Grafemi

Segni, parole, significato.

Il cerchio imperfetto – e una chiacchierata con Sabrina Campolongo

Ho letto il libro “Il cerchio imperfetto” di Sabrina Campolongo nell’estate del 2008 – ero a La Spezia, per lavoro, in un bell’appartamento che guardava il mare, e ricordo, con grande precisione, l’odore dell’aria, il venticello fresco delle sera, e l’emozione di avere davanti un buon libro.

Conoscevo, indirettamente, la Campolongo dalla primavera di quello stesso anno: avevo trovato, casualmente, il suo blog, Balene bianche, che ora si è trasferito su una piattaforma molto interessante, ed ero rimasto colpito dalla forza della sua scrittura e dal suo rigore. Avevo avuto qualche scambio di mail, con lei, fino a che ho deciso di prendere “Il cerchio imperfetto”. Subito dopo averlo letto (quasi tre anni fa) ho sentito il bisogno di scriverne una recensione; ne ho iniziate diverse, ma alla fine ho sempre rinunciato.

In previsione di questa recensione, mi ero divertito a fare alcune domande all’autrice del libro, che gentilmente mi aveva risposto. L’idea era di aspettare che la recensione fosse pronta, per postare recensione e chiacchierata insieme. Arrivato a maggio del 2011, ho cercato di capire perché questa recensione non venisse fuori, e alla fine credo di aver trovato una risposta. Che non è semplice.

Mi è capitato più di qualche volta di buttare giù il mio punto di vista su un libro – un piccolo gioco che dà qualche soddisfazione. Tipicamente, il mio vero obiettivo non è tanto parlare del libro, quanto esporre il mio modo di vedere la scrittura. Per questo motivo, ho parlato quasi sempre di libri che mi “somigliavano” – con le dovute proporzioni.  Il cerchio imperfetto, invece, non mi somiglia: potrei sforzarmi per cento anni, ma non riuscirei mai a scrivere un libro fatto così. Tutte le mie “teorie” sulla scrittura sono in qualche modo contraddette, vanificate, negate.

Eppure, nonostante questo libro non mi somigli, o forse proprio per questo motivo, amo “Il cerchio imperfetto”; e la prova è che dopo tre anni sono ancora qui  a pensarci, a rifletterci sopra. E’ un libro che continuo a consigliare, perché commuove, perché disturba, perché è un romanzo vero, fino in fondo – un romanzo che pone domande e resiste alla tentazione di dare risposte.

il cerchio imperfetto

Il cerchio imperfetto - Sabrina Campolongo

“Il cerchio imperfetto” è il primo romanzo che hai scritto? Come sei arrivata a concepire questa storia?

No, Il cerchio è il quarto o il quinto, se vogliamo contare proprio tutto. Due li ho inceneriti, di un terzo ho perso il file (ma conservo il cartaceo, da qualche parte), il quarto è il giallo che è uscito per ultimo, “Il muro dell’apparenza” (il titolo originale era “Una ragazza sveglia” ma non gli aveva portato bene), Il cerchio imperfetto è l’ultimo che ho terminato. Mentre lo scrivevo ho scritto anche tutti i racconti raccolti nel mio primo libro, Balene Bianche, e anche altri pubblicati in rete, e altri ben nascosti nel mio cassetto.

L’idea, quando ho iniziato a scrivere, era quella di dimostrare che gli artisti sono fondamentalmente inadatti alla vita, alle relazioni, al futuro e alla felicità. Poi però, come succede sempre, i miei personaggi mi hanno portato altrove, la storia alla fine è diventata quello che doveva essere: una storia e basta, che non vuole dimostrare niente.

Non che alla fine la mia protagonista risulti “adatta”, ne è ben lontana, ma appare almeno determinata a provarci, mi sembra.

Dalla tua risposta mi pare di capire che quando hai iniziato a scrivere “Il cerchio imperfetto”, avevi un’idea tutto sommato precisa di quello che volevi realizzare, ma che poi, strada facendo, hai preferito scegliere altre soluzioni. Qual è il nucleo del tuo romanzo – cioè la prima parte che hai scritto e che poi non hai mai cambiato? Per quanto riguarda i personaggi, ti erano chiari tutti fin dall’inizio o si sono costruiti “da soli”, mano a mano che la storia procedeva?

Ciò che è cambiato poco o niente è la prima parte, fino al punto in cui Francesca dipinge il ritratto di Marga ferita e si dimentica, presa com’è dalla sua opera (dalla sua riscrittura della realtà) del fatto reale che Marga dovrebbe arrivare e non è arrivata. Anzi, fino al punto in cui Marga arriva, finalmente, vede il quadro e le dice “hai messo a posto tutto”. Quello era il nucleo tematico originale, insieme al personaggio di Denny, il figlio di Francesca che è anche la sua immagine in uno specchio deformante, in un certo senso. Guardando Denny, Francesca vede se stessa come sarebbe se le sue cime si spezzassero, e, dal momento che sa che sono poco robuste, ne ha una paura da battere i denti. Ma è anche suo figlio, lo ama e sospetta di essere l’unica sottilissima cima che tiene lui ancorato alla riva (se non è già completamente alla deriva). Il che la riempie di una forza disperata.

Per il resto, Marga, che dall’inizio avevo ben presente, limpidamente, ha chiesto un passato e una famiglia, Viola ha conquistato, con infinita grazia, uno spazio decisamente più ampio di quello che avevo immaginato, Massimo ha preteso di essere amato in modo quasi esclusivo, quando doveva essere solo uno tra molti… l’anarchia.

 

Quando hai iniziato a scrivere “Il cerchio imperfetto”, eri già consapevole della lingua che avresti usato per scriverlo? Quali sono stati i tuoi riferimenti, in termini di autori? Hai avuto difficoltà a mantenere una coerenza stilistica per tutta la durata del romanzo? Ti sei mai trovata ad avvertire una differenza stilistica tra un capitolo e l’altro? E se sì, come hai operato le tue scelte di omogenizzazione?

 Ho riflettuta a lungo su questa domanda, e non credo sia solo perché è passato diverso tempo dalla prima stesura del romanzo. Mi dico che la mia fatica a trovare risposta sia in effetti già la risposta alla tua prima domanda. Cioè: no, non mi riconosco questa consapevolezza, nemmeno a posteriori. I miei riferimenti, gli autori che mi hanno cambiato la vita, sono molti e in continuo arricchimento (l’ultima, in ordine di tempo, è Christa Wolf, immensa). Non so però se questo influisca sulla lingua, o piuttosto su tutto ciò che sono, e di conseguenza esprimo. Certo, è vero che quando sei molto “dentro” un libro o un autore, e scrivi nel contempo, può accadere che il suono della tua scrittura si alteri, mi è accaduto diverse volte, anzi. Però me ne accorgo. Rileggendo (e come sai scrivendo un romanzo si rilegge e riscrive e rilegge ancora e ancora) “sento” le stonature, so da dove vengono, ci sorrido su ma le correggo.

Le differenze stilistiche tra un capitolo e l’altro invece non le ho corrette. Le ho notate, nel Cerchio c’erano e sono rimaste. Credo che un testo non debba necessariamente essere coerente e omogeneo dal punto di vista stilistico. L’unica cosa che mi aspetto, da me stessa e dagli scrittori in generale, è la verità della scrittura. Se leggendo mi dico che è così che deve andare, che non può essere diversamente, sono pronta a perdonare tutto all’autore, a seguirlo in ogni percorso, anche azzardato. Se ho la percezione invece che non faccia sul serio, che l’alternanza di stili e registro sia solo uno sfoggio di bravura o un tentativo di compiacere il più vasto pubblico, non c’è talento che tenga. Solo noia. Ho questa idea un po’ reazionaria della letteratura, per cui continuo a pensare che il “cosa” si scrive sia importante quanto il “come”, che a volte i piatti della bilancia possano essere accettabilmente sbilanciati a favore del “cosa”, ma mai il contrario.

 

Mi colpisce questa tua affermazione: “ho un’idea un po’ reazionaria della letteratura, per cui continuo a pensare che il ‘cosa’ si scrive sia importante quanto il ‘come’, che a volte i piatti della bilancia possano essere accettabilmente sbilanciati a favore del “cosa”, ma mai il contrario”.

Nabokov, al contrario di te, diceva che ciò che rende grande un libro non sono le idee, ma lo stile, e la struttura – e se penso ad uno dei suoi capolavori, cioè “Fuoco pallido”, direi che Nabokov è stato molto coerente con la sua visione della letteratura. Hai in mente qualche libro in particolare per il quale sia possibile distinguere nettamente il “cosa” dal “come”? In particolare, hai voglia di parlare di un un libro che ami nonostante il “come”, cioè per il quale la bilancia risulti sbilanciata verso il “cosa”, e di un libro che invece che non hai amato a causa dell’assenza di contenuti, nonostante la sua perfezione formale?

 Non mi ritrovo in questa idea di Nabokov, anche se a volte mi innamoro della musica delle parole, del ritmo, ma se non abbracciano una storia altrettanto forte l’abbaglio dura poco, mi lascia vagamente nauseata, e non ho più desiderio di leggere altro dell’autore.

Un esempio di bello stile vuoto potrebbe essere Baricco, con qualche fluttuazione, dal puro nulla di “Oceano Mare” al tentativo, perlomeno, di dire qualcosa, anche non originalissimo, di “Seta” (il primo non sono riuscita nemmeno a finirlo, mentre Seta invece l’ho finito – è anche molto breve – e qualcosa mi è addirittura rimasto, a livello di immagini).

Come esempio invece di messaggio che prevale sullo stile mi viene in mente “Mephisto”, di Klaus Mann. La prosa di Klaus non è all’altezza di quella di Thomas, ma è un libro che merita attenzione, per la capacità di smontare e mostrare i meccanismi del potere e dei suoi cantori, meccanismi sempre attuali, trovo.

Altri due esempi. L’ultimo di Philip Roth, “Indignazione”, è grande prosa applicata a una storia tutto sommato banale, Nabokov lo troverebbe grande, suppongo, io ne ho goduto la lettura, ma non sarà un libro che avrò voglia di rileggere o di consigliare assolutamente. “Pastorale americana” invece è il capolavoro, una grande storia, epica, indimenticabile, scolpita con una scrittura preziosa e tagliente come un diamante. Credo che non si possa chiedere di più a un romanzo.


Hai voglia di raccontarmi un po’ degli altri tuoi libri? Come sono nati? Ti riconosci ancora in quello che hai scritto? Quali sono i tuoi progetti correnti? E cosa hai in mente per il futuro?

Te li racconto brevemente in ordine di scrittura e non di apparizione. “Il muro dell’apparenza” è nato in quella forma, quella del giallo, per la mia passione giovanile per il genere (a dodici, tredici anni scoprii quella collana di gialli per ragazzi della Mondadori, grazie al fatto che la mia biblioteca ne aveva troppi e li regalava, ne ho letti una pigna in un’estate e poi sono passata ad Agata Christie) mentre il contenuto è fortemente autobiografico, e qui ci sarebbe da ridere perché è l’unico in cui nessuno ha provato a cercarmi, tra gli amici che l’hanno letto. E’ un’ucronia, diremmo, una storia nata dalla domanda “e se invece?”. Fino a un certo punto segue fedelmente una mia esperienza personale, poi c’è una svolta decisamente drammatica, ma plausibile. La cronaca ci insegna che non occorrono motivazioni forti o profonde, per innescare la violenza più efferata. Come disse già la Arendt, la genesi del male è banale.

“Balene bianche” invece si è scritto da solo, praticamente, mentre ero impegnata nella prima stesura de Il cerchio imperfetto. Mi capita spesso di scrivere racconti, quando mi trovo nel mare aperto di un’opera più lunga, soprattutto se sono bloccata in un punto difficile, o impegnata in una di quelle scene di raccordo indispensabili, ma che non mi danno molto, sul terreno delle emozioni. Il racconto breve, fulminante, la storia conclusa e essenziale mi rilassa, mi stimola, mi restituisce freschezza e voglia di scrivere. Avevo quindi scritto dei racconti, senza nessun progetto, finché un giorno, rileggendoli, mi sono accorta che i temi tornavano, che potevano essere legati da un filo rosso. Così ho provato a spedirli a un paio di editori e quasi subito è arrivata la risposta positiva da Michele Di Salvo.

Venendo alla seconda parte della tua domanda, mi sembra di riconoscermi ancora in quelle storie, forse un po’ meno nella scrittura gialla o noir, ho smesso anche di leggerne, sinceramente, non saprei nemmeno spiegarne la ragione. In ogni caso quello che ho scritto rappresenta fedelmente il mio percorso, per cui sì, decisamente mi riconosco in quella ricerca.

Al momento sto inseguendo una storia che mi fa penare da diverso tempo. Un’altra, un romanzo, è in cerca di un editore, e nel frattempo è uscito, da pochissimo, un piccolo libro di viaggio, su Dublino. Non una guida, non ne avrei né le competenze né la voglia, e nemmeno un diario di viaggio. E’ un omaggio, personale, parziale, appassionato alla “mia” Dublino. Infatti il titolo è “Unessential Dublin” che, con il sottotitolo “ex voto pagano” mi sembra lo connoti in modo perfetto: un ringraziamento a Dublino perché esiste in quel modo, perché so che posso tornarci quando ne ho bisogno e il solo sapere che c’è mi fa stare bene. Per la passata e futura grazia.

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Sabrina Campolongo è giornalista e scrittrice. Oltre a “Il cerchio imperfetto”, ha pubblicato la raccolta di racconti Balene bianche, il giallo Il muro dell’apparenza, e un libro di viaggi su Dublino, dal bellissimo titolo Unessential Dublin.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

3 commenti su “Il cerchio imperfetto – e una chiacchierata con Sabrina Campolongo

  1. ottanta/cento
    10/05/2011

    Scusa l’OT, ma non ho trovato una tua mail sul blog. L’ereader Sony se ti affretti lo trovi qui
    http://www.nexths.it/v3/flypage.php?mv_arg=PRS650B.CEW

    Saluti

    Mi piace

    • Paolo Zardi
      10/05/2011

      Grazie! Ho visto – voglio aspettare ancora questo fine settimana, perché non dispero di trovarlo al Salone del Libro, a Torino… se non lo trovo, tento la strada che mi hai indicato!
      Ancora grazie,
      Paolo

      Mi piace

  2. Elle
    27/05/2011

    Il cerchio imperfetto è nella mia wish list da diverso tempo.
    Gli acquisti di libri li faccio quasi tutti on line e ogni tempo di attesa che sia superiore ai 2 giorni lavorativi, mi trova impreparata.
    Colpa mia intendiamoci, per certe cose sono capace di aspettare una vita, ma coi libri, no.
    Aspetto quindi di incontrarlo in qualche libreria, confidando in un possibile colpo di casualità fortunata.
    Oppure chi lo sa, posso sempre sperare in una mia riappacificazione con le attese.
    Intanto, sono felice di aver approfondito la conoscenza con l’autrice, grazie alla tua intervista e al suo blog che non conoscevo ma che seguirò con interesse.
    Grazie a tutti e due e a presto.

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