Il cerchio della nemesi

Quentin Tarantino

Nel 2007, Quentin Tarantino, forte del successo di critica e pubblico della bilogia (si dirà così?) di Kill Bill, decise di girare, assieme al caro amico (e sua scoperta) Roberto Rodriguez, due film (o un film in due episodi) del genere horror, dal titolo “Grindhouse” (in America, i grindhouse sono i cinema a basso costo di periferia – corrispondenti ai nostri cinema parrocchiali: qui c’è la Chiesa, là il Capitale – dove si proiettavano film di serie B (quelli, per intenderci, che ora finiscono direttamente in tv)). L’operazione fu un fiasco colossale – e infatti credo che in Italia nessuno (o almeno: non io) si ricordi nemmeno dell’esistenza di questi film.

Ma Quentin Tarantino non è noto solo per i suoi film: pare che abbia una sorprendente capacità di scovare musiche sconosciute, o dimenticate, e di farle tornare ai loro antichi fasti. La prima che mi viene in mente è You Never Can Tell, ballata da John Travolta e Uma Thurman in Pulp Fiction (e poi ripresa, con non so quanta consapevolezza, in uno spot dei Pavesini). Un’altra è Bang Bang, nella struggente versione di Nancy Sinatra (in Italia era uscita la versione raccapricciante della Equipe 84: il video, da solo, spiega perché l’Italia sarà sempre una nazione cenerentola in Europa). Nella colonna sonora dei due film horror (nell’episodio girato da Tarantino) compare Chick habit, una specie di filastrocca cantata da April March, suggestivo nome d’arte dell’altrettanto suggestivo nome reale Elinor Blake, cantante indie pop americana, che canta sia in inglese sia in francese, e che, forse anche per questo suo bilinguismo, è particolarmente famosa in Francia. Le sue influenze musicali sono facilmente rintracciabili nella musica leggera anni sessanta francese – un genere che è stato capace di creare dei piccoli gioielli pop, e che dopo aver anticipato un certo tipo di 1968, è poi è praticamente scomparso: ripudiato da tutti quelli che sono venuti dopo, fino ai primi anni ottanta.

France Gall
France Gall

La canzone Chick Habit, che era già comparsa in un altro film, la commedia Gonne al bivio di Jamie Babbit (titolo originale: But I’m not a cheerleader) è talmente ispirata alla musica leggera francese degli anni sessanta da essere, in realtà, una cover di un tormentone del 1964, Laisse tomber le filles della giovanissima France Gall (il legame tra le due canzoni è così stretto che cercando di tradurre “Laisse tomber le filles” con translate.google.it dal francese all’italiano, il risultato che si ottiene è Chick Habit: provare per credere!).

Ai tempi – stiamo parlando del 1964! – girarono anche un video della canzone, che visto dall’alto della nostra spregiudicatezza-ventunesimo-secolo ci fa sorridere (e forse un po’ rabbrividire: quelli sono i nostri genitori!); e girarono il video perché, probabilmente, chi produsse il disco si rese conto che la sua forza dirompente stava soprattutto nel faccino dolce della cantante che ripeteva di lasciare stare le ragazze, perché un giorno sarai tu a piangere: eccola dunque in piedi, davanti alla lavagna, che sotto al titolo “Lezione di morale” scrive il testo della canzone a una classe composta da un dongiovanni anni sessanta (che ora sarebbe considerato un pochino equivoco) e tre ragazze che da lui si lasciano baciare. Con un orgoglio protofemminista, canticchia:

E’ vero, ho pianto ma quel giorno
No, non piangerò
No, non piangerò

Io dirò: ti sta bene
Io dirò: così impari
Io dirò: così impari

Capirai cosa provo io
Prima che sia troppo tardi

Il tema non è nuovo, nella storia della canzone: ora mi lasci, ma un giorno ti pentirai di questo. Ma c’è un’aria nuova: nel video, nella melodia, nelle facce. D’altra parte, dietro all’operazione c’è un vecchio volpone della musica francesce, Serge Gainsbourg, che allora aveva quasi quarant’anni, e che aveva idee piuttosto chiare su dove voleva arrivare con la sua musica (era un po’ di anni prima che scegliesse la china un po’ maledetta che l’avrebbe caratterizzato dagli anni settanta in poi). E l’aria nuova che si respira è un aroma di 1968 – quello nascosto, negato, rimosso, ma vivisezionato da Houellebecq ne “Le particelle elementari”: un 1968 non rivoluzionario, anticonformista, quasi comunista, ma sinistro apice assoluto e irreversibile del capitalismo.

1968
1968

Secondo Houellebecq, il 1968 è stata una proclamazione forzata del capitalismo, portata avanti dai giovani figli del dopoguerra, che, dopo aver passato un’infanzia all’insegna del consumo, e un’adolescenza all’insegna del divertimento, ricercati dalle nuove pubblicità e dai film, invidiati dai genitori (è la prima volta nella storia che succede una simle cosa), chiedono di non dover lavorare, e di poter continuare a vivere così, senza doveri, interamente dediti al culto del proprio piacere. (C’è anche il pacifismo, certo. Fino alla Seconda Guerra Mondiale, generazioni di adulti hanno mandato al massacro generazioni di  figli (i loro), senza farsi mai troppi scrupoli; dopo la Seconda Guerra Mondiale, dopo Hitler, Stalin, Mussolini (e Churchill, Roosvelt e Truman…), i quarantenni, che hanno patito orrori irripetibili, non hanno più il coraggio di chiedere ai loro figli di morire. E i figli lo capiscono. Perciò trovano il coraggio di ribellarsi: sanno di poter contare sull’appoggio (o sulla mancanza di resistenza) della generazione dei loro genitori. Anche in questo caso, per la prima volta nella storia, chi muore per la Patria non è più un eroe, ma una vittima.)

Ma rimane il punto centrale: il 1968 è l’anno del piacere individuale. L’attacco che viene portato alla famiglia nel nome dei nuovi valori, ad esempio, è reazionario e fascista, perché distrugge l’ultima cellula di convivenza solidale non utilitaristica – l’unico esperimento comunista non fallito – sostituendola con l’Impero dell’Individuo. Il 1968 non nasce da una rivoluzione, ma dalla tragica (e fanciullesca) constatazione che il mondo di France Gall, e della sua pinocchiesca classe, non potrà continuare per sempre. I contestatori non vanno contro la France Gall del 1964: sono la France Gall quattro anni dopo!

Perché France Gall rappresenta perfettamente il nuovo che avanza: sostanzialmente priva di talento, naturalmente portata ad essere amata, biondina sotto ogni aspetto, con un sorriso ingenuo come quello di Lolita, è perfettamente a suo agio nel mondo dei genitori, che probabilmente la fanno ancora saltare sulle ginocchia, e con quello dei suoi coetanei, che probabilmente amano infilare una mano sotto le sue gonne da liceale. E infatti nel 1965, al festival europeo della canzone, France Gall trionfa con una canzone ipnotica come una filastrocca: qualsiasi bambino dello Zecchino d’Oro la canterebbe meglio, ma nessuno saprebbe mostrare un sorriso e un caschetto biondo così perfetti. Niente di questo post può essere compreso senza guardare il video qui sotto:

Solo un anno dopo, questa specie di liceale casta e pura, pubblica la canzone Les succettes  – uno spudorato elogio dei lecca lecca che, con un minuscolo salto metaforico, diventa l’inno ufficiale del pompino: è sufficiente vedere il video del 1966 per capire verso cosa sta andando la Francia della piccola France Gall.  Ma la nemesi – quella forza oscura che si preoccupa di sistemare il mondo, e di riportarlo al suo ordine naturale – è sempre in agguato. France Gall, nel 1967, si mette insieme al famoso (più famoso di quello che si immagini) cantante italo-franco-egiziano Claude Francoise, noto in Francia con il diminutivo Cloclo (e in Italia per essere il tragico autore della tragica Piange il telefono, il punto più basso toccato da Modugno nella sua lunga carriera), che da poco si era separato dalla moglie (e che morirà 12 anni dopo, cercando di avvitare una lampadina del bagno di casa sua). La relazione non è burrascosa (come potrebbe esserlo, con una come France Gall?), ma quando lei lo lascia, lui sente una struggente mancanza di quelle sciocche abitudini con la quale lui e la sua giovane compagna avevano riempito le giornate. Proprio mentre riflette sulla stranezza di quel sentimento, per caso sente la melodia struggente, e un po’ retrò, di una canzone che un altro giovane autore, Jacques Revaux, cercava da un po’ di tempo di piazzare presso qualche discografico, senza ottenere alcun riscontro. Su quelle note, scrive Comme d’habitude, che divenne subito una delle canzoni più amate in Francia: in un crescendo alla Cocciante, e adottando un artificio retorico, la continua ripetizione di una frase (in questo caso il titolo), che poi sarà usato da tutti i parolieri  italiani degli anni settanta, Cloclo grida tutto il suo dolore per essere stato lasciato dalla piccola France Gall, simbolo irresistibile dei piaceri del 1968 che il suo fratello minore 1967 stava iniziando a far intravedere.

La canzone fa il giro d’Europa. In Italia viene cantata da un certo Andrea Lo Vecchio. Ma proprio in quei mesi, Paul Anka, che nel 1957, a soli 16 anni, era già diventato celebre in tutto il mondo con una canzone che aveva scritto e cantato per la sua babysitter, Diana, si trova a girare per la Francia, e non può fare a meno di sentire il lamento di Claude Francois. Decide di farne una versione in inglese, che non ha nulla in comune con il testo originale, se non una certa tendenza retorica alla ripetizione del titolo alla fine di ogni strofa. Subito dopo, Anka torna in America e propone la canzone a Frank Sinatra, che però la rifiuta; la fa allora ascoltare alla figlia Nancy (proprio  lei: quella che anni dopo entrerà in una colonna sonora di un film di Tarantino, assieme alla canzone di France Gall ricantata da April March), la quale convince il padre a cantarla. Nasce così il successo planetario di una delle canzoni più classiche (e quindi meno sessantottine) nella storia della musica leggera, un’apologia forse un po’ smaccata, ma emotivamente convincente, dell’American Way of Life (cioè il più formidabile nemico e il più fidato sodale del 1968): la celebre, straziante, intramontabile My Way.

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