“Gobbi come i Pirenei” – una chiacchierata con Otello Marcacci

Otello Marcacci ha pubblicato un libro, “Gobbi come i Pirenei”, con la Neo Edizioni, la stessa casa editrice con la quale è uscita la mia raccolta di racconti Antropometria. Ho letto il suo libro tra aprile e maggio dell’anno scorso, quando ancora non era uscito, per poterne parlare al Salone del Libro di Torino. Leggendolo, ho riso divertito, e ho pianto di commozione. E dopo averlo ripreso in mano, la mattina dopo la presentazione, ho di nuovo riso, e di nuovo pianto di commozione: nella metropolitana che mi portava dal mio albergo al Lingotto, dopo aver chiuso l’ultima pagina, avrei voluto abbracciare qualcuno, per dirgli che ero contento. E poi dargli una copia del libro, perché potesse capire cosa intendevo.

gobbi come i pirenei
Gobbi come i Pirenei – Otello Marcacci

Sono un lettore abbastanza rigido, nelle mie scelte. “Gobbi come i Pirenei”, il libro di Otello, non rientra nella categoria dei libri che io comprerei: è scritto da un italiano, parla di ciclismo, fa ridere, e parla male della Juventus. Per questo motivo, sono contento che Otello abbia pubblicato con la Neo, la mia stessa casa editrice: perché sono stato messo nelle condizioni di leggere un libro che, in altre circostanze, mi sarei perso. Un romanzo ha un valore quando sa porre delle domande, quando insinua dei dubbi: “Gobbi come i Pirenei” di domande me ne ha poste parecchie – comprese quelle che riguardano il mio modo di scrivere. Perché Otello scrive con il cuore, perché parla di sentimenti, di redenzione, di speranza, di un sogno che si avvera.

“Gobbi come i Pirenei” parla di un uomo che, dopo aver fallito tutti i suoi traguardi, riceve un’ultima possibilità di redenzione: cogliendola, scopre di possedere qualità che non sapeva di avere. La vittoria finale avrà dunque un sapore, e una consistenza, completamente diverse da quelle inizialmente pensate. E questo cammino verso la propria salvezza umana passa attraverso un intreccio di storie costruito alla perfezione, con personaggi divertenti e credibili, e colpi di scena e intrighi molto ingegnosi: un “gira pagina” che però fa pensare, e che riempie il cuore di ottimismo.

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In questi mesi, ho avuto un fitto scambio di mail con Otello: abbiamo parlato di libri, ma anche delle nostre vite, con un’intensità rara da trovare. Siamo diventati amici, forse fratelli. I nostri due caratteri praticamente opposti hanno trovato tanti punti di contatto che la nostra diversità in qualche modo esalta. Ci sono stati momenti di incomprensione, ma poi ci siamo trovati, in un rapporto che ci obbliga, moralmente, a metterci sempre in discussione. Durante questi scambi di mail, ho capito che sarebbe stato un vero peccato non provare a raccogliere tutte le cose che Otello aveva da dire – sul suo libro, e sul mondo in generale. Ci siamo trovati a Lucca, in Piazza dell’Anfiteatro, e lì, mentre il sole tramontava, abbiamo parlato, davanti a un bicchiere di Chianti. Con il suo accento toscano, ha risposto a tutte le mie domande, con la sua consueta generosità e originalità. A casa, poi, ho sistemato i miei appunti, e li ho integrati con altre informazioni. Ne è venuta fuori un’intervista lunga e piacevole, dove si parla di come è nato il romanzo, ma anche di editing (compreso un interessantissimo confronto tra un brano prima e dopo l’editing), di libri da portarsi in un’isola deserta, di come si costruiscono i personaggi di un libro, di case editrici e di presentazioni.

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Grafemi: Hai pubblicato il tuo primo romanzo alle soglie dei cinquant’anni. Prima di Gobbi come i Pirenei, non si trova nulla, di tuo: nemmeno un racconto su qualche rivista sconosciuta, un post su un blog, due frasi su Facebook. Cosa hai fatto, in tutti questi anni? Quando hai iniziato a scrivere? 

 Otello Marcacci: E’ vero non ho mai pubblicato niente, non ho mai tenuto un blog e Facebook non lo uso come mezzo di comunicazione. Sono l’esatto contrario di Arthur Rimbaud che ha dato il suo meglio nei suoi anni da adolescente per poi abbandonare la poesia e diventare persino un mercante di schiavi. Io invece fino ad ora ho solo fatto esperienze e cercato di superare gli esami all’università della vita. Il più difficile di tutti gli atenei. Eppure ti sembrerà strano ma da qualche parte sul web esiste anche un libercolo di poesie scritte in anni giovanili ma si vede che non piacevano a nessuno se sono state eliminate.

Ho cominciato a scrivere da ragazzo. Ma i ragazzi, gli uomini giovani in genere, a parte alcuni grandi geni, non hanno belle storie da raccontare. E oltre tutto finisce che quelle che trovi diventino ben presto funzionali soltanto a dimostrare quanto sei bravo a scrivere. E’ per questo che molti libri non funzionano. Per me infatti un buon romanzo è quello in cui si percepisce che lo scrittore è al servizio della storia e non il contrario come capita tante, troppe volte. Nel mio caso ciò mi è diventato così chiaro e limpido nella mia mente solo in età matura. Adesso se non sento che una storia “mi chiama”, se non percepisco l’urgenza di farla leggere a tutti quelli che conosco, renderla viva, beh, allora non scrivo niente. Non scrivo se non sento che ho qualcosa da dire e non c’è la “chiamata” che ti dice “ti prego ho scelto te non abbandonarmi”. E mi sono talmente convinto di questo che credo che tutte le storie siano già state scritte e che esse scelgano solo da chi farsi raccontare. Calvino sosteneva che “la fantasia è un luogo dove ci piove dentro”, lo scrittore secondo lui deve chiudere gli occhi e lasciare che la pioggia divina entri dentro di lui come lo spirito santo. Sembra assurdo ma è ciò che davvero adesso accade a me. Ecco, in ultima analisi, la scrittura, alcune storie, le mie storie di sicuro, sono la prova che Dio esiste. Lui le ha scritte e alcune di esse hanno scelto me come loro narratore.

 G: Come è nata l’idea di Gobbi come i Pirenei? Leggendo il libro, sembra che ci siano molte idee maturate nel tempo – in questo momento mi viene in mente la teoria sul Quoziente d’Intelligenza – attorno alle quali tu hai costruito una storia. E’ una visione corretta, o le idee che circolano per le pagine del libro sono venute fuori come contorno alla trama principale?

 OM: Non sbagli. La gestazione di “Gobbi” è stata lunghissima. In realtà per tornare la discorso di prima la storia mi chiamava da tempo ma io ho fatto di tutto per non rispondere. Come se avessi saputo che se mi fossi lasciato andare completamente a essa la mia vita sarebbe cambiata irrimediabilmente perché quando si aprono certe porte non si torna più indietro. Se avessi seguito il mio “daimon” fino in fondo avrei potuto perdermi o ritrovarmi in un posto lontano dai miei cari e dalle cose che avevo sempre fatto.

Però lei è stata insistente. Mi ossessionava la notte e persino quando lavoravo fino a quando non è stato possibile resisterle e allora ho dovuto mettere il magazzino della mia vita e della mia esistenza al suo servizio. E quindi anche le mie meditazioni su temi così importanti e delicati come la teoria del Q.I. alla quale accennavi. La magia secondo me sta proprio in questo. La storia ha scelto me perché sapeva che il magazzino di utensili della mia vita e dei miei pensieri era funzionale anche a lei. E questo che, secondo me, rende Gobbi come i Pirenei un libro speciale. Perché niente è lasciato al caso. Anche le cose che sembrano buttate là a casaccio e che magari qualcuno nemmeno nota. La storia mi ha chiesto di essere raccontata ma io ho deciso di farlo alla mia maniera utilizzando diversi piani di lettura nei quali ognuno sceglie fino a dove vuole arrivare a comprendere. Una specie di stereogramma se vogliamo. Si ride e ci si diverte con l’umorismo e la comicità ma si può anche aguzzare la vista e vedere qualcosa di più. E se si aguzza meglio e si mette a fuoco vedere ancora oltre. Questa è la vera magia di Gobbi. Ma si sa, ogni scarrafone è bello a mamma sua [ride].

 G: Un tipico errore che fa il lettore medio è quello di cercare una corrispondenza tra quanto raccontato – i personaggi, le situazioni, i luoghi – e l’autore. Nel tuo libro, però, questa tentazione verrebbe anche al lettore più distaccato:la vividezza dei dettagli e dei dialoghi, la partecipazione alle vicende del protagonista fanno pensare che qui non sia tutto un’invenzione. Quanto c’è della tua vita, qui dentro? Hai voglia di svelarci un po’ il dietro alle quinte – e in particolare il legame tra i personaggi e le persone reali che ti circondano?

 OM: Ti dirò che ho sempre pensato che un buon autore è colui che riesce a far dimenticare al lettore chi è quello che scrive fino a quando, alla fine, qualcuno si chiede “ma chi è questo che ha partorito una cosa del genere?” pertanto se mi dici che lascio pensare che non sia tutta un’invenzione allora ho fatto proprio un brutto lavoro… [sorride]. Ti confesso che uno dei complimenti che più ho apprezzato è stato quando un amico mi ha detto che dopo poche pagine si era completamente scordato che ero io quello che aveva scritto il libro perché così preso da non dovermi  identificare con le parole e i personaggi di “Gobbi”.

Come ti dicevo prima, la storia mi ha chiamato a raccontarla e per far questo ho dovuto utilizzare il magazzino della mia vita. Inevitabilmente non ho potuto che utilizzare facce e persone e vicende e colori e immagini e dialoghi che in qualche modo ho vissuto io. Visto che siamo in tema di confidenze te ne dirò un’altra che appartiene al mio modo di pensare alla scrittura. Ovviamente anche qua siamo in presenza solo di un punto di vista e quindi prendilo come tale.

Nella mia concezione di mondo letterario il “talento” ho presunto tale sta nel creare una storia e degli intrecci che possono appassionare il lettore. Il cosiddetto “plot”. La costruzione dei personaggi è invece “mestiere”. Niente di più o di meno che quello. Una cosa fondamentale ma che si può imparare come si imparava a dipingere  nel Rinascimento nelle Botteghe dei Maestri d’Arte. I personaggi devono essere tridimensionali ma potrebbero benissimo anche essere caratteristi o semplici apparizioni che hanno una loro intrinseca funzione atta a portare avanti la storia. Ma di nuovo, trattasi di puro “mestiere” che si sviluppa quando alla fine si diventa confidenti con la scrittura. L’unica cosa che non si deve perdere di vista, secondo me, è la coerenza. Ecco perché ho utilizzato molti personaggi della mia vita e della mia terra. Ho scritto una storia toscana ambientata in Toscana e piena delle nostre suggestioni perché sono quelle che conosco meglio e i personaggi dovevano essere coerenti con tutto questo. Immagino che funzioni così per tutti gli scrittori. Mi pare del resto che anche tu usi lo stesso metodo con la tua Padova.

Qua si fermerebbe un’intervista ufficiale. Ma voglio dirti di più. Gobbi come i Pirenei mi ha consentito di mettere in equilibrio un po’ di cose. Mettere al loro posto il puzzle della mia vita e dire a qualcuno che è stato importante che mi manca o che non mi è piaciuto il modo in cui ha preso la sua strada nella vita lasciandomi alle spalle. Uno di questi personaggi ad esempio è Arturo Condorelli. Se leggi il libro puoi anche non dargli peso e anche non darci alcun conto. Al contrario per me ha una valenza molto grande al punto di essere pietra di paragone per Eugenio Bollini all’inizio della sua vita ma anche dopo, durante la crescita del personaggio. Nella vita reale Arturo, con altro nome, è davvero esistito e proprio come nel libro la sua donna è stata fonte del nostro allontanamento. Come capita molte volte. Nel libro, alla fine, l’ho in qualche modo redenta, purtroppo nella vita reale non è ancora successo e temo non accadrà mai. La cosa triste è che quando gli ho parlato della sua “partecipazione”, questo mio vecchio amico non si è peritato un attimo nel cercare di capire che cosa cercavo di dirgli. Mi ha solo detto “Bada a te se metti il mio vero nome!!” Noblesse oblige.

Ho voluto poi rendere omaggio ad alcune donne che ho conosciuto. Non potendone scegliere solo tre ho deciso di mettere nei personaggi femminili: Carolina, Irina e Isabella alcune caratteristiche di molte di esse e alla fine sono venuti fuori dei personaggi colorati che assomigliano ognuno a diverse donne che ho incontrato. Carolina in modo particolare ha molte caratteristiche della mia prima moglie. L’amerikana, con la kappa per l’appunto. Nella vita reale lei però è stata molto più cattiva e intelligente di Carolina che invece rimane una “cogliona” italiana vittima di se stessa. Ho voluto poi un po’ giocare con i miei genitori. Mia madre non era il mostro che descrivo nel libro né mio padre quel “sant’uomo”. Credo però che, per motivi diversi, entrambi si sarebbero divertiti nel leggersi dipinti nel modo caricaturale che ho utilizzato. La cosa più divertente per me invece è che adesso mi sta capitando quel che capitò a Gianni Togni che scrisse negli anni ottanta la famosa (allora…) canzone Giulia. La canzone diventò una hit clamorosa perché tutti credevano che fosse una canzone romantica e d’amore per una donna quando lui voleva solo prenderne in giro una che se la tirava da morire. E così la gente mi scrive dicendo che grazie a me hanno ritrovato il padre che forse non avevano mai capito. Bello così. Davvero.

G: Se io dovessi riassumere con una sola parola la trama di Gobbi come i Pirenei, direi: redenzione. Lo direi all’americana: a redemption story. La bellezza della seconda possibilità che non viene negata a nessuno, e che diventa l’occasione per ridisegnare la propria scala di valori: il protagonista vince, ma non come aveva inizialmente immaginato. Quando ho saputo che qualcuno pubblicava il suo primo romanzo sulla soglia dei cinquant’anni, e che questo romanzo parlava di redenzione, mi sono chiesto se per quello scrittore, pubblicare un romanzo potesse essere una sorta di seconda possibilità rispetto a quello che c’era stato prima. Non serve che tu mi confermi se esiste un’analogia a posteriori tra le due storie – quella del libro, e quella di chi l’ha scritto. Mi piacerebbe invece sapere cosa ti ha portato, in termini di esperienze, la pubblicazione del tuo libro: è stato come ti aspettavi? Una volta raggiunto il risultato che ti eri preposto, hai ridisegnato anche tu, la tua scala di valori? Hai trovato qualcosa in meno e qualcosa in più di quello che pensavi?

Devo confessarti che tra tutte quelle che mi hai fatto questa è la domanda che mi ha costretto di più a meditare. A pensare a fondo al senso delle cose e di questo ti ringrazio.

Io credo che il mito sia indiscutibilmente una creazione dell’uomo perché esigenza primaria e ancestrale. Ognuno di noi ha i propri miti e ci costruiamo una mitologia personale spesso gelosamente custodita alla quale facciamo però continuamente riferimento e tutto ciò, bada bene, prescinde dalla cultura, che anzi spesso è pure una barriera.

Io durante il mio percorso di vita ho fatto mio il mito dell’Aleph borgesiano.

Aleph letteralmente significa zero, deriva dall’alfabeto ebraico. L’Aleph-zero è considerato il numero più piccolo che si può concepire, una sorta di atomo, e in questa concezione è utilizzato nel linguaggio di Borges, dove l’Aleph è da considerarsi come un punto di inizio verso cui tutte le cose fanno ritorno e a cui tutte le cose tendono. L’Aleph inteso da Borges, è l’inizio, il tutto, la fine. Un punto, e ne esiste più d’uno, che contiene ogni cosa. Non si tratta del riassunto delle cose ma di ogni cosa nella sua completezza, la coesistenza del tutto accuratamente sovrapposto e trasparente al punto di poter vedere distintamente ogni elemento come entità autonoma.

Ecco a me piace pensare anche alla mia esperienza “letteraria” in questi termini. Un qualcosa a cui ho sempre teso e adesso tocco con mano perché vi ho fatto ritorno, perché quello era il mio posto perché è da là che sono partito. Ci sono riuscito solo a quasi cinquant’anni? Non importa, ho scelto la via più lunga e mi sono perso e poi ho trovato amici lungo la strada che mi hanno chiesto di aiutarli a cercare il loro di Aleph e che c’è di più bello che vedere il sorriso nelle facce di coloro che in qualche modo entrano in contatto con te e ai quali più o meno direttamente regali qualcosa, foss’anche un nuovo modo di guardare alla vita? Non è quindi una seconda possibilità. Non c’è mai per nessuno. Questa è sempre stata la mia unica via così come chiunque ha la propria: la tendenza a ritrovare il proprio Aleph.

Le esperienze di cui mi chiedi sono in linea con quanto ti ho appena detto. Se mi allontano dalla ricerca del mio Aleph posso avere anche esperienze importanti che però non mi toccheranno mai quanto quelle che derivano dal provare a raggiungere ciò da cui si è partiti. In altre parole tutto ciò che mi sta dando quest’”avventura” è meraviglioso anche se magari provoca dolore o ansia, come nel caso in cui ti confronti con il rifiuto o l’ostracismo delle case editrici. E’ un’esperienza negativa ma ti arricchisce dentro lo stesso perché in cuor tuo sai che stai andando nella direzione giusta.

La mia scala di valori non è cambiata in alcun modo: “il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”. Questa rimane, per me, una legge immutabile nel tempo. Continuo a essere attratto dalla contemplazione di quel cielo verso cui mi sento di dover orientare i miei passi ma anche a credere che le mie azioni le devo compiere perchè convinto che sia giusto comportarsi così e non perchè, a seconda della mia condotta, mi verrà assegnata una ricompensa o una punizione divina.

Tutto questo ovviamente è un quadro idilliaco che funziona e va bene nel lungo periodo. Poi però ci sono i momenti di “breve” nei quali si è vittima delle nostre paure e delle paturnie e degli insuccessi che generano dubbi. Per non parlare dell’ingordigia umana che ci assale a tradimento e ci fa chiedere sempre di più di quello che abbiamo e dall’egoismo di cui siamo più o meno tutti pregni, che ci fa avere pensieri meschini e atteggiamenti non così belli e puri come quelli descritti che, però, sono davvero i nostri dentro l’anima.

Ma sai una cosa? Non importa. Davvero. Tutti cadiamo. Insomma il più bravo di noi non è quello che non cade rovinosamente quanto colui che pur facendolo prova a rialzarsi e a pulirsi le ginocchia e a dire “Ok adesso ci riprovo e prometto di non cadere più”. E inevitabilmente ci ricasca una, due, cento volte ma, ed è questo il bello della maturità, sai che a un certo punto se ti applichi davvero cadrai sempre di meno e con sempre minor dolore. Tutto questo per dirti che, si, accidenti, pensavo che alcune cose fossero diverse, alcune addirittura molto diverse, ma che bello però entrare comunque nelle vite di tante persone e poter regalare qualcosa di mio che migliora per un attimo la loro vita. Si. Sono tornato a casa.

 G: Michela  Murgia ha detto che farsi editare un libro è come andare dal dentista: si esce che i denti sono ancora i tuoi, ma non sono mai stati così belli. Ti ritrovi in questa definizione? Senti che questo libro morde ancora con i suoi denti? Come si è svolto l’editing? Cosa è cambiato? Hai voglia di condividere un pezzo prima e dopo l’editing? Ma soprattutto: come ti sei sentito mentre qualcuno metteva le mani sulla tua creatura?

 OM: In questo piccolo percorso all’interno del mondo editoriale ho imparato molte cose. La più importante di tutte è che l’editing fa la differenza tra una buona casa editrice e una mediocre, figuriamoci poi con una pessima. Certo ci sono altre variabili per capire a quale categoria essa appartiene ma l’editing è di sicuro quella che ha più peso specifico.  Ho conosciuto persone che hanno avuto il loro file del manoscritto direttamente pubblicato senza toccare che qualche virgola qua e là, altri invece che nemmeno quelle. La NEO edizioni è una casa editrice talmente seria che io e Angelo Biasella, uno dei titolare di essa nonché editor ufficiale, abbiamo litigato per sei mesi, forse sette, a causa dell’editing. Abbiamo discusso su ogni cosa, persino sull’uso delle parole e su una in particolare ci siamo scambiati mail di fuoco per una settimana. (se mai vi interessasse la parola è “noumeno” a pagina 38 sempre relativamente a Arturo Condorelli). In quel caso l’ho vinta io ma per altre 1500 volte l’ha avuto vinta Edward “mani di forbice” Biasella.

E aggiungo anche per fortuna.

Insomma l’editing è la cosa che fa diventare un buon manoscritto un buon libro. Una buona storia in un buon romanzo. Sembra una cosa da niente e invece è basilare.

Angelo Biasella è stato fantastico. Ha una visione molto diversa dalla mia e questo ha fatto del bene al romanzo perché a lui ha permesso di perdere la parte peggiore del mio modo di essere facendogli acquistare una leggerezza  che prima, forse, non aveva. Il mio modo unico e irripetibile che fa tanto “Marcacci Style” e che mi rende assolutamente irresistibile [ride], a volte, ammettiamolo, mi rende anche dannatamente pesante. Biasella ha lavorato molto su questo. Il problema è che ogni autore si innamora di ciò che scrive e quando lui con le sue dannate mani di forbice mi faceva il pelo e il contropelo mi sono pure incazzato. Dico solo adesso che le parti migliori di questo libro sono merito suo e quelle più “pallose” demerito mio. Ad esempio il personaggio del “Duca” a cui io avevo dato un piccolissimo spazio lui ha voluto portarlo in primo piano e non sai quante mail mi arrivano che mi chiedono di lui. Avrei tanta voglia di girarle a Biasella così che gli possa rispondere lui.

Abbiamo persino discusso sui ringraziamenti. Per me erano una cosa fondamentale e ci avevo messo sopra un enfasi incredibile, un altro capitolo del libro di fatto. Non l’avessi mai fatto. Quel maledetto Censore mi ha costretto a litigare pure su quelli e, incredibile, anche sulle dediche a inizio libro. Insomma ha voluto che scrivessi a mio padre, mentre io avevo scritto a mio babbo. Se avessi detto a mio babbo che lo chiamavo papà (come voleva Biasella) si sarebbe incazzato di brutto. E così per dieci mail a spiegarci l’un l’altro i motivi del perché si e perché no. Un vero spasso. La polemica è il mio mestiere.

Mi chiedi di mostrarti un prima e un dopo dell’editing. Lo faccio volentieri per mostrare quanto e bravo Angelo Biasella. Ti riporto sotto l’incipit “originale” del capitolo “Lo Stato siamo noi” poi se te o qualcuno dei tuoi lettori vuol vedere la differenza si compra il libro (che non fa male e occorre sempre aiutare una casa editrice indipendente a sopravvivere) e vede come l’ha aggiustato quel “mucco” di Angelo capisce cosa intendo.  [Mi sono permesso di riportare anche la versione finale del libro: ciò non toglie che il libro va necessariamente comprato].

Lo Stato siamo noi (versione dell’autore)

 Tre uomini sono in barca. Uno rema. A un certo punto si ferma e si rivolge agli altri due dicendo: Scusate perché adesso non remate un po’ anche voi? Questi sorridono e gli rispondono: Abbiamo già votato. Ma se proprio vuoi possiamo anche votare una seconda volta.

Ricordo che mio padre da ragazzo mi raccontava questa storiella ogni qual volta discutevamo sul concetto di democrazia. Per un anarchico come lui lo Stato era sempre stato il male assoluto. Anni più tardi ne lessi una versione più aggressiva in una citazione di Benjamin Franklin, un genio e padre della nazione americana: “La democrazia – sosteneva Franklin – è due lupi e un agnello che votano su cosa mangiare a pranzo. La libertà, un agnello bene armato che contesta il voto.”

Personalmente non ho mai creduto che la democrazia fosse il miglior mezzo per governare, forse è il male minore ma certo non il migliore. Tutti diamo per scontato il fatto che il governo debba esistere e che non ci possiamo fare niente, ma non è vero. L’errore più grosso che facciamo è pensare che il governo debba controllare un territorio estremamente grande e con esso le persone che ci vivono. Io invece credo fermamente nell’auto-determinazione non-territoriale che significa che ogni persona ha il diritto di scegliere il governo o le istituzioni governative che vuole, su una base volontaria e non imposta. Ciò significa che in una data regione possono co-esistere un certo numero di governi. E le persone possono scegliere quelle amministrazioni a cui vogliono appartenere. Questi governi possono mantenere la sovranità e la legittimità che le persone soggette conferiscono loro, ma differiranno totalmente dai governi esistenti per un aspetto: essi non saranno necessariamente territoriali e non costringeranno nessuno in una data regione a sottomettersi al loro potere. Tutto questo si chiama Panarchia.

In altre parole la gente che crede come me nel panarchismo chiede soltanto di essere lasciata libera dall’essere soggetta al governo di chi la pensa in modo diverso. Al tempo stesso, concede la libertà di avere agli altri il loro proprio governo – con una clausola importante. E cioè che nessuno chieda che l’altro sia allontanato dai luoghi a cui entrambi siamo legati.

Per mio padre invece, molto più massimalista di quanto sia mai stato io, la frase che amano dire i politici “Lo Stato siamo noi” era una solenne sacrosanta stronzata. Il mio vecchio credeva che nella storia non fosse mai successo che una massa di persone si fosse riunita volontariamente e all’unanimità e avesse deciso di rinunciare alla propria libertà per regalarla ad un’entità terza. Lo Stato nasceva, per lui, quando un gruppo di predoni anziché limitarsi a saccheggiarla una volta o due sceglieva di sfruttare la popolazione con continuità. E i politici non sono altro che i sacerdoti che hanno creato le caste, i re guerrieri, coloro che hanno radicalizzato il potere dello Stato. Sono quelli che, in democrazia, chiedono voti ai poveri e soldi ai ricchi promettendo a entrambi di proteggerli gli uni dagli altri.

In ultima analisi per tutti gli anarchici nudi e puri, come era stato mio padre, lo Stato impone la sua presenza con la forza e ci rapina quotidianamente con le tasse e le sue maggioranze, anzi meglio, le minoranze organizzate, sequestrano la nostra libertà sfruttando la classe produttiva per mantenere dei parassiti che vivono alle spalle di essa.

Lo Stato siamo noi (versione finale)

 Per un anarchico come mio padre lo Stato era il male assoluto.

In quanto tale, quindi, andrebbe combattuto sempre e comunque perché sinonimo di sopraffazione e violenza di pochi sui tanti. Ricordo che amava citare sempre una battuta che lui attribuiva a Benjamin Franklin: “La democrazia è due lupi e un agnello che votano su cosa mangiare a pranzo. La libertà, un agnello bene armato che contesta il voto”.

Per me la democrazia non è la miglior forma di governo. Forse è il male minore ma certo non il miglior modo di governare. Tutti diamo per scontato il fatto che un governo ci debba essere per regolare i rapporti sociali. Ma è un falso ideologico. Io credo fermamente nell’autodeterminazione non-territoriale. Ogni persona dovrebbe avere il diritto di scegliere il governo che vuole, su una base volontaria e non imposta. Ciò significa che, in una data regione, possono coesistere diverse forme di governo. E le persone possono scegliere a quale di queste istituzioni appartenere. Questi organismi governativi possono mantenere la sovranità e la legittimità che le persone soggette conferiscono loro, ma differiscono totalmente dai governi attuali per un aspetto: non sono necessariamente territoriali e non costringono nessuno a sottomettersi al loro potere. Pura e semplice Panarchia. Chi, come me, crede nel panarchismo chiede

soltanto di non essere soggetto alle leggi del governo di chi la pensa in modo diverso. Al tempo stesso, concede a chiunque la libertà di avere il governo che si sceglie – con una sola clausola imprescindibile: nessuno deve pretendere che l’altro sia allontanato

dai luoghi a cui tutti sono legati.

Per mio padre – più massimalista di me – la frase “Lo Stato siamo noi” era una sacrosanta cazzata. L’azione statale non era altro che una rapina continua e legalizzata ai danni dei cittadini ignari.

G: Se tu domani dovessi partire per un’isola deserta, e ti potessi portare via solo dieci libri, cosa prenderesti con te? Ci sono degli autori ai quali ti senti più vicino, e che ritieni ti abbiano in qualche modo influenzato? Cosa cerchi, in un libro? Ci sono libri che vorresti non aver mai letto?

OM: Una domanda del genere meriterebbe di essere approfondita in modo meno banale di quanto farò io adesso. Banalizzo perché l’alternativa sarebbe un trattato di cui credo nessuno senta la necessità. Comincerò dal fondo. No. Non ci sono libri che non avrei mai voluto leggere. Ci sono libri che non ho mai finito. Ma è diverso. Io ho solo questa regola. Se un libro non mi piace lo mollo. A meno che non sia per scommessa ovviamente (è successo pure questo…). Ho mollato molti libri perché non mi va di perdere tempo con qualcosa che non mi piace ma non ho mai pensato che non lo avrei mai voluto leggere. Se l’avevo scelto c’era stato di sicuro un motivo. Ho mollato, questo si, libri di grandi autori e non me ne vergogno. Ci sono grandi classici che io trovo di una pesantezza bestiale. Non mi permetto di giudicare gente che passa per essere geni ma Doctor Faust di Thomas Mann è fermo a pagina 50 da circa 20 anni. Non parliamo di Joyce che ho finito solo per scommessa (era lui …). La lista è lunga e la termino qua perché essa potrebbe essere utilizzata contro di me in Tribunale un giorno, ma credimi se ti dico che sono molti più di quanti una persona normalmente normale può pensare. Anche sul cosa mi piace ho difficoltà a parlare perché se devo essere sincero con me stesso negli anni mi sono piaciute molte cose alcune in antitesi tra di loro e curiosamente cose che un tempo “schifavo” adesso mi sembrano molto molto carine e divertenti.

Posso dirti allora cosa porterei oggi, in un isola deserta, ben sapendo che domani forse la lista sarebbe diversa. Quindi in ordine sparso:

1)    Chiedi alla Polvere – di John Fante

Fante è uno degli scrittori che più mi hanno influenzato. Sa dire cose profondissime con un tocco leggero come piace a me. Qualcuno ha detto che sono la sua reincarnazione. Spero solo di non crepare come è successo a lui cieco e senza gambe.

2)    Una stagione selvaggia –Joe Lansdale

Joe è una leggenda vivente. Per me forse il più grande scrittore vivente. Lo amo alla follia e ho scelto solo il primo libro della saga Hap e Leonard ma potrei dire ogni suo libro per me è mistico.

3)    Soffocare – Chuck Palanhuk

Orribile scoprire il genio negli altri mentre tu stai là ad arrabattarti con le tue fisime e paturnie. Ma Chuck è anche uno che se impari ad amarlo non lo molli più.

4)    Alla ricerca del tempo perduto – Marcel Proust

Per anni ho pensato che fosse uno di quei “tomi” da evitare perché avrebbe fatto la fine dei libri di Mann magari fermandomi pure prima. Invece ora so che il novecento è stato il secolo di Marcel Proust, il più grande di tutti e sono andato a rendergli omaggio recentemente a Pere Lachaise a Parigi.

5)    Guerra e Pace – Tolstoy

La mia soap opera preferita. Ah che bello quando erano i libri al posto di Beautiful. Io ne leggo sempre due pagine al giorno e ancora non l’ho finito. Ovviamente.

6)    Le avventure di Huckberry Finn – Mark Twain

Mark è una delle persone che più stimo e amo allo stesso tempo. Un grande che spesso non è stato capito perché l’ironia che usava era, ma ancora lo è,  troppo sofisticata per le masse.

7)    Hocus Pocus – Kurt Vonnegut

Lo scrittore più simile a Mark Twain che sia mai esistito. Un genio assoluto. Grande uomo allo stesso tempo. Era agnostico tendente all’ateismo. Spero che sia ancora da qualche parte invece.

8)    Lezioni americane – Italo Calvino

Un libro postumo che non ha avuto il successo che merita, almeno secondo me, Una serie di lezioni sui valori che secondo Calvino si dovevano portare nella letteratura del nuovo millennio. Un must per ogni scrittore o presunto tale

9)    Il fu Mattia Pascal – Luigi Pirandello

Un libro geniale che ha ancora una leggerezza e dolcezza e umorismo che pochi riescono ad avvicinare. In altre parole un classico

10)  La Bibbia.

Si lo lo so. Un po’ banale. Ma nel caso peggiore è un ottimo libro di fantascienza e nel caso in cui riuscissi a tirar giù tutte le mie remore razionali forse il più bello di tutti. E magari su un’isola deserta mi convinco anche che il serpente ha parlato a Eva. Mai dire mai.

Mi chiedi cosa cerco in un libro. Ti dirò che cerco molte cose e alla fine si finisce per leggere molto di persone e autori diversi proprio per questo. Amo le cose ironiche ma devono anche farmi pensare. Deve darmi l’intrigo di una bella storia ma anche qualcosa che non conoscevo e quindi stimolarmi a crescere.

Ma forse la cosa che cerco di più è riuscire a vedere il mondo con occhi diversi. Se uno scrittore è bravo riesce alla fine del libro a far guardare al mondo con occhi nuovi e meravigliati. Cerco quello. Ora come da bambino. In fondo certe cose non cambiano mai. Un po’ come la sigla di Novantesimo minuto e questa cosa è davvero consolante. Mi chiedi chi ha influenzato la mia vita.  Curiosamente quando ero bambino Edgar Rice Burroughs ha davvero cambiato la mia vita. Sono stato influenzato da molti scrittori ma quando ho letto Burroughs (quello di Tarzan per capirsi) ero giusto nell’età in cui imparavo a scrivere e questo mi ha permesso di catturare la sua magia che credo di non aver mai perso. Poi ovviamente dovrei citare Flannery O’ Connor, Mark Twain, Kurt Vonnegut e molti altri che hanno nel tempo coltivato quell’ispirazione originaria ma quando ero bambino per me Edgar Rice Burroughs era davvero magico.

G: Dopo la pubblicazione del libro, hai fatto diverse presentazioni. Bukowski diceva:  “Uno scrittore non ha niente da dare se non quello che scrive. Al lettore non deve nient’altro che la disponibilità della pagina stampata… Il miglior lettore e il miglior essere umano sono quelli che mi fanno la grazia della loro assenza”. E tu? Pensi che uno scrittore dovrebbe uscire dalla stanza in cui scrive e incontrare i possibili lettori, aggiungendo qualcosa a quello che ha già scritto, o dovrebbe accontentarsi di quello che ha pubblicato? Come trovi, l’ambiente dell’editoria? Le librerie, gli editori, i relatori… sono all’altezza di quello che si scrive?

Otello Marcacci durante una presentazione

OM: Prima di mettermi a fare presentazioni credevo che fare presentazioni fosse un dovere di un qualsiasi autore e che quelli che non le facevano fossero degli asociali convinti di vivere nelle loro belle torri di avorio. Adesso che ne ho fatte molte ho una visione completamente diversa. Un libro deve stare in piedi da solo senza nessuno che te lo “venda” e che ti imbonisca affinché tu anzi che un altro libro scelga il suo. In più aggiungo che la lettura è una cosa così intima che a volte l’immaginifico che abbiamo dentro di noi può essere distrutto dall’incontro con l’autore che magari ne ha un altro. Ricordo di aver sentito una volta l’intervista a Francesco De Gregori nel quale raccontava cosa lui intendeva dire scrivendo “Atlantide” che era una delle mie canzoni preferite e che da allora non riesco più a “sentire” mia dato la differenza tra la sua idea e quella che mi ero fatto io.

Ciò non di meno fare presentazioni aiuta la vendita questo è un dato di fatto e, specie se si parla di piccola editoria indipendente, questo rimane un preciso dovere di qualsiasi lettore figuriamoci di uno che è stato pubblicato. Quindi continuerò a farne se e quando la NEO riuscirà a organizzarle. Io come lettore vorrei, voglio, sapere i retroscena i backstage le cose che ad esempio tu mi hai chiesto in questa intervista, però ho notato che in genere l’audience presente a esse è formata da gente poco interessata a interagire quanto invece ben predisposta a prendere molto passivamente ciò che gli viene proposto che, per esigenze organizzative è quasi sempre la stessa zuppa. Quindi, alla lunga perfino una noia mortale. Ci si limita a dire le cose basiche, qualche lettura “mirata” a secondo se la platea è giovanile o matura e poi le firme delle copie. I relatori in questi casi hanno un ruolo fondamentale. O meglio lo avrebbero ma anche loro sono là per lo più per passare una serata diversa e stare dall’altra parte della scrivania e non si curano molto dell’appeal della serata, specie se magari, come capita spesso, il pubblico non è poi così numeroso ma si limita ai soliti incalliti amanti della cultura che sarebbero in libreria sia che tu fossi presente che no.

In altre parole se non hai un nome che richiama attenzione, “that rings the bell” come direbbero gli americani, non ci sono Cristi, annaspi pensando di dare qualcosa di più al lettore, una specie di regalo, che difficilmente viene percepito come tale. Cosa diversa se invece sei un grande nome che, con parsimonia ovviamente, si spende in poche serate giuste e mirate con una platea immensa e con un relatore super brillante che gli fa fare un mega figurone. Ecco diciamo che a me quella cosa non credo che capiterà mai. Ma, forse non ci crederai, non mi importa. Ci sono cose per cui va bene la carta di credito ma altre sono senza prezzo come le mail che ricevo da nuovi lettori che ti ringraziano. A me bastano quelle.

Sulle librerie ci sarebbe molto da dire ma per carità di patria non mi pronuncio e sulle case editrici idem con patate. Dico solo che sono orgoglioso di essere nella scuderia NEO e tanto basta.

G: Come avviene, concretamente, la scrittura di un tuo romanzo? Prendi appunti, hai delle schede dei personaggi, ti scrivi da qualche parte la trama? Quanto tempo dedichi alla scrittura? Fai leggere a qualcuno quello che scrivi, mano a mano che procedi con il lavoro?

OM: Sono un anarchico anche nel modo in cui scrivo. Quando imparai a suonare la chitarra il mio maestro mi insegnò le posizioni delle mani secondo gli schemi classici. Diceva, e non aveva torto, che l’estetica conta anche più della sostanza e che occorreva essere anche belli e non solo efficaci. Stesso discorso quando si impara a sciare. Allo stesso modo le cose che tu citi: appunti, schede dei personaggi eccetera, sono la teoria del buon scrittore. Tuttavia nel tempo ho imparato che la chitarra mi riesce suonarla meglio usando una mia tecnica personale che si avvicina ma non collima con quella classica e stesso discorso con lo sci. Per molto tempo ho pensato di essere sbagliato per questo ma poi ho scoperto che tutti quelli che vogliono provare a fare qualcosa usano un loro particolare modo che prende spunto dalla teoria “classica” ma poi si evolve in qualcosa di unico. Io ad esempio prendo appunti ma non faccio schede dei personaggi. Le schede di essi sono nella mia testa che è il miglior archivio che conosca. Mi piace però a volte fermarmi in posti molto frequentati e scrivere su un quadernetto che mi porto sempre dietro le fisionomie di persone che mi hanno colpito e che potrebbero essere personaggi delle mie storie. A volte mi capita che sto parlando con qualcuno e quello dica una frase che mi colpisce o usi una parola sulla quale mi ci sono “sbattezzato” per ore senza trovarla e devo assolutamente scriverla o del tutto casualmente veda una scena che fa scattare dentro di me la voglia di chiedermi: Cosa succederebbe se…..?

Però il “plot”, la storia principale, quella che regge il libro, quella che fa da catalizzatore di tutto c’è subito, c’è prima che nasca ogni cosa. Tutto questo che ti ho appena detto funziona come abbellimento della storia principale che vive una sua vita e brilla di luce propria.

Mi chiedi del tempo che dedico allo scrittura. Posso solo dirti che non sono un operaio della penna. Ci sono molte persone che scrivono tutti i giorni, poco, ma in maniera costante. Io invece posso anche non scrivere per mesi, ma quando si accende la luce, quando sento la chiamata del “moto a luogo” non esiste altro. Posso scrivere anche tutto il giorno e la notte senza fermarmi mai. E puoi capire da solo che questo mi provoca grossi problemi relazionali di ogni genere, dal lavoro alla famiglia. Alla fine ho bisogno di feedback e faccio leggere al mio “Comitato” di lettura, fatto di amici e amiche di cui mi fido ciecamente ciò che ho partorito e loro mi danno la misura di quel che è venuto fuori. Mi danno consigli e avvertimenti e incoraggiamenti o semplicemente mi dicono “No guarda così non funziona”. Per me è importante perché io voglio arrivare alla gente, voglio trasmettere emozioni e se non raggiungo nemmeno chi mi conosce e ama cosa e come scrivo che senso ha andare avanti? Non scrivo per dimostrare quanto sono bravo ma solo per parlare alla mia gente e se quella che io considero tale non trova eccitante o stimolante quel che ho scritto occorre che io ne tenga conto.

 

G: Quali sono i tuoi prossimi progetti?

OM: Purtroppo è difficile fare progetti di lungo periodo per chi, come me, non vive di scrittura. Ognuno di coloro che è dentro questo stato, te compreso sono certo, ha grandi idee ambiziose, pensa che potrebbe portare nuovi modi e nuove concezioni se solo ne avesse le opportunità. Poi si sveglia e scopre che ci sono migliaia di altre persone che vorrebbero la stessa cosa, buona parte delle quali pure migliori di te e che ci stanno davvero provando da decenni senza riuscirci.

Non viviamo in una democrazia ma in una culocrazia, dove se non esce il tuo numero fortunato alla lotteria della vita rimani mister nessuno anche se sei Dio. E io di sicuro non lo sono.

Dato questo postulato gli unici progetti sensati che si possono fare è continuare a scrivere nella speranza che prima o poi, per puro caso, esca il tuo numerino.

Nel mio caso le possibilità sono persino inferiori perché io scrivo solo quando sento qualcosa da dire. In altre parole non scrivo tanto per farlo. Riesco a essere incisivo solo quando sento dentro quello che io chiamo “il moto a luogo”. E’ stato così per “Gobbi” e lo è stato per il nuovo romanzo che ho appena terminato al quale sono ancora più che legato che quello pubblicato con NEO. So che è un romanzo di qualità e della piena maturità, superiore a quello che ho mai scritto ma so anche che ben difficilmente troverà qualcuno che ci vorrà investire sopra. E’ la legge dell’editoria. Me ne dispiaccio ma so anche che lo devo accettare perché non c’è niente di personale. L’editoria è super partes, fa a pezzi tutti indistintamente. Tutti coloro che non fanno comparsate televisive intendo, quelli che pur di farsi un nome sono disposti a insultare qualsiasi cosa.

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22 thoughts on ““Gobbi come i Pirenei” – una chiacchierata con Otello Marcacci

  1. Bella intervista, molto ampia e variegata. Come minimo Otello deve farsi un blog e ricambiare!
    Complimenti Paolo, non hai tralaciato un dettaglio. Ne è venuto fuori un ritratto a tutto tondo non solo di Gobbi, ma anche della personalità dello scrittore.

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  2. Anch’io come te avrei forse rischiato di perdermi qualcosa di bello, se non fossi prima diventato amico dell’autore in seguito a uno scambio di mail. (Anche se fra i motivi di non interesse da te elencati all’inizio io dovrei subito depennare il parlar male della ruBentus: un romanzo così divinamente antigobbo per me sarebbe stato una goduria a prescindere…) Ma entro subito con grande gusto e a gamba tesa nella vostra piccola e amichevole disputa (anche se nell’intervista si intuisce solo fra le righe) su trama e Talento, dove tu ben sai, l’amico Otello mi perdonerà, che la penso come te.
    Ai patiti della “storia in sé” porto sempre l’esempio di Ho pensato che mio padre fosse Dio, un esperimento di uno dei miei scrittori preferiti, Paul Auster, che, con l’aiuto di una trasmissione radiofonica, raccolse decine di storie vere raccontate da gente comune. Ebbene: le storie erano tutte o commoventi o divertentissime o ai limiti dell’assurdo o zeppe di coincidenze fantastiche. Insomma tutte a loro modo appassionanti, belle, interessanti. Eppure quello è l’unico libro a cui nel mio file di valutazioni abbia messo s.v., senza voto. Perché? Perché, guarda caso, il più grande godimento per il lettore è la prefazione. Perché è stata scritta da un immenso Scrittore come Paul Auster. Perché miliardi sono le storie dell’uomo nel mondo. Ma pochissimi gli eletti che hanno ricevuto il Talento per raccontarle. Io personalmente credo molto al Talento, che per me riguarda la Scrittura e giammai l’elaborazione della trama: per accostarmi a un libro devo pensare che sia (possa essere) scritto da dio, e non che c’è una trama piena zeppa di amanti segrete, assassini, Cia, Mafia, Opus Dei, Massoneria, Banda Bassotti e Qui Quo Qua, e di prevedibilissimi colpi di scena (avete mai pensato a quanto in realtà sono straprevedibili tutti i colpi di scena di tutte le intricate trame del mondo?). Altrimenti Dan Brown sarebbe il più grande scrittore di sempre, mentre invece è uno che scrive come un tredicenne. Quando c’è solo trama non sono romanzi, sono sceneggiature, e infatti Il Codice Da Vinci è uno di quei rari casi in cui mi sono divertito più al cinema che non col libro fra le mani. (Ma non è certo il caso di Otello: queste note erano solo per prendere parte all’eterna disputa sulla trama. Su di essa non arriverò a dire che non me ne importa nulla, ma di certo in un romanzo è men che secondaria, e in un racconto breve è meno di zero.)
    Ma Otello non è Dan Brown. Otello è bravo, e anch’io gli sono grato debitore di tanti momenti di ilarità e commozione. Perché il birichino Otello, come il suo protagonista, finge di cavalcare (o addirittura elogiare) la mediocrità e di rinnegare il Talento, e magari ci sono delle parti in cui pare quasi (per scelta, sono sicuro, per scelta) uno che sta raccontando a voce (anche se poi non resiste e aggiunge inserti di dotte dissertazioni fin troppo aulico-filosofico-accademiche, e annotazioni di grande intelligenza sia razionale che emotiva), ma poi, guarda caso, è capace di farti ridere E piangere nello spazio di poche pagine, e uno capace di farti ridere E piangere nello spazio di poche pagine (passando dalla musichetta del cellulare al funerale della madre al meraviglioso gesto in favore del collega Aronnax, sul quale mi sono davvero commosso fino alle lacrime, e siccome stavo fuori sul dondolo avevo paura che qualcuno mi vedesse) è uno che il Talento ce l’ha, e poche storie!
    All’inizio ho fatto un po’ fatica a entrare nel romanzo: da un lato la scrittura è subito briosa, agile, divertente, capisci che l’autore ha i numeri, capisci che ha davvero dentro di sé questo pirotecnico luna park che vorrebbe generosamente condividere, però in alcune parti sembra appunto il generoso centravanti tutto polmoni, alla Graziani, più che il fuoriclasse alla Messi. Qualche dialogo sembra fin troppo vero, più “trascritto” che non “scritto”, mentre altri paiono meccanici e didascalici, vedi quasi le impalcature. Piccoli difetti che a un bravo esordiente perdoni volentieri. Però va detto che pure in questa parte non mancano i guizzi da grande scrittore.
    Ma è quando comincia ad arrampicarsi per le salite del Tour ed France che il romanzo diventa eccezionale, epico, indimenticabile, al punto che di quelle pagine ne avrei “volute di più”, magari a discapito di alcune iniziali e centrali (ché le storie di donne&divorzi si assomigliano un po’ tutte). Otello ha saputo trasformare in storia palpitante, così vera da sembrare una cronaca sportiva vissuta dal di dentro, ma di quelle leggendarie, che non potrai mai dimenticare, quello che per me, appassionato di ciclismo estemporaneo e distratto, è sempre stato il più grande, emozionante e proibito sogno legato al Tour de France: un sottovalutato protagonista della classica fuga-bidone iniziale che riesce a resistere in Maglia Gialla per settimane, col vantaggio mangiato via giorno dopo giorno dai grandi fuoriclasse su Pirenei e Alpi, resistendo così tanto da arrivare a cullare il Sogno Impossibile (come successe tanti anni fa all’allora sconosciuto Claudio Chiappucci, il cui sogno di gregario che vince a Parigi svanì a pochi giorni dalla fine, ma gli fruttò un futuro da capitano, futuro che l’Eugenio Bollini di Otello non può e non vuole avere: per lui, anziano gregario che non ha mai vinto nulla, è l’ultima corsa, cui partecipa solo per mantenere una promessa fatta al padre che non c’è più).
    Credo sia la parte più felice della storia, quella che merita un 8 se non di più, come lo meritano tanti gustosi personaggi di contorno (e come lo merita, ma qui sono coinvolto emotivamente, l’antijuventinismo scatenato). Forse l’unico difetto di questa parte è per me proprio quello che invece avrà, immagino, conquistato molti altri lettori: l’arrivo in Francia della nuova fiamma, novella Dama Bianca di Coppi, con dialoghi che tornano a infarcirsi di un po’ troppi luoghi comuni di stampo televisivo, e momenti un po’ stucchevoli scanditi da qualche “Amore mio” di troppo. Ma il risultato finale resta più che apprezzabile, così come apprezzabile è questa splendida intervista, che mi si è mangiata via, mannaggia a voi, un’intera mattinata :D.
    Dimenticavo, Paolo. Su presentazioni e interviste la penso come lo Zio Buk da te citato (:D), anche se alcune ne ho fatte e altre ne farò: in fondo fanno parte del nostro mestiere.
    Aggiungo, e poi chiudo, che concordo con Otello sulla magia dell’ispirazione, sul fatto che a volte una storia “ti chiede di essere raccontata”, e tu devi – quasi – solo metterti in ascolto, così come sono d’accordo sul fatto che la Lettura sia a sua volta uno splendido atto Creativo.
    Come te, resto comunque felice e grato del regalo che ci ha fatto Otello raccontandoci questa sua storia di gregariato e di riscatto, e sono ansioso di poter leggere sue nuove prove, sue nuove sfide.
    E poi, come potrei non amare uno che ha messo in epigrafe una mia frase, sopra una dell’immenso, meraviglioso John Lennon? 😀

    Il mio abbraccio vi raggiunga entrambi, miei cari Amici e Colleghi.

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    1. Eh eh, grandioso commento! Ti sono debitore per la citazione di Buck – avrei voluto anche mettere il tuo nome, ma mi pareva troppo mettere il nome anche del citatore! 😉
      Quando ci vedremo – perché, lo sappiamo tutti e tre, prima o poi succederà – avremo modo di andare a fondo su tutti questi argomenti. Confermo subito che, come anche Otello sa, concordo con te su trama (contenuto) e stile (forma). Proprio ieri leggevo su un libro di Roth (mai tradotto in inglese) che il mondo (lui parla di metropolitane) è pieno di persone con un sacco di ottime idee: ciò che fa la differenza tra loro e uno scrittore, è che loro non sanno come scriverle (e Roth, modestamente, dice che anche lui, spesso, non sa come mettere giù le storie che pensa).. E la tua disamina del libro mi trova concorde alla lettera: ho notato gli stessi pregi e gli stessi piccoli difetti.
      Un abbraccio forte, e… aspetto il tuo nuovo libro, caro Nicola!

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  3. Il commento di Nicola ha per me gran valore.
    Zio Scriba è sempre tagliente con tutti che se in qualche modo, tra le molte stupidaggini che ho scritto, ha visto anche qualche cosa di buono per me è fonte di grande soddisfazione.
    Sul tema di fondo che divide le nostre visioni di mondo (letterario) la differenza (a mio parere) è molto più formale che sostanziale.
    Non ho infatti difficoltà ad ammettere che la Vostra posizione in merito alla qualità di scrittura e al come si scrive una storia, la famosa FORMA, sia la visione corretta. Lo dice la tradizione classica e tutti i critici più autorevoli in ogni tempo e luogo. E anche il buon senso.
    Però, allo stesso tempo, se bastasse questa tutti i libri che sono considerati i classici e vengono additati come opere di ingegneria letteraria e che dimostrerebbero la genialità dell’autore dovrebbero essere primi in ogni classica di vendita. Dovrebbero essere lette da tutti e soprattutto godute da tutti allo stesso modo in cui tutti quanti godiamo di un Van Gogh o di un Picasso o di un balletto al Bolscioi o di qualsiasi altra cosa che sia considerata arte e che tutti riconosciamo come tale.
    E, per me, non vale sempre dire: la gente di bassa cultura non ha gli strumenti per apprezzare Joyce o Mann o chiunque altro sia “difficile” da leggere. perchè questo significa trincerarsi di nuovo nelle orribile torri d’avorio dove l’intellighenzia in genere ama annidarsi.
    L’arte, per me, è condivisione e se non si riesce a condividere che con poche persone che la pensano come te, beh ho difficoltà a ritenere quell’opera meritoria di essere ricordata.
    La forma quindi è importantissima ma deve essere legata, secondo me, a qualcos’altro, al messaggio che l’autore vuol dare. Messaggio che viene esplicitato con il plot.
    Quando guardiamo L’ultima cena di Leonardo (per restare in tema di Dan Brown) ammiriamo ciò che lui vuol dirci in quel quadro. Il suo stile (che è importante e fondamentale) è lo strumento per farci capir meglio qual è il senso delle sue scelte. perchè ha scelto un tavolo occidentale? perchè un viso che può essere anche femminile? eccetera eccetera
    in altre parole Forma e sostanza sono necessariamente legate.
    Quando osservi Guernica di Picasso cerchi di capire il suo senso dell’orrore della guerra. Gli esempi sono molteplici e potrai annoiare tutti per ore sapendo perfettamente che ad ogni affermazione ci potrebbe essere un’altra di pari valore atta a mettere in evidenza il valore delle tecniche usate.
    Tutto questo, secondo me, vale anche nella scrittura e nei libri.
    La mia visione del mondo è che ognuno di noi trova in ogni libro che legge ciò che egli stesso mette dentro.
    I personaggi di OGNI libro finiscono di essere dello scrittore una volta che egli ha messo il punto finale e diventano da quel momento personaggi del pubblico di lettori. E i lettori sono diversi singolarmente e a seconda di quello che è la loro sensibilità e fors’anche cultura e capacità di valutazione penseranno che quello che leggono sia didascalico o trascritto o invece qualcosa di più.
    E’ per questo che, sempre secondo me, è difficile fare recensioni di libri. Perchè si finisce per dare comunque una propria visione del mondo che non è mai la verità assoluta. E’, nel caso migliore, una visione basata su canoni che non sono scritti sulla pietra e che cambiano o possono cambiare come è successo mille volte in tutte le forme delle arti. Basti pensare che a inizio novecento il canone di bellezza femminile era l’essere “rotonde” adesso è l’anoressia.
    Difficile quindi dire con certezze stentoree questo è buono e questo no.
    La mia visione del mondo, che, di nuovo, non è la verità assoluta, è che un libro è buono se “arriva” alla gente in qualsiasi forma. Perchè se arriva, riesce a modificare la visione delle persone, a far vedere il mondo con occhi nuovi e diversi. Se è scritto da DIO con tutti i crismi dei canoni attuali della bella scrittura ma non dà emozioni, mi spiegate a cosa diavolo è servito scriverlo?
    E’, in quel caso, solo un modo per dimostrare quanto si è stati bravi a scriverlo e, sarà un caso, viene elogiato sempre e comunque da chi nemmeno se lo è finito di leggere. Gente che magari ne legge un capitolo e poi dice “ah bellissimo scritto in modo fantastico” ma intanto poi passa ad altro.
    E per arrivare alla gente, che vi piaccia ammetterlo o meno, occorre anche dare qualcosa in termini di storia, di contenuti. E’ per questo che ci andrei piano a criticare Dan Brown (che non amo) ma che ha avuto intuizioni geniali c’è poco da fare. E non ammetterlo è un peccato mortale.
    Come ho detto più volte, a me piace raccontare le mie storie e sono soddisfatto solo se quello che ho da raccontare piace a chi mi legge e/o mi ascolta. Mi emoziona sapere che emoziono. Posso farlo meglio? certo perbacco. E’ doveroso farlo meglio? mille volte si. Occorre migliorarsi in continuazione, ma, se non ho niente da raccontare, se la valigia dei sogni è vuota è inutile che mostri quanto sono stato bravo a imparare nuove tecniche nella Bottega dei Maestri della scuola Holden (tanto per dirne una…)
    Quindi come dicevo all’inizio la differenza tra noi è più teorica che pratica.
    E’ che a me piace sottolineare un aspetto della moneta e a voi l’altro. Ma solo se stanno assieme hanno valore.
    Detto questo spero di abbracciavi entrambi molto presto.
    Con affetto

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    1. o ancora meglio:

      cosa significano i quadri di Van Gogh? secondo me, la forma è il contenuto – la trama, o il messaggio, un mero pretesto
      è ovvio che esistono tanti tipi di “prodotti”: il libro che intrattiene, il libro che appassiona…. ma quello che rimane è sempre e solo quello che usa il mistero dell’arte (che è forma)… se lo puoi dire con altre parole, senza perdere nulla, allora il libro (o il quadro, o la sinfonia, o la poesia) non serve a nulla
      se la forma è sbagliata, il messaggio non arriva.. il tuo pre-finale strazia il cuore perché riprende un tema fatto intravedere all’inizio del libro: questa è forma…

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  4. Avrei un’idea…..

    ma tu poi mi risponderesti che sono il solito volgare, porco toscano.

    E in quel caso mi toccherebbe risponderti che “la patonza deve girare” :))

    ma dai, su ,caspita siamo tutti d’accordo su tutto.

    E’ solo la luce che vogliamo mettere sulle cose che cambia. Come quando uno preferisce la sala illuminata o in penombra e quindi le persiane (da noi si usano ancora) o le tende in un certo modo piuttosto che in un altro.

    Tutto là.

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  5. Solo una precisazione su quello che intendo per “scritto da dio”. Ovviamente non mi riferisco a un vuoto virtuosismo da mezzeseghe ammuffite o da cariatidi da salotto che scopiazzano i classici, o a una scrittura tutta orpelli e niente sugo, niente fuoco, niente sangue. Se scrivi da dio comunichi anche cose che scuotono nel profondo il lettore per originalità, coraggio, forza, profondità psicologica, ironia, umorismo ecc.
    Per me Bukowski scrive da dio pur essendo l’esatto contrario dello scrittore dallo stile raffinato e impeccabile. Paul Auster scrive da dio perché ha meravigliose e fantastiche intuizioni di trama, ma a queste sa unire una felicità e una limpidezza e un “livello” di scrittura cui Dan Brown non arriverebbe neppure dopo tredici reincarnazioni. (Detto questo Dan Brown lo rispetto, e non gli farei mai dare dei votacci dal mio feroce alterego Stronkabook: ma il suo è intrattenimento, è – geniale – sceneggiatura, non è Narrativa.)
    Otello dice che allora i grandi classici dovrebbero essere i più letti in assoluto, io invece dico che giustamente non lo sono per l’evoluzione del gusto, ma soprattutto per il fatto che la Scrittura stessa è la forma d’arte che più si evolve nel tempo. Magari sbaglio, ma sono arcisicuro che se Dostoevskij vivesse oggi non scriverebbe PROPRIO PER NULLA nel modo in cui scriveva allora…

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  6. Detto così ha molto più senso, almeno alle mie orecchie e, come ti ho detto, stiamo parlando, alla fine, per lo più di lana caprina.
    Rimango solo un pochino perplesso rispetto a questa tua capacità, di saper definire e quindi in ultima analisi, decidere, che cosa sia la Narrativa e cosa no.
    Io (sarà per l’eta?) ho imparato a essere un po’ meno massimalista.
    Ma si sa, l’ignavia è ciò che contraddistingue i mediocri 🙂

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  7. Va là che non sei un mediocre, è tutta una posa… 😀
    Credo pure io che le nostre posizioni si discostino di pochissimo, e naturalmente la definizione di Narrativa la considero personalissima e variabile, una squisita questione di Gusti, ci mancherebbe solo di mettermi a fare il massimalista, o il trombone che si mette in cattedra…
    Ma che tutto sia uguale a tutto, purché racconti qualcosa, questo no. Pure io una volta vedendo i ragazzini comprare i libri di moccia mi dicevo “sempre meglio che non leggere”. Adesso la penso diversamente. Piuttosto che leggere certa roba, meglio farsi una bella passeggiata o una partita a pallone.

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  8. Porcaccia miseria Nik, ma questo non lo chiami massimalismo?????????
    Insomma c’è, per te, una serie A una serie B e giù giù fino alla terza categoria.
    Ci metti davanti il mitico “personalissimo tabellino” che fa tanto Rino Tommasi e ti salvi la coscienza.
    Moccia a me ricorda un personaggio della mia adolescenza: Julio Iglesias.
    A quel tempo tutti, ma proprio tutti, a parlar male di Iglesias, in ogni modo possibile e immaginabile. Iglesias è una merda (anzi una mmmmerda), uno schifo e via via discorrendo.
    E lui puntuale era sempre in testa alle classifiche di vendita.
    E tutti di nuovo a dire: “Vogliamo sapere chi compra ‘sto schifo. E’ impossibile.” e nessuno che alzava mai la mano per dire “No, ecco, ehm ehm, io Io l’avrei comprato”. No. Nessuno. A livello nazionale. Insomma tutti, ma proprio tutti che negavano di comprare i suoi dischi e lui, più puntuale delle passeggiate di Kant, ogni volta che usciva era sempre primo staccatissimo dal secondo.
    La gente se lo comprava di nascosto nemmeno andasse al Sexy shop. In incognito.
    Allora se Moccia ogni volta che scrive vende milioni di copie qualche stronzone che le compra ci sarà no?
    E se pensiamo che tutti quelli che lo leggono siano dei mentecatti, rischiamo di rientrare nei vecchi gineprai in cui tutti quanti, chi più chi meno, ci siamo fatti male quelli di chi ha la pretesa di sapere che cosa è kultura e cosa non lo è. Tipica di una certa sinistra che ama arroccarsi sul suo Aventino.
    E se pensiamo che invece i lettori di Moccia non siano tutti stronzi vuol dire che lui in qualche modo, evidentemente misterioso a noi, dà loro qualcosa che essi ritengono di qualità, che arricchisce le loro vite. Con la sua scrittura alla Dan Brown de noartri fa star bene chi lo legge e avvicina la gente alla lettura. E cioè mette un tassello per cui quelle stesse persone possano poi fare un passo avanti e leggere qualcosa di diverso.
    Questo per me rimane un piccolo miracolo.
    E’ Narrativa? non lo è?
    Ecco io ho difficoltà a dire che non lo sia perchè se con la tua scrittura da e per adolescenti arricchisci le vite di milioni di persone, forse e dico forse, una qual certa arte bisogna riconoscergliela.
    In altre parole non credo alla letteratura alta e a quella bassa.
    Credo solo a quella che dà emozioni e a quella che non le dà.
    Ed è sempre una cosa terribilmente soggettiva.

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    1. eh eh, questa è la madre di tutte le discussioni! 😉

      Il mio punto di vista è che i numeri non significhino assolutamente nulla… altrimenti dovremmo dire che i programmi della De Filippi sono belli, e che Hitler era una brava persona… non è così: la gente, la maggior parte della gente, sceglie la via più facile, quella che non costa fatica… e non è questione di gusti: prendi il Tavernello. E’ il vino più venduto d’Italia: vuol dire che è il più buono di tutti? La gente lo compra perché è buono, o perché costa poco, si conserva facilmente, non sei obbligato a cucinare un brasato per berlo, e se ti casca in terra non si rompe la bottiglia? Sono tutti buoni motivi, del tutto legittimi: ma nessuno di questi, neppure il fatto che la maggior parte della gente lo compri, lo fanno diventare un buon vino.
      Anni fa, ho iniziato a leggere Dan Brown: è un bicchiere di Tavernello. Anche il Tavernello, se ne bevi due litri, ti dà delle sensazioni molto forti: ma non sono quelle che cerco. Un barolo di cinque anni ha decine di gusti, sentori, sapori, odori che, certo, richiedono un po’ di sforzo per apprezzarli – e chissà quanti me ne perdo! Ma è qualcosa che assomiglia all’arte. Dan Brown è un pornografo della trama. Moccia è un pornografo dei sentimenti, come lo era Iglesias. Serve talento anche per quello, certo, e una forma di astuzia, o capacità di cogliere l’attimo: ma il risultato è qualcosa di diverso da ciò che un romanzo “artistico” può produrre. Anche la pornografia riesce ad arrivare a chi la guarda: ma non dura, non ti lascia niente dentro. Non mi va il discorso che siccome i gusti soggettivi, allora non si possono fare delle distinzioni. Di Moccia nessuno parlerà più già tra vent’anni: Shakespeare continuiamo a leggerlo, ascoltarlo, vederlo al cinema. Dove sta la differenza? E’ solo un punto di vista? Moccia crea quello che la gente si aspetta, e si accontenta di questo; non richiede alcuno sforzo per essere compreso; i sentimenti che descrive sono semplici come una scopata su youporn. E’ bravo, in questo. Arriva, certo. Ma arriva con un piacere banale, con un BigMac invece che con un filetto al pepe verde, con un Tavernello invece di un Barolo… Ogni tanto mangio, al McDonald: mi piace, ma so distinguere un pranzo al Mc da uno in una trattoria sui colli. Sono gusti? No, non sono solo gusti. E’ storia, è profondità, è ricerca, è novità, è peculiarità, capacità, presentazione…
      E non si fa peccato a dire che esiste qualcosa che è Narrativa, o che è Arte, e qualcosa che invece non lo è. Se vai a una mostra di pittori della domenica, ti rendi conto che non stai guardando gli Uffizi – e non è solo una questione di gusti personali. Se senti il coro degli Alpini del tuo paese, ci si può anche commuovere, ma è evidente che il coro della Scala offra un’esperienza completamente diversa… Ecco, è proprio la qualità dell’esperienza, che fa la differenza. Puoi mangiare Nutella o una Sacher fatta a Vienna: è cioccolata, è dolce, ma c’è un abisso; il che non significa che la Nutella non sia buona, ma non significa neanche che abbiano la stessa capacità di emozionare, gli stessi contenuti…
      L’arte è soggettiva, ma dopo 500 anni stiamo ancora là ad ammirare il David di Michelangelo. Perché? Cos’ha di diverso da tutte le sculture che sono andate perdute?
      Salieri era più famoso di Mozart, ma non aveva arte: è stato dimenticato nel giro di trent’anni, e Mozart, invece, viene suonato ovunque – anche nelle suonerie dei cellulari. E la musica è un’ottimo esempio, perché è solo forma senza contenuto… perché il contenuto è un pretesto, perché tutti sono pieni di buone idee… La cameretta di Van Gogh: qual’è il messaggio? Tutto quello che Van Gogh comunica è forma, colore, proporzione. Ci sono centinaia di migliaia di ritratti di donna, ma di Monna Lisa ce n’è una sola. Quel sorriso è arte, quello sfondo è arte, quelle proporzioni sono arte: e sono tutto ciò che Leonardo aveva da dire e voleva dire. Il Cristo del Mantegna: è uno dei migliaia di Cristi morti dipinti tra il Medioevo e il Rinascimento – il messaggio è che Cristo è morto. Stop. Ma guarda “come” Mantegna lo dice: sta tutta là la differenza.
      E anche nei romanzi, c’è il messaggio, certo: ma quello che rimane, che rimane nel tempo, è la forma. L’amore di Giulietta e Romeo è nelle parole che si dicono, non nel loro sentimento…

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  9. Premesso che trovo divertente che sia proprio io, che non lo sopporto, a dover difendere Moccia (e questo dimostra il mio innato gusto della polemica solo per la polemica 🙂 ) visto che mi ci tiri per i capelli mi tocca entrarci di nuovo perchè sono rimasti cosi pochi (i capelli) che se continui a tirare mi tocca mettere un toupet alla Conte.
    E dunque, seguendo il tuo ragionamento siamo arrivati alla solita vecchia, becera, stantia conclusione di sempre che viviamo cioè in un Paese di dementi, scemi e coglioni che leggono Moccia e bevono Tavernello anzichè “soffrire” o meglio “impegnarsi” nell’amare la “vera” arte.
    Manca solo che dicessi che tutto questo è colpa di Berlusconi e s’era tutti.
    Ah, si, manca anche il classico dei classici, che credo prima o poi da qualche parte apparirà: “Perchè VOI non capite”.
    A conferma della tua teoria sostieni che Moccia non è arte perchè “non è ciò che tu cerchi nell’arte”. Che significa che solo tu e un manipolo di gente illuminata che cerca cose diverse, sa che cosa sia l’arte. E ovviamente gli altri no.
    Trovo anche significativo il tuo paragone con Van Gogh. Tu mi chiedi di dirti qual è il messaggio dietro quel quadro che mostri. Io, lo vedo forte e chiaro. Dove tu vedi solo estetica e proporzioni io leggo “Cari Soloni (del suo tempo) la vostra idea di arte è superata e non va bene. Adesso vi mostro un modo nuovo.” Dove tu vedi solo cose che ti colpiscono per forma e colore io vedo la ribellione di chi vuole dire al mondo qualcosa. Di chi cerca di ribellarsi alle idee preconfezionate di chi credeva di sapere che cos’era arte. ogni vero artista vuol dire qualcosa non mostrare quanto è bravo a fare qualcosa.
    E’ solo e sempre una questione di sensibilità. C’è chi vede la facciata e chi va a fondo. E quel Van Gogh che tu adesso esalti e pensi che sia un genio, al tempo fu fatto a pezzi dai critici che credevano di sapere che cosa fosse la vera arte e infatti si suicidò. E furono fatti a pezzi anche Monet e Manet all’inizio. E i Soloni del tempo erano là a dire che quelle erano croste di cui tutti si sarebbero scordati.
    Tu adesso mostri arti divinatorie dicendo che tra 30 anni tutti si saranno scordati di Moccia. bene visto che sai leggere il futuro mi dai anche per favore i numeri del prossimo super enalotto perché, sai, sono in bolletta e ho bisogno di tirar su un po’ di grana?
    Posso dirti di ogni cosa che tu citi qual è il messaggio dietro. Quello che almeno io leggo. Tu vedi solo forma e proporzioni io sento, leggo di più o, meglio, anche cose diverse.
    Nel tuo post fai anche un’operazione furbetta, la stessa che fa mia figlia quando pensa di essere più intelligente degli altri: paragoni le pere con le mele. Metti sul tavolo il top della gamma e lo paragoni con quello che quasi tutti pensano sia cacca. E ovviamente, come corollario, i più grandi geni dell’umanità con Moccia.
    Visto che ti voglio bene come ne voglio a mia figlia (ok, ho fatto outing..) mi corre l’obbligo di sculacciarti. Con amore, per riportarti alla realtà.
    Occorre paragonare la pizza napoletana con la quattro stagioni. I libri che trovi in qualsiasi libreria tra loro e non con i geni assoluti dell’umanità
    La questione amico mio non è se Moccia sia meglio di Shakespeare ma, permettimi di essere crudo, E’ meglio Moccia o Paolo Zardi?
    Tu pensi di essere migliore di lui? Pensi di avere qualità che lui non ha? credi di avere un’arte che a lui è preclusa? Pensi di poter dare un contributo all’umanità che lui non può dare?
    Perchè semmai tre amici tre (tra i quali mi metto anche io) ti dicessero che è proprio così, che è vero, ti ricordo che ci sono milioni di altri pronti a dirti che ti stai illudendo e che è vero esattamente il contrario.
    In altre parole amico mio, credo che sarebbe il caso di essere un po’ più umili e mi sembra che te e quelli che la pensano come te, vi prendiate troppo dannatamente sul serio, scordandovi che anche dalle vostre penne, spesso, esce dell’irrispettoso, amabile, tavernello.

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    1. Tiro mancino, il tuo finale: io sto evidentemente parlando come lettore, non come scrittore! in nessun momento mi permetterei di paragonarmi a Moccia, o di dire che io faccio arte – e non mi pare di averlo mai fatto!

      Su Van Gogh: confermi quello che dico. Il messaggio che sta sotto la sua forma parla, guarda caso, ancora di arte – come succede quasi sempre, nel caso dei grandi artisti. Ma credo che tu parta da un pregiudizio sbagliato (e probabilmente molto più becero del mio), e che determina il 90% di quello che dici in questo commento, e cioè che l’arte sia un insieme di regole codificato, gestito da un gruppuscolo di intellettuali presuntuosi. Non è quella, l’arte che mi interessa. Mozart morì da solo (ma Van Gogh non si suicidò perché non era riconosciuto un grande…), Melville era uno sconosciuto per i suoi contemporaei, Flaubert, dopo Madame Bovary, non ha venduto nulla, e Kafka è morto senza aver pubblicato praticamente niente. Nessuno dei lettori di Moccia dei primi del novecento sarebbe stato in grado di leggere, e apprezzare, Proust: che fu rifiutato sia dai critici, sia dai lettori. Io non sto dicendo di sostituire la “dittatura della gente” con la “dittatura dei critici”: sono due dittature stupide allo stesso modo, e non intendo assoggettare i miei gusti a nessuna delle due.
      E questi “insuccessi” di grani autori dimostrano proprio cosa è arte, e cosa non lo è: arte è rompere gli schemi, è rovesciare il già detto, è stravolgere l’abituale punto di vista. Moccia e Dan Brown, invece, sono rassicuranti – e infatti piacciono subito, a tanti.
      Sul paese dei dementi, è una conclusione che tiri tu: non c’entra né l’Italia né questo periodo. Non parlo di dementi o coglioni: dico che la gente, mediamente, sceglie la via “facile”. Non è un giudizio o una critica, ma una constatazione: è sufficiente guardare le classifiche di vendita della musica, dove forse sei ancora disponibile a distinguere tra gli Allman Brothers e i Righeira – scegli tu, eventualmente, due gruppi meno disomogenei (ma Moccia sta ai Righeira come Proust sta agli Allman Brothers.. o no?)
      Tu dici che io mi arrogo il diritto di giudicare… Assurdo! Io HO il diritto di giudicare! In nome di quale relativismo culturale dovrei accettare che tutto quello che viene scritto abbia lo stesso valore? Io ti dico quali sono i criteri in base ai quali giudico – ma tu continui a confondere l’arte con le regole… arte è la capacità di emozionare con qualcosa che non può essere spiegato a parole. L’arte è la bellezza di questo pezzo – e non mi convincerai mai che devo sentire il parere di dieci o cento milioni di persone prima di poter dire che quello che scrive Dan Brown non ha nulla a che fare con questo!

      Ciò che udivo era soltanto la melodia dei bambini che giocavano, soltanto quello, e l’aria era così limpida che in mezzo a quel vapore di voci mescolate, maestose e minute, remote e magicamente vicine, schiette e divinamente enigmatiche, si poteva udire di tanto in tanto, come liberato, uno zampillo quasi articolato di vivide risa, o il colpo di una mazza, o lo sferragliare di un camion giocattolo, ma era tutto troppo lontano dagli occhi perché si potesse distinguere un movimento nelle strade appena tratteggiate. Rimasi ad ascoltare quella vibrazione musicale dall’alto del mio dirupo, quegli sprazzi di grida isolate che avevano per sottofondo una sorta di schivo mormorio, e allora capii che la cosa disperatamente straziante non era l’assenza di lei dal mio fianco, ma l’assenza della sua voce da quel concerto di suoni. Questa, dunque, è la mia storia. L’ho riletta. C’è rimasto attaccato qualche brandello di midollo, e sangue, e mosche bellissime d’un verde brillante. A questa o quella delle sue svolte sento che il mio essere vischioso mi sfugge, scivola in acque troppo profonde e troppo oscure perché io possa sondarle.

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  10. Nessun tiro mancino. Ho scritto Paolo Zardi per farti arrivare prima il messaggio anche se so che fa male, ma potevo scrivere anche Otello Marcacci o qualsiasi altro. E’ lo stesso. Non cambia. Facciamo parte tutti, compresi i santoni intoccabili, dello stesso paniere.
    Quello che cambia è come si sente uno rispetto ad un altro.
    Io posso dire che Moccia non mi piace ma non mi permetto di dire che non fa Narrativa perchè al contrario di quel che dici te, io credo che non ci siano regole.
    Tu dici che come lettore devi giudicare. Certo, hai perfettamente ragione.
    Ma una piccola domanda, tu giudichi, SECONDO TE oppure dai giudichi ERGA OMNES?
    E’ questo il vero punto.
    Perchè se giudichi secondo te dai un’opinione e quindi tutto è soggettivo ma tu dici che l’arte non è soggettiva e quindi a me pare che tu giudichi ERGA OMNES che signifca che le TUE regole sono le uniche che contano.
    Tu dici (ti cito) ” arte è la capacità di emozionare con qualcosa che non può essere spiegato a parole. ”
    Mi spieghi perchè se milioni di persone si emozionano con Moccia o Dan Brown la loro non può essere considerata arte?

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    1. Non mi ha fatto male, il tuo confondere i due piani – scrittore e lettore: l’ho trovato un po’ di cattivo gusto, e out of topic. E poi, sai meglio di me con quanta umiltà mi ponga di fronte a quello che scrivo…
      Entrando nel merito del tuo commento, ti rispondo con una domanda: cos’è per te la Narrativa? Sono curioso di sapere se tu consideri “narrativa” tutto ciò che viene scritto – compresa la lista della spesa – o se c’è un requisito minimo che questa deve possedere per essere considerata tale. Non voglio ripetere l’errore delle mele e delle pere, per cui partiamo dal basso, e procediamo verso l’alto fino a che troviamo il punto in cui ha senso parlare di narrativa.

      Un manuale di cucina.
      Il diario della Parodi in cui racconta le sue giornate e cosa cucina ogni giorno.
      Un libro di Allan Bay in cui parla della storia dei piatti che gli sono piaciuti.
      Le ricette di Carvalho scritte da Montalban.
      La cena di Trimalchione nel Satyricon di Petronio.

      E via dicendo.

      Per te esiste un insieme minimo di caratteristiche che un libro deve soddisfare per essere considerato Narrativa? E questo insieme minimo è soggettivo o oggettivo? Non è una domanda provocatoria: vorrei capire se ritieni che sia impossibile giudicare un testo, o se esistono alcuni criteri che possono essere condivisi.
      E’ ovvio che io consideri le mie opinioni giuste: se le considerassi sbagliate, le cambierei. 😉 Valgono erga omnes? Non lo so: di sicuro, so perché le cose mi piacciono e so perché le cose non mi piacciono. E ho la presunzione di credere di sapere perché certe cose che non mi piacciono, piacciono invece a tante persone: guardando “Carramba che sorpresa” finisco anch’io per commuovermi – istintivamente – così come ho un’erezione di fronte a un film porno. Esistono meccanismi molto semplici per far piangere, ridere, eccitare, spaventare o incuriosire; ed esistono meccanismi più complessi, più sofisticati, che coinvolgono una parte molto più ampia della nostra esperienza personale. A me interessano i meccanismi più sofisticati – e non perché me la tiri, ma perché credo che l’impatto che hanno sia infinitamente superiore… In altre parole, come ho già avuto modo di dirti, mi piace più la prima parte della seconda! 😉

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  11. A te interessano, a te piacciono a te a te a te..
    Cazzu cazzu Iu iu.
    Insomma tu fai domande per non rispondere all’unica domanda che conta.
    Il tuo pensiero è un’opinione o la verità assoluta?
    Non ci sono altre domande, tutto parte e muore qua.
    Se pensi che qualsiasi cosa che tu pensi o credi sia un’opinione, condivisibile o meno, la pensi come me e quindi non c’è altro da dire. La pensiamo allo stesso modo. Ma fino ad ora hai detto esattamente il contrario. Tutto questa discussione è nata perchè tu hai voluto sottolineare che non era a quel modo.
    Oppure confermi quel che hai detto che cioè, non esiste la soggettività (devo andare a ritrovare quello che hai detto esattamente?) e quindi la TUA opinione o meglio quel che tu pensi sia arte è La Verità?

    E comunque, credimi, non c’era, almeno nelle intenzioni, alcuna volontà di cattivo gusto nella mia affermazione di prima, solo il voler riportare le cose dove stanno. E cioè che se qualcuno pensa di essere Dio e credere che ciò che pensa lui sia la verità assoluta forse sarebbe il caso di razzolare come si predica. Io so di non esserlo, so di scrivere anche cacca e quindi non “uccido” nessuno che non mi piace. Mi limito a dire che non mi piace.

    Quindi, di nuovo, se pensi che le tue siano opinioni si ritorna alla soggettività dalla quale sono partito io e quindi tutto questa discussione è stata inutile perchè affermeresti quello che all’inizio mi avevi contestato. Se pensi che invece quel che pensi tu sia la verità che altro dire?
    Resta con le tue certezze che mi ricordano molto il Marchese del Grillo “Io so io e voi non siete un cazzo”, questo si, di cattivo gusto e, ricorda, di Moccia e Dan Brown è questo che è stato detto.

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    1. Be’, esisterà pur una via di mezzo, tra la soggettività e l’oggettività!

      Sul fatto che la merda faccia schifo, siamo tutti d’accordo, così come sul fatto che la pizza è buona. Esisterà una zona, nel mezzo, in cui è una questione di gusti – a qualcuno piace il sedano, ad altri no – ma esiste una zona altrettanto ampia dove è possibile cercare di trovare dei “canoni” che consentono di valutare quello che si sta mangiando, o leggendo.
      Quello che tu proponi, è un relativismo culturale di bassa lega: siccome ognuno ha i propri gusti, allora non è possibile emettere giudizi, se non da un punto di vista soggettivo. Questo va bene per chi non sa argomentare i propri gusti. E se dico sempre “io” è perché ho l’umiltà di non sentirmi il rappresentante della gente in generale: tu parli in nome del popolo delle classifiche, il cui gusto dovrebbe diventare, per me, un criterio più valido del mio.

      Per quanto riguarda il diritto di criticare, secondo te nessuno potrebbe mai esprimere un giudizio. Un critico stronca un film, e il regista gli dice: prova a farlo tu. Un giornalista dice che il governo sbaglia, e il governo gli dice: prova a farlo tu. Non ha senso. Non capisco perché i miei limiti come scrittore dovrebbero impedirmi di giudicare quello che leggo. Io non sto dicendo di scrivere meglio di Moccia: sto dicendo che Moccia non fa letteratura. E anche se passassi la vita a scrivere merda, potrei comunque dirlo.

      Poco tempo fa ho letto la classifica dei libri più “abbandonati”: mi pare che Umberto Eco ne avesse quattro tra i primi dieci. La gente compra libri che spesso non riesce neppure a leggere: questa è la realtà della classifica. Il fatto che Kafka venda meno di Moccia è un criterio da usare per giudicare i giudicanti, non Kafka e Moccia. Il “pubblico da casa che ha sempre ragione” è una delle invenzioni più terrificanti, e appiattenti, della nostra epoca. Se chiedi a chi ha comprato “La solitudine dei numeri primi” perché l’abbia fatto, la metà ti dirà “per il titolo”. Questa non è presunzione, Otello: è consapevolezza. Un medico, quando parla di medicina, è consapevole di quello che dice: e anche se il 99% della gente non la pensa come lui, ciò non significa che lui abbia torto. Se parlo di informatica, so quello che dico. Ora, non c’è nulla che certifichi il fatto che io sappia cosa è la letteratura; ma (e qui sono presuntuoso) non credo di affrontare la letteratura con lo spirito di chi compra un libro in autogrill perché è primo in classifica. Non dico di essere migliore: ma ti dico che sto parlando di una cosa sulla quale perdo molto più tempo di quanto mediamente ne perda la gente.
      Per cui difendo le mie opinioni soggettive; e una delle mie opinioni soggettive è che esistano criteri condivisibili per valutare la qualità di un’opera. Tu, invece, stai svicolando: se per te tutto è soggettivo, devi ammettere che la pagina di un diario di un ragazzo vale quanto tutta l’opera di Shakespeare. Dillo, e io mi fermo qui. Oppure di’ che per te non è così, e proviamo a definire cosa contribuisce a rendere grande un’opera, al di là del numero di copie che vende.

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  12. Intervengo nel dibattito solo per dar maggiore risalto alla magnificenza dell’editing di Angelo Biasella. Un editor straordinario, capace di lasciar intatta la voce dell’autore migliorandone nettamente la forza.

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