K.

Nel 2008 avevo la passione per Kafka – un ritorno di fiamma dopo un’analoga passione esplosa intorno ai 13 anni. Su Splinder scrissi alcune riflessioni, che ora riporto qui su WordPress, prima che la mannaia della chiusura di quella piattaforma risucchi tutte le parole scritte.

In questi giorni sto pensando a a Kafka.

Sto arrivando alla conclusione che il suo procedimento narrativo sia l’esatto contrario di quello che si adotta normalmente per descrivere qualcosa – il processo, diciamo così, “metaforico”, per cui si parte dalla realtà e si cerca una rappresentazione più o meno evocativa, capace di illuminare l’essenza dell’oggetto.

In Kafka il reale è un mondo che non si conosce, di cui si intuisce solo l’imponenza, ma non il profilo. E’ possibile guardare l’ombra, confusa, ingannevole, che proietta sulle cose di tutti i giorni – questa ombra sono i fatti, le persone, le cose che accadono, le porte, le camere, le tane – e nel loro scollamento, nella loro mancanza di coerenza, si può tentare di immaginare cosa potrebbe esserci là, sopra di noi (o sotto: o da qualsiasi altra parte, non si parla di Dio): oltre l’uomo.

Kafka legge i sintomi con la precisione di un patologo – di un medico legale che compie il rito dell’autopsia – ma non conosce le cause. Lui, è dentro alla caverna di Platone, e vede ombre – ma si sa bene che il procedimento che da un oggetto genera l’ombra non è reversibile, cioè non è possibile risalire ai contorni dell’oggetto dalla sua proiezione su un piano.

E’ per questo che ciò che scrive non è la metafora di qualcosa, ma la realtà tangibile di metafore che non conosciamo.

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