Grafemi

Segni, parole, significato.

La genesi di un racconto

Ieri sera ho letto una (tragica) notizia di cronaca che è quasi un racconto già pronto. Un ragazzo di 19 anni, lasciato dalla fidanzata, la chiama e, in diretta, minaccia di suicidarsi. Lei, preoccupata, telefona a due amici comuni chiedendo loro di chiamarlo per convincerlo a desistere; i due partono in motorino e raggiungono l’aspirante suicida il quale, fuori di sé, brandisce una pistola del padre. I due chiamano la ragazza, e le dicono che lui sta facendo sul serio; lei lo richiama, e lo convince a desistere (probabilmente con qualche promessa). Il ragazzo appoggia la pistola sul tavolo. Poco dopo, riprende i suoi propositi suicidi; allora richiamano la ragazza che di nuovo gli parla: e mentre i due discutono, dalla pistola che il ragazzo ha di nuovo preso in mano, parte, per errore, un colpo che uccide uno dei due amici. La ragazza sente il rumore, inizia a gridare e a chiedere spiegazioni, ma ovviamente nessuno le dà retta: con il telefono acceso, sente solo grida disperate, pianti, e imprecazioni. Poco dopo chiamano il 118, e i dottori, arrivati in pochi minuti, possono solo constatare il decesso.
Un racconto, ovviamente, non può limitarsi a raccontare un fatto di cronaca. Un simile, tragico avvenimento, infatti pone una domanda imponente, terribile: ma, secondo i miei gusti, manca la risposta. Una risposta che deve per forza essere individuale, e unica – non una spiegazione filosofica, o un’interpretazione psicologica, ma la risposta di un essere umano posto di fronte al mistero dell’amore e della morte, quando queste due forze inspiegabili si intrecciano. E la scrittura, in questo senso, assomiglia al processo di vinificazione: parti dallo zucchero dell’uva, e arrivi alla sua evoluzione alcolica. Serve tempo – serve che quello zucchero fermenti. La soluzione narrativa non può arrivare attraverso la concentrazione, o l’applicazione sistematica del pensiero a un “oggetto drammatico”. Bisogna fare come si fa con lo zucchero filato: si infila un bastoncino in una specie di turbina, e si attende che, attorno alla sua consistenza, si costruisca una forma.
Nel caso specifico, piano piano si tenteranno vari approcci – possiamo prendere il punto di vista del ragazzo che morirà (magari situando il tempo nell’istante successivo al colpo: lui è ancora cosciente, e capisce che sta morendo), della ragazza che non vede ma sente (e raccontare tutta la storia senza mai vederla), del ragazzo che sta tentando di uccidersi (allora il racconto potrebbe svolgersi tra vent’anni: lui vede suo figlio che sta crescendo, e che curiosamente assomiglia al morto, e pensa al suo peccato originale). Ecco, questa trama è un semino che si pianta: forse crescerà un filo d’erba, forse un castagno, o forse nulla.
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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2014. Nel 2015 è in uscita un suo nuovo romanzo.

Un commento su “La genesi di un racconto

  1. Antonella
    18/11/2011

    sempre in questi casi, per chi come te ha “osservato” questa storia, qualcosa cresce. qualunque cosa essa diventerà, se sarà di conoscenza pubblica o resterà nel tuo intimo, una trama, comunque, ne consentirà una certa evoluzione o…trasformazione; “poetica”.
    un abbraccio, ing. che giochi magistralmente con la “parole”.
    A.

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Questa voce è stata pubblicata il 18/11/2011 da in Racconto, Scrittura con tag .

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