Grafemi

Segni, parole, significato.

La principessa sul pisello

Racconto scritto per l’antologia E morirono tutti felici e contenti, edita da Neo Edizioni (e rifiutato perché non in linea con il progetto: fu lì che capii che quelli della Neo era gente seria), La principessa sul pisello è una versione noir, e un po’ pulp, dell’omonima, famosa favola per bambini.

 

Era molto tempo fa – la notte dei tempi, o forse la sera prima – così tanto tempo fa che se le persone che hanno visto questa storia l’avessero tramandata, di padre in figlio e via dicendo, allora le persone dei giorni nostri sarebbero i figli dei figli dei figli di quelle persone che per primi videro la storia che vi sto raccontando, e avrebbero già i capelli bianchi, ed entrambi i piedi nella fossa: credetemi, era davvero tanto tempo fa – prima che l’uomo andasse sulla Luna, che i Francesi tagliassero la testa al loro re e alla loro regina e a tutti i loro figlioletti, che si inventasse la stampa per stampare la storia che vi sto raccontando, o la polvere pirica che avrebbe reso inutili le spade e le armature – in un’epoca magica, in cui ti poteva capitare di incontrare un drago dal vivo, lungo il cammino – un drago vero, con la coda e il fuoco, e tutto il resto – e se poi quando tornavi a casa lo raccontavi a quelli del villaggio, ecco, non ti avrebbero preso per uno scemo, anzi: sarebbero stati ad ascoltarti con la bocca aperta, e la sera dopo ti avrebbero chiesto di ripeterla un’altra volta, quella storia, e poi ancora, aggiungendo, tu, ogni sera, un nuovo dettaglio: fino a renderla perfetta. Era il tempo delle fiabe, per capirci.

E non era qui, no: era da un’altra parte, in un luogo di cui si è persa la memoria, che non esiste più. Alcuni di quelli che avevano sentito la storia con le loro orecchie, quando gli chiedevi esattamente dove, parevano indicare con la mano di là, verso il nord o verso le montagne – e se domandavi se era successo lì, nel bosco fuori dal paese, loro, con la stessa mano di prima, dicevano no, no, molto più in là. Se si aveva la pazienza, o la curiosità, di insistere ancora, alla fine avrebbero raccontato, davanti ad un camino, o sul bordo del letto di un bambino che non ne vuole sapere di prendere sonno (il visino che spunta dalla coperta, accanto al muso di un orsetto spelacchiato) – tutta, proprio tutta, quella storia che raccontava di un regno, dove c’erano un re, una regina, e un Castello immerso nella foresta. Una foresta nera, ovviamente.

Il regno, a guardarlo da vicino, era una landa desolata, più grigia che nera, larga e lunga che la si poteva attraversare da una parte all’altra in un giorno, a piedi, anche zoppicando su una gamba sola, con calma, facendo soltanto un po’ di attenzione alle paludi melmose che si estendevano a sud, e che inghiottivano cavalli interi con i loro cavalieri attaccati per le staffe, senza che avessero, né i cavalieri né i cavalli, nemmeno il tempo di esalare un ultimo respiro o dire una preghiera al Creatore; al ghiaccio delle montagne rocciose sul confine orientale, che con il sole bianco dell’alba luccicava come un diamante; al fiume che al tramonto si riempiva di schegge d’oro, e ai piccoli draghi, spesso feroci, capaci di sputare fuoco fino a cento metri, che uscivano la sera – ma soprattutto si doveva badare a certe bande di creature disperate e sporche, che ovunque di giorno o di notte, con la pioggia e il bel tempo, a Carnevale o persino in tempo di Quaresima, assalivano qualsiasi cosa si muovesse – donne, bambini, frati, soldati armati e persi nella foresta, mucche fuggite ai loro aguzzini, principi diseredati – per mangiarli, si diceva. Vivi, si aggiungeva per la gioia e il terrore dei più piccoli.
Sparsi qua e là, dentro a quel regno, sorgevano anche tre o quattro miserissimi villaggi – borghi piccoli e putridi dove, lungo i bordi di strade fangose e piene di buche, si alzavano capanne che a malapena si reggevano in piedi; dentro a quelle capanne, o affacciati ai loro miserabili usci, con lo sguardo smunto e stanco, c’erano uomini e donne e bambini, e bestie – bestie da soma, bestie da latte, bestie da uova, bestie da bistecche ai ferri, bestie da compagnia, bestie da piume, bestie da pelliccia, bestie da monta, bestie da salumi per l’inverno – e pure loro si reggevano in piedi a malapena – tutti affamati, tutti abbruttiti dalla fatica, sempre malati; i vecchi ogni giorno in punto di morte, le madri in perenne attesa di una nuova creatura, le mucche secche; secche e senza latte.
Dai pertugi che si aprivano sui fianchi di queste baracche, che erano annerite dal fango e dal fumo dei fuochi che si accendevano d’inverno, quando il freddo pareva cavare le ossa dal corpo, si vedeva il profilo del Castello – le sue due torri, le mura di cinta sormontate dai merli, le feritoie, il ponte levatoio, il fossato profondo. Costruito su una collina nera e senza alberi, con lo scopo di indurre profondissimo e riverente timore, il Castello stava nel centro esatto di quel regno, ed ogni strada portava davanti al suo ingresso; nel centro esatto di questo Castello, c’era la sala del re e della regina; al centro esatto della sala c’erano il re e la regina in persona, seduti, ciascuno, su un trono di legno – i sovrani indiscussi, i padroni di ogni creatura vivente che camminasse, o strisciasse, da quelle parti (anche di quelle che stavano sedute, a dire il vero: a quei tempi non si era molto sistematici, nelle definizioni). Il re e la regina erano sposati da molto tempo – il loro matrimonio era stato il famoso finale di un’altra storia – ma ora non erano né felici né contenti. Soprattutto, era ormai chiaro a tutti che non sarebbero vissuti per sempre.

La vita, fuori dal Castello, scorreva sempre uguale. I sudditi e le bestie impiegavano le loro intere brevissime esistenze a trascinare rastrelli e aratri, a sollevare zappe, ad alzare forconi sotto la calura indomabile dei pomeriggi di agosto, a fare vitelli, capretti, agnelli, bambini – ora chinati sui campi, ora piegati nei fienili a stivare fieno, ora nella frescura delle stalle a spremere o a farsi spremere mammelle sempre più dure – ma tiravano fuori poco o niente, da quella terra scura, e quel poco o niente lo dovevano dividere in parti uguali tra loro e il re, per una giustizia che nessuno capiva: a quei tempi, comunque, si usava così. Si usava anche che le spose, dopo aver giurato davanti a Dio che avrebbero amato per sempre un contadino storto e scuro (che si distingueva dai maiali solo per la postura eretta), fossero comunque obbligate – in barba al giuramento, o forse come diretta conseguenza – a passare la loro prima notte di nozze nel centro del Castello, nel letto del re e la regina – il diritto alla prima notte, lo chiamavano (e il re si distingueva dai maiali solo per il colore della pelle). Era a causa di questa singolare usanza che tutti i primogeniti di quel piccolo regno avevano lo stesso nasone e la stessa pelle chiara del re. Ogni famiglia ne aveva uno, di questi mezzi principini, e di solito era proprio su di loro, sui primogeniti, che si riversava la rabbia dei padri quando il raccolto non bastava ad arrivare all’anno dopo: pareva, a questi uomini gobbi a trent’anni, che dando da mangiare anche a quei nasoni insaziabili, a quelle pance regali che non si riempivano mai, pagassero due volte il re.

Il buon senso aveva insegnato a quella povera gente che non era bene che due nasoni di famiglie diverse si sposassero tra di loro. E quando una passione impossibile da domare – la passione che tutto muove – vinceva la naturale resistenza ad accoppiarsi con una creatura dentro alla quale scorre il medesimo sangue, e portava due mezzi principi all’altare (due mezzi principi uguali in tutto tranne che nella dimensione delle mammelle, e per altri piccoli attributi nascosti sotto la stoffa ruvida e sporca), ecco, in quei casi che con tanta cura la gente di buon senso cercava di evitare, succedeva che poi nascessero creature, diciamo così, bizzarre: due nani, uguali tra loro, attaccati per le natiche, ad esempio – per partorire quella bestia a otto zampe e due teste la madre era morta, e il padre, forse per consolarsi del gran dolore, aveva venduto quel figlio – o quei figli, non si capiva davvero – ad una specie di circo (un piccolo circo, una baracca con le ruote trascinata da un bue secco, con due corna enormi attaccate alla testa, che attraversava, avanti e indietro, da est a ovest, da nord a sud, quelle terre desolate e tristi, mostrando un catalogo di mostri raccattati qua e là: c’erano un bambino che rimaneva sempre bambino con la pelle verde come un ramarro e la lingua biforcuta, un uomo pietrificato che stava disteso tutto il tempo su un giaciglio di paglia, senza riuscire a muovere nemmeno un dito, la solita donna barbuta. Tra tutti, però, si distingueva una bambina con la testa di pecora, che quando veniva accarezzata dietro le orecchie, belava proprio come un agnellino).

Il re e la regina non erano soli. La prima notte di nozze, subito dopo la fine della favola di cui erano stati i protagonisti, concepirono carnalmente un figliolo, che poi tutti avrebbero chiamato il principe, – a quei tempi, prima di Lutero, del mais e del pomodoro, di Mendelev, di Keplero, forse perfino di Dante, i principi non avevano ancora un nome: per questo lui era semplicemente il principe. il figlio legittimo del re e della regina, il nasone e la pelle chiara del padre, il nasone e la pelle chiara della madre, la stessa loro regale insolenza, la stessa arroganza priva di incrinature. Scorrazzava per il regno, avanti e indietro, su e giù, da destra a sinistra e da sinistra a destra, spesso incrociando il circo su quattro ruote spinte dal bue cornuto, accompagnato, nelle sue scorribande, da qualche orribile servo armato che il re gli aveva concesso come scorta, e prendeva tutto quello che più gli piaceva: un porcello secco pronto per essere arrostito, un bue pieno di scapole, intere botti di birra – birra che ora definiremmo, probabilmente, piscio caldo, ma che a quei tempi sembrava un nettare che gli dei dovevano aver dimenticato sulla terra, prima di lasciarla in mano alla fame, alla fatica, alla peste nera e al tanfo che avvolgeva ogni cosa. E se lui e i suoi servi, con molti dei quali condivideva nasone e inclinazioni animalesche, si ubriacavano – succedeva spesso, perché in quel regno non c’era niente da fare – allora il principe, oltre ai porcelli, ai buoi, e alle botti di birra, prendeva con sé anche la moglie di qualche suddito, solo per un po’: se la portava dietro a qualche cespuglio, e, sotto lo sguardo mostruoso dei servi, che accompagnavano l’impresa del principe con urla di approvazione e scalpitii di piedi, se la teneva sotto giusto il tempo di soddisfare una voglia regale. Era per questo che alcune famiglie avevano due nasoni – il più grande dei quali era non solo il fratello maggiore del piccolo, ma anche suo zio. I padri, in questo caso, i mariti delle mogli, i proprietari dei porcelli, dei buoi e delle botti dentro le quali pisciavano regolarmente, perché una vita dura come la loro reclamava piccole soddisfazioni, scaricavano su entrambi i nasoni la rabbia per le grandinate improvvise, le siccità interminabili, gli insetti, i topi famelici, le terribili malattie della pelle, le tossi invernali, le croste sanguinanti attorno agli occhi e alla bocca, i funerali dei piccoli, i funerali dei vecchi, i funerali delle madri sempre costrette a partorire – su entrambi, la rabbia, equamente, con naturale giustizia.

Ciò che la povera gente evitava per buon senso, per esperienza, per il naturale orrore che si prova di fronte ai frutti di certi mescolamenti – tipo nani attaccati per le natiche, uomini pietrificati e bambine con la testa di pecore che belavano se accarezzate dietro le orecchie – i re e le regine, invece – i re e le regine di ogni parte del mondo – perseguivano con costanza e determinazione. Pareva che il loro progetto – il progetto di questi padroni della terra – fosse quello di mescolare, mescolare, e ancora mescolare lo stesso sangue più volte, come se quel mescolamento, quella distillazione della distillazione della distillazione, avrebbero garantito che, prima o poi, il sangue che scorreva nelle loro vene sarebbe diventato veramente blu. Per questo motivo, tra regnanti si era soliti scambiarsi figli con figlie, e figlie con figli per farli figliare; e i figli dei figli, scambiarli con le sorelle del padre o i fratelli della madre, ancora, di nuovo, e poi ancora – mescolando e rimescolando, in questo incessante processo di distillazione – tanto che non era raro che qualcuno finisse per essere il padre del proprio fratello, o il figlio di un nipote diretto.
Queste stirpi che regnavano sul mondo che allora era conosciuto, dunque, condividevano tutto – potere, figli, alberi genealogici, sangue, nasi. Ma non solo quello, a dire il vero. Un ramo, ad esempio, non riusciva più a coagulare il sangue – e quella pericolosa mostruosità veniva portata come fosse un segno distintivo, una prova evidente della propria nobiltà. Un altro ramo, invece, coltivava da generazioni una singolare forma di pazzia, che aveva scatenato sanguinosi regolamenti di conti tra fratelli, cognati, figli – che tanto, nessuno capiva più, in mezzo a quella follia, chi fosse il padre di chi. Il re e la regina del regno, di quel regno che sta là, a nord, in quel tempo che nessuno ricorda più, si accontentavano, invece, di tramandare di generazione in generazione una terribile intolleranza ai legumi.
“E’ il Nostro blasone”, diceva il re ai suoi sudditi, in certi editti che stabilivano cosa coltivare e cosa non coltivare. Gli araldi, nasoni pure loro, nelle piazze dei tre miseri villaggi declamavano: “Noi non mangiamo fagioli, Noi non mangiamo piselli, Noi non mangiamo ceci, Noi non mangiamo fagiolini..”. Era anche per questo che ogni famiglia, in un fazzoletto di terra nascosto dietro alle baracche scure e traballanti, coltivava ogni genere di legumi – l’unica ricchezza che nessuno avrebbe mai portato via.

Una notte, il re fece un sogno che lo turbò. Vide, mentre dormiva, che il suo regno veniva fatto a pezzi e dato in pasto alla gente e agli animali dei villaggi, una fetta alla volta; una folla scatenata di uomini e donne e tori e pecore, che portavano sul viso tutti il medesimo naso (il suo), si dirigeva verso il Castello brandendo ogni genere di attrezzo, con sguardi pieni di rabbia e minacce. Dietro le mura, stavano lui e la regina, soli, vecchi, incapaci persino di parlare; il principe, invece, dormiva nel recinto dei maiali. La gente e le bestie alla fine entrarono nella sala, gridando frasi prive di senso (“alla Bastiglia”, gli pareva di ricordare, o qualcosa di simile). Poi, sempre nel sogno, presero il re e la regina, li portarono fuori, nella grande piazza d’armi, e lì, tra gli applausi dei sudditi, tagliarono la testa ad entrambi, e poi raccolsero il loro sangue in un secchio, e infine lo rovesciarono, ridendo: era rosso, come il sangue di un maiale. La testa del re, che, sebbene staccata, continuava ad osservare il mondo, vide che la terra era ricoperta, incrostata del loro sangue ormai secco.
Si svegliò di colpo, si mise seduto sul letto e con le pupille terrorizzate disse alla regina che aveva fatto un sogno orribile, dove i loro sudditi li uccidevano, e poi spargevano il loro sangue, ridendo.
Siccome questo regno, e questi re e queste regine, stavano in un periodo che era molto prima di Freud e delle sue assurde teorie sui significati dei sogni, la regina si limitò a dire che si trattava di un segno che Dio stava mandando direttamente a loro perché capissero qualcosa.
Cosa, chiese il re, accigliato, nel silenzio della loro camera buia e fredda.
Poiché la regina non aveva alcuna risposta da dare, decisero di chiedere consiglio al Mago.
A nessuno castello si negava, a quei tempi, un mago – uno capace, tra le altre cose, di predire il futuro. Il loro, quello che tenevano in una stanzetta gelata di una delle due torri, era alto e magro e con una barba lunghissima, che quando qualcuno lo incontrava, per caso, diceva che quello doveva per forza essere un mago: aveva proprio il fisico giusto per quel tipo di professione. A lui, il re e la regina raccontarono il sogno che aveva turbato la notte regale; lui, dopo aver guardato nella palla di vetro (dentro alla quale vedeva, in realtà, solo il proprio viso riflesso e deformato), disse che il problema era che il loro sangue si stava seccando perché non avevano discendenza: questo era il segno che Dio aveva mandato per mezzo del sogno.
E non c’era dubbio che in qualche modo avesse ragione: il principe, infatti, intento a seguire le proprie personalissime inclinazioni, non aveva mai pensato di trovare una moglie, una principessina come si conviene ad uno del suo rango – si accontentava di montare le mogli dei contadini, molte delle quali, tra l’altro, quelle più giovani soprattutto, quelle con la pelle più chiara e il naso più grande, erano in realtà figlie del suo stesso padre, e la cosa non pareva turbarlo troppo, anzi, forse proprio questo aspetto pareva dargli il piacere maggiore: era l’unico principe malvagio della storia delle fiabe. Quel sogno pareva aver chiarito al re che non era più possibile rimandare: la loro stirpe si stava estinguendo, si doveva correre ai ripari.

La mattina dopo chiamarono il principe, che si presentò ancora ubriaco per la notte passata a dar fastidio alla gente e alle bestie dei villaggi, sporco di birra e di fango, di sangue, di paglia, e di altro ancora. Quando entrò, si inchinò, ma senza convinzione.
“Hai mai pensato di prendere moglie?”, gli chiese il re, con un tono molto severo.
“Moglie? Ho tutte le donne del regno: cosa mi manca?”, rispose il principe, biascicando lentamente la risposta. Con la mano destra si copriva gli occhi dal riverbero baluginante della luce del mattino che entrava da una feritoia; con la sinistra, si grattava ovunque.
“Ti manca un figlio. E a noi manca un nipote. Di questo passo, il nostro sangue sparirà dalla faccia della terra”, rispose la regina, dove con “terra” indicava quella piccolissima porzione del mondo che le era nota.
“Avete più nipoti voi che la scrofa di corte!”, esclamò divertito il principe, dandosi pacche sul petto per le grasse risate.
Suo padre si adirò molto: “Come ti permetti, figlio insolente, di parlare così alle persone che ti hanno messo al mondo? Noi siamo il re, lei la regina! Chi salirà al trono, dopo di te? Quei porcellini che hai sparso per il regno?” e mentre lo diceva, il re sentì il cuore stringersi per qualcosa che assomigliava al dolore che prova un padre per le proprie figlie, quando le vede maltrattate e derise da un uomo troppo esperto e senza scrupoli.

Si decise quindi che il principe avrebbe preso moglie, e che il re e la regina avrebbero verificato di persona le attitudini delle pretendenti al trono, perché alla futura sposa sarebbe stato affidato il compito di portare avanti il sangue della loro stirpe, prima che si seccasse. Dopo aver chiesto un parere qualche cortigiano di grande esperienza, attaccarono al grande portone di legno un cartello sopra al quale c’era scritto che se una fanciulla pensava di poter diventare la futura regina del legno, avrebbe dovuto presentarsi al Castello; lì, si sarebbe esaminata la regalità delle pretendenti; e siccome, in quel regno, erano davvero poche le persone che sapessero leggere, si mise un araldo accanto all’avviso, con il compito di leggerlo a chiunque ne avesse fatta richiesta.
La voce si sparse come l’olio versato su una tavola di marmo – veloce, in ogni direzione, silenziosa. La gente e le bestie dei villaggi fremevano; le ragazze iniziavano a sognare una vita da favola. Prima timidamente, poi sempre più impetuosamente, frotte di fanciulle bussarono alle porte del Castello, covando, ciascuna nel proprio cuore, la speranza di essere la prescelta – ma una era troppo bassa, una troppo grassa, un’altra troppo magra, una quarta troppo alta. Soprattutto, nessuna aveva il sangue blu. Dopo molti mesi, sembrava che l’impresa sarebbe stata impossibile – però, proprio quando si era persa ogni speranza, una sera, tra lampi e tuoni, arrivò al Castello una fanciulla che disse di essere una vera principessa: ma come l’avevano ridotta, la pioggia e il temporale! L’acqua cadeva a rivoli dai suoi capelli e dai suoi vestiti, e le entrava dalle scarpe, uscendole dalle suole. Nonostante l’aspetto dimesso, e i cenci di cui era vestita, ella si presentò affermando di essere una vera principessa dal sangue blu – l’unica che poteva aspirare al trono del regno. Il re, con il cuore colmo di speranza, la fece entrare nel Castello, invitandola a restare a dormire da loro – fuori, disse, c’erano certi disperati che giravano per i boschi in cerca di qualcuno da mettere sul fuoco. Prima di coricarsi, avrebbero mangiato insieme, per poter fare la reciproca conoscenza. Ma la regina, vecchia e furba, decise di mettere alla prova quella fanciulla tanto sicura di sé: nella minestra calda che le servirono per cena, fece scivolare un pisello, piccole e verde, un legume insignificante, che si nascose tra le patate e i funghi. Poi, dopo che tutti ebbero mangiato, si salutarono e ciascuno andò a coricarsi nella propria stanza.

A questo punto, il bambino che ascolta questa storia in silenzio, sotto le coperte, tenendo stretto tra le braccia un orsetto di pezza capace di donargli quel coraggio che ancora gli manca – che segue questa storia che sera dopo sera ha trovato la propria perfezione – direbbe che le cose non andavano in questo modo – che in quel regno c’erano fate e fiori, e che ogni cosa era bella, bella davvero: c’erano cavalli alati, e principi azzurri e coraggiosi, regine buone e ossequiose, re severi ma giusti – anche draghi, ma sempre pronti a lasciarsi infilzare, e orchi che finivano regolarmente dentro al pentolone che avevano preparato per cucinare bambini furbetti.
Seduti sul bordo del letto, allungando una mano sulla testolina arruffata del bambino, diremmo che sì, che è vero, che è come dice lui – lo ripeteremmo con la dolcezza che solo i padri conoscono, fino a vederlo chiudere gli occhi pieni di fiori e fate. Ma, una volta addormentati, continueremmo a raccontare, questa volta a noi stessi, perché una fiaba senza un finale non è una fiaba, che la ragazza, nonostante fosse sfinita dalla stanchezza, non riusciva ad addormentarsi, e che, anzi, iniziò ad avvertire dei piccoli crampi allo stomaco – contrazioni ritmiche ed involontarie.
Il dolore si spostò rapidamente verso gli intestini; un dolore terribile, enorme, spaventoso. La ragazza, impaurita, quasi terrorizzata – l’epinefrina triplicata nel sangue, le pupille dilatate, il respiro corto e faticoso, il sistema immunitario impazzito – prese a sudare, a sudare freddo. La stanza, che poco prima l’aveva accolta come se lei fosse già una principessa – le stoffe bianche sottilmente ricamate che ricoprivano il grande comò con le maniglie d’oro, il baldacchino di legno tutto decorato, i venti morbidissimi materassi del letto, la piccola finestra che dava su un cielo primaverile rischiarato dalla Luna piena – quella stanza iniziò a girarle intorno, sempre più velocemente, come se i muri che la sostenevano dovessero crollarle addosso da un momento all’altro. Quale orribile sortilegio si stava compiendo? Per un attimo pensò che la regina, in realtà, era una strega che l’aveva ingannata – ed era sicura che, se avesse superato quella notte d’inferno, avrebbe rivisto il re trasformato in un ranocchio. Dov’era il principe? Cos’erano quei grugniti che udiva sotto la propria finestra? Era sola, sola al mondo – nessuno a cui chiedere aiuto – oh, come rimpiangeva la propria madre, che aveva persa ancora piccina, e come malediva la matrigna che l’aveva costretta a fuggire dal suo palazzo e dal suo piccolo regno! Giunse le mani per pregare il buon Dio, che salvasse quella ragazza innocente ed ancora vergine (le accortezze dei giovani d’oggi) da quella terribile prova, ma fu sorpresa da un conato di vomito a raggiera, che finì sulla coperta – riconobbe alcuni pezzi di patata, ancora interi; si mise seduta, ma non riuscì a trattenere una scarica di diarrea sanguinante che pareva volesse farla esplodere; sgomenta, inondò le lenzuola, e per lo sforzo, per il crollo della pressione, per l’incredibile spavento, cadde sui venti materassi, come corpo morto cade, e rimase in quello stato simile al sonno eterno per tutta quella lunghissima notte.

L’indomani mattina, quando il sole era tornato ad illuminare il piccolo regno – le bestie e gli uomini e le donne erano già in piedi per lavorare la terra – il re e la regina bussarono alla piccola porta della stanza, ma non ebbero risposta. Provarono di nuovo, ma inutilmente; allora, entrarono in punta di piedi, stando attenti a non svegliare la fanciulla. Dalla finestra filtrava una luce obliqua, che illuminava il letto.
“Ehi, svegliati, svegliati”, le dissero. La ragazza aprì gli occhi lentamente, cercando di capire dove fosse, e cosa era successo.
“Sei nel Castello del re”, le dissero, cercando di interpretare il suo smarrimento. Poi le chiesero come avesse passato la notte.
Con la bocca ancora impastata per il vomito della sera prima, iniziò a dire “Male, molto male, non ho potuto chiudere occhio”, ma all’improvviso si rese conto in quale stato si trovava – quel fetore, le natiche impiastricciate, la coperta con le patate – e scoppiò a piangere, tenendo il viso tra le mani sporche di sangue e merda.
Il re e la regina si scambiarono uno sguardo d’intesa: quelle feci rapprese, mescolate al sangue, e la chiazza di vomito sulla coperta, avevano fatto capire loro che davanti avevano una vera principessa. Infatti, chi mai, se non una principessa della loro stessa stirpe, poteva essere così delicata e sensibile, da non riuscire a digerire nemmeno un pisello? Aveva il sangue blu, quello che stavano cercando, il loro. La distillazione poteva essere portata oltre ogni limite immaginabile. Si avvicinarono a lei, accarezzandole i capelli, la pelle chiara, il nasone; poi, indicando una piccola pallina verde, che spiccava nell’aureola marrone che circondava i suoi fianchi, dissero: “Guarda, lo vedi quel pisello, lì in mezzo? E’ stato lui a farti stare così male. E ti ha fatto stare così male perché il tuo sangue è davvero blu! Sarai la nuova principessa!”
Tutti e tre iniziarono a ridere, felici. La nuova principessina batté le mani forte, lanciando regalissime grida di gioia. Si abbracciarono. Richiamato dalle voci dei suoi genitori, il principe entrò nella stanza, e anche lui, di fronte a quello spettacolo, si convinse finalmente di avere di fronte la fanciulla che sarebbe stata sua moglie. Si abbracciarono di nuovo, ridendo e piangendo insieme. Il re e la regina già sognavano il loro nipotino, distillato purissimo di sangue blu, forse ancora più nasone di loro – l’espressione perfetta della loro nobiltà, l’esito di incroci praticati di generazione in generazione, la punta di diamante di un processo di selezione al contrario – dove ogni diversità era stata via via eliminata, piallata, cancellata, fino ad arrivare al calco originale della loro stirpe – e se il primo avesse avuto più gambe del necessario, be’, l’avrebbero dato al circo, aspettando il secondo, quello giusto. E la principessa, che non aveva mai conosciuto il proprio padre – che forse era proprio quel re che ora la abbracciava con affetto paterno – sentiva che la nuova vita che l’aspettava era ciò che aveva sognato fin da piccina, quando sua madre le raccontava le fiabe di una volta, piene di fate e fiori, sul bordo del letto, mentre lei teneva stretto tra le braccia un piccolo orsetto con un grande nasone. Il principe, infine, che già pregustava la prima notte di nozze, immaginava anche tutte le altre prime notti che avrebbe avuto una volta che fosse salito sul trono di suo padre – il suo sangue si sarebbe ufficialmente mescolato a quello dei suoi sudditi, in un grandioso progetto di eternità.
Ma proprio in quel momento, alcuni di quei disperati che giravano per il regno in cerca di qualcosa per sfamarsi, sfondarono il portone del Castello, salirono nella piccola stanza dove si stava consumando una gioia privatissima, presero il re, la regina, il principe e la principessa e li portarono nella piazza d’armi, allo scopo di soddisfare, uno ad uno, tutti gli istinti vitali che muovono il mondo.
“Ehi, come la vuoi, tu questa?”, disse, mezz’ora dopo, il cuoco a uno dei suoi amici, indicando la carcassa della principessa che, infilzata da un palo di legno appuntito, girava sul fuoco.
“Bene al sangue, mi raccomando.”

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

2 commenti su “La principessa sul pisello

  1. Nicola Pezzoli
    04/10/2011

    Strano e divertente esperimento di scrittura, direi: il tono iniziale è davvero, e decisamente, quello di uno che sta raccontando a dei bambini (alla Gianni Rodari, più o meno) ma poi, un po’ a tradimento, il tutto si rivela terribilmente per adulti… (e non a caso la parola chiave pare essere “mescolamenti”)
    Ottimo livello, come tutte le cose scritte da te, ma credo che gli stupendi racconti di Antropometria (e molti altri che ho letto qui) siano più nelle tue corde… Diciamo bravi i Nei per quell’iniziale rifiuto (che non gl’impedì comunque di intuire la grandezza dell’autore)? 😀
    Aggiungo che, per i miei personalisismi gusti, un difetto potrebbe stare anche nella durata: un po’ troppo lungo per un racconto, troppo breve per un romanzo breve.
    Pregevolissima la stoccata “politica” (o così almeno l’ho intesa io):
    “Ciò che la povera gente evitava per buon senso, per esperienza, per il naturale orrore che si prova… i re e le regine, invece – i re e le regine di ogni parte del mondo – perseguivano con costanza e determinazione”.

    Un grande abbraccio, mio amico e collega!

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    • Paolo Zardi
      04/10/2011

      Caro Nicola, bello ritrovare i propri dubbi scritti con tanta chiarezza. La lunghezza eccessiva derivava da un vincolo imposto dagli editori, che chiedevano racconti lunghi; qui non c’era materiale per scrivere molto, e così la storia si annacqua da un certo punto in poi. E non è nelle mie corde – e forse è uno dei motivi per il quale avevo accettato la sfida. Coscioni, al quale sottoposi il racconto, mi disse che alla fine non era in linea con le scelte fatte – ma sono sicuro che se fosse stato un ottimo racconto, sarebbe stato capace, il racconto, di cambiare la linea delle scelte fatte! 😉
      Un abbraccio forte e grazie come sempre per passare da queste parti!!

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Questa voce è stata pubblicata il 02/10/2011 da in Racconti, Scrittura con tag , , .

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XXI Secolo

In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

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