La fuga

Altro post recuperato da Splinder: era il giugno del 2008, e io ero da un cliente. Le cose, da allora, non sono cambiate molto, ma se non altro è finito quella sensazione di solitudine e smarrimento che ha caratterizzato la mia vita di consulente tra il 2005 e la fine del 2008.

E’ da questa prigione, che scrivo. Da un ufficio con i vetri grigi e il telefono che squilla. Da un cliente che chiede e non dà mai. Da questo silenzio, da questo treno in viaggio, da questa solitudine che mi porto in giro per l’Italia. In questo momento, attraverso un angolino della finestra, dietro ad una targa argentata appoggiata sul mobile con scritto “ENCOMIO SOLENNE – Per l’ottimo risultato di fatturato di Area, per l’eccezionale incremento rispetto al Consolidato, per la Dedizione e l’Impegno dimostrati nella conduzione del proprio team” – chi c’era, qui, prima di me? – vedo passare camion e macchine, come se tutto questo affannarsi avesse un senso: ma per me è solo attesa della vita vera, quella che prevede abbracci, chiacchiere, carezze, occhiate.

Scrivo da questa prigione, che se non ci fosse, potrei anche fare a meno di scrivere – non avrei nulla dal quale fuggire. Se fossi in un prato pieno d’erba, sul dorso di una collina, verde fino in fondo, starei semplicemente zitto. Le parole sono lenzuola bianche che annodo, l’una all’altra – farle scorrere attraverso la grata – la fuga.

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2 thoughts on “La fuga

  1. Spesso me lo chiedo se le parole possono aiutare a fuggire dalle nostre prigioni. Di certo vale la pena di coltivarle le parole. Perchè nelle prigioni le parole si impoveriscono, diventano voci di gergo, e i muri si fanno ancora più spessi. Forse recuperare le parole è già libertà

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