Grafemi

Segni, parole, significato.

Il romanzo esemplare di Morena Fanti

Uno dei vantaggi di avere un eReader è quello di poter leggere libri non ancora pubblicati, e quindi in formato elettronico, con la stessa comodità di un libro cartaceo. Leggere sul computer, infatti, è una delle imprese più difficili, e fastidiose, che si possono compiere: tanto che alla fine, io ci ho sempre rinunciato. Ora, invece, nel giro di un mese, oltre a “The Humbling” di Philip Roth, oltre a i “Racconti” di Cechov, oltre a “The day of the locust” di Nathanael West, ho potuto leggere un romanzo di Nicola Pezzoli, del quale parlerò ampiamente in un prossimo post, e un romanzo di Morena Fanti; ed è di quest’ultimo che voglio parlare.

Tempo fa, Morena Fanti, che conosco personalmente, mi aveva accennato a un’idea di romanzo che prendeva spunto da un racconto che lei stessa aveva scritto. Da quello che ricordo, era un po’ che ci girava intorno; e se non sbaglio, la spinta decisiva è arrivata dalla meritoria pubblicazione dei cento post dedicati alla stesura di un romanzo, ad opera di Morgan Palmas (allora, però, preferiva l’anonimato), nel blog “Sul romanzo” – che ora (lo sto vedendo in diretta) è diventato un’agenzia letteraria, o editoriale, che vende servizi di editing, o consulenziali, a pagamento.

Durante i mesi della stesura, sono rimasto in contatto con la Fanti, che ogni tanto mi aggiornava sulle sue fatiche, i suoi dubbi, i suoi ripensamenti. Arrivata alla fine, si è dedicata ad un editing molto scrupoloso e attento; quindi, ha iniziato l’invio (questa fase, tra l’altro, ha portato a una serie di post amari e allo stesso tempo divertenti). Alla fine, le ho chiesto se avrei potuto leggere il risultato della sua fatica e lei, gentilmente, ha acconsentito.

Ho letto il libro in due tranche: nella prima sono arrivato fino a un terzo; ho fatto una pausa di circa dieci giorni, e quindi ho concluso il romanzo in un’unica tirata. Il finale – diciamo l’ultimo 20% (il numero di pagine in un libro non pubblicato non ha senso: avendo in mano il file word, me lo sono sistemato come piaceva a me) – mi ha tenuto sveglio fino a mezzanotte. L’idea che mi sono fatto è che si tratti di un romanzo “esemplare”, cioè che andrebbe considerato come esempio di come si dovrebbe scrivere un romanzo.

Qui dentro, infatti, c’è tutto: una trama solida, dei personaggi costruiti con grandissima attenzione, e coerenti per tutta la durata del libro – coerenti anche quando coerenti non sono -, un intreccio di sottostorie che sostengono il filone principale, una serie di figure di contorno che non fanno mera tappezzeria ma condizionano lo svolgimento del romanzo… La lingua è ricca, impeccabile, asciutta, lucida, consapevole, scorrevole – non c’è una sola frase che richiederebbe una sistemata.

La soluzione narrativa più interessante riguarda forse la struttura: la storia viene suddivisa in capitoli, ciascuno dei quali si svolge in tre giorni; poiché i tre personaggi principali, due uomini e una donna uniti da un antico sentimento, vivono in tre città diverse, i fatti che accadono in ciascuno di questi tre giorni si svolgono in spazi paralleli che, in modi sempre diversi, si intersecano – a volte a distanza: un caffè viene versato in una città e bevuto in un’altra.  Questa struttura “modulare”, che si ripete per tutta la durata del libro, con alcune eccezioni (non casuali), garantisce un ritmo implacabile: in molti punti, questo romanzo (del quale ho promesso di non dire il titolo) è un classico “voltapagina” – uno di quei libri nei quali non si vede l’ora di girare pagina per vedere cosa succederà.

Mi sono divertito, da buon ingegnere, a contare le parole più ricorrenti. La prima è “aveva”, che compare più di 1000 volte. Subito dopo, i nomi dei tre personaggi: Fabio (676), Annalisa (616) e Dario (542); la moglie di Fabio, Laura, con 195 occorrenze, batte Rita (155), moglie di Dario; la figlia di Annalisa, Erica, compare 147 volte: anche da questi numeri è possibile capire il grande equilibrio con il quale sono distribuite le storie tra i vari personaggi. Il sostantivo più frequente è “occhi” (287 volte), seguito da “mano” (180) (e “mani” 112: insieme superano gli “occhi”), “viso” e “voce” (entrambi 131), e “vita” e “letto” (entrambi a 100);  il primo verbo non ausiliario è “guardò”, che compare 246 volte, poi “disse” (187), “fece” (171), “stava” (157) e “prese” (151). Sotto le 100 occorrenze abbiamo, in ordine decrescente, “casa”, “silenzio”, “tempo”, “telefono”, “lavoro”, “braccia”, “cucina” (che compare 82 volte, contro le 81 di “camera”), “mare”, “cose”, “capelli”, “parole”, “finestra”, “sera”, “niente”, “piedi” (68), “spalle” (67), “testa” (65), “braccio” (62). “Male” e “voglia” sono intorno ai 55. Cercando un po’ a caso, nella parte bassa della lista, “ansiolitici” compare 3 volte come l’aggettivo “sensuale”, il verbo “sussurrò”, il sostantivo “dolcezza”, il verbo “stringerla”, la parte del corpo “mento”, il cibo “spigola”, il gusto “vaniglia”, i “sorrisi”, la “spirale”, la “carne” e “l’arrosto”, il “cinema” e il “supermercato”, i verbi “osare”, “iniziare”, “spegnere”, “rompere”, “scoppiare”, e la “guerra” e le “pietre”. “Sesso” e “nudi” compaiono 8 volte; “nudo” 3 volte e “nuda” 5: i conti tornano. “Bologna” compare più di “spezia” e “genova” messi insieme. Tutto questo non è un buon sistema per capire, o spiegare, o analizzare un romanzo, ma può dare qualche spunto.

Le atmosfere sono create con grande sapienza. Il registro è sempre adeguato: le  (poche) scene erotiche sono perfette; gli scontri tra i personaggi non perdono mai la misura; i dubbi, i tentennamenti, le paure, le ansie dei personaggi si legano agli eventi che accadono. C’è una certa passione per i dettagli che, ad essere sincero, a volte ho trovato un po’ didascalici, ma che in altri momenti mi hanno deliziato (ad esempio, le etichette degli alberi dell’Azienda Ospedaliera di Bologna Policlinico S.Orsola Malpighi: PLATANO F101PH, PINO DOMESTICO G129PP, MAGNOLIA F091MG).

Ma di cosa parla, questo libro? Di amore, di desiderio, di solitudine; di crescita e di disincanto; di genitori e figli – figli che ci sono, figli che si vorrebbero e non arrivano; di arte – il personaggio femminile è una pittrice; di tradimenti, e dello struggente ricordo della giovinezza, della vita che si piega alla necessità; di famiglie. Ma, soprattutto, ancora di amore. I personaggi sono tra i quaranta e i cinquant’anni, e si trovano, per un motivo o per un altro, in una situazione di impasse. La soluzione dei loro problemi arriva attraverso una serie di eventi drammatici collegati tra di loro; la bravura della Fanti sta nell’intrecciare nodi per quasi tutto il libro, per poi scioglierli (quasi tutti) in un finale che mi ha ricordato la leggerezza delle commedie shakesperiane.

Tenendo conto che quando li leggo, mi viene sempre voglia di dare consigli anche Philip Roth e a Nabokov – ho le mie idee che si scontrano con quelle degli altri -,  a Morena direi poche cose: di provare a nascondere un po’ una struttura così perfetta (il romanzo è fatto anche da asimmetrie), di valutare se la sofferenza di Laura (un personaggio “secondaria”) è giustificata fino in fondo… Ma tutto il resto, funziona. Il libro, insomma, c’è.

A questo punto, rimane il dubbio: perché un libro così non ha ancora trovato un editore? Cosa cercano, gli editori, quando leggono un manoscritto? Siamo sicuri che la lettura di un libro che arriva sul tavolo di un editor sia sempre seria e scrupolosa? Davvero i libri pubblicati oggi in Italia sono tutti migliori di questo romanzo?

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

24 commenti su “Il romanzo esemplare di Morena Fanti

  1. Marco
    21/06/2011

    Appena Morena legge questo post, sviene. Qualcuno prepari i sali 😉

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  2. Nicola Pezzoli
    21/06/2011

    Non dovrei dirlo perché a quanto pare mi appresto a diventare parte in causa alla prossima puntata (sono già pre-svenuto anch’io… :D) ma post di questo genere andrebbero linkati alle redazioni delle principali case editrici, con la dicitura “macché state affà?” :-))

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    • Paolo Zardi
      22/06/2011

      eh eh… credo di non essere abbastanza “autorevole” per essere preso in considerazione dalle case editrici… ma mi piace far girare queste informazioni, e questi pareri – comunque e ovunque vadano a fnire!

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  3. morenafanti
    21/06/2011

    quello che mi piace del web è che tutti si fanno i c… tuoi prima di te 😉

    Mò questo me lo linko sul blog e (peccato che ho appena spedito l’ennesima mail) lo linkerò nelle mail di invio.

    Non è da tutti essere recensiti prima della pubblicazione. d’altronde, se un romanzo è esemplare deve avere anche peculiarità come queste 😉
    Grazie Paolo
    … vado a riprendermi…

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  4. giovanni
    21/06/2011

    Wow. Sono rimasto stecchito. Insomma si aprono nuovi scenari. 🙂 Cosa cercano gli editori? Vorrei saperlo pure io 🙂 . Complimenti a Paolo per l’articolo e a Morena per il romanzo. 🙂

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    • Paolo Zardi
      22/06/2011

      credo sia più facile scrivere un articolo che un romanzo, quindi lascio tutti i complimenti a Morena! 😉

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  5. Pingback: Il mio romanzone | Solo io e il silenzio

  6. Sorrido e invidio Paolo per avere già letto.
    Sì, a leggere di un proprio lavoro in questi termini ci sarebbe da rimanere stecchiti, ed è amara questa condizione di stupore che si fa normalità quando normalità, invece, dovrebbe essere il giusto riconoscimento alle proprie fatiche quando sono fatiche ben riuscite e che potrebbero tranquillamente sostituire molti, troppi, dei libri esposti nelle vetrine delle librerie.

    Incrocio le dita, Morena, e se non prevarrà la cosa giusta forse possiamo sperare che prevalga almeno l’unione collettiva di pensiero e forza.

    Grazie, Paolo.
    c.

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    • Paolo Zardi
      22/06/2011

      Magari se molti spingono dalla stessa parte… chissà! 😉
      Grazie a te per essere passata – a presto!

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  7. simonetta bumbi
    22/06/2011

    che magia…

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  8. Anna Maria
    22/06/2011

    Sì, Paolo, mii pongo da mesi anche io la stessa domanda, dopo aver letto (Morena sa quanto attentamente, ma è un’attenzione decisamente meritata) il manoscritto. Continuo a fare il tifo perché la strameritata attenzione sia condivisa.

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    • Paolo Zardi
      22/06/2011

      Ciao Anna Maria, ci sono buoni libri che non vengono presi in considerazione, e libri pessimi che vincono premi, o vendono milioni di copie. Credo mi sfugga qualcosa – ma probabilmente questo dipende dalla complessità e dalla ricchezza del romanzo, che comprende decine di generi…

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  9. falconier
    22/06/2011

    bell’articolo, complimenti a Paolo, adesso viene voglia anche a me di leggere questo romanzone

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  10. morena fanti
    23/06/2011

    Abbraccio tutti compreso Paolo 😉

    La scena del giardino con i cartellini degli alberi è una delle più amate dall’autrice. Volevo dirvelo. E per scriverla ho mandato un’amica a copiare i cartellini. Mi piace fare le cose per bene quando posso. Ma tutti i retroscena li svelerò quando sarà il momento.

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    • Paolo Zardi
      23/06/2011

      Eh eh… questo potrebbe aprire una bella discussione… nel senso che il romanzo dovrebbe puntare alla verosimiglianza, non necessariamente al realismo o alla realtà: altrimenti, come si potrebbero scrivere, ad esempio, i romanzi distopici? Dove si svolge “Il processo”? Esiste il tribunale dove si svolgono i suoi processi? Chi è “the big brother” in 1984?
      Quello che voglio dire – ma lo dico come spunto di riflessione – è che non è importante che le etichette degli alberi siano esattamente quelle, ma che le etichette del tuo libro “sembrino” esattamente quelle. MI viene sempre in mente uno scambio di battute tra due mostri sacri della recitazione, cioè Laurence Olivier e Dustin Hoffman. Recitavano insieme su “Il maratoneta”. Hoffman doveva girare una scena nella quale doveva avere il fiatone; per rendere più verosimile la scena, che fu ripetuta diverse volte, correva per due chilometri attorno all’isolato. Olivier, quando l’ha visto, gli ha detto: “ma non sarebbe sufficiente recitare?” Come provocazione, io ti dico: ma non era sufficiente inventarsele, queste etichette? 😉

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  11. arthur
    23/06/2011

    E’ vero, non è da tutti essere recensiti prima della pubblicazione, ma Morena è Morena e su questo, Paolo, credo che siamo d’accordo.

    A proposito, bella recensione. Posso mandarti qualcosa di mio da recensire? 😆

    Scherzo ovviamente.

    Ciao.

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  12. morena fanti
    23/06/2011

    eh no, non era sufficiente inventarsele queste etichette. non lo era per me.

    Mi sono inventata altre cose, molte. Ma conosco bene il giardino dell’ospedale, ho ben presente gli alberi e ho letto le etichette molte volte. La scena è per me molto vera.
    Sarei andata di persona ma ho aggirato la faccenda mandando un’amica che lavora là. Durante la pausa è andata fuori, ha copaito le etichette (almeno tre. e diverse mi raccomando!) e mi ha spedito la mail con le indicazioni.
    È vero che si può inventare qualsiasi cosa ma io credo che il pizzico di verità renda più vero anche il resto.
    La faccenda del film mi pare un po’ diversa. Il regista lo mandava in strada a correre ma lui faceva il furbo…

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  13. Marco
    23/06/2011

    Anche io sono un po’ come Morena. Per una storia che adesso sonnecchia ho girato per un quartiere di Savona. Avanti, indietro, un’occhiata al bar, al traffico. I rumori. Gli edifici. Ne avevo bisogno. Magari è solo una mia fissazione, però mi sembrava che agendo diversamente non sarei riuscito a essere efficace.
    Mah!

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    • Paolo Zardi
      23/06/2011

      Credo sia importante cogliere la “realtà” – e quindi raccogliere informazioni è necessario. per chi vuole scrivere. Ma credo che poi ci si possa permettere ogni genere di invenzione – il mondo va piegato all’esigenza della narrazione. Puoi spostare una via, o mettere un negozio che ti aiuta a far arrivare qualcosa. Non serve che tutto quello che viene descritto esista veramente da qualche parte – l’importante è che dia l’impressione che sia vero. Non conosco Savona; e non serve che la tua storia si svolga a Savona: come scrittore, hai il diritto di inventarti la Savona migliore, e più funzionale alle tue esigenze. Dov’è lo sfondo della Gioconda? In quale parte del mondo?
      Nel caso specifico delle etichette – ma che sono solo un pretesto per parlare di questo – per me è irrilevante che corrispondano al vero: Morena ha avuto una buona intuizione nel volerle inserire nella descrizione del giardino, ma da lì in poi – almeno per quanto mi riguarda – poteva mettere qualsiasi cosa. Poteva mettere, ad esempio, delle sigle che, anagrammate, davano i nomi dei tre personaggi, o il numero di telefono di Morena, o le coordinate della stella polare, o il CAP di Cervo – il risultato sarebbe stato uguale o forse anche superiore, a quello che ha ottenuto prendendo le etichette così come sono. Ecco, non l’ho scritto qui (ma l’ho detto a Morena): il libro è pieno di dettagli, tutti molto precisi, ma ci sono momenti in cui forse sarebbe stato meglio “rilassare” il vincolo della realtà, e passare più coraggiosamente alla finzione… ma è un discorso lungo, ci torno sopra con calma!

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  14. silvia
    24/06/2011

    interessante questa discussione sulle etichette… vere, finte… chi può dire cosa sia meglio? E’ solo il modo di raccontare che ci parla direttamente, e crea la realtà o la finzione a seconda di quanto ci coinvolge…
    Sono curiosa di leggere questo romanzo e spero che gli editori lo pubblichino. Sarà perchè sono una nella fascia d’età descritta, in una esemplare situazione di impasse, e pittrice?
    Grazie Paolo, una bella recensione 🙂

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    • Paolo Zardi
      29/06/2011

      Oscar Wilde diceva: “Per rendere la verità più verosimile, bisogna assolutamente mescolarvi un po’ di menzogna”.
      Baci! 😉

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