popolo era con loro. Anche quando, nei fatti, non è così: Hitler aveva il potere assoluto con il 35% dei voti, e Berlusconi, per parlare di persone più democratiche, attualmente è sostenuto dal 48% dei votanti italiani. Funziona un po’ come con la libertà: tutti i dittatori ne parlano tanto più la negano con i fatti. E il partito attualmente al potere in Italia (giuro che me ne sono accorto in questo momento), si chiama il Popolo della Libertà. Due concetti che, da un punto di vista politico, sono completamente privi di significato: proprio perché sono stati usati in tutti i contesti nei quali il popolo non aveva alcuna libertà.

Io sono di sinistra, e sono orgoglioso di esserlo. Essere di sinistra, però, non significa considerare l’Unione Sovietica come un esperimento riuscito di nazione. E non significa considerare come giuste le decine di errori commessi da tutte le Sinistre del mondo. Non significa, soprattutto, considerare sensato il continuo richiamarsi al popolo come detentore del sapere, della giustizia, dei valori di una nazione, che è uno dei capisaldi di quasi tutte le Sinistre massimaliste della storia. La realtà è che le masse sono state schiacciate per migliaia di anni da chiunque, destra o sinistra, ambisse ad un potere senza limiti: schiacciate anche da un punto di vista intellettuale, culturale, morale. Quello che si nega, per mero interesse, è che la maggior parte delle persone alle quali i politici si appellano, e che spesso usano come scudo per le loro ambizioni, vive in una mostruosa ignoranza, fatta di luoghi comuni, notizie false, dati insensati: anche in una nazione occidentale come la nostra. Giorni fa parlavo con un sessantenne che legge giornali, guarda la televisione, si informa. Mi spiegava come Stalin avesse progettato la metropolitana di Mosca in modo che potesse fungere anche come sistema di rifugi per gli attacchi aerei dei Tedeschi: questa persona insisteva nell’affermare che Stalin non solo aveva ideato una metropolitana quando nelle altre parti del mondo neppure sapevano cosa fosse, ma anche che aveva previsto gli attacchi dei Tedeschi con larghissimo anticipo. Inutile dire che questa persona ha votato PCI per una vita: sarebbe servito a qualcosa dirgli che la metropolitana di Mosca risale alla seconda metà dell’ottocento, quando Stalin non era ancora nato? Che in altri paesi, ad esempio la Francia, ci sono metropolitane più antiche? E che il giorno prima che i Tedeschi invadessero la Russia, Stalin aveva fatto fucilare un ambasciatore russo perché aveva insinuato che i movimenti di truppe tedesche lungo i confini erano, come minimo, sospetti? E che la notte in cui i Tedeschi entrarono in Russia, Stalin fu svegliato nel suo profondissimo e fanciullesco sonno, e che per una settimana non fu letteralmente in grado di parlare? Che in quei giorni di mutismo allibito si ritirò in una dacia, non sapendo più che fare, e che quando lo raggiunsero i generali per decidere cosa fare, era convinto che fossero venuti ad arrestarlo, e a fucilarlo, per il suo mostruoso errore di valutazione? No, non sarebbe servito. Ne avremmo parlato, avremmo fatto finta di essere d’accordo, ma poi, tra un mese, un anno, lui avrebbe avuto di nuovo la stessa identica idea, e io la mia. Inutile dire che questa persona va a fare bancomat con un foglietto in tasca.

Ogni paese pone dei limiti di età per poter esercitare il voto. Si pensa, a ragione, che un bambino non sia in grado di valutare correttamente le proposte dei politici – che non sappia confrontare cifre, che non abbia una conoscenza della storia, dell’economia, della politica internazionale, per poter esprimere un voto sensato. Ma il punto è: dopo i diciotto anni, cosa cambia, per la maggior parte delle persone? La realtà è che la qualità dei voti espressi dipende in minima parte dalla qualità degli elettori: in tutte le parti del mondo, alle urne si reca una massa di luoghi comuni, false notizie, martellamenti pubblicitari. Per un secolo, la maggior parte degli europei era convinta che gli Ebrei rapissero i bambini per mangiarseli: su questo genere di “sapere” il Nazismo ha costruito la sua fortuna. Nelle nazioni in cui questo non è successo, semplicemente c’era una classe politica che non intendeva usare questo mezzo per arrivare al potere – per onestà, per calcolo politico, per qualsiasi motivo. Negli atti del fascicolo relativo all’ammissione di Einstein come ricercatore ad una Università svizzera, negli anni dieci, quindi venti anni prima che Hitler diventasse cancelliere della Germania, i pareri favorevoli, forniti da premi Nobel, assicuravano che lo scienziato, nonostante fosse ebreo, non presentava i tratti caratteristici di quel popolo: cioè non era né avido né lussurioso né sleale.

Ciò che determina la qualità della democrazia, è, in realtà, la qualità delle persone che si presentano alle elezioni – cioè della classe dirigente che la parte migliore del paese, quella più produttiva, più colta, più consapevole, è in grado di produrre. Puoi mandare milioni di persone a votare per cento anni consecutivi: ma uno come Obama, o come Roosvelt, non è l’esito, ma la causa, di quei voti. La nostra classe dirigente attuale è una delle peggiori che si siano mai viste. Negli ultimi vent’anni, l’unica eccezione è stata Prodi, che infatti era stato, da giovane, uno degli enfant prodige dell’ultima classe dirigente ancora capace di avere una visione complessiva del mondo, cioè quella nata nel confronto epocale tra occidente e comunismo. Ora, ciò che manca, ciò che manca in maniera preoccupante, è qualcuno da votare. La Destra è in balia della negazione dei principi stessi della democrazia, cioè di quel sosia di Peron che è Berlusconi. La Sinistra non produce un’idea di ampio respiro da trenta o quarant’anni. C’era il welfare: e poi? L’altro giorno ho visto un servizio sul massacro del Circeo: trentaquattro anni fa, a Roma, sfilarono migliaia di donne, unite, compatte, per chiedere la difesa dei loro diritti – a quei tempi, lo stupro era considerato un reato contro la morale. Migliaia di donne che erano scese in strada, che avevano protestato e alla fine avevano ottenuto un riconoscimento delle loro posizioni. Quelle donne, erano – tutte – di sinistra. Ora, su quali temi sarebbe possibile organizzare una simile compattezza, oggi, ai giorni nostri? Non voglio scivolare nei soliti luoghi comuni, ma che tipo di rivendicazioni potrebbero portare avanti, le persone, ai giorni nostri? Quali diritti ci vengono negati? Siamo nell’era del consumo. Ciò che conta, oggi, non è possedere – si fanno mutui di 30 anni per vivere in una casa che sarà nostra alle soglie della pensione, si comprano macchine in leasing, televisioni a rate – ma consumare. Accedere alla soglia minima del consumo – che è un telefonino per mandare SMS, la possibilità di farsi tatuare una rosa sulla caviglia, di andare a bere uno spritz con i colleghi, di avere una chiavetta Internet per avere un account su Facebook: questa è la realtà che chiunque può vedere quotidianamente accanto a sé, senza dover ricorrere alla sociologia, alla psicologia, o alla fantasia. Il livello tecnologico dei cellulari dei tuoi colleghi e delle tue colleghe d’ufficio è al di fuori di qualsiasi ragionevolezza, così come i loro dispositivi per ascoltare musica, le dimensioni o la qualità delle loro cuffie per canzoni che non valgono un euro. La cura dedicata alla regolare depilazione delle parti intime, i soldi spesi in mutande o reggiseni, è incomprensibile se guardata con gli occhi dei nostri genitori. Anche chi stenta ad arrivare alla fatidica fine del mese, riesce comunque ad arrivare a questa soglia minima di consumo, riuscendo così a sentirsi in qualche modo appagato. Ma una volta, una generazione fa, i genitori, anche quelli con impieghi più modesti, riuscivano a comprare una casa per ciascuno dei loro figli: chi potrebbe farlo ora? E chi potrebbe, ai giorni nostri, permettersi una vacanza lunga un mese, come quelle che facevamo da bambini? Il PIL è cresciuto ogni anno di cifre comprese tra l’uno e il tre per cento, negli ultimi venti anni: eppure, abbiamo l’impressione che, al di là dei cellulari, e dei vestiti, non ci sia più la reale disponibilità di un reddito. Di quali diritti sentiamo la mancanza? Dovremmo avere ambizioni, dovremmo sentire la mancanza di qualcosa. Invece, possiamo telefonare, depilarci, accedere a Facebook, mandare SMS o MMS. Abbiamo una macchina che ci porta via mezzo stipendio, e una casa che ne porta via uno intero. Ma non è più un problema. Ci siamo rassegnati, o abbiamo trasferito le nostre ambizioni al quotidiano. E’ un continuo contattare qualcuno, messaggiare qualcun altro, guardare una foto, ascoltare una canzone. I nostri figli non possono contare su nessun tipo di solidità.

Da anni, la Sinistra ha preso ad occuparsi dei diritti di minoranze – gli omosessuali, le persone in punto di morte, gli immigrati. Ed è corretto, che lo faccia: e sono felice che la Sinistra nella quale credo sappia farsi paladina di questi diritti. Ma non serve un genio per capire che è praticamente impossibile cercare di convincere la maggior parte delle persone, ad esprimere un voto per tutelare la minor parte delle persone – e solo quella. Le donne che sfilavano per Roma, gli operai che marciavano per le vie di Torino per chiedere condizioni di lavoro più dignitose (quei ribelli domandavano una settimana di quaranta ore, un limite agli straordinari che potevano essere richiesti ad un operaio, una regolamentazione alla possibilità che i datori di lavoro avevano di licenziare chiunque, ammortizzatori sociali: tutti diritti che ora riteniamo quasi naturali – tutti: compresi i più destrorsi – ma che a quei tempi sembravano folli richieste di comunisti invasati), erano i padri di quelli che non sanno ricordare cinque cifre al Bancomat, e non erano né migliori né peggiori: semplicemente, c’era qualcuno capace di vedere il benessere come qualcosa di più complesso della percentuale di cellulari o automobili per persona. E soprattutto, quel qualcuno aveva individuato bisogni reali delle persone – bisogni dei quali probabilmente mancava persino la consapevolezza – e ha avuto la pazienza, il coraggio, la passione di spiegargli, e li aveva convinti a dargli fiducia. Quel qualcuno, non c’è più. E il problema della nostra democrazia è questo

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

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Questa voce è stata pubblicata il 01/05/2011 da in Politica, Storia, tv con tag , , .

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In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

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