Grafemi

Segni, parole, significato.

Non è caduta nemmeno una goccia

Nel 2007 avevo partecipato a un concorso per racconti il cui tema era semplicemente “Stanza numero 8”. Non avevo mai scritto racconti, fino a quel momento, e non avevo neppure idea di come mi sarebbe piaciuto raccontare una storia. Ho fatto quindi un esperimento che, anche se ora guardo con un po’ di tenerezza, non ripudio. 

Ps il racconto non venne accettato.

Nella stanza numero 8 ci sono mio padre e mia madre. Come siano finiti là, non ho modo di saperlo – o di ricordarlo: erano in salotto, davanti alla televisione – una qualche serie di medici che sezionavano a fette un cadavere di un cinghiale che aveva mangiato il maggior sospettato di un’altra serie poliziesca – e poi non c’erano più. Di colpo. Sono spariti come la Madonna quando è stata assunta, corpo e anima, in cielo. Solo che loro, a differenza della Madonna, sono finiti nella stanza numero 8.

Cosa ci sia nella stanza numero 8, non ho modo di saperlo. La chiude una porta bianca, di legno impiallacciato. Il numero è un adesivo nero male attaccato – mi sarei aspettato qualcosa di più sontuoso, un portone alto e scuro, con il batacchio e un otto di ottone, qualcosa che facesse capire: ecco, signori, questa è la stanza numero 8. Invece no: c’è solo una porta bianca, e un adesivo nero con la parte sopra che si sta staccando. Da dietro, non proviene nessun rumore, tranne due respiri che ora vanno insieme, ora si contrappongono, ciascuno regolare a modo suo.

**

Prima era fermo. Poi si è mosso. E’ andato avanti e indietro. Poi l’ho perso di vista, o mi sono addormentato. Mi addormento spesso, ma solo ultimamente. Una volta no, stavo sveglio anche per anni interi. Ora sono vecchio, o almeno così mi dice mia moglie, e non ho più il fisico per stare qui.

Eccolo che si avvicina. Cosa cerca? Perché mi guarda? E’ convinto che io non lo veda. Dice Ehi, ehi. Con chi sta parlando? Se ne va. Per un attimo ho temuto che volesse uccidermi. Vuole rubarmi il posto. Non sono scemo. Ma se quando si apre la porta, lui pensa di passare prima di me, lo ammazzo con le mie mani.

**

Era un po’ di tempo fa. Era buio, era silenzio, era il nulla. Poi, per la mia Gloria, ho fatto Luce, ho diviso il Cielo dalla Terra, e ho creato il Mondo – il mare, le terre emerse (sono partito dall’Australia, ho finito con l’Europa, che con tutti quei particolari mi ha richiesto un sacco di tempo)  le piante (i nasturzi, le peonie, e tutte le altre), e gli animali, tra i quali il procione e l’uomo. Poi ho costruito le città, una ad una, semafori compresi. Sincronizzati, uno ad uno. Infine, ho soffiato nella testa degli uomini – creature talmente stupide da pensare di assomigliare a Dio, a me, che ho le sembianze di uno scarafaggio stercoraro – fino a far credere loro che tutto questo fosse iniziato milioni, miliardi di anni fa – i finti fossili, i libri con le teorie di Darwin lasciati in giro, qua e là, gli strati delle montagne. Uno spasso, il mio. E alla fine, alla fine di tutto, come il pasticcere pone una ciliegina sulla torta che ha appena preparato, io ho creato la stanza numero 8.

**

Perché siano lì, mio padre e mia madre, nella stanza numero 8, non v’è modo di capirlo. C’è un uomo senza baffi, proprio alla fine del corridoio, e se ne sta seduto lì, mezzo addormentato, con il labbro inferiore abbassato e un filo di bava che gli cola fino ai pantaloni, un occhio semiaperto che segue i miei spostamenti, l’altro completamente chiuso. Mi sono avvicinato a lui. Ehi, gli ho detto, ehi. Ma lui ha fatto finta di non sentirmi. Sei furbo come una volpe, gli ho detto, e lui non ha neppure sorriso.

**

Le gocce d’acqua sul vetro corrono da destra a sinistra, come se fossero spinte dal vento, mentre, semplicemente, non riescono a stare dietro alla velocità del treno. In lontananza, vedo un cavallo bianco che corre – verso dove? – in un prato giallo, sotto un cielo nero. Poi, l’orrore: un fulmine lo colpisce, e lui stramazza al suolo. Una creatura di quasi mille chili che crolla, rotolando sul suo tronco muscoloso, facendo roteare gli zoccoli verso l’alto. Proprio in quel momento, ricevo una telefonata – è Boris, mi dice che il papà e la mamma sono spariti da due giorni, e che ora sono nella stanza numero 8. Capisco, gli rispondo. Tu, stai bene? Sì, mi dice, aspetto qui davanti. Aspetti cosa? Che escano. Sei solo? No, e abbassa la voce, c’è un signore senza baffi che mi guarda con un occhio semi aperto. E Dio? Gli chiedo. Dio non si è fatto ancora vivo, mi risponde singhiozzando.

**

Per quanto tempo si fermeranno dentro alla stanza numero 8, nessuno me lo ha detto. So quando sono entrati – sono passati quasi due giorni, e mio padre se perde una puntata della serie di medici che sezionano cinghiali esce di testa, e se mia madre non prende le medicine per tenere bassa la pressione finirà per morire – ma non so quando usciranno. Non so neppure se usciranno, a dire il vero.

**

Oggi sono andato a pranzo alla trattoria da Delka, sul Carso. Cucina tipica, scriveva fuori un cartello. E infatti ho mangiato gnocchi con il sugo d’arrosto e uno stinco di maiale come li preparava mia nonna quando diceva che li preparava come sua nonna. Mi sono leccato i baffi, dal piacere. C’era anche una festa di matrimonio, in quel piccolo giardino erboso dove mangiavamo. La sposa era paffuta e felice, lo sposo molto emozionato. Entrambi erano vestiti di bianco. Hanno brindato incrociando i calici. Si dice che se cade del vino sul vestito di lei, probabilmente ci saranno disgrazie, nella loro vita: non è caduta nemmeno una goccia.

Quando sono tornato a casa, ho messo su un cd dei Rem, mi sono fatto una doccia cantando Losing my religion, quindi mi sono tagliato i baffi e sono uscito con alcuni amici, a fare un giro. Fuori pioveva forte, per cui siamo rimasti in macchina a parlare. Di donne, mi pare di ricordare, e di calcio.

**

Ah, dimenticavo… La stanza numero 8 è lo sgabuzzino dell’Hotel Ibis di Parma. Dentro, ci sono solo scope.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

2 commenti su “Non è caduta nemmeno una goccia

  1. Nicola Pezzoli
    21/05/2011

    Be’, penserai che il mio sia solo un parlare da gentile amico, ma la verità è che questo racconto mi sembra un piccolo capolavoro. Mi ha fatto pensare a un miscuglio di Kafka e Paul Auster, ma con molto più humor, molta più brillantezza (ma si sa, in lobotom-italy son considerati difetti, e qui mi fermo per non bestemmiare…)
    Non può non sorgere, maligna, la curiosità sul nome della persona illuminata che non accettò il racconto: Guglielmo Scespiriati? Filippo Rotti? Ma vaff…
    A meno che non fossero scialbi bigottelli, infastiditi dal nominare la signora Assunta e il creatore stercoraro…
    Ma quando smetteranno di zapparci la minchia, a noi Scrittori?

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  2. Jack doppio Jack
    28/05/2011

    E’ stupendo; onirico al punto giusto.

    E sono assurdi questi bonci che vagliano i testi per questi concorsi. Ma chi sono? Da dove vengono? Ce l’hanno un’anima? Delle sensazioni? Provano qualcosa? O vogliono solo leggersi belle parole, magari con qualche cultismo schiaffato lì in mezzo, a casaccio. Voglio leggere poco sesso poca morte poca vita, tanta finzione? Ma perché? Perché?

    Io sono convinto che l’uomo in sè e per sè sia intima violenza. Violenza di pensieri, di immagini, di suoni. Pura violenza, che non è quella dello schiaffo o del pugno, non quella dell’insulto o dell’omicidio. E’ una violenza primordiale che ci plasma e che nella vita di tutti i giorni si cerca di sopprimere per non morire vivendo.

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Questa voce è stata pubblicata il 20/05/2011 da in Racconti, Scrittura con tag , , .

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In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

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