Grafemi

Segni, parole, significato.

La danza del pomo

Sto andando a dormire, ma in salotto ci sono cinque ballerine di danza del ventre che chiacchierano amabilmente. Mi è venuto allora in mente un vecchio pseudo-racconto (diciamo un divertissement) che avevo scritto nel 2008, dopo una cena surreale in una trattoria sui Colli Euganei.

 

Quando gli arriva una specie di cannolo, un incrocio, per dimensione e colore, tra un involtino primavera e la borsetta della sua fidanzata, e con la forchetta lo apre, e vede che sotto la sfoglia c’è della carne macinata, e chiede alla cameriera, una marocchina insolitamente pallida e decisamente molto severa, che cosa sia, quella sfoglia ripiena di carne, e la cameriera, che indossa una camicetta di raso blu chiusa fino all’ultimo bottone, risponde “è una sfoglia ripiena di carne”, ecco, in quel momento prima di pensare “appunto”, si domanda “che cosa, chi, quale evento, mi ha portato qui, ad una cena araba in un agriturismo sui colli toscani, che dalle finestre vedo olivi e casolari, e posso persino sentire l’odore di qualche allevamento di maiali?”

A questa domanda però, cioè il cosa o il chi o il quale evento l’abbiano trascinato lì, non riesce a dare alcuna risposta, perché, proprio mentre si appresta a ricostruire la sequenza degli eventi della giornata – attività resa quasi impossibile dal Chianti che il proprietario del locale, un marocchino decisamente abbronzato e insolitamente gentile, gli continua a versare come se avesse un secondo fine, nel farlo (rapimento? conversione all’Islam? vendita come eunuco ad un principe arabo?) – ecco che fa il suo ingresso Madame Shamila – o semplicemente Madame, come la chiamano tutte quelle che parlano di lei al telefono, sottovoce, nel passaparola frenetico che precede quelle cene – la più famosa, la più brava, la più talentuosa ballerina di danza del ventre di tutta la provincia di Arezzo. E, forse, anche più in là.

E l’ingresso è degno della sua fama: si spengono le luci nella sala, parte il ritmo di due tamburi tabla, e lei scende lungo le traballanti scale di legno, costruite per altri scopi da qualche falegname toscano ai primi del novecento; avvolta, fasciata, in un vestito che, se valutato per le dimensioni, dovrebbe costare poco più di un paio di mutande, ma che probabilmente vale quanto il patrimonio di tutti i presenti per la presenza di diamanti – che lui, con il giudizio inquinato dal Chianti, non sa dire se veri o falsi – e perline e ninnoli che penzolano luccicanti. Sorride con un set di denti storti ma non per questo meno artistici, tenendo le braccia sollevate su ascelle depilatissime, e inizia a far ondeggiare il ventre liscio – l’ombelico si muove come il puntino rosso di un indicatore laser usato nelle presentazioni Power Point, e dice ad ogni uomo dove sarebbe più corretto guardare – e ad agitare il seno che non è affatto prorompente, ma che per tutto quello scuotere forsennato si agita davvero (e fa una concorrenza sleale all’asciuttezza dell’ombelico) e fa ruotare il bacino, che in realtà è un bacione, per ampiezza e volume, e gli occhi dei presenti si lasciano ipnotizzare da tutta quella carne rosa e sana e ricoperta di glitter che emana un profumo paradisiaco ogni volta che un braccio si avvicina pericolosamente ai tavoli imbanditi.

Quando si riaccendono le luci, e cameriere (diverse dalla marocchina con la camicia di raso blu chiusa fino all’ultimo bottone) portano il secondo piatto – un cous cous con carote e zucca e peperoni rossi – la sua vicina di posto, che un destino incomprensibile ha fatto sedere accanto a lui, spiega per quale motivo non potrà mangiare quel piatto; e se la parola “motivo” è composta di sole sei lettere, e la si può dire piuttosto in fretta, ciò che la sua vicina dice deve essere per forza qualcosa di diverso, di più complicato, di più completo: solo il dr House sa elencare una tale quantità di malattie, allergie a livello molecolare, idiosincrasie, prescrizioni religiose, manie, ossessioni, fobie e patologie, ciascuna delle quali potrebbe essere tranquillamente scambiata per Lupus. Lui, però, insensibile per il vino pericolosamente mescolato con il culo roteante di Madame, come ha preso a chiamarla a causa dell’incredibile confidenza che si prova dopo aver visto un corpo praticamente nudo agitarsi a meno di un metro di distanza, tende a non farci caso, e mangia il suo cous cous, in silenzio, fissando la rosa rossa che perde i petali sul tavolo, aspettando l’arrivo di un nuovo numero di quelle ballerine delle quali lo sfiancante ancheggiamento di Shamila – gli pare intimo anche così, solo il cognome – è stato lo strepitoso prologo.

Infatti poco dopo di nuovo calano le luci della sala rumorosa, e si avverte un brusio eccitato, e qualcuna delle fidanzate di quegli uomini che sperimentano, sul proprio corpo, il significato della melodiosa endiadi “testosterone a manetta”, si dicono tra loro “ecco, sono quelle del primo anno”, cioè le ragazze del corso per principianti che MS, come ormai lui chiama la puledra di prima, tiene in una specie di ex fienile abbandonato fuori Arezzo – e quando sente “principianti” si aspetta delle ragazzine che, se esistesse la macchina della verità, lui finirebbe inculato a sangue in qualche carcere pieno di rapinatori incalliti ai quali è rimasto solo il senso profondo dell’onore, e nient’altro. In realtà “principianti” significa solamente che il loro sistema nervoso è incapace di coordinare gambe e braccia in un unico disegno armonioso, di dare uno scopo al muoversi di quei corpi tra un tavolo e l’altro. Lui si versa un altro bicchiere di vino, senza nemmeno aspettare il braccio del proprietario del locale che come una mannaia è sceso per tutta la serata su di lui con scopi che avverte come sempre più minacciosi e irreversibili, e beve sperando che il suo senso estetico si dilati, almeno un po’ – e forse qualcosa succede, perché all’improvviso lui riesce a cogliere qualcosa di simile all’arte in due gemelle nane, che presentano un tronco non malleabile e resistente ad ogni torsione – gli ricordano, da lontano, certi quadri di Dalì che suo nonno, da piccolo, gli mostrava in soffitta, su libri neanche tanto vecchi (e qui il vino svela un particolare che gli era sempre sfuggito, o che aveva sempre rimosso, e che cioè suo nonno aveva i pantaloni abbassati, durante quelle lezioni d’arte!). In ogni caso, le due gemelle nane, che ballano guardandosi negli occhi come se fossero, ciascuna, lo specchio dell’altra, hanno un fascino quasi sinistro, da fine impero, che lo riempiono di un profondissimo e piacevolissimo sgomento; la sua vicina però, che invece di morire, come ci si aspetterebbe dall’elenco dei suoi sintomi, continua a parlare, esclama (sì, non dice e non grida: esclama, come si faceva in certi romanzi dell’ottocento), che “sono proprio brave, per essere nane”, e lo esclama con un tono di voce talmente alto che anche le gemelle la sentono, e lui scorge, sotto le luci colorate che si riflettono sui diamanti dei vestiti, due lacrimone omozigote sui loro occhi, tanto che gli verrebbe l’impulso di prendere gli avanzi del suo piatto di cous cous e di infilarli nella bocca della vicina, un pezzo alla volta, fino a scoprire quale, delle sue allergie, è quella mortale. Quando la musica finisce, e le ballerine principianti si ritirano facendo inchini che mostrano scollature assai generose – solo le gemelle si esimono dal farlo, perché comunque già abbastanza basse – a lui viene da piangere per l’inutile ed irreparabile dolore al quale ha assistito.

Non è questa la danza del ventre” le sussurra in un orecchio la sua adorata fidanzata, e lui sa che è così, perché l’ha vista ballare, la sua fidanzata, sul palco di un teatro, pochi mesi prima, e sa cosa sia il ritmo giusto, la giusta postura, il giusto sguardo. Ma in ogni caso, ora sono lì, imprigionati su quei tavoli di un agriturismo in mano ad un marocchino crudelissimo e sorridente, in attesa di nuove portate, siano esse culinarie o danzerecce. Le cameriere portano carne diminollo lavorata in piccole polpette, e si fa a gara per mangiarle – tutti, tranne la vicina, che afferma di essere allergica anche a quelle – “soprattutto al minollo”, sostiene, che una volta l’ha visto per televisione, il minollo, e la tiroide è come impazzita. Lui vorrebbe prendere il vassoio di acciaio e sbatterglielo in faccia, non solo per farla tacere (sa che potrebbe contare sull’omertà di tutti i presenti, in caso di un processo, fosse anche per omicidio volontario e persino premeditato), ma soprattutto come vendetta in nome e per conto delle nanette, alle quali ormai si è talmente affezionato che sarebbe disposto a barattarle con le statuine che tiene in giardino, splendido regalo dei generosi futuri suoceri per il fidanzamento ufficiale. Però non fa niente, perché proprio mentre ha afferrato il bordo d’acciaio del vassoio delle polpette, si spengono di nuovo le luci, e anzi, si spegne proprio tutto, anche certe candeline che ornano le finestre di legno scuro, e il marocchino inizia a parlare al microfono come un presentatore imbrillantinato, per annunciare che, a sorpresa, è arrivata da Milano l’astro nascente della danza del ventre, la più spettacolare e irresistibile ballerina del deserto, capace di muovere in modo disgiunto i glutei come se essi fossero dotati di vita propria, la famosa Ada Moera, che qualcuno forse ha avuto modo di incrociare in qualche scuola, dice il proprietario sempre più sorridente, mentre tutto il pubblico rumoreggia, e le ragazze si alzano dalle sedie per vedere se davvero stia entrando, la Moera, se sia già sulle scale, se abbia già appoggiato uno dei suoi piedi fasciati dai calzari sottili e chiari sul pavimento piastrellato della loro sala. Rullo di tamburi, grido berbero della vicina, faro bianco, Ada Moera è in pista!

E questa ballerina è davvero strepitosa, pensa lui – emana sensualità e straripante indecenza, si muove come un qualche animale selvatico, come un concentrato di sesso allo stato solido, è una piccola porca da combattimento, una tentazione di carne saltellante, l’ologramma della struttura molecolare di un ferormone proiettato nello spazio di quell’agriturismo, un dito che preme con la precisione di un bisturi il tasto dello sfacimm che lui ora avverte sulla propria schiena – lo sorprende, per intensità e determinazione, il desiderio fedifrago di quella pelle. Le ragazze, come impazzite, si buttano pure loro in quella danza carnale e sensuale, antica come la storia degli organi sessuali che comandano i corpi, e muovono anche tette culi e pance con la naturalezza che un dio pagano ha regalato loro per donare una gioia – tutta terrena – agli uomini. Così, lui si dimentica delle nane tristi, della vicina che non morirà mai, delle polpette fatte con un animale del quale, si accorge ora, non aveva mai sentito il nome prima di oggi, dell’involtone primavera-estate, perfino del Chianti che ha sostituito il suo sangue, e fissa, con lo sguardo rapito, il movimento sinuoso del corpo irresistibile di Ada, e… ma? Guarda il suo bicchiere vuoto. Poi guarda di nuovo Ada, che si contorce vicino al suo tavolo. La guarda fissa. Ne scruta i lineamenti. Il collo. Cerca con gli occhi la sua vicina, ma vede che lei salta, beata e sorridente, come se fosse tutto normale; anche la sua fidanzata, che brilla tra tutte quelle creature variegate per forma e dimensioni, pare divertita. Le polpette? Sono state le polpette? Il troppo vino? Cos’è, quella cosa, sul collo di Ada? La vede solo lui? Solo lui scorge il rigonfiamento sulla trachea? Ma mentre annega nel vuoto dondolante che il Vino regala a chi lo sa amare e non teme sua sorella la signora Nausea, la cugina Mal Di Testa e il figlio illegittimo Vomito A Raggiera, e le nane piangono, inconsolabili e ormai dimenticate da tutti, nella cantina di quell’agriturismo, trasformata in un grande, muffoso camerino per le stelline di periferia, e fuori dalle finestre riposa un mondo figlio del desiderio di cui la carne, sprezzante di ogni ridicolaggine, si fa paziente ambasciatrice, mentre acquisisce la certezza sempre più matematica che i cromosomi di Ada Morea, o Adamo Era, come inizia a sospettare, riportino inciso, ciascuno, la sigla XY, lui pensa, anzi, urla “e chi se ne frega”, per cui si alza in piedi, ruba la rosa spelacchiata del suo tavolo, se la piazza tra i denti, ed inizia a ballare su quella pista improvvisata, in estasi, come se per un momento ogni cosa e il suo contrario, lo Ying e lo Yang, la faccia scura della Luna e il lato luminoso che li guarda silenzioso dalla volta scura ed infinita, fossero finalmente, irresistibilmente, selvaggiamente, una cosa sola.

 


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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

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Questa voce è stata pubblicata il 24/08/2011 da in Satura Lanx con tag , .

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