Grafemi

Segni, parole, significato.

Perturbazione

Aveva seguito l’evoluzione della perturbazione per tutta la settimana, navigando sui siti di previsioni del tempo di mezzo mondo. Il fronte di aria gelida si era formato nella pianura siberiana, e stava scendendo verso l’Italia dopo aver attraversato mezza Europa; aveva scompigliato campi di grano, tetti di case, piantagioni di uva. Lei, la sera, con il suo pc, dall’alto dei satelliti, guardava le isobare che si spostavano, che si allargavano e poi si ritraevano, simili al corpo di una medusa che si sposta nell’acqua; osservava il movimento lento e irreversibile di quella piccola minaccia.
La tempesta arrivò di notte, come un gigantesco treno scagliato contro la città. Nel buio, sentì i passi della piccola che si era svegliata – forse per i tuoni – e che, piagnucolando, si avvicinava alla camera da letto, in cerca di un rifugio. Lei e suo marito la fecero salire sul lettone e la sistemarono tra di loro. Per qualche secondo le tenne stretta la manina; poi, mentre il vento siberiana urlava fuori dalle finestre, sentì il suo respiro farsi quieto, regolare. Il tepore di quel corpicino stretto a lei la fece scivolare in un sonno dolce e confuso.
Quando suonò la sveglia, la piccola era ancora accanto a lei, con la bocca spalancata. Suo marito, già in piedi, stava alzando le tapparelle: fuori, il cielo era ricoperto di nuvole. Dal letto, lei intravedeva l’albero che cresceva davanti alla camera: sembrava arruffato, qualche ramo si era spezzato, ma era ancora in piedi. Si alzò anche lei, e, insieme, si affacciarono alla finestra, uno accanto all’altra: la strada era piena di foglie, carte di giornali, sacchetti; una pozzanghera larga due o tre metri lambiva il marciapiede davanti; la vicina di casa, con una giacca da uomo indossata sopra la vestaglia, stava gettando bottiglie di birre nel bidone del vetro, con un rumore assordante. Si girò verso la camera. La piccola non si era ancora svegliata.
Andò in cucina a preparare il caffè, mentre suo marito iniziava a svegliare il grande: sentì la voce affettuosa del padre, il borbottio lamentoso del figlio. Era il 15 maggio – un giorno del quale avrebbe fatto volentieri a meno.
Versò il caffè in due tazzine. Scaldò un po’ di latte nel microonde e tirò fuori i biscotti dalla credenza. Erano quasi finiti; su un foglio che teneva attaccato al frigo, con una calamita che sua suocera aveva portato da Roma, segnò “biscotti”, sotto “intimo” e “sassetti gatto”. Si sedette e soffiò nella tazzina. Il vapore del caffè le inumidì la fronte. Poco dopo, arrivarono suo marito e il grande, che teneva un braccio davanti agli occhi per ripararsi dalla luce.
“Cosa vuoi mangiare?”
“Pasta”, disse con la voce un po’ incerta. Si sedette anche lui a tavola, sorreggendo la testa con le mani.
Dopo aver sorriso, chiese al marito: “La piccola? Dorme ancora?”
“Si stava stiracchiando”.
Fuori, il cielo iniziava a schiarirsi.

Dieci anni prima, in un giorno simile a quello, dopo una cena leggera, le venne voglia di un gelato alle fragole. Poiché aspettava un figlio, le sembrava lecito chiedere che questo capriccio venisse accontentato. Suo marito convinse il loro bambino, che aveva poco meno di cinque anni, ad accompagnarlo in gelateria, a un quarto d’ora da casa.
“Facciamo una passeggiata”, le disse mentre lei era in cucina, e stava riempiendo la lavastoviglie. Nei giorni successivi, si domandò se lei avesse risposto qualcosa, o se li avesse lasciati andare via così, senza neppure un saluto. Aspettò un’ora; poi, preoccupata (il cellulare del marito era rimasto a casa), uscì a cercarli. Percorse la strada verso la gelateria, tenendo le mani sulla sua pancetta da quinto mese. Al primo incrocio, c’erano due ambulanze, e un sacco di gente. Quella stessa notte, dopo aver perso l’uomo che amava, e il bambino che insieme avevano messo al mondo, travolti da una macchina, partorì un morto. Perse, così, anche il figlio che non avevano ancora avuto. Nella disperazione di quei momenti, chiese se avrebbero seppellito la sua creatura, alla quale avrebbe voluto dare un nome: è solo un feto, le risposero. Non le vollero neppure dire se era un maschio o una femmina.
I mesi successivi furono strazianti. Aveva da poco iniziato a lavorare, in un ospedale, ma smise di presentarsi; poi, con la forza della disperazione, provò a riprendere a vivere, ma il paletto divelto che vedeva ogni volta che attraversava l’incrocio, il seggiolino attaccato alla bici che non avrebbe più usato, la cameretta che sapeva ancora di borotalco, la culla riempita con i vestitini che non voleva dare via, la costrinsero a lasciare tutto – ad accettare un lavoro a centinaia di chilometri da là, lontana da quel buco nero di dolore.
Piano piano, tornò a vivere. Conobbe un uomo che dopo un breve corteggiamento le chiese di sposarlo. Accettò, d’impulso, come un naufrago si aggrappa ad un salvagente gettato da una nave. I genitori del suo primo marito smisero di rivolgerle la parola (ma una sera l’ex-suocero la chiamò, chiedendole scusa per il comportamento di sua moglie: vi capisco, gli rispose, avrei fatto lo stesso anch’io). Nacque un bambino, ed era completamente diverso da quello che era stato investito: questo era scuro, con gli occhi neri, il torace grosso. Poi venne una bambina – uno scricciolo sempre sorridente. Smise di mangiare gelato; tutto il resto tornò come prima.
Come una perturbazione annunciata, però, ogni anno arrivava il 15 maggio, il compleanno del suo primo figlio, quello che non sarebbe più cresciuto. Le isobare di quel dolore si spandevano da una regione remota, da quel luogo misterioso nel quale stavano, immerse in un sommesso brusio, le persone che aveva amato, e che poi aveva perduto. Si presentavano a lei attraverso le date, le ricorrenze, gli anniversari – il calendario era un prato d’erba con croci che sbucavano qua e là.

La piccola si alzò, e mangiò un vasetto di yogurt. Il grande non voleva lavarsi i denti. Suo marito non trovava una cravatta, e girava per la casa frugando in ogni angolo. Lei si lavò le ascelle, si sistemò i capelli con la piastra, vestì la piccola, che intanto, come tutte le mattine, la baciava sulle guance, tenendole il viso tra le manine. Alle otto meno cinque erano tutti pronti – spettinati, assonnati, in fila davanti alla porta di casa.
Portò all’asilo la piccola, che – era questo il loro rito – pianse un po’ mentre la salutava. Le maestre, con le quali scambiò due parole, avevano un accento diverso dal suo – quello stesso accento che sentiva nel parlare dei suoi figli, e che ancora faceva fatica a considerare famigliare. Poi rimase in macchina, ferma, ad attendere l’SMS del marito, che doveva rassicurarla: il grande è a scuola, sano e salvo; nessuna macchina li aveva portati via. Ogni mattina, con il cuore in gola, i muscoli in tensione, il fiato sospeso, aspettava tenendo il cellulare in mano, guardandolo come fosse una fune verso l’alto, o un masso che la tirava verso il centro della terra. Una questione di vita e di morte, che tutti i giorni la tormentava nel silenzio dell’aria condizionata della macchina. Bip. Erano salvi.
Aprì l’agenda. Quella mattina doveva fare visite in una scuola media, ma non ricordava l’indirizzo. L’aspettavano per le nove e mezza. L’anno prima era già stata là – si ricordava un edificio fatiscente, e ragazzini piuttosto rumorosi, per i quali la scuola, con le sue regole e il suo rigore, rappresentava un’inspiegabile eccezione all’interno della loro vita. Quartiere degradato, genitori in prigione a turno, e ragazzi più grandi che ogni giorno stavano seduti sugli scooter, davanti all’uscita, con la sigaretta in bocca. Fratelli maggiori, fidanzati delle ragazzine, piccoli spacciatori in cerca di manovalanza.
Durante la visita, quei bambini cresciuti troppo in fretta erano spesso timidi, impacciati. L’arrivo di un dottore non era mai annunciato: tra le altre cose, lo scopo di quell’attività era proprio quello valutare il grado di igiene dei ragazzi, che qualche volta venivano sorpresi in condizioni precarie. Lei era gentile, premurosa; da qualche anno, però, visitare quei corpicini era diventato una sofferenza: iniziavano ad avvicinarsi all’età che avrebbe avuto di suo figlio, il primo, quello che a cinque anni aveva smesso di crescere.

Visitò prima le femmine. Alcune avevano le mestruazioni da uno o due anni – chiedevano informazioni sul tampax, se c’era il rischio di perdere la verginità. Una morettina, paffutella, le guance rosse, con la vagina rasata, chiese, tra mille reticenze, se un dottore sarebbe stato in grado di capire se una ragazza – una ragazza in generale – fosse ancora vergine. Le rispose, con dolcezza, che era possibile, certo, ma che nessun dottore sarebbe stato disponibile a farlo, per rispetto della dignità di una donna – sapeva che non era vero, ma ci sperava. Poi, le parlò di metodi contraccettivi, dell’importanza di avere rapporti sessuali consapevoli, del papovavirus, della candida, dell’AIDS. La morettina la guardava in silenzio, incerta se fidarsi o meno di quella donna minuta e seria, che le parlava con tanta pazienza e con un accento che non era il suo.
Altre ragazzine erano ancora delle bambine; il pube e le ascelle erano glabre, il seno appena accennato. Il loro sorriso era infantile: aperto, senza ombre. Alcune, dopo essere state visitate, la salutarono con un bacio sulle guance, come se fossero andate a trovare una zia.
Poi fu il turno dei maschi. Molti non erano ancora entratati nella pubertà. I problemi più grossi erano i brufoli, e la scoliosi. Leggendo le schede personali, che l’azienda ospedaliera aggiornava ogni anno, ad ogni visita, verificò i progressi nell’altezza, nel peso. Qualcuno era diventato miope; i funghi ai piedi di un ragazzino erano scomparsi.
Si tenne per ultimo un ragazzo bocciato due volte. La settimana prima, mentre studiava le schede dei ragazzi, aveva visto la data di nascita, e per un po’ aveva seriamente pensato di non presentarsi: era nato lo stesso giorno del suo primo figlio. Mentre lei spingeva fuori la sua creatura piangente, in un’altra parte d’Italia un’altra donna partoriva quel ragazzo. Le vite incontrano infiniti bivi, e ogni volta, si taglia un ramo; quei due bambini, nati lo stesso giorno, si erano allontanati tra loro, per sempre; all’incrocio vicino a casa, da una parte c’era la vita, dall’altra il silenzio.
E quella vita ora bussava alla porta dell’infermeria della scuola, chiedendo permesso. Lei avrebbe voluto dire no, che avrebbero fatto un altro giorno, ma il ragazzo entrò. Era alto come suo marito, con le spalle strette, un ciuffo che scendeva sul viso brufoloso, i jeans bassi, due orecchini a forma di rivetto piantati sui lobi. Teneva le mani in tasca. Lei lo invitò a togliersi le scarpe e a distendersi sul lettino. Poi, gli si avvicinò. Faceva odore di sudore, di piedi, e di deodorante spray. Teneva lo sguardo fisso su di lei; le sorrideva, incerto e allo stesso tempo sfrontato. Prove di adolescenza.
Gli sollevò la maglietta, fino a scoprirgli il petto. I capezzoli erano scuri ed ebbe l’impressione che su uno dei due qualcuno avesse provato a infilare un orecchino, ma che qualcosa fosse andato storto. Appoggiò lo stetoscopio sul cuore, e lui ebbe un brivido. Il battito era forte, veloce, potente. Era emozionato, come tutti gli altri. Lo fece sedere, e gli auscultò i polmoni.
“Fumi?”, gli chiese.
“Qualche volta. So che non mi fa bene, non serve che lei me lo dica”.
Invece lei glielo disse. Gli spiegò come muoiono le persone che hanno il cancro ai polmoni; lui la guardava con un sorriso storto, come se la vecchiaia, e la morte, fossero qualcosa che non l’avrebbero riguardato. Sarebbe stato così, suo figlio, se fosse diventato grande? Quella pettinatura, quegli orecchini, quello sguardo selvatico e sornione?
Lo rimise disteso. Con il palmo aperto, palpò il fegato e l’addome. Con le dita serrate, premette in corrispondenza dell’appendice, e poi rilasciò all’improvviso. “Male?”. “No”, disse lui. Teneva le mani incrociate dietro la testa, come se fosse disteso su un prato a prendere il sole, con una sigaretta in bocca.
Riprese in mano la scheda. Una visita precedente, che aveva fatto una sua collega, indicava “lieve varicocele testicolo sinistro”: come succedeva al trenta per cento dei ragazzi, una vena si era involuta, fino a formare un piccolo termosifone piantato proprio accanto alla fabbrica degli spermatozoi, che rischiavano di compromettere la propria motilità. Quel ragazzo, arrivato all’età adulta, avrebbe potuto essere sterile; la copia di suo figlio era così grande che si doveva prendere in considerazione questo possibile problema. Dopo aver deglutito, chiese al ragazzo di abbassarsi i pantaloni, e le mutande: non avrebbe voluto farlo, ma non poteva permettersi di avere paura.
Si infilò un paio di quanti in lattice, e si avvicinò. Sollevò il pene, tenendolo il glande tra le dita della mano sinistra, mentre con la destra palpava il testicolo, alla ricerca del varicocele. Fuori, dalle finestre aperte, arrivavano le voci lontane di bambini che giocavano, e di maestre che li chiamavano. Non aveva il coraggio di guardare il viso del ragazzo, ma ne sentiva il silenzio, il respiro trattenuto. Il pene iniziò a crescere. Lei, continuava a toccare i testicoli, ma le sembrava di non trovare nulla; eppure, le pareva di ricordare che il varicocele fosse una patologia che non può regredire spontaneamente; ma i pensieri si confondevano, e il cuore spingeva sangue alla testa come un martello pneumatico. Il sesso del ragazzo aveva raggiunto la sua piena erezione: era grosso, tozzo, leggermente storto, e lei, con una grazia quasi materna, lo teneva appoggiato al palmo della mano, che a sua volta stava appoggiata sulla pancia di lui. Guardò quel viso che la stava fissando, e subito abbassò gli occhi – sottovoce disse che non trovava il varicocele, che le sembrava che non ci fosse nulla. Aggrottò le sopracciglia. Per un attimo, strinse il pene nel suo palmo, e subito lo rilasciò. Rimase ferma qualche secondo. Lo strinse di nuovo, e di nuovo lo rilasciò. Poi si girò di scatto e disse forte che non c’era nulla.
“Rivestiti pure”.
Si sfilò i guanti, si sedette alla scrivania e con le mani che le tremavano aggiornò la sua scheda. Davanti a sé, intravedeva il ragazzo che in piedi si rivestiva – il sesso duro, che lui tardava colpevolmente a ricoprire, la indicava come un’accusa, o la chiamava con una forza già adulta. Ecco la versione vivente di suo figlio morto, ciò che il suo bambino sarebbe potuto diventare e non era diventato: un uomo che lei, in un momento di follia, avrebbe potuto desiderare.

Guardò fuori dalla finestra. Il cielo si stava schiarendo. La perturbazione siberiana era passata; aveva fatto molto rumore, ma nessun danno. Augurò buon compleanno al ragazzo, ma non volle concedergli neppure un sorriso. A pranzo, mangiò da sola, e mentre masticava le foglie di un’insalata senza sapore, pensava al suo bambino che se ne era andato, a quello che non era mai arrivato, e al suo primo marito, e a quello che, accogliendola quando era piena di dolore, le aveva dato due figli – creature senza passato che disegnavano il presente, e il futuro fino al prossimo incrocio. Alzandosi, pensò ancora al ragazzo che aveva visitato, ma fu qualcosa che trattenne per sé, come un ricordo segreto e dolce, che non si può toccare. Poi, al bar, ordinò gelato alle fragole.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

Un commento su “Perturbazione

  1. semplice asciutto scorrevole
    30/05/2011

    come direbbe un professionista…? semplice asciutto scorrevole 🙂

    io del mio periodo scolastico pre e adolescenziale non ricordo neppure una visita “particolare” …secondo me segno che qua, dalle mie parti non c’è o non c’era (sempre se nel frattempo qualcosa non è cambiato) una gran cultura della sanità sessuale maschile..

    ciao

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Questa voce è stata pubblicata il 29/05/2011 da in Letteratura, Racconti, Scrittura con tag , , .

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